venerdì 8 giugno 2007

Quando Kabul era una città cosmopolita

Dal Secolo d'Italia di venerdì 8 giugno 2007
«I miei romanzi rappresentano una grande finestra aperta su un paese che continua ad avere un ruolo cruciale nello scenario geopolitico di oggi». Parole di Khaled Hosseini (Kabul, ’65), medico-scrittore afghano-americano - «vivo questa condizione un po’ strana, definita dai trattini» - il cui merito, al di là del notevole valore letterario delle sue opere, consiste nell’essere riuscito a raccontare meglio di tanti aridi testi di storia le vicende di un popolo che non ha mai smesso di lottare per sopravvivere ai continui stravolgimenti: dall’occupazione sovietica alla guerra civile, dal regime integralista dei talebani all’affermazione dell’alleanza del nord. Un paese che, nonostante tutto, Hosseini sente ancora come suo: «La terra dove si parla la mia lingua, dove la mia cultura ha un senso». E non è certo un caso che abbia tratto il titolo del suo secondo romanzo dai versi che Saib-e-Tabrizi dedicò a Kabul nel XVII secolo: «Non si possono contare le lune che brillano sui suoi tetti, né i ‘mille splendidi soli’ che si nascondono dietro i suoi muri».
Dopo il travolgente successo de Il cacciatore di aquiloni (Piemme 2004), primo grande romanzo epico afghano contemporaneo, Hosseini era l’autore più atteso dal pubblico. Del resto, sette milioni di copie vendute, un milione solo in Italia, sono un’infinità, tanto più se si considera come tale trionfo non sia stato preparato da alcun battage pubblicitario ma ottenuto grazie al passaparola e vincendo le diffidenze dei critici, mai stati così avari di recensioni. Sull’onda della crescente popolarità del romanzo, la Dreamworks di Steven Spielberg ha realizzato un film, per la regia di Marc Forster, che uscirà nelle sale italiane nei primi mesi del 2008 e ha già “incassato” l’approvazione di Hosseini: «E’ davvero molto simile al libro, i piccoli attori protagonisti sono bravi, vederli è stato emozionante». C’è da esserne sicuri: il film alimenterà le ristampe, di cui si è ormai perso il conto perché il romanzo resiste nella classifica dei libri più venduti, ininterrottamente, da novantasei settimane. Raggiunto e superato - è già al secondo posto - da Mille splendidi soli (Piemme, traduzione di Isabella Vaj, 432 pagine, € 18,50), uscito in contemporanea mondiale il 22 maggio. Il nuovo romanzo - diciamolo subito - è altrettanto bello. Hosseini, con una prosa straordinariamente semplice, evoca «sentimenti e emozioni che gli esseri umani provano a tutte le latitudini» senza mai essere banale né stucchevole. Le somiglianze con Il cacciatore di aquiloni, storia dell’amicizia tradita e poi riscattata - «perché è sempre possibile tornare ad essere buoni» - tra due ragazzini di diversa etnia e classe sociale, sono molte, anche se questa volta le protagoniste sono le donne. Se scrivendo il suo primo libro Hosseini era mosso soprattutto dal desiderio di far conoscere agli occidentali com’era il suo paese prima dell’invasione sovietica, affidandosi soprattutto ai suoi ricordi di bambino (furono i talebani a vietare il gioco tradizionale della “caccia agli aquiloni” che tanto lo appassionava), le motivazioni per scrivere il suo secondo romanzo le ha trovate tornando - nel 2003 - in Afghanistan, dove mancava dal lontano ’76, anno in cui il padre, funzionario diplomatico, venne assegnato all’ambasciata di Parigi. Dopo l’arrivo dei russi la famiglia decise di chiedere asilo politico negli Stati Uniti, trasferendosi in California, dove Khaled vive ancora con la moglie (Roya, afghana anche lei) e i due figli. Sfuggirono così all’occupazione e a quel che ne seguì, «un regime brutale che produsse milioni di morti e rifugiati e che si lasciò dietro migliaia di campi minati senza una mappa per la bonifica». Una sciagura che non si limita a fare da sfondo al romanzo, ma irrompe nella storia, di chi è rimasto e di chi è andato via, cambiando bruscamente destini collettivi e individuali. Parlando con gli afghani, ascoltandone le drammatiche testimonianze, lo scrittore ha costruito la consapevolezza su cui poggia il romanzo: nessun gruppo sociale ha sofferto più delle donne in Afghanistan. «Le storie di sopravvivenza più straordinarie sono sempre quelle delle donne, non sono state solo vittime dei missili, delle bombe e delle sparatorie, ma anche di tremende violenze sessuali. Molte si sono suicidate dopo essere state violentate, altre si sono uccise prima per la paura che potesse capitare anche a loro». Tornato oltreoceano, attraverso un delicato lavoro di ricostruzione e una rigorosa documentazione, ha iniziato la stesura di un romanzo che vuole essere, prima di tutto, un omaggio alle donne afgane.
Ma veniamo alle protagoniste. Mariam è nata nel ‘59, quando l’Afghanistan è ancora un paese stabile, governato da un monarca attento a barcamenarsi tra chi chiede progresso e chi difende le tradizioni. E’ una “harami”, bastarda, nata dalla relazione clandestina tra una serva, Nana, e il suo padrone, Jalil Khan, ricco uomo d’affari di Herat, città dal passato glorioso. «In questa città non si poteva stendere una gamba senza dare una pedata in culo a un poeta» le racconta con linguaggio colorito il padre, che va a trovarla ogni giovedì nel piccolo casolare ai margini della città dove l’ha condannata a vivere un’infanzia solitaria, agiata quanto segregata. Nonostante gli avvertimenti della madre - «Imparalo bene e imparalo adesso, figlia mia. Come l’ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell’uomo trova sempre una donna cui dare la colpa» - continua ad ammirare quel padre che pure si rifiuta ostinatamente di farsi vedere in pubblico con lei perchè avere più di una moglie era consentito ma mostrare una figlia illegittima sarebbe stato motivo di umiliazione per le tre mogli “ufficiali” e per i figli legittimi. La madre, depressa, finirà per impiccarsi e Mariam verrà spedita a Kabul con un marito di venticinque anni più anziano, Rashid, un uomo dolce che, quando Mariam manifesterà l’inabilità al parto, si trasformerà in aguzzino spietato. L’altra protagonista è Laila ed è nata nella capitale la notte del colpo di stato dell’aprile ’78. Figlia di un professore universitario, avrebbe davanti a sé un futuro luminoso ma, persa la famiglia in un bombardamento, si trova costretta a sposare l’ormai sessantenne Rashid. Superata l’iniziale rivalità, tra le due mogli subentrerà una forte amicizia che permetterà loro di fare fronte comune contro una cultura misogina che rimane una delle principali “piaghe” della società afghana.
In occasione dell’uscita del nuovo romanzo, al contrario di quanto avvenne nel 2004, l’attenzione nei confronti di Hosseini è stata massima, sia pure costellata dai soliti luoghi comuni. A chi gli chiedeva se la discriminazione delle donne in Afghanistan sia causata dall’Islam, lo scrittore, sottolineando di sentirsi «culturalmente musulmano» ha risposto: «E’ un clichè. I talebani, semmai, hanno saputo creare una forte connessione tra ideologia e Islam. Dicono che le donne non devono indossare gioielli, andare a scuola, uscire di casa senza indossare il burqa e senza essere accompagnate da un uomo della famiglia perché - sostengono - è contro l’Islam. In realtà nel Corano non c’è scritto niente del genere. Sono fenomeni culturali, ma la religione serve da “copertura”: giustifica e rafforza questi comportamenti». Pur considerandosi «integrato nella cultura occidentale», si augura che i figli «non perdano il senso delle loro radici, ma non mi faccio illusioni sul fatto che possano provare il mio stesso attaccamento all’identità e alla cultura afghana». Il che non gli impedisce di essere critico nei confronti di chi è al governo. Malgrado l’operazione Enduring Freedom del 2001 e l’elezione democratica del presidente Hamid Karzai, la situazione rimane poco incoraggiante. La miseria resta diffusa e il tasso di analfabetismo altissimo, solo nel 2006 sono state uccise oltre quattromila persone e le violenze sessuali non accennano a diminuire (così come i matrimoni imposti a spose bambine) e la percentuale di suicidi rimane altissima. Sono proprio i diritti femminili ad essere a rischio: in un paese in cui il corpo insegnante era per tre quarti composto di donne, c’è ancora chi ritiene che non abbiano neanche diritto all’educazione minima. Nonostante il 28 per cento dei parlamentari eletti nelle elezioni del 2005 siano donne (grazie alle “quote rosa”), fuori da Kabul, in particolar modo nelle zone rurali, la realtà è tutt’altra.
«Personalmente sono contrario al burqa - ha risposto lo scrittore all’altra domanda di rito - ma tuttavia ritengo che il burqa rappresenti un simbolo interessante e complesso su cui discutere. Anche se mi sembra che in Occidente ci si concentri troppo su questo argomento mentre ci sono questioni ben più urgenti da affrontare: bombe che esplodono, mancanza di cibo, bambini denutriti, problemi di sopravvivenza». Per non parlare del fatto che nel parlamento afghano siedano ancora, più potenti che mai, criminali di guerra che si sono amnistiati da soli e che la principale (se non unica) risorsa del paese rimanga la produzione di oppio e, pertanto, di eroina. Da parte sua, Hosseini non ha nessuna intenzione di stare a guardare, né di limitarsi a scrivere libri (sia pure utilissimi). Dall’anno scorso, come inviato degli Stati Uniti, lavora per l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. La condizione dei profughi afghani, in particolare, è tra le più drammatiche del pianeta, sono milioni le persone che sono state costrette ad abbandonare le loro case per cercare rifugio nei vicini Iran e Pakistan o addirittura in Europa e negli States. L’auspicio di Hosseini è anche il nostro: «Non basta vincere sul terreno militare: bisogna convincere la gente che esiste un futuro fatto di occupazione ed educazione, non solo di bombe e arresti. Il pericolo, altrimenti, è di ridare il paese in mano ai talebani e alle loro false promesse di pace e stabilità». Solo così l’Afghanistan potrà tornare ad assomigliare alla Kabul che ricorda lo scrittore: «Una città cosmopolita con un fermento artistico, culturale e intellettuale vivacissimo, nella quale si viveva in una condizione ben diversa da quella delle ultime generazioni, rese mute dai divieti del regime talebano, dalla violenza delle guerre, delle mine, della c
arestia».









5 commenti:

Sandro ha detto...

Molto interessante.
Ciao Roby.

claudio ughetto ha detto...

Ti confesso, Roberto, che questo Hosseini non mi attira. Probabilmente lui non c'entra, è che in genere diffido degli scrittori con troppo pubblico, soprattutto se raccontano attraverso romanzi facilmente strumentalizzabili dalla cultura occidentale. Gli scrittori del terzo mondo che amo sono il primo Rushdie, Marquez, il poeta Derek Walcott... Perché qui prevale ciò che qualsiasi scrittore dovrebbe considerare in primo luogo: il linguaggio, il resto è conseguente. Autori, tra l'altro, profondamente "letterari" e imbevuti di cultura europea fino al midollo.
Ma, ripeto, forse ragiono per pregiudizi.
Tuttavia il tuo articolo è interessante, perché mette in luce un mondo che i media ci presentano unilateralmente. Nella mia fantasia continuo a pensare che solo il generale Massud avrebbe potuto garantire una democrazia pluralista, attenta anche allo sviluppo economico. Se solo gli States lo avessero sostenuto, ma lui era troppo colto, troppo indipendente, troppo relativista. Bisognava prima dar briglia sciolta a Bin Laden, e poi scatenare la guerra.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Ciao Claudio, a dire il vero credo di avere i tuoi stessi pregiudizi... quando sento parlare di best-seller metto la mano al revolver... piuttosto che leggere un romanzo di Faletti prenderei a testate il muro, per intenderci. Solitamente mi regolo così: mi appunto i libri esaltati da D'Orrico sul magazine del Corsera e li evito accuratamente. Hosseini è bravissimo e racconta un Afghanistan che difficilmente noi europei (con il nostro complesso di superiorità) riusciremo mai a vedere per quello che è: persone, che soffrono, amano, ridono e piangono. Diciamo che l'unico modo per reagire al bombardamento di luoghi comuni dei mass media, ogni tanto, consiste nell'affidarsi ad una voce. E quella di Hosseini è una voce autentica e potente. Te lo consiglio. Magari inizia proprio dal Cacciatore di aquiloni.

Anonimo ha detto...

Non ho avuto ancora modo di leggere il libro... ma dal suo articolo credo che nè vale la pena.. Poi aggiungo.. e se proprio l'afghanistan terra martoriata non avesse subito l'invasione russa e quella dei talebani come sarebbe oggi l'afghanistan? Una bella domanda... Io credo senza i russi e i talebani e quindi di conseguenza senza due guerre oggi l'afghanistan sarebbe stato uno stato molto ma molto di più sviluppato sia culturalmente sia economicamente di quanto oggi lo si vuol far diventare....

Le linko il mio blog... troverà nella sezione articoli alcuni miei scritti pubblicati anche nel Secolo d'Italia.
Vincenzo

http://blog.libero.it/vincenzotanzi/

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Senza russi, signori della guerra, talebani e via discorrendo... l'Afghanistan sarebbe una terra diversa da quella che è diventata. C'è da dire, paradossalmente, che con i russi la condizione femminile (almeno quella) era decisamente migliore che non con la guerra civile e i telebani. I criminali di guerra sono così forti da potersi permettere di pestare nell'aula del parlamento una giovane deputata. Benvenuto e a presto.
Roberto