sabato 19 giugno 2010

Eco-villaggi, manuale per una vita sostenibile (di Eduardo Zarelli)

Il fascino della "comune" rilanciato dalla crisi dei modelli contrattualistici
Articolo di Eduardo Zarelli
Dal Secolo d'Italia di sabato 19 giugno 2010
«Se tutti vivessero come gli statunitensi, la Terra potrebbe sostenere solo 1,4 miliardi di individui. Il che significa che il modello di vita occidentale non può essere esteso a tutto il pianeta, pena la sua stessa sopravvivenza». Lo afferma il rapporto annuale State of the World 2010 del Worldwatch Institute, promosso dal Wwf che da 23 anni è il curatore dell'edizione italiana...
 In pratica, ha commentato il direttore scientifico del Wwf e curatore dell'edizione italiana dello studio, Gianfranco Bologna, è come se «ogni giorno l'uomo prelevasse dal Pianeta risorse con le quali si potrebbero costruire 112 Empire State Building». Per evitare il collasso della civiltà umana è quindi indispensabile una profonda trasformazione dei modelli culturali dominanti. Tale trasformazione - secondo presidente del Worldwatch Institute, Christopher Flavin - deve «non solo superare il consumismo, cioè l'orientamento culturale che porta l'individuo a trovare significato, appagamento e accettazione attraverso ciò che consuma, ma sostituendolo con un nuovo contesto culturale incentrato sulla sostenibilità».
Si muove su questa lunghezza d'onda Jan Martin Bang, insegnante e contadino, che ha recentemente pubblicato Eco-villaggi. Guida pratica alle comunità ecosostenibili (Arianna Editrice), una guida per tutti coloro che intendono formare una comunità, per quelli che già ci vivono o semplicemente per chi lavora in un'associazione, per chi coordina un gruppo e vuole conoscerne meglio le dinamiche e le problematiche con le relative soluzioni. La crisi dei modelli sociali contrattualistici e di rappresentanza politica rigenera, infatti, l'idea di comunità, che assume nuove forme e significati. Le comunità infatti non associano più le persone solo per l'origine comune e le caratteristiche dei componenti: nel moltiplicarsi di tribù, flussi e reti, esse ormai raggruppano tipi diversissimi. Imponendosi come possibile forma di superamento della modernità, le comunità perdono lo status «arcaico», a lungo attribuito loro dalla sociologia. Più che stadio della storia, abolito dalla modernità, appaiono come forma permanente dell'umano associarsi. Pensiamo anche, nel concreto, alla felice esperienza comunitaria come consapevolezza e assunzione di responsabilità nel recupero delle tossicodipendenze, delle devianze piuttosto che del disagio psicologico, sviluppatesi spontaneamente nel nostro paese negli ultimi decenni.
Bang decifra e riporta le sue numerose esperienze nei movimenti comunitari dislocati per il mondo. «I villaggi sono l'istituzione sociale più antica e duratura, nati con l'agricoltura stabile», scrive l'autore, ed è da questa considerazione che prende il via l'intero assetto delle comunità intenzionali e degli eco-villaggi, fondati sui principi di consenso partecipativo, di costruzione di sedi abitative che riducano l'impatto ambientale e dell'autosufficienza alimentare. Il progetto di insediamenti sostenibili si basa principalmente sulla permacultura (il sistema di agricoltura sostenibile basato sulla coltivazione consociata): riflettendo e imitando il più possibile gli ecosistemi naturali, in conformità ai principi etici - la cura delle persone, della terra e la condivisione delle risorse - si sviluppa un sistema di produzione stabile nel tempo e con un'identità e una storia ben definite. Richiamandosi al ciclo della vita, Bang considera gli ecovillaggi come un corpo in crescita scandito da tre passaggi fondamentali: la giovinezza, la maturità (la fase della stabilità) e la vecchiaia. Nella fase pioneristica della giovinezza, l'autore fa un parallelo tra comunità e concime, «il cui processo di trasformazione è definito dallo stato caotico che caratterizza le prime fasi del miscuglio», proprio come è l'insieme, inizialmente caotico, di possibilità, di idee e di progetti, che si danno alla nascita di una comunità. È in questo primo periodo che si sviluppa l'altruismo sociale, il cui collante è dato dal ruolo del lavoro. Tutti devono essere in grado di sbrigare qualsiasi tipo di incarico e ciò è possibile grazie al principio di rotazione, che consente non solo l'apprendimento integrato di un lavoro, ma sviluppa nei componenti del gruppo un grado di attenzione e di soccorso verso chi ancora è meno esperto; questo sistema operativo consolida da una parte l'unità del gruppo e dall'altra responsabilizza chi partecipa attivamente a un progetto. Garantisce, inoltre, una flessibilità operativa in grado, all'occorrenza, di far fronte agli imprevisti. È chiaro che, specie nella fase iniziale, una comunità possa incappare in problematiche economiche che rischiano di ostacolare e di rallentare il processo evolutivo; a questo proposito, un valido sostegno è dato dai servizi bancari etici - alcuni dei quali ispirati all'antroposofia e al pensiero steineriano - ed ecologici, che sostengono progetti alternativi a sostegno dell'ambiente. La fase della maturità è la parte in cui una comunità sviluppa e consolida una propria identità attraverso l'ordine, il controllo e l'efficacia di scelte decisionali. È un periodo più razionale di quello precedente ed è a questo punto che hanno inizio la suddivisione del lavoro e le rispettive specializzazioni. Con il rafforzamento di una comunità le situazioni a cui si va incontro possono essere più complesse: è necessario consolidare un'economia stabile, occuparsi della manutenzione degli spazi e degli edifici su cui sorge la comunità; soprattutto, in seguito alla crescita numerica e funzionale di un eco-villaggio, occorre che l'empatia e il senso di aggregazione siano protagonisti principali. Nell'ultima fase della vecchiaia la comunità è già più che avviata e non bisogna sottovalutare i rischi che comporta questa fase: i contrasti dovuti all'aumento di dimensione dell'azienda, che - ostacolando i rapporti familiari e personali - rischiano di far cadere i rispettivi membri in dinamiche conflittuali, pericolose per la solidità di un sistema reciprocitario.
Il fine di una comunità è di restare "a misura d'uomo", ma senza per questo chiudersi al mondo circostante. L'intento è di ispirare al "bene comune" la società da cui si sono osmoticamente differenziate, attraverso uno stile di vita sobrio e di semplicità volontaria, espressione di valori ed ideali che essendo in sintonia con la natura, lo sono anche con l'uomo. Esemplare il villaggio sostenibile colombiano Gaviotas (gabbiani, in spagnolo), che dimostra anche in condizioni disagiate quanto sia efficace coinvolgere gente comune nella soluzione dei propri problemi. Il funzionario del governo peruviano che visitò la comunità ai suoi primordi annotò il programma nutritivo del villaggio (che forniva a ogni bambino il latte arricchito necessario alla crescita) e riportò a Lima sia l'idea dell'approccio reciprocitario. Invece di elaborare un dispendioso programma assistenziale governativo dall'alto, aiutò a mobilitare le madri indigenti perché preparassero e distribuissero il latte da sé. In definitiva il programma emancipò migliaia di donne mediante il movimento popolare noto come Vaso de Leche (bicchiere di latte). La pratica nutritiva si diffuse, e insieme a quella l'enfasi sulla partecipazione comunitaria e la concretezza sussidiaria. Naturalmente nessun libro è capace di sostituirsi all'esperienza nella diversità dei contesti sociali, ma Jan Martin Bang suggerisce ciò su cui dobbiamo confrontarci per sviluppare l'intelligenza della comunità come pratica virtuosa. Sottrarsi all'utilitarismo che caratterizza la nostra esperienza quotidiana è il miglior viatico per allargare culturalmente il "contagio" di un modello partecipativo e comunitario.
  
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