domenica 30 maggio 2010

Ian Curtis, quel ragazzo triste che scelse una canzone per farla finita... (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 30 maggio 2010

Sei un artista: vedi cose che agli altri sfuggono e poi ti rimangono dentro, come nuvole che tornano troppo spesso e che troppo spesso si gonfiano di pioggia. Temporali che non ripuliscono il cielo. Tempeste che seminano la paura e promettono la distruzione – e anche se non sempre mantengono la promessa ne rinnovano sempre la minaccia, così da impedirti di scordare che in seguito quelle ombre scure torneranno di nuovo. E tu sarai ancora meno pronto di adesso. E il vento si accanirà. Sfiderà le cose a resistere. Le piante a restare avvinte al suolo. I marinai a tornare in porto sani e salvi. I bambini a non tremare.
Sei un ragazzo: qualcuno – quasi sicuramente di un’altra generazione – direbbe un giovane uomo, visto che a 23 anni hai una moglie e una figlia. Gli adulti fanno così: sono pieni di categorie prestabilite e le usano senza nemmeno pensarci. Forse è proprio questo, che li rende “adulti”. Non nel senso che sono grandi. Nel senso che non sono più giovani. Che si dimenticano di esserlo stati. O non ci fanno più caso. Gli adulti sono così. Sono gli individui che hanno preso le loro vite, che un tempo zampillavano come sorgenti e correvano come torrenti, e le hanno incanalate dove serviva. Quell’esuberanza selvaggia poteva anche essere affascinante, ma in fin dei conti non aveva alcuno scopo. Adesso quell’acqua si riversa in un invaso progettato accuratamente. Grazie a un muro enorme, il muro grandioso della diga, quell’acqua smette di essere inutile e si trasforma in elettricità. Qualcosa che aiuta le persone. Le industrie. La società.
Sei un artista. Sei il cantante dei Joy Division. Il primo di cui ci si chiede il nome, quando lo si sente in un disco. Quello che balza all’occhio nei concerti. Quello di cui si finisce sempre col domandarsi se un giorno o l’altro non se ne andrà, rendendo chiaro che gli altri del gruppo, in fondo, erano solo i suoi accompagnatori del momento. Bravi, magari, ma per nulla indispensabili. Comprimari che potrebbero restare all’infinito o essere sostituiti domattina, senza che nessuno se ne faccia un gran cruccio. I Joy Division? Sono la band di Ian Curtis. Chi sono gli altri tre? Aspetta, ci devo pensare.
Sei un ragazzo. Uno che continua a esserlo, e che guarda il suo tempo che passa come una cosa che non lo riguarda del tutto. Strana cosa, questa dell’età. È come se ti contassero le volte che esci di casa e te ne vai in giro, e arrivati a cinquecento o a mille (o a 365?) suonassero un gong e ti dicessero che hai completato un altro giro di giostra, aspettandosi che tu ne prenda atto senza fare storie. Attenzione, Ian Curtis: sappi, se già non lo sai, che in base alle statistiche ti spettano un’ottantina di questi giri, salvo incidenti imprevedibili e malattie senza scampo. Attenzione, giovane Ian. Non sei più tanto giovane. Trovati un lavoro. Un posto nel mondo. Smettila di credere che ogni giorno si possa riempire in modo diverso. Che ogni giorno possa portare sorprese e scoperte. Che la festa si svolga sempre a casa d’altri, dove tu sei l’invitato che arriva, si ferma quanto gli pare e alla fine se ne va. Riordinare? Pulire? Ci penseranno loro. Io sono solo di passaggio.
Sei un artista. Sei quello che scrive i testi. Quello che coi suoi versi disegna la faccia del gruppo. La sua identità. Il suo personaggio. Le canzoni non sono quasi mai al plurale, nemmeno quando sembra di sì. Le canzoni sono le storie, le emozioni, il mondo interiore di una singola persona, anche quando parlano a nome di tanti. Joy Division è un tipo allampanato e nervoso. Una figura che mancava. Una presenza che appare e scompare, ma che se l’hai incontrata una volta ti induce a ricordarla a lungo. È un viaggiatore inquieto che viene da chissà dove e che porta uno strano nome. Probabilmente inventato. Certamente paradossale: dove sarebbe, la gioia, nelle parole che canta?
Sei un ragazzo. Deborah (Debbie) è diventata tua moglie. Fino a un attimo prima eravate soltanto due che stavano insieme perché gli andava che fosse così. Poi c’è stata quella volta che vi siete vestiti bene e avete invitato un po’ di amici e di parenti e vi siete ritrovati tutti nella chiesa di St. Thomas. Una messinscena un po’ stramba, se la vedi da fuori, ma a suo modo suggestiva. “Matrimonio”, la chiamano. Dicono che è una cosa importante. Dicono (ah ah ah) che i due protagonisti di quel piccolo show sono sposati e che devono restare insieme per sempre.
Sei un artista. Sei un ragazzo. Sei stanco. I più pensano che ti sbagli e che non dovresti prendertela tanto. L’idea generale è che dovresti essere più sereno, o addirittura felice, adesso che state avendo successo. L’idea generale è che quello che si canta non deve mica essere vero. Un conto è quello che si scrive. Un altro è la vita vera. Il momento della creazione – quello in cui vengono a galla le parole più amare, più sofferte, più disperate – deve restare appunto un momento. Una discesa negli abissi che presuppone un’immancabile risalita. Una specie di lavoro, che sarà anche duro e impegnativo ma che in fin dei conti è anche ben pagato, se lo fai come si deve.
Sei a casa tua. Sei da solo. È la notte tra il 17 e il 18 maggio del 1980. Tra un sabato e una domenica. Con Debbie è praticamente finita, anche se ci sono stati (e probabilmente ci saranno) dei riavvicinamenti occasionali. Come ieri sera, ad esempio. Le hai chiesto di restare a dormire con te e lei ha detto di sì. Ha avvisato i genitori che non sarebbe rientrata. Ma poi hai cambiato idea. Vai pure, Debbie. Preferisco restare solo. Ho il treno domani mattina alle dieci. Torna quando vuoi, dopo quell’ora. Lei non ha fatto storie, perché è abituata ai tuoi cambi di umore. Perché lo sa, che sei fatto così. Ed è così che succede: che qualcuno insiste troppo, e qualcun altro troppo poco. Succede che la casa è vuota. E che prendi uno dei tuoi dischi preferiti, The Idiot di Iggy Pop, e ti metti ad ascoltarlo. Come una sigla di chiusura. Come la musica dei titoli di coda. Succede che prendi la corda e la fissi a una rastrelliera della cucina. E se anche te lo dicessero, se anche te lo giurassero, che questa domenica sarà una splendida giornata di sole e di cielo azzurro, come in effetti sarà, penseresti che ne sei davvero lieto. Ma non per te. Per quelli che restano.


Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la rivista diretta da Massimo Fini.

5 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Mi hai fatto piangere, Federico. Un articolo davvero splendido.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Davvero intenso, è piaciuto molto anche a me. E poi Ian Curtis e i Joy Division erano la colonna sonora dei miei anni universitari: pochi studi ma tante emozioni.
Grazie Federico!

Federico Zamboni ha detto...

Grazie a entrambi. Ci sono articoli, come questo, che non sai di avere dentro fino a che non li scrivi. Quasi certamente non avrei nemmeno cominciato se non fosse stato per le insistenze, amichevoli e garbatissime, di Domenico Paris, che è anch'egli un appassionato di musica e di scrittura. E che ha tracciato a sua volta un toccante ricordo di Ian Curtis: inviandomelo in anteprima mi ha indotto a pensare all'articolo non più come a un'ipotesi astratta ma come a una possibilità concreta. E' una differenza che forse non tutti coglieranno, ma che per me è molto precisa.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

A questo punto non rimane che "pubblicare" anche l'ottimo pezzo di Domenico.
:-)

cinghialepeloso ha detto...

e io che sono un ragazzino, mi unisco a voi per ringraziare federico e ian, che, a parer mio, è il cantante più attuale in circolazione! bye