mercoledì 29 luglio 2009

De André, gli eccessi di una celebrazione che sa di sfruttamento (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 26 luglio 2009
C’è la versione ottimistica: eccesso di celebrazione. C’è quella pessimistica: eccesso di sfruttamento. Ma la parola cardine, nell’uno e nell’altro caso, rimane la stessa. Eccesso, appunto. Il decennale della morte di Fabrizio De André cadeva l’undici gennaio scorso, e non arrivava certo dopo un periodo, anche solo transitorio, di oblio. Nella memoria collettiva il suo ricordo, e quello delle sue canzoni, è rimasto fortissimo, al punto che lo si può ben considerare un’acquisizione definitiva. Eppure, tra entusiasmi sinceri e commemorazioni interessate, la ricorrenza si è estesa ben oltre quella data. Doveva essere il brindisi di una sera, o di un weekend, o di una singola settimana, e si è tramutato in un’interminabile sequela di “hip hip urrà”, senza capire che la ripetizione a oltranza non è la quintessenza del coinvolgimento ma il suo esatto contrario. Niente di insolito, molto di sgradevole. L’omaggio che degenera in battage, confondendo la quantità con la qualità e risucchiando anche le iniziative più belle, più significative, più pulite, nel medesimo tourbillon di apprezzamenti estasiati e di ricordi commossi.
Le espressioni di stima che diventano obbligatorie e, risucchiate nel gorgo mediatico, finiscono col suonare ovvie, se non proprio false. Le medesime lodi che si ripetono all’infinito, assomigliando pericolosamente a frasi fatte. I giudizi che si intrecciano ai luoghi comuni. I ricordi affettuosi (tutti di prima mano? È legittimo dubitarne) che ingigantiscono ad amicizia anche gli incontri occasionali, e che caricano gli episodi marginali di significati esorbitanti. L’intera esistenza catapultata in una sorta di museo virtuale. L’intera discografia – canzone per canzone, nota per nota, verso per verso – innalzata a florilegio onnicomprensivo, sorvolando sugli enormi cambiamenti che hanno portato le semplicissime ballate degli inizi a trasformarsi via via, e anche grazie all’apporto di artisti tanto bravi da porsi come veri e propri coautori, in costruzioni sonore e verbali sempre più complesse e meditate, raffinate e penetranti, piene di implicazioni/intenzioni che ben difficilmente si sarebbero colte già al primo ascolto. Tutto sul medesimo piano, nella rievocazione post mortem. Tutto perfetto dall’inizio alla fine. Tutto esemplare. E tutti, ovviamente, lo avevano compreso dall’inizio, o giù di là. Come cantava Francesco De Gregori a proposito di Paolo Tenco (o meglio: del suo suicidio nel bel mezzo del Festival di Sanremo, edizione 1967), “tutti dicevano: Io sono stato suo padre! Purché lo spettacolo non finisca”.
Ma le parole sono state solo metà del problema. L’altra metà sono le cover. Che hanno questa dannata caratteristica di essere lì a portata di mano. Accessibili a chiunque, all’apparenza. Basta prendere l’originale, con tutto quanto già definito, e collaudato, e mandarlo a memoria. Fatto? Magnifico. Eccovi pronti per piazzarvi nella scia del mito. E sfruttarne l’inerzia. Le probabilità di essere presi in considerazione si moltiplicano all’istante. Un pezzo nuovo stenta persino a farsi ascoltare. La riproposizione di un pezzo celebre garantisce almeno un briciolo di interesse. Vale per il piano-bar e vale per l’industria discografica. Se non cambiate una virgola potete asserire che non ce n’era motivo, vista la bellezza, anzi la perfezione, della versione già nota. Se la rifate a modo vostro, dalla piccola variazione fino allo stravolgimento totale, potete appellarvi al desiderio di “reinventare” qualcosa che è troppo conosciuto, per essere cantato e suonato tale e quale.
Così, per lo più, le cover sono la classica scorciatoia di chi è a corto di idee, e a secco di inediti che siano in grado di camminare sulle proprie gambe. Più un accorgimento professionale, che una scelta artistica. Più mestiere che talento. Una ritirata strategica (strategica?) dalla linea di fuoco dell’invenzione allo stato puro. Risultato: un gioiello ogni tanto e una montagna di bigiotteria. Non tutti sono Ray Charles. Non tutte sono Fiorella Mannoia. La maggior parte non capisce cosa tenere inalterato e cosa modificare. Cosa togliere e cosa aggiungere. Il risultato, gramo, è che nella nebbia delle loro incertezze si muovono a tentoni, allungando una nota qua e sostituendo uno strumento là. Se va bene sono pleonastici. Se va male sono inopportuni. Lontanissimi, comunque, dalla vera finalità di una grande cover: cogliere nell’originale una potenzialità ancora inespressa e portarla a compimento. Interpretare, che è ben più di riprodurre.
Nel caso di Fabrizio De André, poi, la situazione si fa ancora più complicata. I suoi brani non erano solo ottimi di per se stessi, ma trovavano il completamento ideale nel modo in cui lui li cantava. La stessa La canzone di Marinella nella versione di Mina perde in profondità quello che guadagna in brillantezza. Mina pensa alla musica. Fabrizio pensava alla vicenda umana. Mina lascia incantati per la sua bravura. Fabrizio lascia commossi, e pensierosi, per il tragico destino della protagonista.
È qui la differenza. È qui il rischio che deve affrontare chiunque si azzardi a riproporre il suo repertorio. Persino la PFM, che pure ha avuto il grandissimo merito, al tempo della lunga tournée che fecero insieme a cavallo tra il 1978 e il 1979, di trovare arrangiamenti tanto belli da sostituire una volta per tutte gli originali, quando esegue da sola le varie Bocca di rosa e Il pescatore precipita al livello di una qualsiasi cover-band, e nemmeno di prim’ordine. La domanda, allora, diventa tanto precisa quanto impietosa: ce n’era proprio bisogno? O sarebbe stato meglio astenersi? Sono gli stessi interrogativi che bisogna porre oggi a Cristiano De André, attualmente alle prese con uno spettacolo incentrato sulle composizioni di suo padre. «Tutti cantano mio papà, perché non io?», si chiedeva lui in un’intervista apparsa su La Stampa nel maggio scorso. E aggiungeva: «Ho riarrangiato, racconterò aneddoti su di lui».
C’è la versione ottimistica: la dimensione affettiva gli ha preso la mano e ha prevalso su tutto il resto. C’è quella pessimistica: dopo cinque anni di assenza il viaggio ricomincia assai più facilmente, se la denominazione del tour è “De André canta De André” e, dietro la figura di Cristiano, si staglia il mito di Fabrizio.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la neonata rivista diretta da Massimo Fini. Ogni lunedì sera, dalle 21 alle 23, conduce la trasmissione web “The Ghost of Tom Joad” su http://www.radioalzozero.net/.

2 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Non so. Ho come l'impressione che Cristiano sia costretto a fare il colone del padre controvoglia: non discuto l'affetto, ma il destino dei figli è quello di essere diversi dai padri. E dire che "Scaramante" non era un brutto album. Poi Cristiano ha fatto di tutto per tornare alla condizione di adolescente frustrato. Un po' di analisi non gli farebbe male.

Claudio Ughetto ha detto...

"fare il colone del padre controvoglia"

naturalmente volevo dire "clone" :-)