martedì 10 novembre 2009

"Il museo dell'innocenza" di Pamuk, quel romanzo come un museo a cielo aperto (di Errico Passaro)

Articolo di Errico Passaro
Dal Secolo d'Italia del 4 novembre 2009
Una delle critiche mosse più di frequente ai critici è quella indirizzata a chi ama gli sconfinamenti dai generi, la rottura degli schemi, le letture incrociate, il ricorso agli strumenti interpretativi provenienti da altre discipline. In particolare, esiste un radicato pregiudizio contro ogni passaggio dallo studio della letteratura fantastica a quello della letteratura realistica, come se, alla fine, pur nella diversità delle fonti, non si trattasse sempre e comunque di "arte del raccontare". Noi, restii a ogni forma di costrizione intellettuale, amiamo misurarci, oltre che con gli scenari spettacolari della fantascienza, del fantastico, dell'horror e del surreale, anche con le ambientazioni minime e rarefatte del mainstream.
Non troviamo contraddizione nell'occuparci di guerre stellari come di conflitti terrestri, di uomini che amano alieni come di uomini che amano donne, di mutanti, elfi o vampiri come di extracomunitari, criminali o adolescenti in calore. Per questo motivo, possiamo dedicare le nostre riflessioni odierne - speriamo senza scandalo di nessuno - all'ultima opera del romanziere turco Orhan Pamuk, Il museo dell'innocenza (Einaudi, pp. 585, euro 24, traduzione di Barbara La Rosa Salim), accostandoci all'autore con il riguardo e la prudenza che si devono a un Premio Nobel per la letteratura. Il romanzo narra il colpo di fulmine tra Kemal, già promesso alla fidanzata Sibel, e la giovane e seducente Fusul. Kemal ha «la fortuna di poter vivere una relazione profonda e segreta con una donna affascinante e selvaggia, e contemporaneamente godere, con tutti i piaceri che ne conseguono, di una felice vita famigliare insieme ad una donna bella, assennata, colta e istruita». Quando Fusul sparisce, il nostro Kemal soffre un mal d'amore, anche fisico, che lo porta a far saltare tutti i programmi di matrimonio e a trascurare gli affari. Fusul finisce per riapparire nell'orizzonte degli eventi di Kemal, ma il loro rapporto non è più quello di prima: per otto interminabili anni, l'uomo si estenuerà in un vano corteggiamento, raccogliendo tutti i "memorabilia" dell'amata, fino ad una nuova dolorosa svolta.
Grazie al credito acquisito con capolavori come Il mio nome è rosso, oggi Pamuk può imbarcarsi in un'impresa a suo modo geniale: raccontare nella finzione del romanzo la storia dell'amore fra un uomo e una donna attraverso gli oggetti che li circondano, mentre nella realtà di tutti i giorni ricerca, fa riprodurre da artigiani ed espone quegli stessi oggetti in un autentico museo di Istanbul vecchia. Espediente commerciale? Trovata pubblicitaria? O, come crediamo, complice gioco di specchi fra arte e vita? Vi riferiamo le impressioni di lettura in ordine sparso, riprendendo gli appunti volanti presi in treno, in salotto, sulla spiaggia, ovunque ci siamo trovati ad aprire il volume. Una delle prime annotazioni è, appunto, "religione delle cose". La finzione nella finzione, tutta metaletteraria, è quella con la quale il narratore-protagonista espone di volta in volta al lettore gli oggetti di scena, come un avvocato che presenti al giudice, alla giuria, alle parti i reperti a discarico del proprio assistito. Il romanzo si fonda letteralmente sulla «potenza consolatoria delle cose»: che siano queste pezzi di antiquariato, arredi, giocattoli, gli oggetti confortano il protagonista, lo salvano dalla sensazione di transitorietà e fallacità prodotta dagli sviluppi inattesi della sua vicenda sentimentale, lo illudono di poter conservare una parte dell'amata attraverso i ricordi che essi ispirano. Le cose sono, proustianamente, custodie del passato, depositi della memoria, ricettacoli magici da cui evocare le emozioni dei momenti passati insieme. L'affezione per i ricordi assume, alla fine, contorni morbosi, patologici, di pari passo con la deriva umana del protagonista. Un'altra annotazione, vergata con caratteri incerti su un ritaglio di carta, suona come "città protagonista". La città in questione è Istanbul, crocevia di civiltà, simbolo della Turchia come ponte fra Oriente e Occidente. Per Pamuk essa non è un esotico fondale da cartolina contro il quale inscenare i languori levantini dei suoi personaggi, ma è la rappresentazione della borghesia cittadina, nel guado fra tradizione e modernizzazione, attraverso i luoghi di frequentazione sociale: gli alberghi, le case private, le spiagge, le piazze e i luoghi di culto, i circoli e i negozi.
Un ulteriore appunto si legge proprio come "personaggi". Il romanzo è incentrato sulla coppia Kemal-Fusun, ma non mancano gustosi momenti corali, come quello del ricevimento per il fidanzamento di Kemal e Sibel: qui troviamo una lunga scena di ballo, che non si può fare a meno di rapportare a quelle memorabili di Tolstoi - la Turchia del XX secolo come la Russia del XIX? Perché no? - per la finezza della definizione psicologica dei personaggi, anche quelli minori, e la sapienza con cui persino l'autore riesce ad assumere il ruolo di comparsa all'interno della sua stessa opera senza che ciò appaia una forzatura. Questa abilità è esercitata, in particolare, nei ritratti di famiglia, in cui spicca il senso di coesione della comunità parentale e l'indissolubilità del legame di sangue, a dispetto delle differenze caratteriali degli individui. L'ultima parola appuntata è "amore". Il romanzo è infatti tutto giocato sulle schermaglie e i tormenti d'amore di Kemal e Fusun, sulle spine della gelosia, sul tempo sospeso dell'attesa di un loro incontro, di una parola fatale, di un ritorno. In tempi in cui anche il privato diventa pubblico attraverso i meccanismi perversi del gossip, del dossieraggio politico, del reality show, si assiste qui ad una rivincita della sfera intima, in cui il silenzio - simile ad un film a cui sia tolto l'audio - pesa come e più delle parole. Anche nel descrivere come Kemal si innamora perdutamente di Fusun, mandando a rotoli la sua esistenza agiata e ordinaria, il Premio Nobel adotta un registro di discrezione e di pudore che molti letterati e giornalisti del nostro tempo non sanno più usare.
Ecco, la nostra recensione è davvero finita. Ogni recensione, in genere, è un invito alla lettura, ma, per una volta, ci piacerebbe che le nostre parole potessero raggiungere chi sta già leggendo il libro di Pamuk o addirittura chi l'ha già finito, in un ideale dialogo a distanza con la vasta platea dei lettori.
Errico Passaro. Ufficiale dell'Aeronautica Militare, dottore in giurisprudenza, è giornalista pubblicista. Ha pubblicato su testate e collane professionali un saggio in volume, oltre 100 racconti e cinque romanzi: "Il delirio", Solfanelli; "Nel solstizio del tempo", Keltia; "Gli anni dell'aquila", Settimo Sigillo; "Le maschere del potere", Nord; "Inferni", Secolo d'Italia. Dal 12 maggio è in libreria il romanzo fantasy (scritto con Gabriele Marconi) "Il Regno Nascosto" (Dario Flaccovio Editore).

lunedì 9 novembre 2009

Sting: oltre le pantomime pop, l'introspezione pacata dell'anima che suona (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 8 novembre 2009
Voglia Iddio che vi spiazzi (che vi spiazzi anche questa volta) il nuovo album di Sting. Voglia Iddio che vi induca a un passo indietro, a un passo diverso, a un passo in meno. Un passo in meno sulle solite direttrici di marcia, che è il solo modo per poterne fare uno in più in una direzione differente. Oppure nessun passo: un momento di requie in questo girovagare senza sosta, che sembra solo del corpo e invece è anche, e soprattutto, della mente. La Natura serviva anche a questo, un tempo. A costringere gli esseri umani a fermarsi, almeno di tanto in tanto. O a rallentare. Perché la notte era senza luna e il bosco troppo fitto, per essere attraversato comunque. Perché il fiume era ingrossato e il solito guado impraticabile. Perché aveva nevicato. Nevicato così tanto che si affondava fino a mezza coscia e ogni metro andava conquistato. Ogni metro esigeva un ottimo motivo, per essere affrontato; per essere violato da un movimento, da un'azione che è quasi sempre il contrario della contemplazione e, dunque, della possibilità di comprensione. La possibilità. Non la certezza.
«L'inverno - dice Sting - è il tempo delle riflessioni, il letargo necessario per affrontare l'esplosione della primavera, per ricaricare l'immaginazione. Non succede niente nel mondo senza immaginazione». In quello che hai già fatto, se lo hai vissuto davvero e fino in fondo, la carica di immaginazione che avevi accumulato in precedenza si è esaurita. Legna che è bruciata nel camino. Che ti ha scaldato e ristorato, ma che ormai si è consumata. Sting è un uomo inquieto, che cerca da sempre il suo personale punto d'equilibrio tra l'ordine e la libertà. Sting ha bisogno di un progetto in cui credere per potervisi dedicare. Per incanalare la propria energia e vederla che dà frutto, invece di rifluire in una risacca inconcludente - e a suo modo minacciosa. Avere un termine di confronto è importante. È essenziale per verificare la propria capacità di individuare una meta e di raggiungerla. Da esploratori, o anche solo da escursionisti. Non certo da imprenditori del tempo libero che vanno a vedere se il viaggio è carino e se, perciò, lo si potrà confezionare in un qualche formato standard, per rivenderlo a chi non ha la forza, la curiosità, l'urgenza di andare a scoprirseli da solo, i luoghi che desidera confusamente nella speranza di ritrovarvi il meglio di se stesso.
Per quelli come Sting un album non è mai un impegno solenne per il futuro. Non è l'annuncio di un cambiamento stabile di traiettoria, che sostituisca alla rotta precedente un percorso alternativo e però destinato a rimanere sempre uguale a se stesso. La sua dedizione è assoluta, mentre attraversa il territorio che si è scelto, ma resta circoscritta a quella specifica esperienza. La sua discografia, Police compresi, è tutto un catalogo di trasformazioni, spesso imprevedibili.
Per rimanere agli ultimi tre anni, Sting è passato da un album come Songs from the Labyrinth al megatour della riunione, del tutto momentanea, coi Police, per approdare infine a If On a Winter's Night. Songs from the Labyrinth riprendeva il repertorio, per voce e liuto, di John Dowland, compositore vissuto a cavallo tra XVI e XVII secolo, con un atteggiamento quasi filologico. Nessuna concessione alla modernità, a cominciare dalla totale assenza di basso e batteria, e solo il canto a gettare un ponte tra un passato tanto remoto e un presente così confuso. Già nel 2003, del resto, si era chiamato fuori dall'andazzo generale. All'indomani della pubblicazione di Sacred Love aveva detto di sentirsi «fuori posto in questo mondo del pop che produce solo musica che a me non interessa». In occasione del nuovo album lo ha puntualmente ribadito: «Voglio permettermi il lusso di fare quel che mi piace. Non starò a inventare la nuova canzonetta per sfidare il mercato dell'iPod».
In questa prospettiva, di lucido e definitivo affrancamento dalle pantomime del pop, il tour coi Police resta un divertissement occasionale. Al di là dei vantaggi economici, si è trattato più che altro di regalarsi una seconda chance di incontro umano e di collaborazione artistica, provando a rivivere quei rapporti reciproci che a suo tempo erano stati avvelenati dalla continua tensione in cui vivevano, un po' per effetto dello scontro tra le rispettive personalità e un po' a causa della pressione dovuta al loro status di superstar, con l'obbligo implicito, e inderogabile, di replicare all'infinito la propria immagine e di azzeccare ogni volta il grande hit da classifica.
Finita la tournée, che ha raccolto un "sold out" dopo l'altro, Sting ha ripreso il filo della sua ricerca di profondità, che chiede all'originalità e all'introspezione di svelare qualcosa di nuovo sulla persona, prima ancora che sull'artista, ed è tornato nella sua splendida residenza in Toscana. Quella che è stata, come ricorda egli stesso nelle lunghe note di copertina, «la mia casa (my home) e il mio rifugio negli ultimi dieci anni». La preparazione dell'album si è svolta lì, in quella dimensione domestica che resta la migliore per chi non sia schiavo della tecnologia e non viva la musica come un prodotto industriale da pianificare a tavolino. Senza arrivare al rigore di Songs from the Labyrinth, che era forse più affascinante nel progetto che non nel risultato, l'approccio di If On a Winter's Night è nuovamente improntato al recupero di materiali preesistenti, da rigenerare in modi diversi ma all'insegna della sobrietà e della misura. Alcuni brani tradizionali, una musica di Bach accoppiata a un testo di Sting, una poesia di Stevenson con musica di Sting e dell'arpista Mary Macmaster, un adattamento da Schubert. Completamente da solo, Sting firma un unico brano, The Hounds Of Winter, mentre un altro lo ha composto insieme al chitarrista Dominic Miller. Il messaggio è limpido, per chi abbia la voglia e la capacità di coglierlo: l'ansia di novità è sciocca. Un malinteso che nasce, per lo più, dalla mancata conoscenza di quanto di bello, e talvolta di sublime, è stato fatto da chi ci ha preceduto. E la cosa strana, l'autentico paradosso, è che i soli che possano indicare l'alternativa al pop siano gli stessi che nel pop hanno trionfato. Legittimati dall'ovvio possono finalmente dedicarsi a ciò che ovvio non è.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la rivista diretta da Massimo Fini.

sabato 7 novembre 2009

In Somalia tra Graziani e musulmani (recensione del secondo romanzo di Giorgio Ballario: "Una donna di troppo")

Dal Secolo d'Italia di sabato 7 novembre 2009
Uno dei paesi più poveri del mondo, con un sistema sanitario praticamente inesistente, alle prese con una guerra civile di cui non si intravede la fine. Questa è la Somalia, oggi. Transitoria, com’è definito il suo governo, assediato dalle corti islamiche. Una transizione che sembra un’agonia. Senza prospettive rosee. Di missioni di pace, neanche a parlarne. L’ultima durò una manciata di mesi nei primi anni Novanta. Giusto il tempo necessario per prendere atto dell’ennesimo fallimento e ritirarsi senza guardarsi indietro di fronte alla violenza dei clan. Noi partecipammo a modo nostro, forti della nostra storica capacità di dialogo con la popolazione. Che però era già preda del furore tribale. Ne sa qualcosa il maggiore Gianfranco Paglia – dal 2008 deputato del PdL e all’epoca comandante del plotone di paracadutisti “Nembo” – che in terra somala ha perso l’uso delle gambe nella “battaglia del pastificio” del 2 luglio ’93, ricevendo una medaglia d’oro al valore militare. La sua storia ha ispirato la fiction Le ali, trasmessa con successo l’anno scorso su RaiUno. Oltretutto, molti somali, soprattutto giovani e donne, hanno lasciato via via il paese con direzione Gran Bretagna o Italia.
La Mogadiscio raccontata nel film è molto diversa, ma altrettanto verosimile, dalla sonnolenta città coloniale tratteggiata, invece, da Giorgio Ballario nel suo secondo romanzo, da pochi giorni in libreria, Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni, pp. 416, € 16). Lo scrittore piemontese (classe ’64) – a distanza di un anno dal suo fortunato Morire è un attimo (Edizioni Angelo Manzoni, pp. 335, € 15) – ci riporta nel nostro sin troppo trascurato passato e per l’occasione richiama in servizio il quarantenne Aldo Morosini, maggiore dei reali carabinieri nell’Africa italiana degli anni Trenta. Se nell’opera precedente, però, l’ufficiale si era misurato con un duplice omicidio a Massaua, in Eritrea, stavolta un’indagine ben più complessa e politicamente delicata lo impegnerà proprio a Mogadiscio, sulla costa africana che si affaccia sul mar Indiano. Tra l'altro, va ricordato che proprio attraverso la Somalia il nostro paese ha storicamente stabilito i primi rapporti con l'Islam. La prima organizzazione musulmana fondata in Italia è stata infatti l'Associazione musulmana del littorio (Aml), sorta a Roma nel '37 in conseguenza della creazione dell'Impero nell'Africa Orientale Italiana. Ne furono fondatori un gruppo di cittadini italiani di origine somala, per lo più arruolati nell'esercito in qualità di Ascari (truppa) o Buluk-Bash (sottoufficiali), come Musa Haij Hamed, Mohallim Hussen e Osman Sabtiye. Scopo dell'associazione era quello di garantire i servizi religiosi essenziali a quei musulmani che giungevano in Italia proveniendo dai territori dell'impero. Alcuni dei membri dell'associazione hanno avuto funzioni di capogiudici islamici (Qadi) cui era demandata la soluzione di controversie civili fra i figli abitanti dell'impero di religione musulmana, come pure la gestione di matrimoni, divorzi e altre questioni inerenti lo status personale. Con la fine del fascismo e il passaggio alla Repubblica l'associazione cadde in disuso anche se alcuni dei suoi aderenti proseguiranno la carriera militare e altrettanto faranno i loro figli, cui in connessione con la creazione dell'Amministrazione fiduciaria italiana in Somalia (Afis) verranno aperte anche le accademie, con la possibilità di accedere al rango di ufficiali. Saranno alcuni di questi ufficiali, poi, a dare vita negli anni '80 alla prima associazione di musulmani italiani.
Ora, nel romanzo di Ballario, la guerra con l’Abissinia - sì, proprio quella di Faccetta nera - è ormai alle porte, ma il morale delle truppe non è mai stato così basso. Morti misteriose allarmano la popolazione e rischiano di compromettere le nostre velleità militari. Cos’hanno in comune un fante impiccato e frettolosamente liquidato come suicida, un capomanipolo della milizia volontaria rinvenuto con la gola squarciata dal suo stesso coltello, un irreprensibile ascari libico improvvisamente impazzito e abbattuto dall’ufficiale di picchetto dopo che aveva ferito un fuciliere, un volontario italoargentino ricoverato per una grave forma di avvelenamento e una suora strangolata? Si tratta di azioni di sabotaggio condotte dalle spie del Negus, di incredibili coincidenze addebitabili a criminali comuni o, piuttosto, di oscure manovre politiche – magari ordite in Italia da ambienti conservatori e massonici – per ostacolare l’operato del generale più vicino a Mussolini, Rodolfo Graziani, e frenarne l’ascesa ai vertici delle forze armate?
Sì, perché uno dei protagonisti del romanzo è proprio lui, così ben rappresentato dall’autore che sembra di vederlo, questo «omone imponente con il pesante accento ciociaro, il più mussoliniano tra gli alti papaveri dello stato maggiore». È Graziani, impegnato a curare in ogni dettaglio gli ultimi ritocchi dell’aspetto logistico dell’imminente attacco militare, ad aver sollecitato l’arrivo di rinforzi esterni per dipanare una situazione che rischia di intralciarne gli ambiziosi piani. Il disegno criminale che si nasconde dietro agli omicidi deve essere smascherato. Al più presto. Per questo c’è bisogno di una persona con le note caratteristiche di Morosini, che lo stesso Graziani mostra di apprezzare: «Buon ufficiale, ottimo investigatore, persino onesto. Però un po’ strano, solitario, quasi asociale, spesso rompiscatole e poco rispettoso dei superiori». A lui – «minuscolo ingranaggio del pachidermico congegno militare italiano» – viene affidata un’indagine dal cui esito potrebbe dipendere la politica espansionistica dell’Africa italiana.
Può avvalersi quasi esclusivamente dei due preziosi collaboratori che l’hanno seguito in Somalia – il fedele sottoufficiale Eusebio Barbagallo e Tesfaghì, lo scium-basci, graduato delle truppe indigene – in una generalizzato clima di diffidenza. Di sicuro non si mostrano collaborativi i colleghi della locale compagnia dei carabinieri, che sino a quel momento non hanno cavato un ragno dal buco, né tantomeno i militi per la sicurezza nazionale, volontari fedeli prima di tutto al pnf. «Fegatacci forgiati dalle esperienze squadriste che non avevano molta simpatia per i carabinieri perchè – racconta Morosini – ci consideravano poco fascisti e troppo appiattiti su posizioni monarchiche». Anche se, quando la voce «familiare» di Mussolini, da seimila chilometri di distanza, farà irruzione nella caserma dei carabinieri del Corno d’Africa per annunciare la dichiarazione di guerra all’Etiopia, l’entusiasmo esploderà così contagioso da provocare festeggiamenti tutt’altro che tiepidi per le strade di Mogadiscio e la commozione dello stesso Morosini. Che non è, ricordiamolo, un eroe fascista né uno Sherlock Holmes, ma soltanto un uomo e un ufficiale del suo tempo.
C’è da dire, al riguardo, che la ricostruzione del clima storico è ineccepibile e solo a volte la realtà viene lievemente adattata alle esigenze narrative, senza mai distorcerla né piegarla a intenti “revisionistici”. E una delle principali fonti attraverso le quali l’autore – giornalista a La Stampa, con una lunga esperienza di cronaca nera – si è documentato, è proprio Fronte Sud di Rodolfo Graziani. Libro pubblicato da Mondadori nel ’38, con la prefazione dello stesso Mussolini, che con le oltre duecentomila copie vendute sarà un vero e proprio bestseller dell’epoca. Nelle pagine del libro Graziani rievoca la sua guerra d’Africa al comando del corpo di spedizione in Somalia rivelando importanti informazioni di carattere politico e strategico. E aneddoti godibili quanto veri, che nel romanzo sono stati resi con efficacia. Come il caso dei fanti mandati da Graziani a sfilare in mutande nelle vie di Mogadiscio. Pantaloni corti color cachi e le scarpe da ginnastica. Perché con le divise regolamentari sudavano come fontane. «Ridicolo fargli mettere giubba, pantaloni, scarponi e basco. I generaloni erano verdi di rabbia, ma con i nostri concittadini e con la popolazione hanno fatto un figurone, perché sembravano guerrieri d’altri tempi. Forti, muscolosi, abbronzati. E i somali a queste cose ci badano, eccome». Così come corrispondono alla verità storica le trattative segrete con i capo-clan dell’Ogadén per facilitare l’avanzata italiana in quella regione. Oppure la pubblicazione, su una rivista ebraica stampata in Egitto, della notizia falsa che il generale fosse di religione israelita, episodio che mandò Graziani su tutte le furie.
Se c’è un elemento caratterizzante dell’intero impianto narrativo, infatti, è proprio la verosimiglianza della narrazione. Persino quando si parla di zombi, sì, proprio dei morti viventi resi famosi dal grande cineasta americano George Romero. Superstizione, in larga parte, ma anche prassi antiche e tuttora presenti in determinate culture. Perché ridurre l’uomo in stato catatonico simile alla morte è possibile con il ricorso a sostanze psicotrope in grado di annullarne la volontà. Tanto che nel codice penale della repubblica di Haiti c’è il reato di avvelenamento per chi somministra sostanze in grado di indurre una morte apparente e di omicidio per chi avesse seppellito una persona sottoposta a tale stato letargico.
Come nel primo romanzo, anche stavolta il nostro Morosini riuscirà a risolvere il caso, dovendo amaramente riconoscere come gli insegnamenti dell’amato Seneca – le cui Lettere a Lucilio accompagneranno il protagonista durante l’intero arco delle indagini – non facciano breccia in un animo umano inaridito dalla ricerca del facile guadagno. «Non c’è male che non prometta un compenso. L’avidità promette denaro, la lussuria numerosi e svariati piaceri, l’ambizione cariche e favori. I vizi ti allettano con una ricompensa – ammoniva il filosofo, drammaturgo e politico romano – mentre al servizio della virtù devi vivere gratuitamente». Per dirla con le parole di Chicco Albertenghi, personaggio senza scrupoli de Una donna di troppo: «Lo sanno tutti che è l’oro a far girare il mondo». Chissà se questa frase spiega (anche) perché in Somalia, a differenza di altri luoghi non meno “inospitali” o difficili che dir si voglia, non c’è alcuna missione di pace.

martedì 3 novembre 2009

Quarant'anni con Alan Ford e il Gruppo TNT

Dal Secolo d'Italia di martedì 3 novembre 2009
Uno “splendido quarantenne” che non ha nessuna intenzione di ritirarsi dalla scena, ecco cos’è oggi Alan Ford, la cui prima apparizione in edicola data 1969. E non perchè gridasse cose giuste – come rivendica per sé Nanni Moretti in Caro diario – né tanto meno orrende e violentissime (gli altri). Semmai, cose non conformi a un’epoca in cui i personaggi dei fumetti «dovevano essere eroi bravi, buoni, senza difetti, che non mangiavano mai né facevano l’amore». Parole di un settantenne altrettanto splendido, Luciano Secchi, in arte Max Bunker (classe 1939), da mezzo secolo in prima linea sul fronte dell’immaginario. Scrittore, studioso di storia, sceneggiatore, ma soprattutto papà letterario e ideatore del più sconclusionato agente segreto del mondo delle nuvolette parlanti, ché 007 sciagurati non mancano in quello reale. Quale migliore modo per festeggiare entrambi se non una nuova collana settimanale, Alan Ford Story, in edicola dal 4 novembre, che ristamperà i primi mitici 60 numeri della premiata ditta Bunker & Magnus - il disegnatore Roberto Raviola ('39-'96), realizzatore grafico della serie - in trenta volumi dall’elegante formato 14X21?
Si inizia, ovviamente, dal numero 1, intitolato Il gruppo TNT, dalla sigla dei tre elementi che compongono il tritolo: tri-nitro-toulene. Una presentazione esplosiva per un fumetto italiano che si caratterizzò sin da subito per l'irresistibile miscela di avventura, umorismo nero e satira spietata dei vizi della nostra società.

L’occasione è ghiotta e non (solo) per il prezzo di lancio a 1,90 €. Per i fedelissimi della prima ora, per gli appassionati più giovani e anche per quei pochi – ingiustificabili! – che non conoscono questa sgangherata (dis)organizzazione. A cominciare dal capo: il Numero Uno, che reclama per sé l’appellativo di Sua Eccellenza. Quando, in uno dei primi numeri, si presenta al Gruppo - sino a quel momento a fare da “ufficiale di collegamento” tra il capo e la banda era la Cariatide, anziano pacioso successivamente relegato a compiti di minore importanza - gli agenti rimangono spiazzati nel trovarsi di fronte un «vecchio in carrozzella». E naturalmente c'è coluiche dà il nome alla serie: Alan Ford, nell’aspetto ispirato all’attore Peter O’Toole, alto, biondo e con gli occhi chiari, immancabilmente vestito di nero, sfortunato ma a modo suo determinato. Aspirante grafico pubblicitario, si ritrova arruolato per caso. Il suo primo botta e risposta con il Numero Uno offre una chiave di lettura perfetta per i nostri servizi segreti dell'epoca. «La nazione ha bisogno di gente della vostra tempra, figliolo», dice l'improbabile patriota. Alan Ford risponde «Avevo un'idea del tutto diversa della nazione». E ancora: il piccolo, irascibile e nasuto Bob Rock, perdente nato, capace – si fa per dire – di lasciarsi sconfiggere a palle di neve persino dai ragazzini del quartiere. Geremia, indolente e ipocondriaco. Il conte Oliver, cleptomane nobile inglese decaduto, e Otto von Grunt detto Grunf, «tetesco di Germania», inventore di talento inevitabilmente destinato al fallimento e soprattutto reduce aviatore della Luftwaffe. Sua la maglietta che compare sin dal primo albo con la citazione di Italo Balbo: «Chi vola vale, chi vale vola, chi non vola è un vile».
Motto fascisteggiante che ha contribuito ad alimentare l’idea che Alan Ford e il Gruppo TNT fossero “di destra”. Tanto che in più di un’occasione Max Bunker è stato chiamato quasi a giustificarsi. «Non potevo sopportare che la satira fosse diventata un’esclusiva della sinistra, come se soltanto quei signori là avessero la capacità di far ridere – ha chiosato rispondendo a un lettore – mentre quando apriamo bocca noi ci vediamo appiccicare addosso le etichette, quasi che essere di destra fosse un marchio d’infamia». E forse, in quei tempi, poteva essere considerato tale. Almeno nell’intento di chi puntava il dito. Una cosa è certa, però. Nell’immaginario di destra, Alan Ford ha sempre goduto di una solida reputazione. Basti ricordare che gli organizzatori di Atreju, la festa romana di Azione Giovani, nell’edizione del 2008 lo hanno inserito tra i venti personaggi “eccezionali per scelta”, affiancandone il ritratto a quelli di protagonisti della storia, della letteratura e dello sport. Che poi, a dirla tutta, Alan Ford, ingenuo e sprovveduto, di James Bond ha solo la prestanza fisica ma non ha molto dello stereotipo dell’uomo di destra “duro e pronto a tutto” se non – come scrive ironicamente «l’enciclopedia l’ibbera dall’orttografia» ovvero Noncicloppedia (con due p) – «per l’arianicità dei tratti».
A rimettere la palla al centro, anzi all’estremo centro alto, è Domenico Di Tullio, avvocato e scrittore vicino a Casa Pound Italia. Nel suo bel libro Centri sociali di destra (Castelvecchi) ha sottolineato come malgrado «pochi si aspetterebbero di trovare nei militanti della destra non conforme simpatie per Alan Ford» il personaggio goda di particolare successo. Interrogato da noi, Di Tullio se lo spiega così: «Il mondo non conforme va pazzo per le magliette di Otto Grunf – scherza – ma soprattutto è incline all’umorismo grottesco e alla boutade e nelle dinamiche ironico-claustrofobiche del Gruppo TNT riconosce anche la sdrammatizzazione del proprio quotidiano, del vissuto di piccole comunità militanti».
Sì, perché il negozio di fiori tra la quinta e la sesta strada di una immaginaria New York dei bassifondi altro non è che un covo. Sufficientemente scalcagnato da far scattare automaticamente l’immedesimazione per chi faceva politica a destra negli anni '70, tra mille difficoltà e una proverbiale mancanza di mezzi. Non a caso Mario Bortoluzzi, voce della Compagnia dell’Anello, storica band di musica alternativa, ha ricordato come «le prime esibizioni del gruppo iniziarono nell’autunno ’74 nei polverosi locali del Fronte della Gioventù di Padova che tanto ricordavano la sede del mitico gruppo TNT di Alan Ford per il sinistro scricchiolio dei solai di legno». Eminente dignità del provvisorio – per citare la definizione di Robert Brasillach – condivisa dall’intero mondo militante di quegli anni. Lo stesso Adolfo Urso, oggi uomo di governo e segretario generale della fondazione FareFuturo, ha ricordato tempo fa: «Con il nostro entusiasmo e la nostra improvvisazione, assomigliavamo molto al gruppo TNT di Max Bunker. Come noi, Alan Ford e amici erano una vera e propria armata Brancaleone». Testimonianze univoche che sottolineano il forte impatto dei personaggi bunkeriani nei “nostri” ambienti. «Per me, ragazzino di dieci anni intorno alla metà dei Settanta, cresciuto con l’innocenza infantile di Topolino – ci dice lo scrittore torinese Giorgio Ballario, giornalista a La Stampa – la scoperta di Alan Ford fu un vero tuffo nel politicamente scorretto. Allora ovviamente la definizione non esisteva neppure, ma rende bene l’idea di un fumetto “cattivista” e anticonformista, dove i buoni erano spesso un po’ cialtroni e la società mostrava anche i suoi lati peggiori. E come dimenticare i nemici del Gruppo TNT come Superciuk, il Robin Hood al contrario, che rubava ai poveri per dare ai ricchi, vero testimonial ante litteram della scorrettezza politica?».
Già, Superciuk! Fu l’irruzione di questo antieroe nella serie (agosto '71) a segnare una clamorosa svolta nelle vendite. Se l’accoglienza del pubblico prima di allora era stata tiepida, fu grazie a questo stravagante spazzino, la cui arma micidiale è rappresentata dalla fetida alitata alcolica, che Alan Ford decollò verso il mito con tanto di futura consacrazione tv.
«Superciuk è talmente massimalista nel suo disprezzo verso i miserabili – ci dice Enzo Ciampi, docente di scrittura creativa e autore di bellissimi romanzi come Mio cugino il fascista (Robin) – che la sua lotta di classe alla rovescia è troppo sovversiva per inquadrarlo banalmente nei ranghi della destra classista e padronale. In realtà, c’è un ordine morale costituito che l’ubriacone intende sconvolgere. Un vero anarco-individualista, fino al nichilismo comico-distruttivo. Che dura il tempo di una sbornia».
Un personaggio quasi più famoso di Alan Ford. Tanto da irrompere spesso nel dibattito politico. Accadde durante il governo di centrosinistra guidato da Romano Prodi. Liberazione, quotidiano di Rifondazione Comunista allora diretto da Piero Sansonetti, titolò: «Prodi sei come Superciuk. Togli ai poveri e dai ai ricchi». Più recentemente, durante una delle ultime sedute del consiglio comunale di Firenze, il senatore forzista Paolo Amato interruppe così il capogruppo socialista Alessandro Falciani: «Ehi, Superciuk, la smetti di dire sciocchezze?». E al povero Falciani non rimase che rispondere: «Chi è questo Superciuk?». Ma il mondo dell’immaginario, come la legge, non ammette ignoranza.

domenica 1 novembre 2009

Signore e signori, i Rem. Quando la musica nasce con il pubbico (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 1 novembre 2009
L’introversione crea difficoltà all’esterno, ma offre smisurate opportunità all’interno. Opportunità non tutte piacevoli, bisogna riconoscere. Opportunità preziose, bisognerebbe capire. Gli altri suonano alla porta d’ingresso e tu sei giù in cantina a provare a mettere un po’ d’ordine, e a perderti in fantasticherie dietro una vecchia rivista o un aggeggio che non usavi più da un pezzo e che nemmeno ti ricordavi se l’avessi buttato via o accantonato chissà dove: troppo lontano per aprire subito, o per aver voglia di precipitarti su per le scale e scambiare quattro chiacchiere su quello di cui parlano tutti, ma che a te (nessuna presunzione, fratelli) non interessa proprio per niente. Gli altri si stancano presto di bussare senza avere risposta. Tu ti stanchi della loro fretta. Chiudi la porta della cantina e alzi la musica dello stereo. E solo ogni tanto, in una pausa acustica o nell’intervallo tra un brano e l’altro, tendi l’orecchio chiedendoti se quel suono che ti sembra di aver sentito, là sopra, è davvero il trillo del campanello. Del tuo campanello. Della tua porta d’ingresso. Della tua casa.
I Rem (gli Ar-I-Em, se preferite lo spelling) sono esperti di cantine, grazie al chitarrista Peter Buck e al cantante Michael Stipe. È una specializzazione che si consegue da ragazzi – a volte già da bambini – e che rimane per sempre. Per sempre: anche quando finisce a sua volta nel dimenticatoio e non la si pratica più per anni e anni e anni. Ma i Rem sono anche artisti. In attività da quasi trent’anni. Apprezzati fin dal primo album, Murmur, che venne dichiarato disco dell’anno da Rolling Stone. In cima alle classifiche all’inizio degli anni Novanta con Out of Time. In fase calante nello scorcio iniziale del nuovo millennio, fino a quell’Around the Sun del 2004 che è piaciuto così poco alla critica e che, pur avendo superato i due milioni di copie in tutto il mondo e raggiunto il primo posto nel Regno Unito, è andato piuttosto male negli USA, mancando il consueto traguardo del disco d’oro.
Così, insoddisfatti non solo delle vendite ma dell’album in quanto tale, i Rem si sono guardati in faccia e hanno deciso che nel loro approccio c’era qualcosa che doveva essere rivisto. La sicurezza era diventata presunzione. Le capacità erano diventate automatismi. Quello che avevano inciso ultimamente poteva anche non essere così disastroso, ma il punto non è non avere difetti che balzino all’occhio. Il punto è avere pregi che si conquistino il secondo sguardo. E poi il terzo. E così via fino a trasformare la curiosità iniziale, o l’incontro per puro caso, in un desiderio di vicinanza e di comprensione. Le canzoni come conferma, o come rivelazione. Le canzoni come esperienze di vita. Le canzoni come compagne di strada. E poi come ricordi del viaggio.
In vista nel nuovo album, quello che sarebbe uscito lo scorso anno e che si sarebbe intitolato Accelerate, i Rem hanno fatto una cosa insolita. Hanno rovesciato la normale successione cronologica tra il lavoro in studio e quello in concerto. Hanno messo giù un certo numero di brani e sono andati a provarli dal vivo, per scoprire se al pubblico piaceva ascoltarli – e se a loro piaceva eseguirli. In aggiunta, perché il materiale non era sufficiente ad attraversare un’intera serata, molti vecchi pezzi del passato, evitando i gettonatissimi Losing My Religion e It’s the End of the World As We Know It e pescando per lo più nella produzione degli anni Ottanta. Come luogo hanno scelto l’Irlanda, e più precisamente Dublino, e ancora più precisamente l’Olympia Theatre. Come periodo una manciata di giorni (di sere...) fra il 30 giugno e il 5 luglio 2007. Come pubblico i fan del gruppo, disposti a pagare il biglietto anche se, come si sapeva ancora prima di entrare e come ribadiva la grande scritta luminosa alle spalle dei musicisti, “THIS IS NOT A SHOW”. Niente spettacolo, nel senso abituale di una messinscena accuratamente studiata e finalizzata a trasportare gli spettatori in una dimensione fittizia in cui tutto, a differenza della vita reale, si snoda col massimo del fascino e col minimo degli imprevisti. Ed essendo ineccepibile nella forma lascia credere, non sempre in buona fede, di esserlo altrettanto nella sostanza.
Al posto dello show, ecco questa situazione strana, e affascinante, e forse irripetibile, a metà strada tra il concerto e le prove. Michael Stipe che canta le parole che ha scritto ma che non esita a correggerle lì per lì. Le canzoni che sono intervallate da chiacchiere e da scherzi. Il pubblico che interloquisce volentieri, riguadagnando un po’ di quella spontaneità cordiale e rilassata che è stata messa al guinzaglio dalla mitizzazione più o meno posticcia delle star musicali. Ciò che ingigantisce il divo rimpicciolisce il pubblico. Se la rappresentazione diventa liturgia i ruoli si cristallizzano. Canzone, applauso, canzone, applauso, bye bye. Un pugno di protagonisti, sul palco, e una miriade di comparse, in platea.
Poco più di due anni dopo, quei concerti del 2007 sono diventati un nuovo album. Trentanove canzoni distribuite in due cd, con l’eventuale integrazione, per chi la vuole e non si lascia frenare dal modesto sovrapprezzo, di un dvd che dura quasi un’ora e che, prevalentemente in bianco e nero, restituisce senza fronzoli quel clima da club per intenditori in cui l’errore è un dettaglio e i soli peccati mortali sono la cialtroneria e la freddezza. Il risultato è ottimo. Non tanto per la qualità intrinseca dei brani, che pure si fanno apprezzare, ma per la vitalità con cui vengono (ri)proposti. Oltre che per se stessi, come ascoltatori, viene da rallegrarsi per loro, come persone. Gli artisti non devono solo accendere il fuoco per gli altri, e controllare che non si spenga rifornendolo puntualmente di combustibile e manovrando con sicurezza i loro mantici; gli artisti devono avere voglia, devono avere bisogno, di scaldarsi a loro volta, ed essere contenti di osservare la fiamma che guizza, e incantarsi a guardare qualche favilla che schizza via e che svanisce nel buio.
Giù in cantina si sta bene, ma quassù si può stare assai meglio. Dipende da chi è venuto a trovarci. Dipende da quanta voglia abbiamo noi di starci insieme e di raccontarci davvero, partendo dalle chiacchiere del giorno e arrivando chissà dove.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la rivista diretta da Massimo Fini.

sabato 31 ottobre 2009

Vent'anni dopo: Niccolai aveva ragione (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di sabato 31 ottobre 2009
Gianfranco Fini, intervistato nel 2004 da Bruno Vespa per il libro Storia d'Italia da Mussolini a Berlusconi, l'ha dovuto confessare confrontando la lucidità politica niccolaiana con l'immobilismo e il nostalgismo in cui si era rinchiusa la destra italiana fino agli anni Ottanta: «Allora non esisteva logica al di fuori di quella. C'era però tra noi qualche eretico come Beppe Niccolai che immaginava di aprirsi al dialogo e sanare da destra l'equivalente di quella che era stata la scissione a sinistra del 1914 tra l'anima nazionalista e riformista del socialismo e quella massimalista. Ma con lui erano in pochi. Noi in genere ci consolavamo dicendo: siamo un mondo chiuso, siamo i soli a poter camminare a testa alta in un mondo corrotto, il corpo elettorale ci darà ragione. Per la svolta era presto...». E forse non è un caso che sia Fini a riconoscere il grande ruolo di anticipazione e di preveggenza che ha caratterizzato nel suo itinerario esistenziale, culturale e politico Giuseppe Niccolai, di cui oggi ricorrono i venti anni dalla morte. Era nato a Pisa il 26 novembre del 1920 e, come molti ragazzi della sua generazione, visse con entusiasmo e partecipazione la modernizzazione della società italiana degli anni Trenta.
Dalla biblioteca di suo padre, preside di liceo e provveditore agli studi, Beppe apprese subito una dimestichezza e una passione per i libri, le carte e la cultura che lo condurranno a elaborare la sua visione della politica. Laureato in giurisprudenza, ventenne fu volontario di guerra in Africa settentrionale. Al momento della disfatta della prima armata italiana, viene catturato dagli inglesi e insieme a tantissimi italiani finisce nel celebre Fascist' Criminal Camp di Hereford, nel Texas. Un'esperienza umana e di formazione che lo vide negli anni di prigionia accomunato e accanto a figure come Giuseppe Berto, che proprio lì scrisse il suo splendido Il cielo è rosso, a Gaetano Tumiati, futuro vicedirettore di Panorama e poi capo del settore periodici della Rizzoli che poi ne raccontò nel romanzo Prigionieri nel Texas, al pittore Alberto Burri che proprio lì iniziò a realizzare i suoi "sacchi", a Roberto Mieville futuro leader dei giovani missini e a Gianni Roberti, poi grande giuslavorista e dirigente della Cisnal. Appena tornato in Italia, il 27 settembre 1948, scrive una lettera-documento sulla lacerazione della sua generazione al suo vecchio amico Romano Bilenchi che in quegli anni si occupava da sinistra, sul Nuovo Corriere, del dialogo con i reduci non-cooperatori. E l'amicizia tra Niccolai e Bilenchi durerà per tutta la vita, al punto che quando il 27 novembre del 1982 si svolgerà a Firenze la storica tavola rotonda in cui Marco Tarchi e Giano Accame si confrontarono con il filosofo ed ex deputato del Pci Massimo Cacciari e con lo storico e firma del Manifesto Giovanni Tassani, Niccolai che era presente consegnò una lettera di apprezzamento per l'iniziativa scritta da Bilenchi.
Animatore di riviste politico-culturali - prima Il Machiavelli, poi L'Eco della Versilia - e collaboratore per anni del Secolo, Niccolai fu prima consigliere comunale del Msi nella sua Pisa e quindi deputato per due legislature, dal 1968 al 1976. Venne lodato da Leonardo Sciascia per la sua relazione di minoranza alla Commissione Antimafia. Nel 1976 decise di non ricandidarsi motivando la sua scelta come un gesto di moralità pubblica e spiegando che occorreva lasciare spazio agli altri, lui avrebbe continuato a fare politica, un impegno che non doveva coincidere con i privilegi dell'essere eletto. Non a caso il giornalista e scrittore Giampiero Mughini, che lo conobbe alla fine degli anni Settanta, descrivendolo in seguito nel suo libro Compagni addio lo definiva come «una delle figure più adamantine» da lui conosciute.
Per moltissimi anni stretto collaboratore di Giorgio Almirante, cui all'inizio lo accomunava la refrattarietà alle derive estremiste e un'idea della cultura politica di riferimento inserita a pieno titolo nella storia comune del Novecento italiano, ne divenne però nei primi anni Ottanta il principale antagonista quando Niccolai ebbe il coraggio - come disse - di «farsi del male» e di avviare una coraggiosa autocritica, la quale pretendeva da tutto il partito una riflessione altrettanto sincera. Niccolai sollecitava, infatti, una rilettura degli errori compiuti nei confronti della contestazione giovanile del '68, verso i nuovi fermenti culturali che stavano emergendo sin dalla fine degli anni Settanta e, soprattutto, in tema di diritti civili, garantismo e politica estera.
Nel 1972, pur di tentare di togliere la parola a Giuseppe Niccolai e di impedirgli un comizio, perdette la vita a Pisa un anarchico di vent'anni, Franco Serantini. Lotta Continua aveva promesso di mettere a ferro e fuoco la città toscana. In un manifesto affisso dappertutto c'era scritto: «Caschi il mondo su di un fico / Niccolai a Pisa non parlerà». Arrivò un battaglione della Celere, contro trecento estremisti di sinistra si schierarono oltre un migliaio di poliziotti: negli scontri morì il ragazzo. «Niccolai - ha scritto Mughini - l'ho conosciuto molti anni dopo, e ancora ricordava con commozione la sorte di Serantini, l'anarchico morto per aver cercato di togliergli la parola...». Non solo: nel 1988, appena scoppia l'affaire Sofri, Beppe si schiera a difesa dell'ex leader di Lc che gli aveva scatenato la piazza contro. Per prima cosa invia al Secolo una lettera (che non verrà però pubblicata) in cui tra l'altro scriveva: «Caro direttore, non me la sento di gridare che Adriano Sofri è un assassino. Mi fa male, mi fa soffrire la morte del giovane anarchico Franco Serantini; al pari di quella, del giovane commissario Calabresi; tutte e due incastrate e cucite con il filo rosso e nero di una orditura vale ripetersi che, partendo da Portella delle Ginestre, passa per Piazza Fontana, Brescia, Bologna, Peteano, Serantini e Sofri. Sofri colpevole? Una cosa mi sono sempre chiesto: in fin dei conti ero stato io l'elemento determinante ad innestare quei fatti che avrebbero portato alla morte del Serantini e, di conseguenza, a quella del Calabresi. Quel comizio del 5 maggio 1972, tenuto in una città assediata. La domanda è questa: se volontà c'era di vendicare, con il sangue, ciò che nel sangue era finito a Pisa, perché non uccidere chi scrive? Era facilissimo; certo molto più facile che assassinare Calabresi...». Poi, qualche giorno dopo Niccolai ebbe un infarto dopo un Comitato centrale del Msi e, ricoverato nell'unità coronarica del'ospedale San Giacomo di Roma, raggiunto da Umberto Croppi e Giano Accame, scrisse insieme a loro un comunicato di piena solidarietà a Sofri che venne poi recapitato all'ex leader del Sessantotto pisano. «Adriano Sofri, questo sessantottino duro, spesso feroce, nel 1986 - scriveva Niccolai - era riuscito (quando fra gli incalliti nostalgici della guerra civile e di una Italia eternamente divisa, infuriava la polemica che ha voluto negare a Giovanni Gentile l'iscrizione del suo nome nella lapide che ricorda tutti i caduti dell'Università di Pisa) a scrivere parole di alta umanità rendendo, al grande intellettuale assassinato, quella giustizia che i neo-democratici a diciotto carati, a oltre 40 anni dal 1945, non riescono ancora a dagli».
Già nei primi anni Ottanta Niccolai aveva riscoperto la figura del fascista ed ex anarchico Berto Ricci, e lo faceva nel momento in cui il Msi cominciava a stragli un po' stretto e l'esigenza di un rinnovamento lo portava a cercare, nel passato, un riferimento dalla grande capacità fascinatrice. E in questo percorso non poteva che incontrarsi, naturalmente, con alcuni giovani della generazione dei Campi Hobbit. Nel 1984 - e quella fu l'unica espressione di approfondimento al 14° congresso missino svoltosi a Roma - presenterà il documento "Segnali di vita", che riecheggiava e non casualmente un brano di Franco Battiato, che verrà sottoscritto entusiasticamente dalle componenti giovanili e creative del partito. «La scelta - si leggeva nella mozione, i cui primi firmatari erano Niccolai, Croppi e Nanni - non può essere che una, e inderogabile: lasciare al loro destino tutto ciò che, partitocraticamente, ha rotto con la vita. Le sedi di partito, cosi come sono concepite, strutturate, non servono più. Occorre ripensarle, con una premessa fondamentale e imprenscindibile: liberandole da essere sedi puramente elettorali, luoghi dove avvengono le varie e non pulite alchimie partitiche e correntizie; per farne invece ponti proiettati verso la società, i suoi problemi, le sue angosce, i suoi slanci, la sua ansia di un ritorno felice, soprattutto per le donne». Tra i firmatari del documento Gianni Alemanno, Enzo Raisi, Fabio Granata, Alessandro Degli Occhi... Nel 1985, in occasione della crisi di Sigonella, Niccolai fece approvare dal Comitato centrale del Msi un ordine del giorno di sostegno a Craxi in nome dello scatto di orgoglio nazionale. E uno dei suoi ultimi scritti, quasi il suo testamento, è l'invito ad andare in mare aperto con l'obiettivo consapevole di ricucire le lacerazioni del Novecento e di ridefinire anche un destino maggioritario in cui tornare a ricollocare la propria vocazione politica. E nel delineare una sorta di via italiana alla modernità «alternativa alla egemonia democristiana», Niccolai spronava la destra alla sintonia con i socialisti, i radicali, gli ambientalisti e i cattolici di Cl: «Se anche solo se ne ricavasse un'Italia meno lacerata, meno nevrotica, più tollerante, più capace di comprendere se stessa e le parti che la compongono, il risultato sarebbe apprezzabile». Ci stiamo arrivando, vent'anni dopo.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.
L'articolo è anche sul sito web del Secolo d'Italia: QUI

venerdì 30 ottobre 2009

Ricordo di Beppe Niccolai a 20 anni dalla scomparsa (di Michele De Feudis)

Articolo di Michele De Feudis
Da Il Tempo di venerdì 30 ottobre 2009
Una destra moderna, dialogante, attenta ai temi dell'immigrazione senza tentazioni reazionarie, intransigente nella lotta alle mafie, in grado di rileggere il sessantotto come una occasione mancata, amante della libertà non si inventa dalla sera alla mattina. È il risultato di un percorso accidentato, complesso, sofferto.
Segnato dall'opera intellettuale di «un maestro di carattere». E se lo scrittore fiorentino Berto Ricci, «il fascista impossibile», lo fu per l'inquieto Indro Montanelli, Beppe Niccolai lo è stato senza dubbio per quella parte di giovani missini che, anche negli anni della marginalizzazione, non si sono mai arresi alla testimonianza ma hanno puntato a conquistarsi - e ci sono riusciti - uno spazio di azione rivolta al futuro. Beppe Niccolai, di cui il 31 ottobre ricorre il ventennale della scomparsa, è stato un galantuomo politico d'altri tempi, un misto di coerenza e semplicità, di carisma e profondità di analisi: parlamentare missino «eretico per ortodossia», coltivava il sogno ambizioso di ricomporre «le fratture tra le grandi culture del novecento».
Per la sua statura integerrima colpì nel profondo anche l'allora presidente dell'Antimafia, Leonardo Sciascia, e Giampiero Mughini che ne tinteggiò un ritratto nel libro «Compagni, addio» (Mondadori). «Nessuno è erede di una idea ma nel filone culturale e politico della attuale destra dei diritti rappresentata da Gianfranco Fini, con una vocazione unificante e repubblicana, c'è una consequenzialità con il pensiero di Niccolai»: Umberto Croppi, assessore alla Cultura del Comune di Roma è stato uno dei giovani negli anni ottanta più vicini al leader missino, la cui lezione è una delle bussole nel mare delle idee per il Secolo d'Italia di Flavia Perina e Luciano Lanna. «Beppe era stato prigioniero nel campo di concentramento americano di Hereford, insieme ad Alberto Burri e Giuseppe Berto. Per questo - racconta Croppi, che conserva ancora il «sacco» usato da Niccolai in Texas in quei giorni - si sentiva depositario del fascismo autentico a differenza dei reduci dell'Rsi che considerava, nel partito, un po' guasconi. Era un politico attento ai fenomeni di trasformazione, aveva letture venate di romanticismo. E poi non era un fascista di sinistra, era proprio di sinistra». Il deputato livornese si autodefinì sul Corriere della Sera in una intervista firmata da Francesco Merlo, «più a sinistra di Ingrao», ma allo stesso tempo non coltivava nessun mito incapacitante: «"Dentro" di noi - scrisse nell'introduzione del saggio di Adalberto Baldoni, "Noi Rivoluzionari" (Settimo Sigillo) - c'è il materiale per costruire, per incidere, per lasciare il segno, per tessere una prospettiva di cambiamento». La sua lezione resta di straordinaria attualità. Prefigurava un «partito dialettico», dove la discussione doveva svolgersi sulle idee e non su aridi schemi correntizi: una esortazione calzante per il nascente Popolo della Libertà, più incline alla sfida per slogan sui media che alla elaborazione.
Sull'immigrazione aveva compreso in anticipo il rischio della nascente xenofobia in Europa. «Una Comunità che si è costruita in quaranta anni di sofferenze è la più vicina a capire la sofferenza di chi, per fame, emigra. (...) Non negrieri, ma civilizzatori»: questa citazione di Niccolai, riportata su un opuscolo militante del Fronte della Gioventù nel 1990, certifica quanto profonda nella destra italiana sia la vocazione solidarista e da dove provenga la sensibilità per l'integrazione mostrata da Gianfranco Fini con le recenti proposte sull'immigrazione. Lo scrittore Pietrangelo Buttafuoco ne traccia un ritratto nitido: «Era un politico fuori moda e anche fuori luogo, per come possa essere immaginato in un ambito di nostalgia. Rispetto ad altri esempi di probità, come Alcide De Gasperi ed Enrico Berlinguer, Niccolai ci aggiungeva il sorriso. Aveva un amore sincero non solo per il luogo istituzionale della politica, lo Stato, ma anche nei confronti del popolo, al punto che definì la tragedia di Piazzale Loreto, "l'ennesimo atto d'amore degli italiani per Mussolini"».
«Partecipò al convegno che avevamo promosso a Firenze con Marco Tarchi (ai tempi giovane studioso, espulso dal partito, ma protagonista della corrente delle "Nuove sintesi" ndr) e il filosofo Massimo Cacciari. Ne apprezzò - aggiunge Croppi - lo spirito innovatore intravedendo la praticabilità di strade oltre la destra e la sinistra». Peppe Nanni, intellettuale vicino a Gianfranco Fini, considera eredità di Niccolai una educazione alla «mistica della politica», paragonando gli interventi del deputato pisano «alle rappresentazioni di Eschilo nei teatri della Grecia antica». Niente a che vedere con le attuali comparsate nei talk show. «Ci fornì un esempio di sobrietà - chiosa Croppi - quando rinunciò al seggio parlamentare, ma continuò a svolgere in pieno la sua missione, indicando al partito le rotte della rivoluzione sociale». Niccolai era questo e molto altro. Fu l'interprete irripetibile, insieme a Giano Accame, di un mondo dove avevano cittadinanza «gli umili e gli indifesi», ai quali donò il sogno di poter cambiare l'Italia.
Michele De Feudis è giornalista e scrittore, redattore di Epolis e collaboratore di varie testate tra cui il Secolo d'Italia. Scrive di libri, cinema, politica e calcio per quotidiani nazionali. Ha curato il libro Tolkien, la Terra di Mezzo e i miti del III millennio, edito da L'arco e la corte (Bari).

Slavoj Zizek, un fascista di sinistra dei nostri giorni (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di venerdì 30 ottobre 2009
«È tempo di sporcarsi le mani!», ci dice Slavoj Zizek, ironizzando sul «moralismo sterile» e il disincanto minimalista che pervade pressoché tutte le culture politiche. Non se ne può più, aggiunge, con quella miscela che determina quel pensiero unico - prospettato come il solo ammissibile - obbligato a oscillare tra un impolitico liberalismo permissivista e una correlativa enfasi retorica sui valori. E si deve, a suo dire, fuoriuscire da questa forma unica del senso comune attraverso un "salto" che conduca nelle ragioni profonde delle vecchie cause perse, di tutto ciò che ormai viene delineato come folle e legato ai fallimenti storico-politici del Novecento.
«Come riscattare - spiega Zizek - il potenziale emancipatore di quei fallimenti evitando la doppia trappola dell'attaccamento nostalgico al passato e dell'adattamento un po' troppo furbo alle nuove circostanze?». Una cosa è certa: i progetti di "grande politica" del '900 sono stati attraversati dalla tentazione totalitaria conducendo direttamente al proprio fallimento e a veri e propri incubi collettivi. Quei tentativi di imporre la rivoluzione hanno pordotto soprattutto regimi in cui il popolo è stato ridotto al silenzio. Ma, bisogna stare attenti - è l'invito esplicito di Zizek - a non buttare il bambino insieme all'acqua sporca. Per dirla tutta: potrebbe esistere un altro percorso possibile tra i fallimenti del '900 e l'idea e la prassi contemporanea di una riduzione della politica alla sola dimensione di amministrazione razionale di interessi?
Al filosofo di Lubiana d'altronde ne hanno dette di tutti i colori, accusandolo a seconda delle volte di essere l'«Elvis Presley della teoria della cultura» o anche un «fascista di sinistra». Ma lui in tutta risposta se n'è uscito con questo suo ultimo librone, In difesa delle cause perse (Ponte alle Grazie pp. 638, € 26,00), andato a ruba anche nelle librerie italiane. Classe 1949, laureato in filosofia, ha approfondito i suoi studi a Parigi. L'interesse per la politica è centrale nella sua riflessione tanto che nel 1990 fu anche candidato alle elezioni presidenziali del suo paese per il partito Democratico Liberale. Il suo pensiero è integralmente caratterizzato dall'applicazione e dalla chiarificazione sociale e politica dei concetti di Lacan ma tra i suoi riferimenti rientrano anche Heidegger, la Scuola di Francoforte, Kierkegaard, Pascal e da mistici quali Jakob Boehme e Angelus Silesius. È nota inoltre la sua ammirazione per Chesterton, di cui ha tradotto diversi libri in sloveno. I suoi maggiori riferimenti contemporanei sono senza dubbio Deleuze, Badiou e Rancière. La peculiarità del suo stile filosofico e della sua stessa scrittura, all'origine del suo notevole successo mediatico, è la capacità di trattare di pensiero politico facendo riferimento alla letteratura e al cinema popolari contemporanei (da Fight Club e Pulp Fiction al B-Movie italiana degli anni '70 sino ai film con Bruce Lee).
Inviso ai nostalgici dei vecchi recinti e a chi rifiuta sconfinamenti del pensiero nell'ambito dell'immaginario, Zizek viene spesso assimilato a torto ai teorici del postmodernismo e ai sostenitori della fine delle grandi narrazioni. Ma la sua posizione è addirittura antitetica a queste prospettive: «Nella lotta anni '60, tra Beatles e Rolling Stones, io stavo con gli Stones: i Beatles erano troppo soft...». E rilancia, anzi, con la necessità di riappropriarsi di una politica fatta "di passione". Tra «liberali anemici» e «fondamentalisti» pseudo-appassionati lui contesta l'opposizione di questa alternativa e invita a recuperare in politica le dimensioni del sacrificio e della disciplina. Non a caso, intervistato qualche tempo fa dal quotidiano il Manifesto, rilanciava con un ossimoro tipicamente novecentesco: «Non mi dispiace definirmi ironicamente un "fascista di sinistra"».
È originale la sua analisi degli ultimi quarant'anni: «Un aspetto dell'immediato del dopo-‘68 è stato il progressivo scivolamento verso una sorta di spiritualità all'americana. Lo spazio per l'azione collettiva era scomparso e lasciava il posto alla sessualità spiccia o a una violenza individuale diretta verso il terrorismo. La catastrofe iniziò lì». D'altronde in Italia sbagliano quei suoi detrattori che, accusandolo di nichilismo e relativismo, considerano le sue analisi rivolte esclusivamente alla sinistra. Eppure Zizek è durissimo contro la logica anti-statalista che accomuna larga parte della sinistra alla stessa impostazione di buona parte della destra, vero pensiero unico dominante: «Purtroppo non vedo - dice - nessun segno della cosiddetta estinzione dello Stato, al contrario. Perfino negli Stati Uniti, ad esempio, quasi ogni volta che si determina un conflitto tra la società civile e lo Stato, mi ritrovo a essere dalla parte di questo piuttosto che di quella...».
Le pagine di In difesa della cause perse sono estremamente chiare da questo punto di vista: «Quando le persone di sinistra lamentano il fatto che oggi solo la destra si mostra appassionata, è in grado di proporre un nuovo immaginario mobilitante, mentre la sinistra si impegna solo nell'amministrazione, esse non vedono la necessità strutturale di ciò che percepiscono». E la metafora più evidente, a suo avviso, sta nel destino dell'europeismo che di fatto «non riesce a suscitare passioni: esso è fondamentalmente un progetto di amministrazione, non un impegno ideologico». Ragion per cui il superamento dell'impasse passa, secondo Zizek, nel recupero di una libertà intesa come prassi, attraverso una versione «impegnata» della stessa libertà: «Non è qualcosa di dato - precisa il filosofo sloveno - ma essa è sempre riconquistata attraverso una dura lotta, in cui si deve essere pronti a rischiare tutto... La vera libertà non è una libertà di scelta fatta da una distanza di sicurezza, come scegliere tra una torta di fragole e una torta di cioccolato». E anche per questo, in un clima generalizzato e globale di «permissivismo che funge da ideologia dominante» è forse giunto il momento per riappropriarsi della «disciplina» esistenziale e dello «spirito di sacrificio». La libertà come tensione irriducibile e il vero libertarismo come tutt'altro dal permissivismo postmodernista. Una libertà presa sul serio e che non si determina con la rassegnazione minimalista conseguente alla presa d'atto del fallimento del Novecento. Non a caso tutto il terzo capitolo del libro è dedicato a Heidegger e agli altri intellettuali radicali tentati dal totalitarismo, ma dei quali Zizek vuole recuperare il positivo. C'è qualcosa che accomuna certe riflessioni dello sloveno a quelle dello storico israeliano Zeev Sternhell quando sosteneva: «Si può essere pieni di ammirazione per la vitalità della cultura fascista, per lo stesso senso di unità che il fascismo restituiva alla collettività, ma nello stesso tempo aborrire il totalitarismo, lo Stato poliziesco, il crimine politico. Non si è necessariamente candidati al posto di guardiani di campi di concentramento o di servi delle dittature se si riesce a percepire quello che i dissidenti degli anni '30 ammiravano nello spirito del tempo e cioé la rivolta contro la concezione utilitaristica della società».
Sbaglia quindi chi volesse accostare le suggestioni di Zizek a qualsiasi tentazione estremista o fondamentalista. Vale su tutto la sua confutazione della lettura neocon del film 300 di Zack Snyder: «I razzisti culturali occidentali amano affermare che, se i persiani fossero riusciti a sottomettere la Grecia, oggi ci sarebbero minareti ovunque in Europa. Ma quest'affermazione stupida è doppiamente sbagliata: non solo non ci sarebbe stato un Islam in caso di sconfitta della Grecia (dal momento che non ci sarebbe stato un pensiero greco e dunque un cristianesimo, presupposti storici dell'Islam); ancora più importante - conclude - è il fatto che ci sono minareti in molte città europee oggi, e il genere di tolleranza multiculturale che ha reso questa cosa possibile è per l'appunto il risultato della vittoria greca sui persiani».
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.
L'articolo è anche sul sito web del Secolo d'Italia: QUI

giovedì 29 ottobre 2009

Antonello Venditti: «Io, compagno di scuola anche per voi» (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di mercoledì 28 ottobre 2009

Forse nessuna sua canzone lo descrive meglio di Compagno di scuola. E in effetti dopo aver letto questa sua coinvolgente autobiografia, L'importante è che tu sia infelice (Mondadori, pp. 260, € 16.00) chiunque oggi ha un'età tra i quaranta e i sessant'anni finisce per considerare Antonello Venditti proprio come un compagno di classe immaginario. È lui d'altronde a raccontarci come lo scorso inverno ha incontrato per caso in un ristorante un suo ex compagno di banco dei tempi del liceo, oggi avvocato a Roma: «C'eravamo già incontrati - rievoca Venditti - all'università, sulla scalinata di Giurisprudenza, lui fascista e io comunista. Ci dicemmo: "E adesso che dobbiamo fare?". All'epoca convenimmo che era meglio ignorarci...». E invece, quarant'anni dopo, è stato tutto diverso: «Non abbiamo analizzato le cose da un punto di vista politico, la nostra storia personale si è risolta nella maniera più naturale, con un interesse umano sincero e una stretta di mano. Ciò che è stato è servito a farci diventare ciò che siamo, la storia che ci ha condotto qui l'abbiamo già vissuta, e non ci resta che ricominciare dall'oggi. È il presente che porta in sé il futuro». Una conferma postuma di quel «Nietzsche e Marx che si davano la mano» descritta proprio in Compagno di scuola.

D'altronde, il cantautore non ha mai fatto propria una lettura del nostro passato prossimo dal taglio ideologico e astratta dall'autentico intreccio della vita: «Gli ambienti - annota - si fondevano, i destini si intrecciavano e mescolavano. Le estati erano estati per tutti, dal brigatista all'artista. Ad esempio sulla terrazza del Miramare al Circeo, dove mio padre giocava a carte e mia madre lo guardava rosa dalla gelosia, si ritrovava una comitiva coloritissima, una delle tante colonie romane nel mondo in cui si riproponevano le facce di piazza Euclide, corso Trieste, dei muretti e delle piazzette. C'ero io, altri liceali, ma anche Valerio Fioravanti, prima attore nel Carosello e nella serie tv La famiglia Benvenuti poi terrorista nero, oppure Adriana Faranda, che con coraggio da leone esibiva il primo topless e poi entrò nelle Br. O, ancora, giocavo a pallone con un ragazzo che aveva un contratto con la Rca ma era un militante di destra. Vivevamo sfiorando molteplici storie...».

Venditti è davvero bravo in questo ricostruire il clima e la vita quotidiana dei suoi anni Sessanta, quelli di una tipica adolescenza di un ragazzo nato nel 1949. Ne aveva già scritto nel 1981 per il libro curato da Walter Veltroni Il sogno degli anni '60 con un contributo intitolato "Ero un ciccione": «La mia famiglia mi aveva dato un'educazione cattolica. Quando arrivai al ginnasio, al Giulio Cesare, che era già luogo di tensioni e di avanguardia, non mi accorgevo ancora di nulla. Scoprii che in classe mia c'erano i fascisti, c'erano i liberali e c'era gente che la pensava in modi diversi. Fu una scoperta: io non leggevo, in casa mia arrivava solo Il Tempo, non si parlava di politica. Invece a scuola c'era tensione: è stata la prima scuola ad avere la polizia davanti, le prime scritte nere sui muri le ho viste lì attorno. Era una zona di destra: nel versante sud (piazza Istria, piazza Annibaliano) fino al 1966 agivano soltanto la Giovane Italia e i giovani liberali». E una mattina di quell'anno Antonello fu reclutato davanti ai cancelli e portato in corteo al grido di "Il Tirolo a noi!": «Io non sapevo neanche cosa fosse e non sapevo che mio padre c'era di mezzo, che proprio lui stava trattando per conto del governo con i terroristi altoatesini».

E in questo L'importante è che tu sia infelice le pagine dedicate a suo padre, Vincenzino Italo, sono tra le più sentite: «Papà era un uomo avventuroso, fiducioso nel futuro, anarchico fino al midollo, veniva da Campolieto, in Molise, ultimo di nove figli, fisicamente somigliava ad Amedeo Nazzari». Andò in guerra in Africa assieme al fratello e diventò anche un eroe, con medaglia al valore annessa. Finì in campo di prigionia e appellandosi alla Convenzione di Ginevra si rifiutò di essere costretto al lavoro per gli inglesi. Scappò due volte, camminò in Eritrea da Massawa ad Asmara, e ancora oltre, verso Keren, per cento chilometri di salite impraticabili. Fuggì per una seconda volta e fu colpito da una mitragliatrice con un colpo che gli bucò la carotide: «La storia è finita in Mio padre ha un buco in gola e quella pallottola ce l'ho ancora». Vincenzino Italo passò quindi sei anni nei campi di prigionia, fu l'ultimo ufficiale a tornare in Italia, nel '48, e si indignò quando scoprì che non lo avevano aspettato per votare la Repubblica. Arrivò a Roma come tanti reduci della sua generazione, si rimboccò subito le mani e contribuì alla ricostruzione del paese. Si laureò in legge e incontrò Wanda, allora pendolare, poi professoressa al Visconti e quindi, di ruolo, al Giulio Cesare. E proprio nell'ambiente familiare, tra un padre prefetto di polizia ma uomo libero e una madre che avrebbe preferito un figlio avvocato al cantautore che sarebbe diventato, c'è il nucleo di tutta la narrazione che inizia proprio dalla morte di Wanda, il 31 luglio del 2007, e dalla consegna ad Antonello di un baule con i diari che lei aveva scritto per tutta la vita. Ed è proprio davanti a quel baule che Venditti, dopo una carriera straordinaria dedicata alla musica e una vita personale altrettanto intensa, decide di rompere il lucchetto dei ricordi e affondarci l'anima.

Straordinarie le pagine che descrivono le vacanze adolescenziali a Olevano Romano, «luogo di fondamentale importanza per la mia formazione musicale». Con le due fazioni opposte dei mods e dei rockers, che a Olevano si riducevano a due bande vestite con marche diverse: Levi's contro Lee: «I primi al lavaggio diventavano azzurri, anzi quasi bianchi, e tanto mi piaceva quel colore che nella guerra di secessione americana tifavo il Sud». In quegli anni il giovanissimo Antonello scopre la musica, frequenta il Piper di via Tagliamento, il 28 giugno del '65 è all'Adriano a vedere i Beatles. Poi con gli amici del Giulio Cesare fonda la Cantina, in via Monte delle Gioie, che diventa uno dei più famosi locali della capitale. Poi, il '68: «Il 1° marzo fui catturato negli scontri di Valle Giulia... Non mi piacevano le categorie e il termine compagno stonava addosso a me. Ho cercato la mia identità in diverse formazioni, appartenevo a qualcosa per un momento, ma rimanevo sostanzialmente Antonello. Ho spesso avuto il ruolo di far dialogare gli altri...». Venditti ci tiene infatti a sottolineare questa sua attitudine - «ereditata da mio padre» - a fare il mediatore tra musiche, culture, ideologie e colori: «Io li conoscevo tutti, anche le facce di destra, tipo i fratelli Cascella e Di Luia, Franco Papitto... Mi interessavo di loro come del resto, non escludevo niente e mi muovevo come un ponte». Tanto che il suo '68 non fu scandito solo da manifestazioni, ma anche dallo studio. Lavorava alla tesi di laurea in diritto minerario occupandosi di Enrico Mattei: «Era il simbolo di una Italia negletta che si alzava con un colpo d'orgoglio e tentava di svincolarsi dalla Sette Sorelle e dalle plutocrazie per occuparsi del proprio benessere. Percecivo una voglia d'indipendenza, un'idea di italiano forte che ancora oggi perseguo affascinante più delle figure leggendarie del socialismo o del comunismo». Poi, la narrazione prosegue con la sua scelta di fare il cantautore subito dopo la laurea. Ed è piena di episodi, aneddoti, scoperte, nomi. Comprese le incomprensioni della "sua" sinistra, dalle accuse di "qualunquismo" dell'Unità a Occhetto che lo tacciò di filo-socialismo. Venditti ricorda di essere stato criticato per aver accettato l'invito al Meeting di Cl: «Un vizio ignobile che si rivelò di nuovo nel '95-96 quando venni rimproverato per aver conosciuto Fini e Gasparri...». Ma Venditti non sembra curarsene: «Della visione cattolica condivido il valore dato alla singola vita umana... Se la musica impone che il "do" va fatto in un preciso modo, io lo faccio al contrario. Non potrebbe essere diversamente. D'altronde - conclude - io sono quello che sono in opposizione a quello che mi madre avrebbe voluto fossi».

Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.
L'articolo è anche sul sito web del Secolo d'Italia: QUI