martedì 8 aprile 2008

La rivincita sul rap dell'Europa dei menestrelli (in libreria "Lassù i primi. La montagna che vince" di Augusto Grandi)

nella foto Sergio Berardo, leader dei Lou Dalfin
Dal Secolo d'Italia di martedì 8 aprile 2008

La tradizione occitana scala l’Hit parade? Sì, è possibile quando si riesce a coniugare la memoria del passato con la voglia di futuro senza cadere nella trappola del nostalgismo fine a se stesso. C’era già riuscito, sin dalla seconda metà degli anni Settanta, Alain Stivell – con un clamoroso successo internazionale – contaminando le atmosfere celtiche con l’attualità e rilanciando l’identità bretone a colpi d’arpa. Altrettanto ha fatto Sergio Berardo, classe ’58, con i suoi Lou Dalfin, il gruppo musicale che ha restituito l’Occitania all’immaginario collettivo. La band nata nel ’82 – il cui nome richiama l’animale simbolo dell’antico Delfinato – è sempre più punto di riferimento per l’intera area di lingua d’oc: dalle Alpi del Torinese, del Cuneese e del Monregalese sino al Midi francese e alla Val d’Aran, enclave occitana in Catalogna. Qualcosa che va al di là dei risultati strettamente commerciali – una decina di dischi e oltre mille concerti negli ultimi vent’anni – per farsi fenomeno di costume, capace di contagiare anche chi non si era mai appassionato alla musica tradizionale. Come? Affiancando la chitarra elettrica alla ghironda e la batteria alla viola. Coinvolgendo i giovani delle vallate proprio quando – nei primi anni Novanta – il declino della musica popolare sembrava irreversibile. Una svolta imprevedibile che ha fatto sì che sul territorio nascessero e si sviluppassero, per emulazione, numerose formazione musicali intente a riscoprire lingua e cultura locali per “esportarle” ben oltre i confini abituali. Un’analoga funzione di stimolo l’ha svolta Luis de Jyaryot, il più famoso cantautore valdostano, un vero e proprio mito vivente. Testi rigorosamente in patois, prima lingua delle vallate laterali. Ballate con influssi mediterranei, francesi e celtici, sapientemente mescolati con suggestioni jazz.
«Una sorta di rivoluzione copernicana nell’immagine della musica occitana, che orma
i era vista come qualcosa di senescente». Così la descrive Augusto Grandi (nella foto piccola a destra) nel suo ultimo libro, da pochi giorni in libreria, Lassù i primi, la montagna che vince (Daniela Piazza Editore, pp. 182, € 14,00). Grandi, da oltre venti anni giornalista del Sole 24 Ore, non a caso ha lavorato a lungo in Valle d’Aosta e, tra l’altro, ha seguito come fotografo diversi cantanti valdostani, tra cui lo stesso Luis de Jyaryot e Maura Susanna. Esperienze che tracciano il filo conduttore delle sue pubblicazioni: l’amore per la montagna e, soprattutto, la convinzione nelle potenzialità ancora inespresse di quelle che lui chiama “Terre Alte”. Un mondo che a parere di alcuni è destinato alla scomparsa per consunzione. Di tutt’altro avviso Grandi, che crede nelle «prospettive di rilancio economico, culturale e politico» della zona. Turismo, certamente, ma non solo. Formazione e nuova imprenditoria. Necessità di realizzare nuove infrastrutture senza trascurare la difesa dell’ambiente e di conciliare valori antichi, stili di vita “naturali” e opportunità di lavoro, disponibilità al sacrificio e voglia di divertirsi, sogno e realtà.
Perché se «il mito della lingua d’oc, il sogno di un’Europa che non è stata, di un’Europa mancata sicuramente più affascinante di quella dei buroc
rati con cui ci si deve confrontare nella realtà, un’Europa dei trovatori, dell’amore cortese, delle autonomie contro gli stati nazionali, della festa contro lo sfruttamento, della libertà contro ogni imposizione» resiste nell’immaginario delle vallate alpine, c’è bisogno anche di salutari immersioni nella realtà. Una battaglia comune che deve vedere tutti impegnati, dagli imprenditori ai musicisti, nella consapevolezza che solo con la “coralità” degli sforzi potranno prodursi risultati concreti. Nessuna tentazione autonomista, anche se in molti sono passati per l’impegno politico. Lo stesso Jyaryot (primo a sinistra nella foto) ricorda un grande fermento politico già dal ’75: «Era l’epoca del movimento arpitanista, dei duri e puri. E la mia musica serviva anche a diffondere le idee».
Sergio Berardo, «
occitano di Caraglio, quindi di confine» e libertario irriducibile, ha un passato da militante del partito nazionalista occitano mentre ora il suo impegno è quello di rivitalizzare la musica tradizionale: «Era l’emblema del “mondo dei vinti” – spiega – e noi abbiamo contribuito a trasformarla in qualcosa di vivo. Abbiamo puntato sui ragazzi per immettere forza creativa, ironia, energia. I giovani sono estranei al mondo della musica tradizionale, ma nel cuore hanno ancora certi suoni sebbene non ne siano coscienti. Noi li raggiungiamo presentando questa musica in modo nuovo e dissacrante». E infatti le sue canzoni sono coinvolgenti: allegre o, al più, arrabbiate. Mai rassegnate. Innovative, tanto da poter affermare che abbiano dato vita a un genere nuovo e originale, quello della “danza canzone”. Dopo Gaber e il suo teatro canzone, è la volta dei Lou Dalfin: “Chanta ta danca, bala ta chancon”. Canta la tua danza, balla la tua canzone.
«I Lou Delfin – scrive Grandi – rappresentano anche una finestra culturale che mette in comunicaz
ione la montagna con la pianura, Torino con Marsiglia. Hanno un pubblico eterogeneo, dai centri sociali ai giovani leghisti e di destra (un gruppo musicale come la Compagnia dell’Anello canta proprio i trovatori e lo spazio occitano nel brano Sulla strada)». Ambiente, quello della destra, che Grandi ha gustosamente raccontato nel biografico Baci & bastonate. Cronache di un sessantottino nero con alle spalle… nessun progetto politico (pp. 147, € 12,00, Edizioni Angolo Manzoni 2007). Un successo trasversale, perché «la politica della montagna non è di destra o di sinistra. Semmai è più alta. Perché l’immagine della montagna è legata ai partigiani saliti sulle Alpi ma anche alla meditazione delle vette di Julius Evola. In montagna trascorrevano le vacanze gli esponenti del Partito d’Azione e gli ordonivisti. Certo, la montagna non è il posto adatto per la maggior parte dei politici italiani di oggi – conclude ironicamente Grandi – molto più a loro agio nei locali per cafonazzi arricchiti. Poche eccezioni: Rosi Bindi e Alemanno».
I Lou Dalfin, inoltre, hanno affiancato alla musica un centro di attività didattica, realizzato l’atlante sonoro degli strumenti occitani e un progetto per la ricostruzione di una cornamusa sulla base di un affresco in una Chiesa in Val Maira sta per concludersi:
la dimostrazione che la musica può divenire una professione anche in montagna. E che può essere il motore per una serie di iniziative culturali nelle valli e per le valli. Dal museo per le arti popolari al marketing del territorio. Gli ex allievi di Berardo si sono trasformati a loro volta in insegnanti che vanno in giro a far conoscere lingua, tradizioni e territorio dell’Occitania. Un mondo vivo, che può permettersi di impiantare una sala di registrazione a 1.200 metri di altitudine. E ora si punta a far partire i corsi per liutai. Idee e capacità di realizzarle. La montagna come mondo dei vincenti o, per lo meno, dei potenziali vincitori. La scelta del titolo del libro, del resto, è chiara: «Lassù gli ultimi era il titolo di uno splendido libro di alcuni decenni or sono. Quando la montagna era il mondo dei vinti. Ora - ha scritto l’autore – si può ricominciare dalla montagna e da chi la abita. Lassù i primi: quelli che non si rassegnano a un ruolo da perdenti». Senza aspettarsi granchè dalla politica. Per un insuperabile deficit di rappresentanza, perché gli abitanti delle “Terre Alte” sono poco presenti nelle istituzioni e dei loro problemi e delle loro necessità nessuno se ne cura davvero. «Gli euroburocrati, in nome della concorrenza, fingono di ignorare che vivere e lavorare a oltre 1.500 metri di altitudine è cosa ben diversa (e complessa) dal farlo al livello del mare». Il governo nazionale «se ne frega totalmente della montagna» e altrettanto fa l’amministrazione comunale torinese. « In nome del politicamente corretto si sono negate le radici alpine per guardare esclusivamente all’altro lato del Mediterraneo. Non una proposta culturale decente per valorizzare le tradizioni alpine – denuncia Grandi – non una iniziativa di successo, non una manifestazione musicale, o letteraria, o teatrale». Niente che non abbia carattere estemporaneo, come le Olimpiadi invernali di Torino, che pure crearono una vivace quanto momentanea inversione di tendenza. Non è da meglio la classe imprenditoriale, troppo spesso immobile e indifferente. «Non si sono mossi di fronte alla prospettiva della scomparsa di una squadra con 100 anni di storia, con un mito alle spalle come il Grande Torino… si è dovuto attendere l’intervento di un imprenditore milanese come Urbano Cairo per rivedere un progetto di rilancio».
Intendiamoci, non mancano
le eccellenze e imprenditori “illuminati” capaci di realizzare il grande business senza dimenticare il territorio – e nel libro Grandi si sofferma a descrivere diverse esperienze positive – ma troppe restano le resistenze culturali. A cominciare dalla cattiva abitudine di nascondere la provenienza dei prodotti di qualità, «come se ci si vergognasse di essere bravi». Mentre in Birmania si produce e vende l’acqua “Alpi” con scritta in latino e disegnino che ricorda le nostre montagne a evocare nell’immaginario collettivo le Alpi come simbolo di purezza e freschezza – si lamenta Grandi – da noi un’azienda di abbigliamento aveva ottenuto un successo internazionale non con un marchio valdostano ma con un marchio in lingua finlandese e bandiera norvegese: Napapijri. Così come torinese e non scandinavo è il marchio degli italianissimi capi in pile della Polar Cruise.

Notizie sull'autore del libro recensito: Augusto Grandi è laureato in Lettere con indirizzo storico contemporaneo e da 20 anni è corrispondente del Sole 24 Ore per Piemonte e Valle d’Aosta. Ha pubblicato i seguenti libri: Un Galeone tra i monti (Musumeci), Sistema Torino (Musso editore), Sistema Piemonte (Integraphica), Baci e Bastonate (Angolo Manzoni). Lassù i primi (Daniela Piazza Editore) è la sua ultima prova.

8 commenti:

Giorgio ha detto...

Caro Roberto
parole sante! Sia le tue che quelle di Grandi.
Il problema, però, resta un'industria discografica globalista e globalizzata e un sistema di fruizione musicale (radio, tv, punti vendita) che privilegia i prodotti industriali delle grandi case internazionali (sempre meno di numero e sempre più potenti, peraltro...).
Ci salverà internet? E' una grande possibilità, non c'è dubbio. Ma resto scettico: anche sulla rete vedo proliferare musica che si ispira o discende dal pensiero unico.
Cordialmente

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie Giorgio. Il libro di Augusto Grandi è molto interessante (non si ferma alle suggestioni ma analizza e propone) e ne consiglio la lettura a tutti. Non so se internet ci salverà ma di sicuro ci aiuta a vivere meglio. L'importante è non subire passivamente quello che ci passano ma alimentare il nostro gusto.
Alla prossima e grazie del commento.
Roberto

Claudio Ughetto ha detto...

E bravo Rob:
i Lou Dalfin li conosco abbastanza bene, vado ai loro concerti almeno due volte all'anno (è gente delle mie valli, ed io sto più o meno al confine con l'Occitania, di cui abbraccio la causa...). C'è sempre un gran casino, perché Berardo invoca a pié sospinto l'autonomia occitana, però questa richiesta d'autodeterminazione non ha nulla a che vedere con quella leghista (che esclude): tra sudore e pogate ti ritrovi a danzare sottobraccio con gente di tutte le provenienze ed etnie, ed è bellissimo.
In loro la tradizione si unisce alla ribellione punk, l'istinto libertario non disdegna il comunitarismo, e nei testi di Berardo, talvolta, aleggiano l'epica medioevale e la finezza dell'amor cortese, prima che tutto fosse cancellato dal centralismo papale... Naturalmente i Dou Dalfin, pur stando idealmente "a sinistra" (com'è di sinistra, idealmente, l'autonomismo occitano) non risparmiano critiche a nessun governo, soprattutto perché sostengono la causa NO TAV.

Per quanto riguarda il libro di Grandi, credo proprio che me lo procurerò :-)

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

E in effetti mentre leggevo (e rileggevo) il libro di Grandi pensavo... questo è un libro che piacerebbe a Claudio!
Fammi sapere...
Un abbraccio
Rob

Claudio Ughetto ha detto...

Non mancherò :-)

Intanto inserisco una ballata tradizionale, rivista dai Lou Dalfin. Purtroppo la traduzione non rende la commovente poesia della linguadòc.
Si riferisce ai ragazzi di montagna che partirono per le guerre napoleoniche, coinvolti un progetto imperiale che proprio non li interessava (teniamo conto che era nata da poco la leva obbligatoria...).
Sai come la penso su Napoleone ed epigoni, per cui...



I conscrits del lengadòc

Ieu sio un paure conscrit
de l'an mila ueit-cent dez
cal daissar lo Lengadòc
lo Lengadòc lo Lengadòc
oh, cal daissar lo Lengadòc
per s'en anar a la mòrt
Leunh d'aicì i a un pais
de neu blanca, de ciel gris
nos i cal anar morir
oh, nos i cal anar morir
per l'emperaire
e per son filh
Lo retor e lo regent
nos an parlat plan longtemp
partissetz forca contents
forca contents, forca
contnts
ah, partissetz forca contents
Sarets sus lo monument
adieu Paire, adieu Maire,
adie sòrre, ieu m'en vau
cal daissar lo Lengadòc
per s'en anar a mòrt.


I COSCRITTI DEL LANGUEDOC

Sono un povero coscritto
dell'anno 1810
bisogna lasciare il Languedoc,
il Languedoc, il Languedoc,
oh, bisogna lasciare il Languedoc
per andare alla morte
Lontano da qui c'è un paese
di neve bianca, dal cielo grigio,
noi dobbiam andar a morire,
andar a morire oh, dobbiamo andarci a morire
per l'imperatore e per suo figlio
Il direttore ed il maestro
ci hanno parlato a lungo,
partite ben contenti
ben contenti, ben contenti
ah, partite ben contenti
sarete sul monumento
Addio Padre, addio Madre
addio sorella, me ne vado
bisogna lasciare il Languedoc
per andare alla morte.

jeder ha detto...

Sono felice della grande e meritata evidenza offerta dall'articolo al libro di Augusto Grandi.
Montagna e musica come eco antica e non contaminata sono, a saper guardare, un elemento coerente del lavoro di Augusto.
Anche in "Baci e bastonate" - ma i molti recensori non se ne sono accorti - le canzoni (anche quelle apparentemente più indolori) rappresentano la traccia che collega situazioni diverse e fa riemergere emozioni rimosse.
Una colonna sonora che sorregge il racconto meglio di certi esercizi letterari più arzigogolati.
Se mi passate l'allitterazione... Grandi è un grande!
Lo è perchè scrive bene e piacevolmente (cosa sempre più rara) e s'incarica di trattare
argomenti "tabù" con un piglio che il cloroformio editoriale ha da tempo sopito.
Viandanti di internet: questo è un invito alla lettura.Poche storie!

Con un abbraccio
Walter Jeder

Giorgio ha detto...

Non so se Grandi sia davvero un "grande", come scrive l'amico Walter Jeder. Quel che è certo, è che non teme di affrontare gli argomenti tabù, come ha già dimostrato nei libri precedenti che mi è capitato di leggere. E non mi riferisco solo al Baci & Bastonate citato da Walter, ma pure alle pubblicazioni più di nicchia come "Sistema Torino" e "Sistema Piemonte", in cui scoperchiava il pentolone dei poteri forti di un'area geografica fin troppo cloroformizzata.

Anonimo ha detto...

grazie a tutti. siete stati molto gentili. a ughetto consiglierei di ascoltare anche i valdostani, molto diversi musicalmente ma potrebbero piacergli. quanto al libro, grazie a roberto per aver apprezzato le suggestioni. ma ci sono anche provocazioni non proprio politicamente corrette (neppure per il dopo disastro prodi). certo che se lanna si lancia contro il nucleare, allora anche altri monumenti alla destra banale possono finalmente cadere. grazie ancora a tutti voi