mercoledì 27 giugno 2007

L’eresia di Nicolini che affascinò anche la destra. E se invece di Walter avesse vinto Renato?

Dal Secolo d'Italia di mercoledì 27 giugno 2007
Rubrica settimanale Appropriazioni (In)debite
La scenografia del Lingotto è pronta, degna del più sfavillante set cinematografico. L’annuncio, nei giorni scorsi, è stato solenne: dirò sì ma a Torino, nella città operaia per eccellenza. La location prima di tutto, simbolismo prêt à porter e citazioni evocative da grande illusionista. Veltroni, l’unico, a sinistra, a non essersi (ancora?) sputtanato. Nel frattempo, si predispone ad imperare sulla metà progressista, catto-comunista e radical chic degli italiani, passata in poche ore dalla disperazione politica ad una sensazione che, parafrasando una canzone di Carmen Consoli, potremmo definire di «confusione e felicità». Come se per rianimare l’Italia affondata da Prodi bastasse organizzare una notte bianca a mo’ di ricostituente.
E pensare che se trent’anni fa non ci fosse stato il compagno Renato Nicolini (classe ’42) ad inventarsi l’estate romana, oggi Veltroni non siederebbe sul trono dell’effimero trasformato in gigantesca macchina di consenso, della creatività irreggimentata in imprenditoria culturale assistita, della fantasia al servizio - non della politica - ma del potere, delle idee ridotte a spot.
Perché Nicolini è stato il primo a capire l’importanza strategica che la promozione culturale e l'immaginari possono rappresentare per un ente locale e soprattutto per una città. Senza la sua geniale intuizione, non avremmo avuto i Daverio e gli Sgarbi a Milano, men che meno ora ci troveremmo ad affrontare Veltroni che, nella seconda metà dei Settanta, muoveva timidamente i suoi primi passi da piccolo burocrate di partito in Campidoglio. Abbastanza sveglio da capire al volo l’aspetto più appetitoso della lezione nicoliniana: la cultura quale strumento di intervento sulla qualità della vita dei cittadini. Per intenderci: se messi in condizione di respirare – oltre allo smog – un clima di festa permanente, i romani diventano miracolosamente più indulgenti nei confronti dei tanti disservizi. Ma l’approccio di Nicolini (emulato negli anni a seguire, non sempre brillantemente, da decine di assessori e sindaci) non si riduceva certamente a fare da cuscinetto sociale. Al contrario, si presentò come rivoluzionario rispetto alle ingessate e girgie gestioni democristiane e moderate. E se ne accorsero sin da subito gli amministratori dell’epoca, a partire da quell’Eligio Filippi cui il nostro subentrò all’assessorato alla cultura nell’agosto del ’76 (rimanendovi sino a luglio ’85, tanto da veder passare i sindaci Argan, Petroselli e Vetere) e che – ha raccontato lo stesso Nicolini - «aveva gestito l’assessorato come un salottino privato dove incontrava il bel mondo e promuoveva feste di folklore». Quel comunista "creativo" e irregolare rompe radicalmente con i metodi del passato, cambiando per prima cosa interlocutori. Non più intellettuali e istituzioni deputate per “statuto” alla cultura. Si rivolge a realtà associative nuove quanto spontanee, valorizza le tante voci di una società italiana in piena trasformazione, più di quanto raccontino le cronache di quegli anni, la cui attenzione è rivolta soprattutto all’allarmante escalation di violenza urbana. Nicolini investe su un nuovo ceto medio creativo, che è quello che esce dalle esperienze dei cineclub, delle radio libere, delle università. La peculiarità è l’improvvisazione, le iniziative sono lasciate completamente libere di esprimersi. La sfida è lanciata e risulterà vincente, perché risponde all’attesa del pubblico. Come ha scritto Giampiero Mughini, la gente «voleva tornare a ridere, a far tardi la sera, a godersi l’insostenibile leggerezza dell’essere. Tutti volevano dimenticare i giorni lividi dell’orrore, indossare delle belle giacche, fare lunghe vacanze, incontrare ragazze che non avessero più l’aria minacciosa dei ’70, ascoltare della musica la più assordante possibile».
E' Umberto Croppi a sottolineare i tanti aspetti positivi di quella stagione, anche per gli allora "giovani di destra": «Il ’77 non segna – come sostengono alcuni – l’inizio degli anni di piombo, semmai l’inizio della fine di un clima reso cupo dal marginalismo e dalla disperazione di pochi epigoni che, di fatto, finiscono per tenere sotto assedio le città italiane. Ed è anche grazie al moltiplicarsi delle iniziative culturali di Nicolini - prosegue Croppi - che migliaia di romani rompono il coprifuoco dettato dalla paura e riscoprono il piacere di stare all’aperto, di frequentarsi e divertirsi, riappropriandosi di aree della cultura popolare che, sino a quel momento, erano letteralmente proibite a molti e soprattutto ai “fascisti”, come ad esempio i concerti rock, decisamente impraticabili per chi non indossasse il look d’ordinanza». Consapevole o meno, il risultato dell'azione di Nicolini fu proprio questo: «Evitare il rischio di soffocare in lotte tra fazioni». Ovvero rispondere alla contrapposizione ideologica e all’emarginazione delle periferie inducendo i romani ad usufruire degli spazi pubblici e di monumenti troppo a lungo «imbalsamati» offrendo loro gli spettacoli più diversi: dalla musica pop al balletto, dalle maratone cinematografiche di film popolari al teatro da strada, mettendo in scena veri e propri patchwork postmoderni tesi ad abbattere gli steccati culturali tradizionali.
Un’operazione che va nella direzione contraria rispetto a quella portata avanti dai conservatori e burocrati del Pci, tesa a dividere il mondo giovanile – che nel ’77 è trasversalmente , da destra e sinistra, animato dalle stesse pulsioni estetiche e libertarie – per costruire l’egemonia culturale e edificare il totem della superiorità culturale e morale della sinistra, miseramente quanto definitivamente crollato proprio in questi anni. Lo stesso Nicolini, in una tavola rotonda dell’82 su “L’effimero e la cultura di massa”, ne aveva spiegato la valenza innovativa: «Il profilo all’apparenza leggero delle manifestazioni romane contiene in sé la ricerca di una dimensione politica alternativa in grado di conseguire non tanto la prefigurazione di un avvenire ipotetico possibile, la formulazione di modelli di società virtuosa, ma la capacità di scegliere quegli elementi che sono in grado di produrre movimento, di formulare nuove ipotesi, di rinnovare la cultura e la politica stessa».
Nel successo dell’effimero, formula che esprime meglio di tanti saggi storico-sociologici la negazione della cultura materialista, si manifesta la crisi irreversibile del comunismo e l’insofferenza crescente per la rigidità e l’intolleranza dei miti marxisti-leninisti. Di converso si avverte sempre più il bisogno diffuso di irrazionale e spiritualità, di valori condivisi, di immaginario, di partecipazione. Nicolini decide di interpretare fino in fondo tale sentimento collettivo, dimostrando un incredibile coraggio politico che lo porta a rompere con la tradizione sindacale e la retorica delle manifestazioni dei lavoratori e organizzare – il 1 maggio ’81 – una grandissima festa popolare dai tratti mitopoietici e simbolici: centoventimila persone in piazza del Popolo per celebrare i quattro elementi naturali. La terra, rappresentata dalle bande musicali che calcano la piazza; l’aria, con decine di mongolfiere che si alzano in volo; il fuoco, con fuochi d’artificio; l’acqua con una cascata sulla parete del Pincio. Non manca, oltre all’elemento simbolico, quello magico: è un mago a comandare il gioco d’acqua. Altrettanto evocativo il festival del cinema di Massenzio. La cui prima edizione, nell’estate del ’77, piuttosto che riproporre le solite pellicole “impegnate” è dedicata al cinema epico, una formula che anni dopo troverà il suo culmine con la proiezione del mitico Napoleon di Abel Gance al Colosseo, capace di inchiodare sotto la pioggia Danielle Mitterand, moglie del presidente, insieme a famigliole armate di plaid e panini, cinefili e gente semplicemente in cerca di svago. E’, quella del pubblico entusiasta, la migliore risposta alle stroncature dei soliti critici del politicamente corretto, che liquidano le prime edizioni come spazzatura trash. Forse perché l’esplosione di creatività finisce per mettere in discussione il ruolo stesso di arbitri culturali cui gli intellettuali di sinistra non intendono rinunciare. Lo stesso festival dei poeti beat a Castel Porziano del ’79, che richiama trentamila giovani, è un’altra invenzione nicoliniana, tra i pochi a capire come il movimento beat rappresentasse un fenomeno esistenziale che poco o nulla aveva a che fare con il marxismo. E’ difficile ricordare la miriade di iniziative, dalla “Ricerca del ballo perduto” a Villa Ada alla – ebbene sì – “Affabulazione dalle fogne”. Già, perché in quegli anni stravaganti c’era chi gridava “Fascisti, carogne, tornate nelle fogne” e chi dalle fogne (letteralmente, da impianti fonici inseriti nei tombini) si preoccupava di far ascoltare ai passanti musica o letture di brani celebri.
L’intelligenza di Nicolini - la colpa imperdonabile, per certa sinistra - è stata quella di muoversi in sintonia con lo spirito dei tempi nuovi, sintonizzandosi con un immaginario «restituito al suo potere d’incanto, senza snobismi e distinzioni. Cultura alta e bassa insieme, la libertà e il piacere del consumo come ricetta anche politica per richiamare e far convivere pubblici diversi, senza barriere d’ideologie». Senza manipolazioni, senza modificazioni genetiche, senza ricorrere a fredde operazioni di marketing. «Poi – ha dichiarato recentemente Nicolini – la logica stanca della politica tornò a prevalere, la macchina a subire impacci burocratici, tentativi di lottizzazione, i costi si impennarono… I partiti si sono accorti che iniziative come queste portano consensi e se ne sono appropriati». Così da spingere Nicolini, ordinario di Composizione all’Università Mediterranea di Reggio Calabria, a dedicarsi ai suoi mille talenti di architetto, autore di testi teatrali e organizzatore culturale itinerante: direttore artistico di Volterrateatro, vicepresidente della Fondazione Festival dei due mondi di Spoleto, commissario del Teatro Stabile de L’Aquila, presidente del Palazzo delle Esposizioni... Parlamentare dall’83 al ’94, assessore all’Identità (altro tema centrale nella sua concezione della politica) del Comune di Napoli a guida Bassolino – da tempo non è più nella politica attiva, il che non gli ha impedito di intervenire per dire la sua, com’è capitato spesso a Roma, lanciando sempre lo stesso invito: «Bisogna tornare a sperimentare!» Dell’amministrazione capitolina non è entusiasta, anzi è critico: «Veltroni non osa più, tutto è ormai all’insegna dei grandi eventi. La Casa del cinema a Villa Borghese? Non era meglio a Cinecittà? Per natura diffido delle cose troppo ordinate. E basta con le aree vip negli eventi culturali. Si inaugura troppo, non solo le opere complete, anche i cantieri».

7 commenti:

Anonimo ha detto...

Pensando all'illuminato Walter Veltroni mi sovviene quella frase (non si sa però se effettivamente pronunciata) della Regina Maria Antonietta di Francia «Non hanno pane [il popolo, n.d.r.]? Mangino la brioche». Ecco spererei per Veltroni la medesima fine della triste regina.... magari mentre inaugura un nuovo set ops.. un nuovo ed utile cantiere....

Cordialmente
Susanna Dolci

Carlo Gambescia ha detto...

Complimenti Roberto!
Per i contenuti (che ovviamente già conoscevo...). E per la grafica molto bella.
Grazie per il link.
Carlo

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie Carlo!
A presto.
Roberto

Claudio Ughetto ha detto...

Complimenti, Roberto. Da un po' di settimane i tuoi pezzi stanno raggiungendo grandi vertici di stile e di originalità. Non sapevo molto di Nicolini, ma effettivamente credo ci sia un abisso tra la creatività di quegli anni e la concezione veltroniana della politica. Non credo, però, sia tutta colpa di Veltroni: è la politica che è profondamente cambiata, e quell'"effimero" aveva comunque dei residuati "settantasetteschi" che adesso sono stati completamente spazzati via dall'ossessione economicista.
I tuoi articoli sono così interessanti che ogni mattina controllo se c'è qualcosa di tuo sul "Secolo", e se c'è la tua firma lo compro. Le mie colleghe, delle comunistacce col Che appeso nello spogliatoio, mi guardano strano. Per un "tarchiano" come me, avulso da ogni "tardosepolcrismo" e mito incapacitante, non di sinistra ma mai di destra, viaggiare col "Secolo d'Italia" sottobraccio non è cosa abituale.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie Claude, ma tra noi due lo scrittore sei tu. Mi è arrivato stamattina il tuo romanzo e non vedo l'ora di leggerlo e recensirlo.
Mi rendo conto che leggere il Secolo non sia esattamente "normale" per te, ma puoi trovare diversi spunti interessanti, a partire dagli articoli di Carlo Gambescia (che saluto!) e - rimanendo alle Appropriazioni (In)debite - gli articoli (letterari) di Federico Zamboni, il collega che il mercoledì si alterna con me.
A presto! E salutami le colleghe! :)

Claudio Ughetto ha detto...

Saluto anch'io Carlo Gambescia.
Leggo i suoi pezzi su Arianna e ogni tanto vado sul suo sito. Ci sono delle ottime cose.

Claudio Ughetto ha detto...

A proposito di colleghe.
Ieri le due più aguerrite mi hanno chiesto perché compro Il Secolo. Ho risposto che ci scrive un mio amico: Roberto Alfatti Appetiti.
- Quello che ha parlato bene di Moretti? - ha chiesto una.
- Sì.
- Ah. Quello è un illuminato. Ce ne fossero di più di destri come lui...!