giovedì 17 novembre 2016

Charles Bukowski, l'ultimo poeta maledetto venerdì 18 novembre a @BookCity 2016

Charles Bukowski, l'ultimo poeta maledetto @BookCity 2016
Gli amori e le sbronze, le avventure e i cavalli, i bassifondi e mattine sempre rimandate… Bukowski è stato uno degli ultimi irregolari del Novecento, avversario di ogni ideologia e categoria, di ogni classe e ogni stato, rappresentante di un’America popolata di ubriaconi e puttane, eclissata dalle luci sfolgoranti del sogno a stelle e strisce. Anarchico ed eretico, ha cantato il grottesco che si annida nel Novecento. Sempre in ritardo o in anticipo sui tempi, come ogni irregolare, la sapeva molto lunga sul nostro conto.

Domani, venerdì 18 novembre 2016 alle ore 19, a BookCity, viale Alemagna 6 a Milano, verranno presentati:
«Antarès - Prospettive Antimoderne», n. 11/2016: Charles Bukowski. Tutti dicevano che era un bastardo, Edizioni Bietti, Milano 2016
Roberto Alfatti Appetiti, Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski, Edizioni Bietti, Milano 2014

Interverranno:
Paolo Bianchi, «Libero»
Roberto Alfatti Appetiti, autore
Miska Ruggeri, «Libero»
Andrea Scarabelli, Edizioni Bietti
 

martedì 15 novembre 2016

Abbiamo bisogno della destra immaginaria di Nino Longobardi (di Luigi Mascheroni)


 
Articolo di Luigi Mascheroni 
Dal Giornale di martedì 15/11/2016

Un suo libro lo intitolò Diario di un ex fumatore. Pur non avendo mai smesso.
Anzi, fumò sempre come il Vesuvio. Giusto per dire il tipo.

Era uno strano tipo, Gaetano Longobardi (1925-96), detto Nino, napoletano di Torre 'o Grieco ma romano di indole, di giornali e di terrazze - elegantissimo di prosa, affabulatore micidiale, stile di vita dispendiosissimo senza averne donde -, un po' un Jep Gambardella, ante litteram ma di destra. Ahi, ahi, ahi... E così cadde dimenticato.

Per ricordarlo, ecco - nel ventennale della mancanza - un bellissimo ritratto, empatico e apologetico, ma doveroso e divertentissimo, firmato da Roberto Alfatti Appetiti: Nino Longobardi. Il Re del giornalismo che prese a pugni i potenti (Historica, pagg. 228, euro 16; prefazione di Marcello Veneziani; postfazione di Mattias Mainiero). Biografia da leggere. E biografato assolutamente da rileggere.

Ma chi fu Nino Longobardi?

Forse non fu «il» re del giornalismo, ma un principe di nobilissima penna e sovrana intelligenza, quello sì. Fu per vent'anni, tra il 1950 e i primi Settanta, la firma più ammirata e temuta del Messaggero, stile ironico e tagliente, attaccabrighe e polemista, a testa bassa contro i potenti e a testa alta in redazione. Sempre. Scrisse sopratutto di politica e di costume. Conosceva benissimo l'Italia e gli italiani, e perdonava nulla: all'una e agli altri. Fu davvero un grande giornalista, e come tutti i migliori - come Montanelli, come Longanesi alla cui scuola era cresciuto, come Flaiano - possedeva tre doni. Una qualità di scrittura fuori dal comune, un cinismo capace di diventare virtù, una indefessa tendenza a inventare storie, cui non di rado dava il nome di «cronaca».

Cose importanti da segnalare. Nino Longobardi, nato nel 1925, fu tra i primissimi a capire che in Italia dare del «fascista» è il modo più falso e gratuito per sentirsi antifascisti (da ricordare il suo romanzo semiautobiografico Il figlio del podestà uscito da Rusconi, bestseller del 1976). Poi: già in illo tempore mise in guardia gli italiani da un'Europa che «è una lussuosa chimera che ci è costata molti miliardi, un giorno naufraga in un cattivo bicchiere di vino francese e un altro sulle corna dei bovini del Mac». Era un bon vivant, che faceva colazione con salmone canadese selvaggio pescato all'amo. Capitava spesso che non pagasse i taxi, su cui praticamente viveva, sempre in giro per Roma. Era un giocatore da roulette, amicissimo di Vittorio De Sica. Fu un precocissimo ecologista, ma non progressista. Scrisse per il cinema (ad esempio il soggetto di Io sto con gli ippopotami o La schiava io ce l'ho e tu no). Fu il primo, 40 anni fa, a dare a Dario Fo del «servo di regime». Nel 1977 s'inventò, sull'emittente romana TeleVita, il programma I pugni sul tavolo in cui attaccava i politici, di destra e di sinistra, con uno straordinario successo (Gianfranco Funari considerava Longobardi il suo maestro). Fu lui, di fatto, a far dimettere il sindaco di Roma Giulio Carlo Argan. Inciampò, nel 1981, nella P2. Fondò una sua personale agenzia di informazione, Italmondo.

Fu un grande giornalista di destra. Ma, come diceva lui, di una destra «che deve ancora formarsi, che non ha niente a che fare con altre insinuazioni». Una destra immaginaria. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno, anche oggi.
 
Luigi Mascheroni
Pag. 26 edizione cartacea

Nino Longobardi, il giornalista che prese a pugni i potenti (di Marcello Veneziani)

Articolo di Marcello Veneziani (prefazione al libro)
Da Il Tempo del 30 ottobre 2016

Nino Longobardi, un po' di risate e cazzotti (di Alessandra Selmi)

Articolo di Alessandra Selmi
Dal Cittadino di Monza e Brianza del 3 novembre 2016

Nino Longobardi, la recensione di Marco Ciriello su Il Mattino di Napoli

Articolo di Marco Ciriello
Dal Mattino del 28 ottobre

Nino Longobardi, il trapezista del giornalismo e della vita (di Mattias Mainiero)

Da Libero del 26 ottobre 2016
 Postfazione di Mattias Mainiero

 Era sprofondato in una poltrona della hall del Grand Hotel di Roma. Sul tavolino, una pila di giornali. Altri giornali per terra. Sapevo che nessun cameriere o direttore avrebbe potuto chiedergli di raccogliere quei giornali, o raccoglierli di persona. Si sarebbe sentito rispondere che il tavolino era troppo piccolo, che con un tavolino così piccolo non si poteva lavorare, che il Grand Hotel era in decadenza. Nessun cameriere o direttore si fece vedere nei paraggi. Parlammo per un’oretta, ma parlammo è una parola grossa, sbagliata.

 Con Nino Longobardi non si parlava. Si ascoltava. E così quella che doveva essere un’intervista divenne un racconto, il suo. La sua Torre del Greco, il suo Messaggero, il suo giornalismo, la sua inchiesta, la sua discesa in campo come politico. Quella volta in cui lui, qualche anno prima, aveva deciso che io dovevo fare il giornalista. Non era andata così: parti invertite, ero io che avevo chiesto a lui di poter scrivere, lui quello che aveva risposto che il giornalismo era morto, che non conveniva più, che dovevo scegliere un’altra strada. Ma con Nino Longobardi non si poteva parlare di giornali ai piedi del tavolino, e neppure di fatti oggettivi, inoppugnabili. Nella realtà lui vedeva sempre cose diverse, cose che gli altri non vedevano. Se non le vedeva, se le inventava. Odiava la banalità, la routine, il già detto, già fatto, già visto.

 Una volta scrisse un articolo su un fatto di cronaca. No, per la verità, non lo scrisse, lo dettò, come spesso faceva, a un correttore di bozze, pur avendo dinanzi una Olivetti regolarmente funzionante. Inevitabilmente, io ascoltavo. Parlava di un omicidio avvenuto a Pianura, quartiere napoletano. Pianura? Troppo banale, troppo vero. Cominciò l’articolo scrivendo: «Pianura, che, ironia dei nomi e della sorte, non ha nulla di pianeggiante». Aveva preso la collina dei Camaldoli e l’aveva spostata, mettendoci in cima Pianura. Lo sapeva lui, lo sapevo io, napoletano di Torre del Greco come lui. E la cosa più incredibile è che la nuova geografia non faceva una grinza, affascinava lui e anche me. Faceva fantasticare una Pianura in montagna o collina, aspra, cattiva come quell’omicidio. Manco si trattasse dell’Everest. Era fatto così, così scriveva.

 Credo che gli articoli di Nino Longobardi, quelli migliori, quelli indimenticabili, siano tutti nati pensando ad altro, cambiando la geografia. Reinterpretando. Come i suoi libri. Come quel Diario di un ex fumatore scritto da chi non aveva mai smesso di fumare, e forse neppure ci aveva mai pensato. Come la sua inchiesta sul banditismo sardo, passata alla storia del giornalismo. «Stavo qua sopra. Tutto il tempo in camera, in albergo a scrivere», mi disse quel giorno al Grand Hotel. Disse anche il numero della camera. Aggiunse: «Il vero banditismo è a Roma. Per vederlo e raccontarlo non c’è bisogno di andare in Sardegna».

Vero? Falso? Probabilmente falso, ma vallo a sapere con certezza. Nino Longobardi giocava con le parole, le metafore, la realtà. È stato un giocoliere del giornalismo e della vita. Alcune volte, un trapezista. Camminava sul filo, sapendo che, se fosse caduto, ed è caduto, anche lui è caduto, ad ammortizzare il colpo non ci sarebbe stata alcuna rete. Un bel botto e tante ammaccature. Ma si rialzava, sempre con un sorriso, che era uno sberleffo, napoletano sberleffo alla cattiva sorte.

«Nino, – disse un giorno Stefano Delli Colli – non è possibile, è insopportabile». Eravamo in tre, quella mattina in redazione, via Parigi 11, quotidiano Vita, con i locali che ospitavano anche il Fiorino, giornale economico. Locali piccoli, giornalisti pochi, tanto lavoro. Nino era la “firma”, la punta di diamante, il grande giornalista che da poco aveva lasciato la portaerei Messaggero per salire sulla fregata Vita. «Ci stai appestando, – disse Stefano – in redazione non si fuma». Si alzò e spalancò la finestra. Nino lo guardò, non si scompose. E continuando a fumare disse, con quel sorriso lì, quello sberleffo: «Questo è il sintomo della mia decadenza, dieci anni fa nessuno si sarebbe potuto rivolgere a me così». Spense la sigaretta e ne accese un’altra: “North Pole”, sigarette alla menta. Uno dei due compiti che mi aveva personalmente affidato, all’epoca ero praticante a Vita, era di comprargli quelle “North Pole” quando scendevo al bar. Due pacchetti. Glieli ho comprati quattro o cinque volte. Alla sesta, non avendo mai ricevuto un soldo per gli acquisti, mi inventai che la tabaccheria non aveva le “North Pole”: aveva deciso che non le avrebbe mai più vendute perché a comprarle era solo il dottor Longobardi, e allora non conveniva. L’altro compito era leggermente più giornalistico: raccogliere, quando la mattina lui non veniva in redazione, il suo “Contromano”, il corsivetto per la prima pagina stile “Controcorrente” di Montanelli (secondo me superiore al Controcorrente di Montanelli) o il corsivo di Fortebraccio sull’Unità. Ne ricordo uno. Vincenzo Paparelli, 33 anni, tifoso della Lazio, era morto colpito da un razzo. Stadio Olimpico, razzo sparato dalla curva opposta. La partita, Roma-Lazio, era finita in pareggio. Il lunedì Longobardi dettò: «Roma Lazio: X. Una croce al merito di Paparelli». Quel giorno avrei voluto comprargli le “North Pole”, con i soldi miei. Ma non era in redazione.

 Stava poco in redazione, Nino Longobardi. Quando c’era, era uno spettacolo: commentava i giornali a voce alta. Una personalissima rassegna stampa. La redazione era il suo palcoscenico. A volte anche il suo camerino. Quando andò via e facemmo pulizia (come avviene con il caro estinto, lui va all’altro mondo e i superstiti si spartiscono le sue cose), nel suo cassetto trovammo un paio di calzini, neri. Dopo molto argomentare, giungemmo alla conclusione che in una giornata di pioggia doveva esserseli tolti, abbandonandoli, bagnati, nel cassetto, e tornandosene a casa senza calzini. O forse no. Forse aveva spedito l’immancabile tassista, lui viveva sempre con un tassista al seguito, a comprargliene un altro paio.

«I tassisti – mi disse una volta – dovrebbero farmi un monumento: “A Nino Longobardi, l’uomo che odiava le auto e rese ricchi i tassisti”». «E la data della morte?», gli chiesi io per sfotterlo. Rispose: «Mettici: età contemporanea. E aggiungi: la lapide è donata dai tassisti, me lo devono». I tassisti romani, per lui, non erano solo autisti: erano al suo servizio. Li spediva a fare le spese, o così diceva. Si faceva accompagnare dal barbiere e loro attendevano fuori (col tassametro in funzione, naturalmente). Così al ristorante, dall’editore, in redazione. A volte si dimenticava addirittura che erano lì ad attenderlo. Forse ad attenderlo, perché in tanti ben presto capirono (capirono che il lavoro c’era e i soldi non sempre arrivavano) e quando ricevevano la telefonata dai suoi posti (la sua redazione, la sua casa, il suo ristorante) si rendevano uccelli di bosco. «Bosco metropolitano», avrebbe scritto Nino, antenne al posto degli alberi, fili elettrici e non liane. E pure i tassisti avrebbero letto e perdonato. Come lo hanno perdonato i suoi amici, i conoscenti. E i suoi allievi, molti allievi.

 Vi sembrerà strano che uno scriva perché gliel’ha chiesto l’autore di questo libro, che sappia che lo scritto sarà inserito nel libro per i vent’anni dalla morte di Nino Longobardi, e che dica che l’autore ha commesso un errore. No, non è vero che Nino Longobardi non ebbe allievi: ne ebbe tanti. Ma era scomodo, controcorrente. E allora si apprendeva da lui, si rubava dai suoi articoli. E si diceva di non conoscerlo. Tutti così. Io ho sempre detto, e scritto, che Nino Longobardi è stato uno dei miei maestri: non ho mai pensato che l’essere scomodo fosse sinonimo di essere stupido o incapace. Lo dissi anche a lui, quella volta al Grand Hotel, i giornali per terra, la poltrona enorme. Enormi le sale, alti i soffitti, imponenti gli arredi. Lì dentro Nino sembrava un re seduto su un trono. Un re un po’ strano, visto che indossava una tuta da sci. Non poteva accontentarsi di essere un re come tutti gli altri.

 Lui doveva stupire, recitare, inventare, sempre dicendo cose vere, verissime. «Ricordati, – mi disse quel giorno congedandomi – sei giovane, devi ricordartelo: quelli che parlano di giornalismo libero, pluralità delle testate dicono sciocchezze. Prima di tutto deve essere libera la testa, come la mia testa. Se vuoi, puoi farne il titolo della tua intervista». E alzò il braccio, la mano si avvicinò alla testa. Ma non la raggiunse, non poteva raggiungerla e toccarla. Sopra c’era la corona, che brillava. E brilla, la corona di Nino, eccome se brilla, anche oggi, a vent’anni dalla sua morte.

Mattias Mainiero

Nino Longobardi, la recensione di Gianfranco Franchi


Articolo di Gianfranco Franchi del 21 ottobre 2016
Dal blog Porto Franco

Scoperto da Leo Longanesi nel “Borghese”, il polemista campano Nino Longobardi [1925-1996], romano d'adozione, espressione di un'arcana e imprevedibile “destra immaginaria”, si consacrò nel “Messaggero” negli anni in cui stare nel “Messaggero” era come stare al governo: e lui ci rimase per vent'anni, curando per lo più la rubrica “Cronache italiane”. Viveva nel suo ufficio con una taccola di nome Geronimo (o Gerolamo), fregandosene della fama di stravagante che poteva venirgliene. Grande giocatore, per il suo primo biografo Roberto Alfatti Appetiti era una figura singolare: un destro ecologista ante litteram, narcisista e scostante; figlio di un podestà, nipote di un antifascista, era un outsider, un irregolare che non amava i dogmi e le verità assolute e i monoteismi, in genere (incluso il comunismo). Indispettito dagli antifascisti d'accatto, era capace di tenaci polemiche con i convertiti all'altra sponda, per lo più clamorosamente amnesici, come Giulio Argan. Antieuropeista, rivendicava con orgoglio la sua genuinità e non aveva paura di sbattere contro i poteri forti. Esteticamente, apparve a Marcello Veneziani “un incrocio tra uno sceriffo e un guappo, una specie di Fred Buscaglione del giornalismo”. Del suo cognome nordico non aveva invece né i colori né la freddezza.

martedì 6 settembre 2016

Nino Longobardi. Il Re del giornalismo che prese a pugni i potenti (Historica Edizioni)

Dal 30 ottobre in libreria e negli store online il mio nuovo libro!
La sinossi: malgrado sia stato per un ventennio la firma più ammirata e temuta del Messaggero di Roma e la vastissima popolarità, negli anni Settanta, dei suoi Pugni sul tavolo, trasmissione cult di TeleVita, Nino Longobardi (Torre del Greco, 15 ottobre 1925 – Roma, 25 novembre 1996), Re del giornalismo, soggettista cinematografico e scrittore di successo (l’autobiografico Il figlio del podestà, edito da Rusconi, fu il libro dell’estate 1976) è stato colpevolmente proscritto. Perché era la voce “contro”, il personaggio scomodo, pronto a denunciare «l’intreccio continuo, costante ed evidente tra affari e giornalismo». Acuto fustigatore del costume, ecologista patriottico ed ante litteram, Longobardi rivendicava l’appartenenza a una destra di anime libere, sullo stile anticonformista di Flaiano, Longanesi e Montanelli. Esiliato anche per questo dal pensiero dominante, tanto banale quanto attento a demonizzare chi va “contromano”. In uscita nel giorno del suo "compleanno" e a distanza di vent’anni dalla sua scomparsa, questa biografia cerca di ricostruirne la vita (degna di un romanzo) e il percorso professionale.

(La quarta di copertina)
La pagina facebook

lunedì 7 marzo 2016

Hank a Cortina, quale modo migliore per festeggiare i primi due anni della sua biografia?!


 


Il vecchio Hank sabato 5 marzo 2016 è stato a Cortina d'Ampezzo e, malgrado la nevicata (la più copiosa del 2016), moltissimi sono stati gli amici che sono passati a salutarlo allo storico e bellissimo Hotel de la poste (quello che, per intenderci, tantissimi anni fa ospitava clienti d'eccezione come l'amato/odiato Hem, nomignolo con cui Hank chiamava il più anziano e famoso collega). Scherzi a parte, la presentazione di Tutti dicono che sono un bastardo è stata molto partecipata. Un grande grazie a Francesco Chiamulera (nella foto con il sottoscritto) per averci invitato a "Una montagna di libri", una delle rassegne letterarie più prestigiose d'Italia. Il libro "invecchia" - festeggia due anni proprio in questi giorni - ma è sempre molto amato dai lettori, vecchi e nuovi. E io vi ringrazio tutti!
:)

mercoledì 3 febbraio 2016

#idrovoliamo

5 titoli in 5 mesi.
E che titoli.

Democrazia futurista, di Filippo Tommaso Marinetti
Ritorno alla terra desolata, di Gabriele Marconi
Sindacalismo e Repubblica, di Filippo Corridoni. Con saggi critici: sindacalista, interventista, rivoluzionario, volume a cura di Paolo Martocchia
C'è un cadavere nel mio champagne, di Marcello de Angelis
Il potere della fame. I Faraone, dalla tradizione contadina all'innovazione industriale, di Rosalinda Cappello
Teneteci d'occhio.
 

martedì 24 novembre 2015

Romani per sempre!

Dal 4 all'8 dicembre 2015 troverete questa bella antologia di racconti a Più Libri Più liberi, la fiera della piccola e media editoria che si tiene ogni anno a Roma. Dai giorni successivi, ovviamente, il libro, edito da Roma per sempre, nuovo marchio editoriale delle Edizioni della Sera di Stefano Giovinazzo, sarà disponibile anche nelle librerie (e online)
Dimenticavo: c'è anche un mio racconto!
http://www.amazon.it/Romani-sempre-Splendori-misteri-della/dp/8894118207

martedì 1 settembre 2015

Idrovolante Edizioni, si decolla!

Dal 25 settembre saranno disponibili le prime due uscite di Idrovolante edizioni, di cui sono immeritatamente direttore editoriale (con l'amico Daniele Dell'orco responsabile dell'attività editoriale). 
Di che si tratta? Gabriele Marconi, con l'inedito ""Ritorno alla terra desolata", ci regala un "poemetto" che meglio di qualsiasi altra pubblicazione offre le suggestioni che caratterizzeranno la nostra casa editrice. "Democrazia futurista", testo del 1919 ormai introvabile, è uno dei libri più ferocemente attuali di Filippo Tommasso Marinetti, per gli amici FTM, ricco di provocazioni e spunti preziosi per chi è allergico al conformismo. 
 Alzarsi in volo per guardare il mondo da un’altra prospettiva, spinti dall’insofferenza di chi non si accontenta di galleggiare nella quotidianità. Riscoprire la dimensione del sogno, il pathos dell’avventura, il gusto della sfida, a cominciare con noi stessi. È questa l’ambizione delle edizioni idrovolante: essere un veicolo, piccolo ma affidabile, sempre pronto a decollare verso l’altrove e ammarare, all’occorrenza, sull’attualità. Una casa editrice che faccia viaggiare storie e idee di uomini e donne coraggiose, disponibili a misurarsi con il passato, il presente e il futuro. «Non esistono persone più gradevoli di coloro che pilotano gli idrovolanti – dice la giovane Fio in Porco Rosso, film d’animazione diretto da Hayao Miyazaki nel 1992 – e questo perché sia il cielo che il mare, entrambi, lavano gli animi di tutti loro. Per questo i piloti di idrovolanti sono più impavidi dei marinai, e sono più fieri dei piloti di semplici aeroplani».
 
Chi volesse inviarci una proposta di pubblicazione può farlo scrivendo a idrovolante.edizioni@gmail.com. Vi chiediamo di rispettare poche ma essenziali regole: inviare la sinossi e il manoscritto in formato word (e un curriculum o biografia) includendo i propri dati: nome e cognome, indirizzo di residenza, email e numero di telefono.
Risponderemo a tutti entro 30 giorni.

mercoledì 6 maggio 2015

Tutti dicono che sono un bastardo – Vita di Charles Bukowski (La recensione di Laura Ester Ruffino su Italnews.info)

By   /   6 May 2015  /   

Caleido_Bukowski_rev3ESe avete già letto qualche mia recensione dovreste intuire che io amo moltissimo Bukowski, lo trovo eccezionale, geniale e travolgente. Grazie alle sue opere riesce a rivelare, in modo sempre sorprendente, moltissimo della realtà umana, molto di più di quanto siano riusciti a fare tanti altri scrittori.
Il suo modo di scrivere disturbante, eccessivo, innovativo, volgare, ironico, surreale riesce a rapire il lettore e a trasportarlo in una dimensione dove la letteratura e la poesia diventano travolgenti, innovative e sconvolgono gli schemi ormai consolidati. Il lavoro di Roberto Alfatti Appetiti è sublime. Il suo modo di analizzare la vita e le opere di Bukowski è inappuntabile! Utilizza le lettere dell’autore, gli scritti, le poesie, i racconti e i romanzi per intrecciarli con la sua quotidianità. In questo modo crea un ritratto, il più possibile, coerente con la stravagante e scapestrata personalità di Bukowski.
L’autore sfrutta benissimo il materiale prodotto da Bukowski con ampie citazioni che servono a chiarire ed approfondire le molte fasi della sua particolarissima vita. Un lavoro fatto con precisione ed attenzione correlato da tantissime e puntuali note che invogliano il lettore a inoltrasi sempre di più nella straordinaria produzione di Bukowski. Naturalmente Roberto Alfatti Appetiti fa un lavoro così articolato e complesso in modo leggero, soave e piacevole così che chi legge non può staccarsi dal suo libro, si sente rapito e trasportato al cospetto del geniale, contraddittorio e iper alcolico idolo del politicamente scorretto.
Sfruttate l’opportunità di leggere la biografia Bukowski per approfondire la vostra conoscenza di questo splendido autore e gettarvi tra le pagine delle sue splendide poesie, leggere i suoi romanzi e perdervi nella sua produzione. Roberto Alfatti Appetiti dimostra, grazie alle sue grandi doti di comunicazione, e gran lavoro di ricerca necessario per realizzare questo volume una grandissima professionalità. La casa editrice Bietti ha il grande merito di aver pubblicato un volume prezioso ed interessante. La cura editoriale è altissima! Impaginazione e qualità dei materiali utilizzati rendono onore all’editore.
In poche parole un libro da non perdere!
Adatto ad un pubblico adulto.
Roberto Alfatti Appetiti, Tutti dicono che sono un bastardo, Vita di Charles Bukowski, Bietti, Milano, 2014, euro 19,00, pagine 334.
Di Laura Ester Ruffino
FONTE

giovedì 12 marzo 2015

Didascalie

http://blog.ilgiornale.it/appetiti/
Annunciazione: dal 2 marzo 2015 potete leggermi anche sul Giornale.it
Mi occuperò, come sempre, di attualità, immaginario, libri, costume, politica e frivolezze di vario genere.
L'eminente dignità del provvisorio continuerà a svolgere la sua missione storica di archivio di articoli e rassegna stampa sui miei libri.
Grazie!

venerdì 27 febbraio 2015

Buk, uno scrittore... fantastico (Claudio Asciuti recensisce Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski)

Recensione di Claudio Asciuti *
 Dal numero 16 di If, Rivista dell'Insolito e del Fantastico.
Charles Bukowski fu lanciato in Germania e in Italia a metà degli anni Settanta, e divenne subito un mito per gli orfani di generazioni arrabbiate e perdute, e quindi per i futuri orfani della rivoluzione. Poi si scoprirono le scarse simpatie per i progressisti, i rivoluzionari, i gay; e le caratteristiche salienti della poetica mutarono in liché, le forme estreme del vitalismo in degenerazione: così mentre nella madrepatria Buk diventava (di rimando) un fenomeno di culto, in Italia si trasformò in un cattivo soggetto. Paradosso che spiega come una biografia nel ventennale della morte faccia gridare (tutti) al miracolo, ancorché scritta da Alfatti Appetiti, giornalista e critico “di destra” e quindi eretico. L’autore conosce bene il grande Buk e ci porta a stretto contatto con la sua vita, collazionando lettere e interviste e opere, in una biografia tumultuosa che passa attraverso lavori saltuari, notti in guardina, sbronze a non finire, amori d’ogni tipo, stringendosi a doppio legame alla sua scrittura. Il che sarebbe sufficiente a goderne; ma ciò che solletica non solo il fan ma l’amante della letteratura, è come Buk venga inquadrato nelle sue relazioni (pericolose), con Orwell e Ginsberg, Hamsun e Kerouac, Hemingway e Cèline, Fante... e Boccaccio, svelando fonti e amori e idiosincrasie. Da ricordare infine il racconto Svastica, apparso nell’edizione originale di Storie di ordinaria follia, denucleato nei due volumi feltrinelliani, apparso (e sparito) in altra corsara edizione per Stampa Alternativa: in cui un Hitler redivivo partecipa ad uno scambio mentale con il presidente americano. Perché il vecchio Buk, per chi non se ne fosse accorto, era anche uno scrittore fantastico... basta leggerlo per accorgersene...
ROBERTO ALFATTI APPETITI, Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski, Bietti, 2014, pp. 331, € 19.00
(Claudio Asciuti)
Claudio Asciuti (Genova, 1956) è uno scrittore italiano, particolarmente attivo nel genere della fantascienza e del noir, vincitore del Premio Urania.

martedì 27 gennaio 2015

Tutti dicono che sono un bastardo tra i migliori libri del 2014

I libri migliori pubblicati negli ultimi mesi secondo i critici letterari

2014_2
Dopo aver pubblicato le indicazioni degli editor, ecco le risposte dei critici letterari alla domanda su quale ritengono sia stato l’esordio italiano più interessante e quale la pubblicazione più significativa degli ultimi mesi.

Gianfranco Franchi, critico letterario e scrittore
 Quest’anno abbiamo registrato l’esordio di un saggista talentuoso, corrosivo e pieno di personalità: si tratta del giornalista abruzzese Roberto Alfatti Appetiti, autore di una singolare monografia dedicata a Bukowski, pubblicata da un editore decisamente outsider (Bietti), destinata a dare massima soddisfazione agli aficionado e ai neofiti, per differenti ragioni. Il libro si chiama Tutti dicono che sono un bastardo e ha avuto una poderosa circolazione nell’underground e una nutrita rassegna stampa. È un lavoro degno di essere proposto al mercato francese e al mercato americano...
Fonte: Vita da editor (a cura di Giovanni Turi)

giovedì 18 dicembre 2014


"Roberto Alfatti Appe­titi, “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Char­les Buko­w­ski” [Bietti, 2014]. Per tempo, ne ho scritto su “Lan­ke­lot” [qua]. È forse il libro outsi­der dell’anno: un tri­buto anar­coide, docu­men­ta­tis­simo e pieno di stile a un arti­sta semi­nale. Chi si avvi­cina a que­sta bio­gra­fia per appro­fon­dire e scan­da­gliare Buko­w­ski tro­verà tutto quel che cerca; in più, sco­prirà il talento di Alfatti Appe­titi. Che è solo all’inizio della sua car­riera da scrit­tore. Ere­tico".
Gianfranco Franchi

Gianfranco Franchi, letterato, critico e scrittore, (oltre che prezioso amico) ha inserito "Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski" (Bietti edizioni) tra le sue "migliori letture del 2014". Per me, per la stima che nutro per lui, si tratta di un grande riconoscimento. 
Per leggere la classifica completa,cliccare qui

martedì 4 novembre 2014

I fumetti che hanno fatto l'Italia (la recensione di Moreno Burattini)

Ho letto "I fumetti che hanno fatto l'Italia", di Roberto Alfatti Appetiti (Giubilei Regnani Editore, 2014, brossurato, 170 pagine, 14 euro). "Diciamolo ad alta voce: i fumetti hanno condizionato il costume e a volte persino annunciato le rivoluzioni sociali. Nel secolo breve, hanno incendiato le anime più di quanto siano riusciti a fare paludati maître à penser". Queste parole racchiudono, in buona sostanza, il senso e la morale dell'intero saggio, che ne è la dimostrazione argomentata, ricca di esempi. Senza procedere necessariamente in ordine cronologico (pur partendo dal 1908 e dal "Corriere dei Piccoli"), ma saltando da autore ad autore, da personaggio a personaggio, sulla base dei collegamenti di idee e dei corto circuiti, Roberto Alfatti Appetiti (giornalista di rara competenza in campo fumettistico) percorre un entusiasmante itinerario attraverso le testate, gli eroi e i disegnatori che hanno fatto discutere, sono stati processati, hanno infiammato i cuori e sono divenuti dei simboli, ma anche sono stati usati per battaglie ideologiche o combattuti dagli avversari politici. Non c'è spazio per i fumetti edulcorati e "rassicuranti": Alfatti Appetiti sceglie di parlare di quelli che hanno creato tumulto.

giovedì 23 ottobre 2014

Tutti dicono che sono un bastardo (recensione di Michele De Feudis su il Borghese)


Da il Borghese n. 11 di novembre 2014 (pp. 74/75) 
Articolo di Michele De Feudis

«Gente pazza veniva a trovarmi - nazisti, anarchici, pittori, musicisti, scemi, geni e scrittori scadenti. Mi confidavano tutte le loro idee pensando che io potessi capirle. Certe notti mi guardavo intorno e c’erano tra otto e q...uattordici persone sedute in giro sul tappeto, e io ne conoscevo solo due o tre»: Charles Bukowksi era uno scrittore irriverente, non conformista, estraneo ai circoli borghesi e la sua esistenza era costellata di incontri impossibili o imprevisti. Anche la sera nella sua abitazione. Nel ventennale della scomparsa, Roberto Alfatti Appetiti ha curato una documentata biografia dell’autore di Post Office, cadenzando in dieci capitoli l’esistenza artistica, ora scombinata ora surreale, di uno scrittore amato da generazioni di irregolari.
«Bukowski», scrive Alfatti Appetiti, «non parla di cose sicure, i figuranti della sua giostra, in bilico tra miseria, assurdità e follia, non hanno rete di protezione e neanche Bukowski ne ha. Non si riveste da portavoce o scrittore. Parla di sé, rielabora immaginificamente le proprie esperienze, le insaporisce, ma senza infingimenti. Esibisce con noncuranza difetti e debolezze, ostenta incoerenze e crudeltà». Aveva un talento speciale, al quale univa la passione per gli irregolari della letteratura dai quali traeva ispirazione e citazioni. Amava, tra gli altri, Ezra Pound, Louis Ferdinand Céline, Knut Hamsun, Fedor Dostoevskij. I suoi scritti, anche se possono apparire nichilisti, hanno la capacità di indicare una strada per comprendere o conoscere l’animo umano. Si portava dietro la fama di «nazista» e nel libro c’è un capitolo ad hoc, «Camerata Bukowski», nel quale è narrata la genesi di questa «collocazione» che Buk alimentava per il gusto di «épater le bourgeois». E se l’opinione pubblica americana, ai tempi del secondo conflitto mondiale, era tutta orientata contro la Germania nazionalsocialista, Bukowski non si allineava: «Quanto a me, non avevo nessuna voglia di andare in guerra per proteggere il tipo di vita che conducevo o salvaguardare il mio futuro. Non avevo libertà. Non avevo niente. Forse, con Hitler al governo, mi sarebbe toccata un po’ di fica ogni tanto, e magari qualcosa di più del dollaro a settimana che mi passavano i miei genitori. Non avevo niente da perdere». In queste posizioni non c’è un sottofondo di elaborazione ideologica, ma «naturale spirito di contraddizione», rivelato con franchezza. «Non ero nazista per carattere o per scelta», spiegava, «ma erano gli insegnanti ad appiccicarmi addosso quell’etichetta, con il loro atteggiamento conformista, le loro idee conformiste e i loro pregiudizi antitedeschi». Ammirava molto Céline: «Gli hanno fatto tirare fuori le budella e lui ha riso e ha costretto loro a ridere. Un uomo molto coraggioso. Mi piace il coraggio. Mi piace vederlo dappertutto. (…) È una questione di stile, che è l’unica cosa che ci resta».
La raffinata biografia di Alfatti Appetiti è piena di aneddoti e di richiami ai romanzi e alle poesie, che costringeranno piacevolmente il lettore a cercare nella più vicina biblioteca o libreria i testi del genio americano, provando una lucida empatia per Buk e la sua visione del mondo, che resta straordinariamente attuale nei nostri tempi, nei quali si afferma un opprimente pensiero totalitario globalista: «L’unica cosa che possiamo fare è opporci come meglio ci riesce alla forza della corrente. Ecco perché mi interessano tanto le corse dei cavalli, credo: la bellezza della sconfitta, la laboriosa opposizione all’irresistibile matematica della morte». In conclusione la forza narrativa di Tutti dicono che sono un bastardo è anche nella musicalità del racconto di Alfatti Appetiti che, pagina dopo pagina, ci accompagna nel mondo di Bukowski al punto che sembra di sentire il rumore della macchina da scrivere dell’autore di Factotum o il profumo delle sue sigarette in una di quelle notti interminabili che possono conoscere soltanto gli spiriti liberi.
MICHELE DE FEUDIS

Roberto Alfatti Appetiti
Tutti dicono che sono un bastardo.
Vita di Bukowski
Bietti edizioni, 2014
Pagg. 331 - € 19,00

martedì 21 ottobre 2014

I fumetti che hanno fatto l'Italia. Breve storia dei comics nel Bel Paese (Giubilei Regnani)

Fino al 15 novembre acquistabile esclusivamente sul sito della Giubilei Regnani con un click QUI
Dal 15 novembre in poi, anche in tutte le librerie dello Stivale (e se non lo dovessero avere, reclamatelo! ordinatelo!) e in ogni libreria online (ibs, amazon, libreriauniversitaria, inmondadori, lafeltrinelli, etc)
Scheda autore: QUI
Se poi vorrete parlarne, contattatemi sul mio profilo di facebook.
Grazie!

I fumetti che hanno fatto l'Italia (Giubilei Regnani): dal 15 novembre in tutte le librerie dello Stivale

Lo abbiamo presentato in anteprima nazionale e con tanto di champagnino giovedì 16 alla libreria galleria Scripta Manent di Roma (in via Pietro Fedele, 54) di Maurizio Ceccato e Lina Monaco, che già tennero a battesimo il vecchio Hank pochi mesi fa. 
A presentarlo c'erano Dario Morgante (scrittore, sceneggiatore, gallerista e mille altre cose) e Roberto Grossi (fumettista e illustratore). 
Tra il pubblico, numeroso e avido di curiosità, l'editore Francesco Giubilei, primo "tifoso" di questo libro, il collega e ormai amico Marco Proietti Mancini e Stefano Ciavatta, stoicamente in piedi per tutto il tempo (ché i posti a sedere erano finiti).
Il libro è disponibile alla Scripta Manent, ovviamente, ma sarà in tutte le librerie solo da metà novembre e anche se i siti di vendità online (come ibs) lo danno già disponibile... l'attesa potrebbe durare sino ad allora. Meglio, molto meglio, se non si vuole aspettare, acquistarlo direttamente sul sito della casa editrice, peraltro scontato.
Basta cliccare a questo link - Giubilei Regnani - e metterlo nel carrello, pagare con carta e vedersele recapitare in un lampo.
Rimane scontato che i colleghi che volessero occuparsene (magari con una recensione, ma vanno bene anche mere segnalazioni e sinanche stroncature) possono srivere alla casa editrice e chiederne una copia omaggio per recensione.
Gli indirizzi mail giusti sono questi: 
ufficiostampa@giubileiregnani.com
info@giubileiregnani.com

Quasi dimenticavo: questo è il link della pagina facebook, dove potrete trovare tutte le info che vorrete! I fumetti che hanno fatto l'Italia. Breve storia dei comics nel Bel Paese
A me non rimane che augurarvi buona lettura! 

giovedì 16 ottobre 2014

I fumetti che hanno fatto l'Italia. L'anteprima esclusiva di Caffeina Magazine

Hanno incendiato le anime, condizionato il costume e annunciato rivoluzioni. Altro che armi di distrazione di massa, i fumetti hanno fatto la nostra storia accompagnando i mutamenti della società. Roberto Alfatti Appetiti, li racconta nel suo libro I fumetti che hanno fatto l'Italia. Eccone dieci, in esclusiva per i lettori di Caffeina Magazine.
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1) Tutto iniziò con il Corriere dei Piccoli. Ogni storia, individuale e collettiva, ha una data e un luogo di nascita. Per il fumetto italiano coincidono con il primo numero del Corriere dei Piccoli, popolarissimo supplemento settimanale del Corriere della Sera pensato per i più giovani. Arrivò in edicola il 27 dicembre del 1908.
2) Dalle pin-up di Boccasile all’epopea del fumetto erotico. Erano belle come Gino Boccasile le aveva fatte. Prosperose senza l’aiuto del chirurgo estetico. Parliamo delle pin-up di carta e inchiostro che anticiparono il modello femminile di seduzione degli anni Trenta. Un nuovo tipo di donna: non più angelo del focolare ma emancipata e libera. Vita esile, gonna stretta e petto in fuori, così si presenta tra il 1937 e il 1938 ai testosteronici giovani del Littorio dalle pagine, anzi dalle copertine, de Le grandi firme, il periodico fondato da Pitigrilli e diretto da Cesare Zavattini
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3) Come Tex nessuno mai. Sono in circolazione dal 1948 ma lei sembra avere bisogno di un certo restyling mentre lui, al contrario, non è mai stato messo in discussione. I coetanei sono la nostra Costituzione e Tex: della prima c’è chi vuole riformulare titoli e testi, del secondo non c’è titolo che non vada ancora letteralmente a ruba. Il paragone non vuole essere irrispettoso, ché l’eroe d’inchiostro più amato dagli italiani, ancora prima che un’inossidabile icona, è ormai un’istituzione.
4) Bassotti vs zio Paperone, una lezione contro il manicheismo. «Ciò che rende simpatico zio Paperone è la sua eroica fermezza e inflessibilità – scrive Buzzati – perché nel nostro mondo industrializzato, dove tutti i ricchi sembrano vergognarsi dei loro capitali, e si allineano con la cultura di sinistra, e invitano alle loro feste coloro che proclamano apertamente la loro intenzione di spogliarli, è confortante trovare un plutocrate che, senza pudori, ostenta lo splendore dei suoi miliardi, e se li tiene ben stretti. Un capitalista di carattere, finalmente».
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5) Diabolik, il primo nero di successo. Diabolik scontava l’aver archiviato come superato lo stereotipo, mutuato d’Oltreoceano, dell’eroe buono votato al salvataggio dell’umanità, della rassicurante se non proprio pedagogica lettura per adolescenti. Diabolik non può avvalersi di alcuna attenuante. Se fosse stato un proletario intento alla ridistribuzione dei redditi, il Soccorso Rosso si sarebbe speso per lui ma Diabolik ruba e non lo fa mosso dall’altruismo come un qualsiasi Robin Hood.
6) Gli anni di piombo, dal Commissario Spada all’assassinio di Alceste Campanile «I fratelli Cervi, la Resistenza, l’antifascismo – scrive l’emiliano doc Lucio Dalla nella prefazione – ma anche il fascismo aveva dei risvolti affascinanti». Anni da separati in casa per molte famiglie italiane. Anni che diventeranno di piombo, come l’uso netto quanto irreversibile del bianco e nero restituisce perfettamente. (Continua a leggere dopo la foto)


7) Ranxerox, un pugno nello stomaco dei benpensanti. L’estetica del coatto che troverà un interprete esilarante in Carlo Verdone, ha un progenitore meno pacioccone e decisamente più spigoloso: Ranxerox, il Pinocchio trash concepito nel 1978 da Stefano Tamburini. Un papà degenerato al quale nessun legislatore affiderebbe un’adozione, neanche a distanza.
8) Frank Frazetta e quei poster che alimentarono sogni rivoluzionari. Che si tratti di fantasy o fantascienza e persino di cinema e rock, infatti, non c’è genere che non sia stato influenzato dalla singolarità del suo stile ricco di colori forti, caratterizzato dal sapiente uso dei chiaroscuri e dalla cura estrema del particolare.

9) Tangentopoli, tutto iniziò con Paolino Paperino. Il primo iscritto nel registro degli indagati, pochi lo ricordano, è stato Paolino Paperino. Nell’albo dell’aprile 1988, intitolato Paperino portaborse – storia scritta da Giorgio Pezzin e disegnata da Guido Scala – brucia sul tempo persino Luciano Sandulli/Silvio Orlando, il professore di lettere che, nel richiamato film di Luchetti, lascia la cattedra per portare la borsa dell’onorevole Cesare Botero, il ministro delle partecipazioni statali interpretato da Nanni Moretti.
10) Da Capitan America a The Fixer, l’interventismo politico nei fumetti. Quando i supereroi, forti della loro popolarità, escono dalla neutralità ed entrano nell’agone politico, modificano ogni precedente equilibrio. Non devono contendersi le briciole delle tribune elettorali, non sono costretti a beccarsi come galli in avvilenti talk show per racimolare un po’ di visibilità.
Fonte

sabato 20 settembre 2014

Tutti dicono che sono un bastardo (L'intervista per Romait, quotidiano del Lazio)

"Ve lo racconto io, Charles Bukowski!"

Intervista a Roberto Alfatti Appetiti, autore di "Tutti dicono che sono un bastardo - Vita di Charles Bukowski" (Bietti)

Dove e come nasce l’idea di questa biografia? Perché, nel 2014, ha voluto parlare proprio di 'un vecchio sporcaccione'?
Perché erano passati vent’anni dalla morte, avvenuta il 9 marzo del 1994 a Los Angeles, e ritenevo giusto che, nel ventennale della scomparsa di questo grande scrittore, si raccontasse l’altro Bukowski e non soltanto, per l’appunto, il vecchio sporcaccione e l’ubriacone reso celebre sul grande schermo da Mickey Rourke. Per questo, ho cercato di svelare il Bukowski che non tutti conoscono, quello che si celava dietro la fama di duro che si era costruito egli stesso: un uomo molto colto, particolarmente sensibile, introverso, con una drammatica storia familiare alle spalle, persino timido con le donne e politicamente scorretto, ma soprattutto lo scrittore autentico e capace di grande sincerità, uno dei più importanti della letteratura del Novecento e non il fenomeno da baraccone pubblicato solo in virtù del suo atteggiarsi a personaggio stravagante, eccessivo, sempre sopra le righe.

Una biografia, quella a cura di Roberto, decisamente sui generis. Come mai ha scelto di non svilupparla in ordine meramente cronologico?
I primi quattro capitoli sono in ordine cronologico, nel senso che racconto la sua vita dalla nascita, in Germania, all’infanzia da emigrato negli Stati Uniti, di certo non accolto a braccia aperte dai suoi nuovi compatrioti, dalla sua adolescenza e giovinezza da ribelle al suo breve periodo on the road in giro per gli States, dai suoi primi impieghi, in cui faceva di tutto per farsi licenziare, al tentativo di diventare uno scrittore. Dopodiché, nei restanti capitoli mi soffermo sul suo rapporto con le donne, con i beat – un rapporto di odio/amore, per certi versi – e con i colleghi scrittori e con quello che stimava di più, John Fante, per poi riprendere il cammino temporale e accompagnarlo nei suoi ultimi anni, in cui Bukowski cambia pelle e da ubriacone diventa, per quanto possibile, un uomo normale, parsimonioso e attento alla privacy, uno scrittore ricco e affermato, anche se mai omologato e omologabile, mai prevedibile.

Roberto, il libro è ricco di descrizioni particolareggiate, miniature e non tratteggi. Come ha fatto a rendere una simile precisione?
Si tratta di un autore che conosco sin da quando ero ragazzo e che ho perso di vista per qualche anno, ma prima di scrivere questi libro ho studiato e mi sono documentato con numerosi testi, facendo riscontri incrociati per cercare di sbagliare il meno possibile. Bukowski è uno scrittore in larga parte autobiografico ma non bisogna mai prenderlo alla lettera perché si diverte a giocare con il lettore come il gatto con il topo e c’è il rischio di cadere nella sua trappola: di crederlo peggiore di quello che è, di finire per pensare che era veramente quel bastardo che tutti dicevano che fosse, lui per primo. Mentre invece…

Pregiudizi. Dopo aver finito di lavorare a Tutti dicono che sono un bastardo come è cambiato, se è cambiato, il suo modo di vedere Charles? E cosa pensa possa cambiare nell’immaginario dei lettori?
Per me è stata una preziosa occasione per rileggerlo più attentamente e con quel necessario distacco che, quando si è ragazzi, è più difficile tenere con i libri che si amano. Posso dire di conoscerlo un po’ meglio, perché il vecchio Hank mi aveva messo nel sacco, avevo creduto ai suoi travestimenti e alle sue spacconate, finendo per sottovalutarlo come scrittore, oltre che come uomo, pensando che fosse stata una bella lettura per ragazzi. Io penso che questo libro possa aiutare a restituire a Bukowski quel che è di Bukowski, senza esagerare: uno dei poeti più prolifici e uno dei più innovativi scrittori del Novecento, un narratore che non ha mai perso intensità e non si è mai accomodarsi in comodi cliché. Tanto che il suo ultimo romanzo è un noir, Pulp, senza quelle storie di sesso, puttane e ubriachi che l’avevano reso miliardario.

Michael Greenberg ha descritto i suoi libri come “una pittura dettagliata di certe fantasie maschili tabù: lo scapolo disinibito, solitario, antisociale, e totalmente libero”. Condivide questa definizione? Era Bukowski “totalmente libero”?
La condivido, sì, anche se il suo rapporto con le donne è più complesso di quello che generalmente si pensa. Il suo primo rapporto sessuale lo ha avuto con una prostituta a 24 anni perché, prima di allora, le ragazze si tenevano a distanza da lui che, del resto, era tedesco, povero, devastato dall’acne e poco socievole, per usare un eufemismo. Era un solitario per necessità, non per scelta. Dopo se ne è fatto una ragione, ma all’inizio non deve essere stato piacevole rimanere ai margini della vita sociale. Diciamo che le donne sono arrivate con il successo e quindi tardi, mentre quand’era un ubriacone raccoglieva donnacce, come le chiama lui, come fossero prugne mature sugli sgabelli dei bar. Credo che nelle fantasie maschili l’avventuriero, più che da Bukowski, sia rappresentato da altri modelli di uomini. Bukowski, a modo suo, era un sentimentale, un uomo che soffriva per amore esattamente come gli altri, forse più degli altri.

Nemo propheta in patria. Così anche per il vecchio Hank il successo arriva prima in Europa e poi in patria. Perché? Quale la profezia che Bukowski lascia in eredità ai suoi lettori?
Il successo arriva prima in Europa perché l’America che lui raccontava non era quella confezionata a Hollywood ed esportata in tutto il mondo, i suoi racconti di vita reale, di sesso e disperazione, di vite marginali e fallimenti, non erano in linea con la propaganda del sogno americano ma presentavano, semmai, una sensibilità europea. Non che fosse antiamericano, intendiamoci. Bukowski è orgogliosamente americano, ma l’America di cui si sente parte è quella degli ultimi, dei dimenticati, dei milioni di americani la cui esistenza i letterati ignoravano o facevano finta di ignorare, troppo presi a raccontare avvincenti storie borghesi. Gli scrittori di grido cercavano protagonisti per le loro grandi storie, da riempire con grandi idee che avrebbero cambiato il mondo. Quelli che racconta Bukowski non sono protagonisti ma comparse, perché i migliori ruoli li hanno avuti gli altri e loro cercano semplicemente di cavarsela. Bukowski non è un profeta, è uno scrittore di sentimenti e non di idee, non ha la pretesa di cambiare il mondo e i suoi personaggi non migliorano, non danno il buon esempio e non lasciano alcun testamento spirituale. Il messaggio che Bukowski lascia è proprio questo: siate diffidenti, tenete alzata la guardia, restituite i cazzotti e continuate a cercare la luce, anche quando siete nelle cantine più tetre della vita. Non è un messaggio meno importante degli altri, se ci riflettiamo.

Henry Charles Bukowski Jr. partecipa agli sconvolgimenti del suo secolo, il Novecento, senza mai usare partigianeria. Eppure le sue idee le aveva ben chiare, da vero bastardo, sempre contro. Quale il suo pensiero frainteso?
Amava essere frainteso, forse perché temeva d’essere smascherato e che dietro la corazza che s’era costruito per andare in battaglia contro il mondo letterario americano venisse fuori il ragazzo spaventato ed emarginato che era stato. Aveva le sue idee, ma non amava le maiuscole, detestava e combatteva la retorica, il nazionalismo, la religione e tutto quanto potesse essere usato per tenere sedata la massa. A dirla tutta, detestava anche la massa, le associazioni benefiche e la politica. Amava solo se stesso, era così, del resto, che era riuscito a uscire dall’angolo e a rialzarsi ogni volta che era finito al tappeto.

«Qualcuno in uno di questi posti... mi chiese: "Cosa fai? Come scrivi, come crei?" Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l'immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po'. È come un insetto in cima al muro. Aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico». Da lettrice: spesso ho avuto l’impressione che lo scrittore abbia finito per schiacciare… l’animale domestico. Cosa ne pensa? Sì, finiva per schiacciare tutti coloro che aveva attorno, perché a quella solitudine si era affezionato davvero e quand’era solo, schiacciava se stesso. Credo l’abbia scritto Nietzsche: in tempo di pace, l’uomo guerriero si scaglia contro se stesso. E Bukowski era un guerriero. Farà pochissime eccezioni e solo poche persone diventeranno fondamentali per lui: la seconda e ultima moglie, Linda, qualche amico sincero come Sean Penn e i gatti, quelli erano gli unici animali che amava ma proprio perché non erano domestici in senso stretto, pretendevano la loro autonomia, non si affezionavano troppo e ogni tanto avevano bisogno di sparire, come lui.

Il pallino per le donne. Muse, madri e matrigne. Eppure aleggia, anche nei racconti più espliciti, una buona dose di surrealismo. La sua presunta misoginia non è credibile. Ne conviene?
Lo accennavo prima. Non è misogino. Le donne, quand’era ragazzo, per lui erano inavvicinabili, delle dee. Lo respingevano e forse per questo ha coltivato un po’ di risentimento, ha iniziato a maltrattarle, ma più nei racconti che nella vita. Era un uomo galante, a modo suo. È stato salvato dalle sue donne, per certi versi. È stato grazie all’amore per Linda e per Marina, sua figlia, a rimanere attaccato alla vita nei momenti peggiori. Da quando ho pubblicato il libro, mi sono accorto che la maggior parte del suo pubblico è composto da donne, donne che l’hanno capito meglio di tanti uomini.

Nel libro troviamo continue citazioni tratte da racconti, poesie e le poche interviste rilasciate da Buck. Roberto, quale sente più rappresentativa? Quale le è rimasta nel cuore?
Quella che chiude l’ultimo capitolo. “Don’t try”. Don’t try, Elena. Non ci provare. Se non ci credi veramente, lascia perdere, non vale la pena, arrenditi. Ma se l’alternativa è impazzire, se avverti dentro di te l’impellenza di provarci, allora fallo e fallo fino in fondo. Fino alla fine, col sorriso.

In queste settimane, sul profilo Facebook del libro, è partito un concorso fotografico. Il vincitore riceverà una copia gratuita con dedica. Proviamo a immaginare, cosa avrebbe scritto Buk?
Qualcosa di poco carino, ne sono certo.

Fonte

Tutti dicono che sono un bastardo (L'intervista di Dimitri Ruggeri per PopAct Eventi e Arte)

Libro Roberto Alfatti Appetiti
di Dimitri Ruggeri – Questa volta tocca a Bukowski o meglio a Roberto Alfatti Appetiti che ha rilasciato un’intervista, in esclusiva per il progetto Profile, sulla sua ultima pubblicazione dal titolo “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski”.

INTERVISTA a cura di Dimitri Ruggeri
D.R. La fama di uno scrittore o un artista in genere si caratterizza per come conduce la sua vita o per le sue opere?
R.A.A. Dovrebbe caratterizzarsi per le sue opere, Bukowski (non solo lui) è ricordato soprattutto per la sua fama di vecchio sporcaccione e ubriacone e il suo volto a volte persino confuso con quello di Mickey Rourke che l’ha interpretato in Barfly. Una fama che, paradossalmente, ha coltivato egli stesso, una corazza con cui andare in guerra contro il sistema letterario americano. Una fama, però, che ha marginalizzato lo scrittore autentico e importante che è stato. Una maschera che gli ha dato la gloria mondiale, sia pure in ritardo, ma che ha tenuto nascosto il grande scrittore che c’era dietro. Il titolo della biografia che ho scritto, Tutti dicono che sono un bastardo (Bietti) è la sintesi di questo paradosso. Aveva fatto di tutto per far credere agli altri che fosse un bastardo, per apparire peggiore di quel che realmente era e alla fine lo scrittore colto, sensibile, politicamente scorretto che era, paradossalmente ne è stato penalizzato.

Tutti dicono che sono un bastardo (La recensione di Marco Proietti Mancini su LiberArti)

di Marco Proietti Mancini
Affrontare la lettura di un libro di “saggistica” richiede uno stato d’animo diverso da quello con cui si apre un romanzo, un libro di poesie o una raccolta di racconti...


Si può fare per molti motivi, per diversi interessi. Per cultura (personale o professionale), per curiosità sugli argomenti o personaggi trattati, per documentarsi allo scopo di preparare un altro testo di saggistica; quasi mai si sceglie un testo di saggistica per puro intrattenimento, per passare del tempo.

Onestamente non so quali fossero le intenzioni di Roberto Alfatti Appetiti nel momento in cui ha deciso di affrontare la vita e le opere (non necessariamente in questo ordine di trattazione) di Charles Bukowski.
Questa è un’altra delle caratteristiche specifiche di un libro di saggistica; così come non lo si sceglie (legge) per caso, nello stesso modo quasi sempre la decisione di scriverlo viene da una scelta razionale. Magari è impulso la scelta del personaggio o dell’argomento, ma certamente la scrittura di un saggio è – o dovrebbe essere – qualcosa di scrupolosamente documentato, argomentato e provato. Scrivere saggistica non è mettersi a buttare giù parole di fantasia e cuore, è ricerca, è impegno professionalmente metodico e metodicizzato, scandito da ritmiche che non devono assecondare “solo” l’ispirazione.
Personalmente ho sempre riservato alla saggistica (lettura) le lunghe ore delle vacanze, i tempi dilatati della spiaggia e dei pomeriggi estivi o delle sere in cui si sa che non ci sarà sveglia fissata per il mattino successivo.
Stesso destino ho pensato fosse necessario riservare a “Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski”. Dedicargli il tempo di una lettura “studiata”, quella che prevede le riletture e le annotazioni a matita sul margine, quella che assomiglia allo studio.
Poi ti accorgi che Roberto Alfatti Appetiti è riuscito a creare una miscela che scaravolta le mie convinzioni, i suoi capitoli – pur essendo tematici – diventano racconti e capitoli di un romanzo, le poesie di Bukowski, riportate nella forma originale e inserite nel testo, al posto giusto per attinenza al periodo o all’argomento, rendono il libro una silloge (quando scrivo “al posto giusto” non intendo che quella poesia sia stata scritta nel periodo narrato, ma che magari una poesia scritta venti anni dopo permetta l’interpretazione corretta e la comprensione delle scelte di Bukowski di venti anni prima).

mercoledì 2 luglio 2014

Tutti dicono che sono un bastardo (La recensione di Francesca Varasano, Istituto di Politica)

“Camerata” Bukowski?

di Francesca Varasano
Ho iniziato a leggere Bukowski in prima liceo, alla fine degli anni ’90 – lo scrittore era venuto a mancare pochi anni prima, nel 1994. Un qualche compagno di classe aveva sentito parlare di Post Office e l’aveva preso in prestito in biblioteca: la versione originale era del 1971 e quella che era arrivata a noi era una ristampa economica, che ci siamo passati di mano in mano, leggendola con avidità (va da sè che nel caso in cui la copia in questione non sia mai stata restituita, ogni riferimento a fatti realmente accaduti è puramente casuale).
Quando il programma di italiano prevedeva il Dolce Stil Novo, Petrarca e Poliziano, Bukowski era inaspettato, rivoluzionario. Ne parlavamo all’intervallo; quando la ricreazione era finita se ne discuteva nei gabinetti – perchè i bagni dei licei italiani come è noto ne sono il salotto letterario e la tribuna politica. Bukowski raccontava addirittura Los Angeles quando non c’era nemmeno Ryan Air a portarci a Londra al prezzo di un paio di jeans nuovi; ne raccontava il degrado, la rabbia e lo faceva con disprezzo o ironia, e noi lo capivamo tutto o così ci sembrava: a sedici anni gli scrittori ci parlano in privato e i libri ci cambiano la vita. E poi: che grammatica, che stile, che punteggiatura! Niente rime, niente metafore, poche lettere maiuscole e molte imprecazioni: Post Office non fu per me che l’inizio di un amore duraturo per l’opera di un autore complesso e prolifico.
Bukowski ha condiviso con i lettori un’infanzia dolorosa (Panino al prosciutto) e una profonda vena poetica; l’alcolismo e la solitudine; il cinismo e la tragica inutilità di molti lavori dell’età contemporanea, la spaventosa chimera della possibilità di carriera. Ci ha messo in guardia contro il cosiddetto successo, ha espresso riserve sulle trappole del posto fisso e l’alienazione delle masse: è stato l’antitesi della gauche caviar e dei benpensanti. In povertà, combattendo per farsi pubblicare, scriveva in una Los Angeles agli antipodi dell’American dream con rabbia e disgusto per alcuni aspetti della civiltà contemporanea (prima di tutto il mercato del lavoro), sentimenti vivi più che mai nell’Occidente riemerso dalla crisi dei mutui subprime.
A vent’anni dalla morte, una biografia celebra la vita e l’opera di Bukowski: Tutti dicono che sono un bastardo (edizioni Bietti), di Roberto Alfatti Appetiti.
Il libro prende in considerazione molti aspetti della vita dello scrittore: dalla travagliata storia familiare al lavoro da postino alle prime pubblicazioni, dal (difficile) rapporto con le donne e il femminismo a quello con la corrente letteraria beat (altrettanto difficile). Ne emerge un ritratto molto umano, lontano dai clichés e non privo di contraddizioni: nel mondo dell’editoria, Bukowski sembra incapace di mantenere rapporti amichevoli anche con quei pochi che lo appoggiano quando non apertamente ingrato e sfacciato, in linea con il titolo del libro. Anche se le donne vanno e vengono (ma per di più vanno), un amore immenso ha caratterizzato la vita di Bukowski – l’amore per la letteratura: profondo e totalizzante, pare essere un sentimento ideale che ammette pochissimi eletti e non risparmia mostri sacri (sì a Dostojevskij, no a Gogol’; sì a Fante, no a Shakespeare).
La visione politica di Bukowski è controversa e radicale, un riflesso della vita e del carattere dello scrittore: Alfatti Appetiti ne fa un resoconto dettagliato, dedicandogli un capitolo apposito.
Essere di origine tedesca nell’America del dopoguerra non era stato facile, nè lo era stato sopravvivere ad un padre dispotico e violento e ad una forte forma di acne giovanile: l’adolescenza di Bukowski pone le premesse per un’esistenza ai margini, da outsider. In questo contesto, una volta all’università, si avvicinerà a gruppi filo nazisti, naturalmente più a suo agio fra i reietti che fra i vincenti. Non legge il Mein Kampf nè si cura di Hitler ma ammira gli eroi di guerra tedeschi e, soprattutto, vuole provocare. Anche più avanti, presto stanco del fanatismo dei nazisti e lasciata l’università, ci tiene a mantenere la fama guadagnata: «una sera venne uno studente a casa mia e dopo alcune birre mi disse: “il mio prof dice che sei un nazista e che venderesti tua madre per cinque centesimi”. “Non è vero, mia madre è morta”». Di certo detesta quanto percepisce come ipocrisia di sinistra e non ha simpatie per il comunismo, ma il credo politico ed umano di Bukowski non è semplicemente un’ideologia: è il disgusto profondo per il politicamente corretto, è l’opposizione alla dittatura del pensiero prevalente, ad ogni costo. Meglio ancora se si può essere additato come nazista, beffandosi dei benpensanti.
Lontanissimo da queste provocazioni, oggi Bukowski è per di più un nome a piè pagina per giustificare aforismi di dubbia provenienza da condividere su Facebook. Una ricerca su Google per citazioni di e su Bukowski dà circa 165,000 risultati – davvero mainstream per un autore che si era trovato a suo agio soltanto con gli emarginati: una biografia sincera e senza reticenze, che raccontasse un Bukowski appassionato, difficile, a volte anche bastardo era necessaria.
Irriverente, irrispettoso, disincantato e ironico, non risparmiava le opinioni – alla fine degli anni ’80, intervistato da una giornalista italiana che gli chiede ovviamente «che cosa vorrebbe dire al pubblico italiano?», risponde: «di non parlare così forte e di leggere Cèline».
Fonte: Istituto di Politica

lunedì 23 giugno 2014

Tutti dicono che sono un bastardo (la recensione di Giuliano Compagno, L'Indro)

Da Charles Bukowski a noi liberi

Una biografia intellettuale: 'Tutti dicono che sono un bastardo' di Roberto Alfatti Appetiti

di Giuliano Compagno
A me del destino della destra italiana importa meno  che dell’estinzione della zanzara tigre. Nè mi interesso al paesello di politicanti fallimentari, prestati e rivenduti a seconda dei venti e delle bandiere. E nemmeno ai finti duri e puri (alla Francesco Storace, insomma) che pontificano coerenza, come se quei loro pulpiti non fossero sgabelli scricchiolanti al tramonto di carriere, per noi italiani, letali o, ben che sia andata, inutili. Ciò valga da premessa e si cancellino in fretta i contenuti.
Altresì, avrei ancora a cuore il presente di una comunità intellettuale che da decenni va illustrando la filosofia, la letteratura, le arti e il giornalismo italiani. Ancor oggi in essa coabitano persone di vaglia, ciascuna avendo seguito il proprio sentiero, ciascuna pagato quella tassa di indipendenza che, dagli anni Novanta in poi, veniva esatta da chi si ostinava a non unirsi al coro dei neo-vincenti, da chi infine non s’era dato un prezzo. I nomi che mi vengono? Al rischio di ometterne di importanti e di meritevoli, Marco Tarchi, Franco Cardini, Massimo Fini, Gerardo Picardo, Michele De Feudis, Nicola Rao, Luciano Lanna, Andrea Marcigliano, Annalisa Terranova, Carlo Gambescia, Umberto Croppi, Aldo Bussagli ... E Roberto Alfatti Appetiti, alla cui ultima impresa editoriale cercherò di ispirarmi anche per accennare a questa squadra di irregolari. E non a caso il volume a cui mi riferisco è dedicato a una delle figure più inclassificabili e controverse della letteratura novecentesca, Vita di Charles Bukowski è il sottotitolo di 'Tutti dicono che sono un bastardo' (Edizioni Bietti).
Una biografia di altissimo spessore critico, quella di Alfatti Appetiti, perché era assai complicato rendere l’ipostasi di un mito, specie  se quella sua stessa leggenda, a ben vedere, per anni si sarebbe retta sul duplice stereotipo della trasgressione e dell’eccesso. Era come se dall’alcool e da una copula sgorgasse inchiostro. Possibile ridurre a questo una sensibilità che spesso superava la percezione comune, per colta che fosse? Scrive AA (sigla che ottimamente equivale a un rating letterario!): «Bukowski non ha mai bussato alle porte dei cenacoli letterari, anche perché non gli avrebbero aperto. Ha lottato, sì, contro tutto e tutti, ma per salvaguardare il suo spazio vitale e la sua dignità di uomo. Le abitudini altro non sono che una trincea scavata giorno per giorno per difendersi meglio ogni qualvolta il mondo tornava a farsi sotto». Pur se leggibile alla fine del libro, questa illuminazione ne è l’origine. Da essa si trae una emozione che nulla ha a che fare con l’autocompiacimento di chi si maledice e si vaneggia. Ad esempio, AA non è scrittore che vaghi per la Marsica con una bottiglia in mano; è un uomo pacato, che ha dedicato impegno al suo territorio di adozione (l’aquilano) e che ha collaborato con quotidiani e periodici di cultura alternativa, sempre pubblicando articoli di impostazione post-ideologica. Egli è un intellettuale che sarebbe assurdo definire 'di destra', benché egli si sia ritrovato in quel versante lì, o in quella piccola trincea personale da cui si faceva fatica a emergere, a trionfare nei premi letterari grazie alle conoscenze giuste, a scrivere per le maggiori testate nazionali, magari senza errori di sintassi e con idee proprie, non orecchiate...
Lungi da me appigliarmi a forme di vittimismo epocale, ché ormai apparterrebbero a un tempo andato. Oggi le istituzioni della cultura e della comunicazione pullulano di ex militanti, lì approdati nel periodo di man bassa, in cui si assumevano anche le rese di magazzino grazie a fior di segnalazioni di questo o quel notabile in quota partito, o corrente.
La questione politica, ormai, è fumo negli occhi e chi la solleva questo fumo vende. Fuori dalle stanze, in trincea, ci sono ancora Bukowski e i poeti come lui, e cioè i pochi pensieri in azione ancora resistenti contro l’omologazione di un Paese senza memoria né utopia. È stato un fatto di testa, di libertà interiore, di noia che veniva avvertita al primo tintinnio di calice, è stata un’idea che rimandava ad anni lontani in cui, bambini che si era, scegliere di stare da un parte e non dall’altra atteneva a una diversa concezione del gioco, allo smascheramento delle sue regole, all’indossare la maglietta più sdrucita da nascondere sotto la tuta per tornare a casa senza punti in testa o, almeno, vivi. Era lo scandalo di uno scrittore che la sinistra pensa 'suo' e che invece si spazientisce dinanzi alla scontatezza dei riferimenti che gli propone l’ottima Fernanda Pivano, e così le risponde citando Knut Hamsun, Ezra Pound e Louis Ferdinand Céline... «Credo sia una cosa comune a molti scrittori, quando vedono che tutti vanno in una direzione, loro automaticamente vogliono stare dalla parte opposta. È per questo che sono scrittori. Sono creature strane. Non penso che Céline, Hamsun e Pound credessero davvero nel fascismo o nel nazismo, semplicemente non potevano sopportare che tutti andassero in una direzione, e così sono andati dall’altra parte. Non mi aspetto che tu capisca».
E qui Alfatti Appetiti mostra la sua sapienza nel muoversi da pagina a pagina, e torna a sfogliare un’opera di insuperabile lucidità, quella Tentazione fascista di Tarmo Kunnas, data alle stampe nel 1972 e tradotta dieci anni dopo da Marco Tarchi e da Guidalberto Bacci di Capaci per le edizioni Akropolis. Docente di storia delle letterature presso l’università dell’impronunciabile cittadina di Jyväskylä, Kunnas sottolineò in che misura l’immaginazione, la fantasia e la costruzione di una identità eterogenea, assai più della dottrina politica, avessero attratto gli animi tormentati di molti immensi autori del XX secolo: «La grande idea-guida degli scrittori in questione»,  scriverà il pensatore finlandese, «è il rifiuto dello spirito materialista, utilitario e superficialmente razionalistico del ventesimo secolo. E al tempo stesso il rifiuto di qualsiasi forma di determinismo... L’uomo moderno rischia di dimenticare - a causa della sua fiducia nella ragione, nelle leggi della storia - che il vero progresso è dovuto agli sforzi individuali... In tale contesto non posso soffermarmi sui dettagli ma vorrei dire che la visione del mondo rappresentata dai nostri scrittori non è necessariamente fascista». In queste poche righe alberga il gigantesco equivoco che ha pesato sulla comunità non-conformista occidentale del ‘900. E su Charles Bukowski, che vi appartenne senza visti d’ingresso o parole d’ordine. E sui tanti Amici che ho citato o malamente dimenticato, i quali non hanno mai aderito a una visione del mondo che fosse 'permeata' di vuoti valori da agghindare per le feste comandate, o di quel mortifero culto degli eroi che tanto spesso è stato celebrato come se si trattasse di trofei in bacheca e non già di silente dolore.
A questi Amici sono riconoscente perché grazie a loro ho potuto avvertire con certezza che il gioco dei due schieramenti fosse terminato da un pezzo. Da tempo con colui che era l’Altro ci riconosciamo e ci sappiamo persino abbracciare. Da tempo la poesia e il pensiero sono proprietà universali e si mischiano come note di un grande concerto.  Insomma, è per dire che stanotte ho chiuso 'Tutti dicono che sono un bastardo' di Roberto Alfatti Appetiti e ho sentito la presenza di comunità molto più vasta, in cui nessuno e niente fossero al centro di qualcosa. Perché più libro ti piace e ti emoziona, più pensi ad altro, più ritrovi te stesso.  
Fonte: L'Indro