mercoledì 11 luglio 2007

Elio Vittorini, il deviazionista innamorato dell'America

Dal Secolo d'Italia di mercoledì 11 luglio 2007
Rubrica settimanale Appropriazioni (In)debite
Per tanti - troppi - anni la vulgata antifascista e catto-comunista dei decenni Sessanta e Settanta ci ha obbligato a leggere i suoi romanzi sui banchi di scuola. Ma a ben vedere, sulla sua reale identità politico-culturale è davvero facile equivocare. Fiancheggiatore dei rossi o antesignano del mito americano? Incasellare Elio Vittorini (Siracusa, 1908 – Milano, 1966), giornalista, scrittore, traduttore, grande organizzatore culturale e guastafeste per antonomasia, tacciato di tradimento prima dai fascisti e poi dai comunisti, è impossibile oltre che inutile. Inizialmente fascista convinto e collaboratore delle tante riviste dell’epoca, allo scoppio della guerra di Spagna, insieme con l’amico Vasco Pratolini – in un articolo pubblicato dal Bargello – incita i camerati italiani a raggiungere i repubblicani spagnoli per battersi contro il reazionario e conservatore Franco. Scelta che gli costa l’allontanamento dal partito e lo porta dall’altra parte della barricata, ma sempre da non allineato. Lo imparerà nel dopoguerra a sue spese Palmiro Togliatti, affidando a quel ex fascista di sinistra la via letteraria all’occupazione militare della nuova cultura italiana. Perché Vittorini detestava sì il provincialismo trombonesco della tradizione letteraria nazionale ma ad ispirarlo non era certo il grigiore oppressivo dell’Unione Sovietica, ma il mito dell’America rappresentata come terra di grandi opportunità e, malgrado le mille contraddizioni, ricca di fermenti culturali di stampo libertario. La sua era senz'altro "una certa idea dell'America".
Del resto proprio l’antologia Americana – raccolta di brani di scrittori nordamericani – da Vittorini curata per Bompiani nel ’41 aveva contribuito in maniera determinante a seminare l’esplosivo vitalismo libertario di quel “mito” che finirà per contagiare attraverso il cinema e la musica, oltre alla letteratura, l’immaginario delle generazioni future. Una curiosità: ad eccezione di una fugace apparizione sul longanesiano Omnibus, è proprio Vittorini a far esordire, tra gli altri, l’italo-americano John Fante in Italia, inserendone un racconto nell’antologia con enorme anticipo su chi, decine di anni dopo, si vanterà di averlo “scoperto”.
Se tale pubblicazione a suo tempo irritò non poco qualche gerarca (vide la luce solo nel ’42 e la prefazione dello scrittore siciliano venne censurata e sostituita con un’altra di Emilio Cecchi), non tardarono a presentarsi momenti di forte frizione anche tra Vittorini e il partito comunista, la cui principale preoccupazione era quella di serrare i ranghi per affrontare la guerra fredda. «Suonare il piffero per la rivoluzione?» Giammai! Vittorini l’aveva detto e non mancò di ripeterlo ai dirigenti del Pci – sessant’anni fa, nel ’47 – spiegando loro che «la cultura non può essere asservita alla politica e farsene ancella», rivendicandone, al contrario, «l’autonomia», il ruolo di sperimentazione permanente e di attenzione ai nuovi linguaggi e ai modelli letterari che arrivavano d’oltreoceano. Se Benito Mussolini, qualche tempo prima, probabilmente ebbe a pentirsi di aver dato il proprio consenso a Giuseppe Bottai per far nascere Primato (la rivista a cui collaborò lo stesso Vittorini), Palmiro Togliatti nel ’47 non indugiò altrettanto: prese carta e penna e in un articolo su Rinascita delegittimò Il Politecnico, la rivista cui Vittorini solo due anni prima aveva dato vita – la cui nascita era stata salutata «con gioia» dal “Migliore” nell’auspicio di «un rinnovamento della cultura italiana» – sfoderando la più micidiale (quanto ricorrente) delle accuse: «Deviazionismo ideologico». In politichese: «Una ricerca astratta e superficiale del nuovo che può portare a compiere o avallare sbagli fondamentali di indirizzo ideologico». In sintesi, con toni ultimativi: o con noi o contro di noi. Moriva così una delle riviste europee più interessanti del dopoguerra – il cui proposito era quello di creare una “nuova cultura”, alternativa al crocianesimo e alla vecchia erudizione da prosa d'arte, la quale non si limitasse a “consolare” i lettori ma puntasse a migliorarne la qualità della vita – aperta, sulla spinta del suo fondatore, ad ogni contaminazione culturale, capace di fondere sapere scientifico e cultura popolare, misurandosi persino con le “nuvolette parlanti”. «“Uno spirito di fumetto” c’era anche nel tipo di impaginazione che usavo per il Politecnico, dove c’era una appendice interamente dedicata ai fumetti» ha raccontato Vittorini in un’intervista apparsa sul primo numero della rivista Linus (’65).
L’ambizioso tentativo dell’intellettuale siciliano – formatosi nell’esperienza di Solaria (la rivista fiorentina che tra il ’33 e il ‘34 pubblicò a puntate il suo primo romanzo: Il garofano rosso) – di svecchiare la cultura “ufficiale” e farla uscire dall’isolamento stabilendo un contatto rigeneratore con quanto di nuovo andava sviluppandosi in Italia e fuori, venne pertanto fatto fallire dall’intervento a gamba tesa dell’uomo forte del Pci, per il quale certe aperture e lo spazio offerto a posizioni critiche nei confronti dei dogmi comunisti, come le osservazioni di Merleau-Ponty sul «marxismo che dovrebbe salvare la ricerca esistenzialista invece di soffocarla» erano politicamente intollerabili.
L’editore Einaudi giustificò la chiusura adducendo ragioni economiche, ma è indubitabile che non si volessero compromettere i rapporti di buon vicinato con il Pci, i cui militanti rappresentavano un mercato potenziale non trascurabile. L’arroganza di Togliatti fece il resto, mirando a screditare il prestigio e minimizzare il ruolo di Vittorini: atteggiamento riservato a tutti gli intellettuali che, come Silone ed altri, nel corso degli anni ebbero la sfrontatezza di insubordinarsi. Quando nel ’51 lo scrittore siciliano lascia definitivamente il Pci, Togliatti lo saluta polemicamente firmando su Rinascita, con lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, un velenoso articolo intitolato: «Vittorini se n’è ghiuto e soli ci ha lasciato!». «Era venuto con noi perché credeva fossimo liberali: invece eravamo comunisti. Ma perché non farselo spiegare prima?» chiosò sarcastico. A spiegare perché tanti intellettuali fascisti passarono dall’altra parte ci ha provato nel 2005 Mirella Serri nel suo libro I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948 (Corbaccio 376 pag. € 19,60): «Molti divennero comunisti, furono definiti da un vecchio esponente Pci “fascisti redenti” e mondati in tal modo di ogni loro peccato. Per usare il termine born again furono rinati, ma questa assoluzione impartita al fonte battesimale di un partito politico (la definizione è di Paolo Mieli), ebbe l’effetto di oscurare le ragioni del loro passaggio all’antifascismo e quindi della continuità che ha caratterizzato la cultura italiana nel momento in cui il paese cambiava istituzioni e classe politica». La “conversione” di Vittorini all’antifascismo, infatti, non esprime la condanna di un regime politico per l’esaltazione di un regime opposto, bensì la solitaria protesta politico-letteraria di un anarchico-individualista insofferente alle gabbie ideologiche, che si opponeva alla retorica del fascismo senza per questo volersi fare “suonatore di piffero” della rivoluzione comunista. Nelle sue opere non c’è traccia dello scrittore neorealista e materialista, ma c’è spazio soprattutto per l’inquietudine e il lirismo, per l’esigenza – come ha scritto in Diario in pubblico (raccolta di saggi del ‘57) – «di rimettere tutto in questione, caso per caso e problema per problema». Persino in Uomini e no (Mondadori), pubblicato appena dopo la fine della guerra e definito “il primo romanzo della resistenza”, nella nota della prima edizione – poi eliminata – ribadisce il suo convincimento: «Cercare in arte il progresso dell’umanità è tutt’altro che lottare per tale progresso sul terreno politico e sociale. In arte non conta la volontà, non conta la coscienza astratta, non contano le persuasioni razionali; tutto è legato al mondo psicologico dell’uomo, e nulla vi si può affermare di nuovo che non sia pura e semplice scoperta umana». «Dissemina dubbi e incertezze su quanto è accaduto» dirà Valentino Bompiani. Vittorini, in realtà, rimase fedele alla propria personalissima linea di condotta, convinto com’era che «rivoluzionario è lo scrittore che riesce a porre attraverso la sua opera esigenze rivoluzionarie diverse da quelle che la politica pone; esigenze interne, segrete, recondite dell’uomo». Aveva provato a spiegarlo a Togliatti, delineando i rispettivi campi d’azione, per poi giungere all’amara considerazione: «Non capisce o non vuole capire».
Certamente non poteva condividere la grande passione per l’Ovest e per gli autori americani che Vittorini, ragioniere mancato ammalato di letteratura, aveva manifestato sin da giovanissimo. Amore ricambiato. Quando la versione statunitense del suo libro forse più importante, Conversazione in Sicilia, (pubblicato a puntate su Letteratura e edito in volume nel ’41 in Italia) si fregerà della prefazione di un già famoso Hemingway, per Vittorini è la consacrazione internazionale, il punto d’arrivo per un’avventura iniziata vent’anni prima. Nel ’24, dopo tre tentativi di fuga (uno per favorire il matrimonio “riparatore” con Rosa, la sorella di Quasimodo), aveva lasciato definitivamente la Sicilia, che farà da sfondo ai suoi romanzi. Pur di inseguire le sue passioni aveva accettato di lavorare in un’impresa edile in Friuli Venezia Giulia, iniziando – sin dalla seconda metà degli anni Venti, grazie al suo mentore Curzio Malaparte – a collaborare con riviste e quotidiani. E’ un vecchio operaio della tipografia fiorentina dove dal ‘30 lavora come correttore di bozze per La Nazione ad insegnargli l’inglese. Consolida così l’interesse per la narrativa americana, a cui si dedica con sempre maggiore continuità, soprattutto quando un’intossicazione da piombo lo costringe a concentrarsi sull’attività di traduttore e scrittore.
Anche dopo la rottura con la nomenklatura comunista, continua a fare (bene) il suo mestiere, tenendosi alla larga dalla politica, consapevole – per dirla con il suo amico Romano Bilenchi – quanto «Pci e Psi fossero ormai sputtanati, sputtanatissimi». Nel ’59 fonda Il menabò di letteratura, che dirige insieme a Calvino e a partire dal ’60 la Mondadori gli affida la collana La Medusa, cui si deve il merito di aver portato nelle case degli italiani i più bei romanzi del Novecento. Negli ultimi anni della sua vita è consulente della casa editrice Einaudi, finché una grave malattia lo conduce alla morte nel ’66. Sono passati oltre quarant’anni e in questi tempi di bipolarismo coatto di innovatori e di uomini col fiuto di Elio Vittorini ce ne sarebbe un gran bisogno, anche per evitare di sobbalzare ad ogni starnuto della politica e rischiare così di beccarsi un raffreddore.

7 commenti:

Giovanni Tarantino ha detto...

Grande Roberto !
Che articolo !!!

Oggi ho preso il Secolo, segnalato da Luciano, praticamente per questo pezzo.
Mi è piaciuto veramente tanto: quando c'è anche un minimo di discorso sui fumetti, come in questo caso, mi esalto.

PS: hai dato un'occhiata alla tesi ?

Pierluigi Biondi ha detto...

Per Giovanni Tarantino:
se ti piacciono i fumetti, quindi anche i cartoon, dai un'occhiata al Secolo di oggi (o al blog nel pomeriggio).

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Ciao Giovanni, grazie! No, sono partito per il mare e non ho fatto in tempo a stamparmela, ma sarà la mia prima lettura non appena torno a casa, presto!
Un abbraccio.

Giovanni Tarantino ha detto...

Grazie Pierluigi, ho visto !
Roberto, intanto domani, 13 luglio, quella tesi sarà discussa alla laurea.
Speiamo bene !

gabriella ha detto...

Sì,Vittorini fu bravo a portare in Italia la grande letteratura americana (insieme a Pavese=però tutti i due, quando crivevano romanzi in proprio, erano di una noia mortale, ahimè.

Claudio Ughetto ha detto...

Distinguerei.

Vittorini come romanziere non valeva un granché: i suoi dialoghi, influenzati da Hemingway, assomigliavano in realtà a discorsi tra sordi. Come traduttore fu sopravvalutato. Ha tradotto Faulkner da bestia e per anni i suoi esegeti hanno sostenuto che "Light in august" era tradotto splendidamente, quando già il titolo non andrebbe tradotto con "Luce d'agosto" ma semmai "Alla luce in agosto" (visto che Light, in questo caso non vuol dire "luce" ma è sinonimo di leggero - parla di una donna che deve partorire - e "in" non sta per "of" o per genitivo sassone).
Pavese, invece, fu un bravo traduttore e un discreto romanziere. Certo, descrive una Torino che non c'è più, ma la prosa di "La luna e i falò" è grande, e la tensione de "Il diavolo tra le colline" o "La casa in collina" permane (con che acume riuscì a percepire la guerra civile, lui che non prese posizione!). Inoltre fu un innovatore nell'interpretazione dei miti (leggi i "Dialoghi con Leucò) e uno che col neorealismo ci ebbe pochissimo a che fare.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie! Mi riservo una risposta più articolata non appena riesco a transitare al pc per più di qualche fuggevole istante, temo non prima di fine mese.
Un abbraccio a tutti.