mercoledì 25 luglio 2007

Sì, Fantozzi è vivo e lotta insieme a noi

Dal Secolo d’Italia di mercoledì 25 luglio 2007
Rubrica settimanale Appropriazioni (in)debite
Paolo Villaggio, il genio che con una battuta demolì l’immaginario della sinistra cinefila

«Una cagata pazzesca». E’ una battuta del Secondo tragico Fantozzi a liquidare, una volta per tutte, l’agghiacciante Corazzata Potëmkin cara a tutti i marxisti-leninisti e ai cinofili di sinistra. La carrozzina con il bambino che rotola giù dalla scalinata. Il dolore della madre fucilata dai soldati. E a infierire oltre ogni umana sopportazione, il dibattito a seguire il film, con i “cari dipendenti” (qualità sadicamente rimarcata) invitati a commentare la scena “preferita”. Il trionfo della sottomissione estrema. Almeno fino all’atto di insubordinazione di Ugo Fantozzi negli inusuali panni di agguerrito leader dei colleghi: occupazione della sala aziendale – visione di film non certo amati a sinistra come Quel gran pezzo dell’Ubalda, Giovannona coscialunga e La polizia s’incazza… – e strenua resistenza all’assedio (con tanto di gas lacrimogeni) delle forze dell’ordine. Rivolta contro l’autorità del megadirettore galattico che, neanche a dirlo, si conclude tragicamente per i nostri eroi. Li attendono le non meno drammatiche gite aziendali. Eppure quel estemporaneo moto di ribellione un effetto concreto finì per produrlo, al di là della finzione cinematografica: la pellicola da allora scomparì dai cineforum aziendali. Come a dire: una risata vi seppellirà. Sembrerebbe una leggenda metropolitana, ma non lo è.
Ne abbiamo chiesto conferma a Paolo Villaggio, autore e interprete dell’intera saga del mitico ragioniere, versione impiegatizia dell’italiano medio nell’era democristiana, sfiorato dal boom economico e intrappolato tra burocrazia e quotidianità. «Sì, è vero, è stata una liberazione per molti, che poi nei cineforum proiettavano anche di peggio…». Fantozzi, invece, rimane un evergreen. Di più: un cult. Non c’è passaggio televisivo dei suoi film che non venga salutato favorevolmente dal pubblico, le sue battute appartengono a pieno titolo all’immaginario collettivo, fanno parte del nostro linguaggio. E per quanto “fantozziano” sia inequivocabile sinonimo di goffo e perdente, il personaggio, malgrado rappresenti la maschera del mediocre per eccellenza, si è dimostrato più che fortunato.
Il ragionier Ugo (così come gli altri cavalli di battaglia di Villaggio, il professor Kranz “tedesco di Germania” e l’impiegato Giandomenico Fracchia) debutta sul piccolo schermo in piena contestazione, nel ’68, ma non presenta certamente i tratti del rivoluzionario, né del lavoratore sindacalizzato, per quanto Villaggio si sia sempre schierato all’estrema sinistra. Nel ’71 fa la sua prima apparizione in libreria con Fantozzi (Rizzoli). Ed è subito best-seller internazionale, così come i libri che seguono e preparano il terreno alla consacrazione cinematografica del ’75 con l’omonimo film diretto da Luciano Salce, cui seguiranno altre nove pellicole (un’altra di Salce, sette di Neri Parenti e una di Domenico Saverni, l’ultima, nel 1999, Fantozzi 2000 - La clonazione, senza il ragionier Filini, lo storico compagno di disavventure, perché, nel frattempo, l’attore Gigi Reder era morto davvero). In un primo momento Villaggio aveva pensato di far interpretare la sua creatura ad un attore già famoso, Ugo Tognazzi. Ma era troppo costoso. E Renato Pozzetto, seconda scelta, troppo milanese. Così gli diede la sua faccia. Il film incassò sette miliardi, una cifra incredibile a quei tempi. Preludio di un successo travolgente. Non c’è nella storia del nostro cinema un altro personaggio altrettanto longevo. Eppure sin dall’inizio Fantozzi si manifesta come un anti-divo insofferente alle mode e al consumismo di massa – raccapriccianti i suoi pantaloni ascellari e il basco nero schiacciato sulla testa – poco incline alla solidarietà di classe, un individualista impacciato e a tratti sprezzante, appassionato viscerale di calcio, marito – suo malgrado – fedele, nonostante sia perdutamente innamorato della signorina Silvani, la collega seducente quanto sfuggente, interpretata da Anna Mazzamauro, che sistematicamente lo sfrutta e lo molla, lo blandisce e lo rifiuta, torturandolo senza quasi che lui – ingenuo quanto romantico – se ne accorga. Collezionista di spaventose figuracce, il nostro dopo ogni sconfitta si rialza, dimostrando una tenacia che rasenta l’incoscienza. Un debole? Un uomo – per rimanere al lessico contemporaneo – con le palle di velluto? Provateci voi a vivere giorno dopo giorno con la signora Pina e la mostruosa figlia Mariangela e poi ne riparliamo.
Abbiamo chiesto a Villaggio – che sta girando un film «e poi un altro e un altro ancora per sfuggire alla morte e per vile voglia di denaro» – cosa prova, a distanza di tanti anni e film, nei confronti di Fantozzi, se lo sente ormai lontano…
«Lontano proprio no, Fantozzi è più vivo che mai. Ma si è mascherato. Adesso è travestito da giovane con il piercing, palestrato e con i jeans rotti artificialmente, segue drammaticamente la moda – è triste non avere creatività nel vestirsi – ed è fondamentalmente infelice. Non sogna più la signorina Silvani ma le veline. Ha per miti i vari Briatore e Lele Mora, gente di non grande spessore culturale ma che ha soldi e potere. Poveraccio, è capace di stare anche cinque ore in fila fuori dal Billionaire sperando che lo facciano entrare ma ogni volta lo rispediscono a casa. Intendiamoci, anche al mio Fantozzi poteva capitare di passare lo stesso tempo in macchina, magari incolonnato, ma era più autonomo, poteva scegliersi da solo la sua tortura. Questi giovani di oggi, invece, cercano di emulare i modelli irraggiungibili che propone la televisione ma restano fuori, non solo dal locale, fuori dalla vita, che è peggio. Quando invecchiano finiscono per intristirsi e si mettono a bere. Fantozzi almeno era convinto di essere felice, mica come questi cloni. E poi diciamocelo: è più simpatico il travet degli anni Settanta di quello del 2007, che ha perso fiducia nei valori della sua cultura».
Parola di Paolo Villaggio, un artista, un intellettuale, che da quando è nato (a Genova il 30 dicembre 1932) non si è mai fermato. Non a caso quando lo chiamiamo è in un aeroporto, pronto a salire su un aereo che lo sta per riportare da Milano a Roma, dove vive da oltre quarant’anni. Dopo gli studi – come poteva essere diversamente – di ragioneria, ha provato i mestieri più diversi e stravaganti, da quello di intrattenitore su navi da crociera in compagnia (anche questa non è una leggenda metropolitana) di Silvio Berlusconi e Fabrizio De Andrè – del quale è stato grande amico, ammiratore, «un autentico poeta a tutto tondo», e coautore di alcune canzoni, tra cui quella dedicata a Carlo Martello e inserita nel primo ellepì del cantautore genovese – a quello di impiegato, principale fonte d’ispirazione per la costruzione del mondo fantozziano. «Io sono nato come scrittore di libri e poi come comico televisivo» ha raccontato. Fino ad arrivare al cinema, dove esordì, prima di lanciare Fantozzi nel firmamento mondiale, nel film Eat it del ’68 e I quattro del Pater Noster (’69). Per un totale di oltre ottanta film. Non solo commedie. Ha recitato anche con maestri del calibro di Federico Fellini, Lina Wertmuller, Ermanno Olmi, Mario Monicelli e Gabriele Salvatores, vincendo premi prestigiosi, come – citandone uno per tutti – il Leone d’oro alla carriera al Festival di Venezia del ’92, riconoscimento «che fece gridare allo scandalo». Perché, dopo aver fatto Fantozzi, per molti addetti ai lavori rimaneva un attore di serie B. E poi la scoperta del teatro. Nel ’96 Giorgio Strehler lo vuole nel ruolo di Arpagone ne L’Avaro di Molière. Da attore si fa regista, portando in giro per l’Italia anche spettacoli suoi, tra cui Paolo Villaggio: vita morte e miracolidi un pezzo di merda», come da titolo completo della biografia pubblicata nel 2002 da Mondadori).
Nel mirino di Villaggio – oggi come ieri – rimangono il conformismo, «la situazione drammatica della cultura», la politica (che ha conosciuto direttamente come parlamentare di Democrazia Proletaria nel ’87), i media: «Quello che non sono riusciti a fare i grandi dittatori, lo hanno fatto i media: farci vestire tutti allo stesso modo, farci mangiare tutti le stesse cose. Nemmeno Mao c’è riuscito».
«La verità – ci dice, sottolineando di non sentirsi un moralista – è che non esistono più gli ideali, la religione, la fede, si è perso il senso della famiglia, al cui interno si pensa solo a guardare la tv, non si parla più, ci si azzanna e basta. Prevale l’esibizionismo. E se guardiamo alla condizione dell’Italia c’è da preoccuparsi, l’Alitalia non la vuole nessuno, la Fiat fa finta di vendere la Cinquecento, perdiamo colpi, e la classe politica è fatta di gente che pensa solo a delegittimare gli avversare, che si insulta per poi rincorrere disperatamente l’interesse personale. Penso alla Bonino, all’uscita teatrale che ha fatto mentre sarebbe bastata una telefonata a Prodi per dirgli: guarda che non sono d’accordo. Cosa possono sperano i giovani? E’ uno schifo».
In tutti questi anni Villaggio non ha mai smesso di seguire l’attualità continuando a dire la sua, attraverso l’attività di scrittore: dodici libri all’attivo, di cui l’ultimo, del 2006, è Gli fantasmi (Rizzoli) e quella – da battitore libero – di giornalista, di notista indisciplinato, tanto da trovarsi a scrivere «in piena autonomia» su un quotidiano di destra, l’Indipendente diretto all’epoca da Giordano Bruno Guerri. Alcuni dei brani di quel periodo li ha raccolti nel godibilissimo Sono incazzato come una belva (Mondadori, 2004). Da quella tribuna libera Villaggio getta il suo sguardo beffardo sui tipi e i vizi peggiori della nostra “civiltà”. Dalla copertina ci scruta un fotomontaggio: Villaggio truccato da Gioconda (o viceversa). «Più che un libro, è un safari. E le belve umane siamo noi: personaggi laidi e terrificanti, eppure tragicamente comuni». Ce n’è per tutti, da «l’insostenibile “fichista”, quello che le donne sono “tutte troie” e tutte sue, ai pubblicitari farabutti, luminari assetati di carte di credito, miracolati e miracolanti, vacanzieri a Porto Cervo o a Capalbio». L’ennesimo graffio a quel mondo radical chic che – nonostante il suo personale schierarsi a sinistra – non l’ha mai amato. Anche se oggi, va detto, Villaggio è unanimemente apprezzato. Tempo fa ebbe a dire: «Adesso, persino a Genova, dove per anni mi hanno considerato un coglione, se mi vedono allo stadio mi applaudono. Anche i critici mi amano. Vuol dire che la morte si sta avvicinando». Da allora è passato qualche tempo e noi, fantozzianamente, ci limitiamo ad applaudirlo indebitamente e a «incrociare i diti» per lui.

4 commenti:

Il Triballo ha detto...

^_^

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Ciao Triba, grazie e fatti sentire!

Carlo Gambescia ha detto...

Gustoso.
Un salutino,
Carlo

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie Carlo!
A presto.