lunedì 31 marzo 2008

Claudia forever

Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 3o marzo 2008
In principio c’erano i colonnelli dalle palle di velluto. Poi Berlusconi si è ammalato della sindrome del voyeur: vede donne orizzontali, dappertutto. Fino a ieri fan sfegatata del Cavaliere, la Santanchè s’è scoperta antiberlusconiana, oltre che fascista dura e pura. Al punto di sentirsi in dovere di ricordare ad Alessandra Mussolini – colpevole di aver sottolineato come la “galanteria” del leader Pdl sia cosa ben diversa dal mancare di rispetto alle donne – che senza il nonno «non ci sarebbero stati il salario garantito, l’Inps, Cinecittà, Marconi, Pirandello, D'Annunzio, la grande architettura e le grandi bonifiche». È il caso di dire: fare di tutta l’erba un fascio. E sottrarre quel fascio alla storia per arruolarlo in campagna elettorale è, quanto meno, di cattivo gusto. Che poi, a dirla tutta, Berlusconi, in confronto a Mussolini, è un monaco di clausura. Polemica vecchia come il cucco – aggiungiamo – quella del “sono più fascista di te”. Paola Cortellesi, straordinaria nell’imitazione televisiva della Santanchè, le fa dire: «Ciarrapico, al mio confronto, è Winnie the Pooh». Donna verticale, la Cortellesi, artista completa.
E donna verticale per eccellenza è Claudia Cardinale, che il prossimo 14 aprile festeggerà 70 anni portati con elegante noncuranza: «No al lifting: è bello mostrare i segni del tempo. Rifarsi è un segno di fragilità, se non sei forte e non accetti i tuoi anni, meglio che lasci stare». Bellezza selvatica, antidiva raffinata e anticonformista, è entrata di diritto nel mito senza mai rinunciare a fare scelte coraggiose e controcorrente. Come quella di “sdoganare” Claretta Petacci, una donna sino a quel momento considerata da molti e a torto “orizzontale”, vittima non dei suoi carnefici ma dell’adorazione per il duce. In tempi diversi e più “difficili” di quelli attuali: nel ’84, quando la Cardinale era già un’attrice affermata. Aveva esordito nel ’58 con Mario Monicelli ne I soliti ignoti accanto a monumenti come Vittorio Gassman, Totò e Marcello Mastroianni ed era arrivata alla consacrazione internazione con Il Gattopardo (’63) di Luchino Visconti, accanto ad Alain Delon.
Anche quel film aveva scatenato aspre polemiche. Si trattava della trasposizione cinematografica dell’unico romanzo del duca Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un autore estraneo alle conventicole culturali alla moda e accusato di essere “reazionario”. Il libro, pubblicato postumo nel ’58, racconta le vicende di un principe che assiste con aristocratico distacco all’ineluttabile declino del suo mondo. «In quegli anni, in cui la democrazia cristiana regnava sull’Italia, ma dove l’intellighenzia era di sinistra o di estrema sinistra – ha detto l’attrice – quel best seller mondiale aveva sollevato molte polemiche. Come considerare il principe di Salina? Un reazionario o piuttosto un puro?».
Tra il ’58 e il ’73 la Cardinale gira oltre cinquanta film. Il cinema italiano scoppiava di salute: aveva messo in soffitta il pessimismo del neorealismo e si era liberato dei condizionamenti ideologici per affidarsi alla vivacità della commedia. Ogni anno si producevano sino a trecento film e si vendevano oltre ottocento milioni di biglietti: il pubblico voleva scrollarsi di dosso la polvere di un dopoguerra infinito e divertirsi, finalmente. «Se, dopo la guerra, alcuni avevano pensato di promuovere la rivoluzione facendo piangere gli spettatori – ha ricordato con il suo stile asciutto quanto diretto l’attrice – quel tempo era finito». Numeri che facevano del nostro cinema il secondo al mondo. Un fenomeno nazional popolare contagioso di cui la Cardinale, con il suo volto mediterraneo, incarnava la vitalità.
Corteggiata da colleghi carismatici come Jean Paul Belmondo, Steve McQueen, Paul Newman, Marlon Brando e Robert De Niro, si innamora «dell’unico che non mi voleva, un ombroso regista napoletano il cui sguardo trasparente era tagliente come l’acciaio», il coetaneo trentatreenne Pasquale Squitieri, avvocato, attore, politico idealista «tormentato dalle ingiustizie», già discusso per aver girato film come Camorra. Insieme ne realizzeranno altri, tra cui I guappi (’74), Il prefetto di ferro (’77), L'arma, (’78) Corleone (’78), e – per l’appunto – Claretta (’84). Squitieri, che più tardi diventerà senatore di Alleanza Nazionale, «non ha avuto paura di essere trattato da fascista – ha testimoniato la Cardinale – dedicando un film ad un soggetto tabù: Mussolini». Lo stesso regista ha spiegato di voler raccontare «un periodo della nostra storia che nonostante le acquisizioni di una certa storiografia, è stato affrontato piuttosto male e con molta superficialità, non senza una certa dose di mala fede, a cominciare dalla rimozione, nella nostra coscienza collettiva, dell’infamia di piazzale Loreto». Un film che non ha la pretesa di farsi documento storico-politico ma di grande impatto nell’immaginario, intenso senza mai scadere nel melodramma, persino misurato nel raccontare una tragedia. Eppure sui quotidiani di sinistra si mobilitò una levata di scudi post-resistenziali con relativa inappellabile sentenza: «La pellicola è filofascista». Il poeta sovietico Evgenij Evtushenko si dimise dalla giuria del festival di Venezia, dove il film era in concorso. Anche il Corriere della Sera manifestò il proprio dissenso: «Era opportuno prendere in concorso – si domandava l’articolista – un film nel solco di un cinema popolare che favorisce il ripensamento storico del consenso al fascismo nei modi della pubblicistica rotocalchesca con scivolate nel fumetto. L'animoso regista Squitieri vuole convincerci che il film è un’operazione culturale perché comporta una rilettura del fascismo. Claretta è un film che fa regredire, non avanzare, il dibattito culturale, nel momento in cui contribuisce alla mitizzazione di figure pubbliche». Di tutt’altro avviso Maurizio Cabona, che ha giustamente sottolineato come quel film sia stato più importante nella storia d’Italia che nella storia del cinema. «Dopo che per 40 anni il nostro cinema, fatto in buona parte da autori affermatisi in epoca fascista, presentava la medesima come un’epoca di mostri – ha scritto il critico cinematografico del Giornale – Claretta sconvolgeva l’immagine di quel periodo, non riducendo più le persone, anche quelle coinvolte solo indirettamente nella politica, a simboli da odiare, oltre che da ammazzare e appendere per i piedi».
Sul film non mancò di dire la sua Claudia Cardinale – che a quell’interpretazione, probabilmente proprio a causa dei “guai” che finì per procurarle, è rimasta attaccata – concedendo una delle sue rare interviste a un maestro di giornalismo, il “nostro” Carlo Cozzi. Nel lungo articolo, pubblicato sul Secolo d’Italia il 22 novembre 1984, l’attrice ripercorre con una punta di amarezza le anomalie di una campagna promozionale del film sin troppo timida: «Senza cartelloni, lanci pubblicitari e uscite adeguate. Assolutamente nulla. Sino a essere tolto quasi subito dalla programmazione». Ben altra accoglienza ebbe la proiezione della pellicola all’estero. Quando, subito dopo Venezia, il regista e l’attrice vennero invitati a Tokyo e Los Angeles per presentare il film, l’entusiasmo li risarcì delle critiche ricevute in patria: «Stranamente il personaggio di Claretta Petacci, la sua storia tragica, che io pensavo sconosciuti negli States, sono ben noti all’uomo della strada. L’immagine di quei due corpi appesi per i piedi a piazzale Loreto è fissata nel ricordo della gente». L’attrice, parlando con Cozzi, rivendica la sua piena sintonia con Claretta: «Un personaggio tragico e universale che è perfettamente nelle mie corde». E soprattutto sottolinea il valore assoluto e straordinario di quella «coerenza totale quanto ammirevole: nel momento in cui tanti cambiavano camicia e bandiera, da un giorno all’altro non erano più fascisti, lei è stata quella che gli è rimasta accanto, colei che nell’ora suprema gli ha dato forse il coraggio di morire. Non volle lasciarlo. Poteva salvarsi, scappando. Non lo fece. Ucciderla è stato un atto vile. Non si ammazza una donna soltanto perché ama». Coerenza e amore portato alle estreme conseguenze, capacità di sacrificio, valori troppo importanti per la Cardinale per non riconoscersi immediatamente nella vicenda umana della Petacci che un giovane e già anticonformista Giampiero Mughini – mentre infuriava la polemica sul film – salutò così sulle pagine de L’Espresso: «Visse una passione estrema quale vorrebbe viverla almeno una volta ognuno di noi».
E una vita estrema – anzi, grazie al cinema, «centocinquanta in una: sono stata una principessa, una puttana, una santa» – l’ha avuta la Cardinale, tunisina di origini siciliane, che sognava una vita avventurosa e spericolata di maestra nel deserto. Non senza difficoltà. In Tunisia, a dieci anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la vita rimaneva dura per gli italiani che vivevano sotto il protettorato francese. Per molti francesi, l’Italia restava un paese fascista e lei aveva “assaggiato” sulla propria pelle i graffi di un antifascismo indiscriminato. «A scuola, le insegnanti evitavano di pronunciare il nome Cardinale all’italiana, saltando la e, che ci esponeva all’ostilità degli altri». L’attrice ricorda ancora come un gruppo di teppisti, «convinti di essere eroi», le distrussero a calci la cartella. Per i nostri immigrati, il cinema italiano finì così per diventare «una nuova patria». E proprio un concorso di bellezza organizzato dall’Unitalia, l’unione nazionale per la diffusione del film italiano all’estero, fece di lei «il simbolo di un paese del quale a malapena parlavo la lingua». Con la fascia di italiana più bella di Tunisi ricevette in premio un viaggio alla mostra di Venezia. Il mito aveva già un nome, anzi una sigla: B.B., sex symbol planetario, della quale la stessa Cardinale era una “fan”: «Ero abbagliata dal personaggio di Brigitte Bardot. Aveva influenzato il look e il comportamento di tutte le ragazze della mia generazione. Come lei raccoglievo i capelli in una coda di cavallo, vestivo di nero, portavo maglioni a collo alto». Di certo non poteva immaginare che nel ’71 avrebbe recitato con lei ne Le pistolere e che l’aspettasse una carriera cinquantennale ricca di successi e riconoscimenti.
Senza mai rinunciare ai propri principi, come la decisione di non spogliarsi davanti alle telecamere: «Non ho mai mostrato il seno. Sono convinta che la nudità uccida l’erotismo». «Non sei una donna, sei un maschiaccio» l’aveva rimproverata con affetto John Wayne, che con lei ha girato Il circo e la sua grande avventura (’64). «La Cardinale è una delle rare donne al mondo a poter brandire una mazza o un revolver senza far piegare in due dal ridere tutta una sala», testimonierà José Giovanni, autore di romanzi polizieschi pubblicati dal “fascista” Roger Nimier e poi regista di successo. Un maschiaccio estremamente femminile. Sergio Leone, il maestro che la dirigerà in C’era una volta il west (’68), giudicherà quel ruolo femminile il più bello tra i tantissimi film della sua lunga attività di regista. Adesso il festival di Cannes – che di anni (edizioni) ne ha solo 61 e in confronto a lei è un ragazzino – l’aspetta per festeggiarla proprio in occasione del suo compleanno. Lei ha risposto a modo suo: «Non me ne frega niente degli anniversari». Perchè già è proiettata verso nuovi progetti. Nella sua riservata abitazione parigina al Marais, ha coltivato la preziosa qualità della modestia, sino a confessare a Valerio Cappelli del Corriere della Sera, pochi giorni fa, un unico rimpianto: «Non essere abbastanza colta». Modestia e senso della realtà: qualità indispensabili per una donna che vuol essere verticale senza alzare la voce e strappare l’applauso a tutti i costi.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Faccio a Claudia Cardinale i miei migliori auguri di buon compleanno con la speranza di rivederla presto in televisione.

Giovanni

giambattista salis ha detto...

è proprio vero.
la cinematrografia rimane sempre l'arma più forte.

è vero, oggi c'è la TV.

è Lei che traccia il solco.
ma è pur sempre il cinema che lo difende.

:-) un salutone, Roberto.
GB

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

L'arma più forte, non mi ricordo chi lo disse :)
Un saluto a te, Giambattista.
E a presto.
Roberto

RomaPunto ha detto...

Ciao Roberto,
ti segnaliamo l'intervista a Ugo Gregoretti , fresca di ... POST!
Ci dicono che puoi divulgarla :)