lunedì 10 settembre 2007

Che show la vita di Lorenzo il Magnifico! (di Ivo Germano)

La celebre "Venere" del Botticelli, simbolo della bellezza rinascimentale
Articolo di Ivo Germano
dal Secolo d'Italia di domenica 9 settembre 2007
rubrica settimanale "Italian Beauty"

Crogiolo e scenario originario di quella che è una vera e propria vocazione nazionale alla bellezza è storicamente il Rinascimento, momento topico e paradigmatico di quella che è stata definita la “civiltà italiana”. L’Italia, da allora, si dirà, è stata definita il “bel paese”, luogo di “belle visioni” e “belle donne”.
Nel senso di un’iconografia quasi sempre tutta al femminile, per quanto, poi, i suoi stereotipi nazionali siano spesso il perfetto esempio di una facile esterofilia e di un malinteso cosmopolitismo. Se l’Italia, dunque, è una lei, una donna lo si deve ad una stagione e ad una fase storica precisa che in un condensato estetico sorprendentemente, forgiato ad opera pop s’è rivelato al foyer del teatro “La Fenice”. Interludio e contrappunto curioso del Festival cinematografico la prima del musical Il Principe della Gioventù, avvenuta il quattro settembre scorso, prima di partire per una tournée mondiale rappresenta, infatti, un’ “opera-musical” che Riz Ortolani e il regista Pier Luigi Pizzi hanno inteso dedicare all’essenza visiva del Rinascimento, grazie alle note dell’orchestra “Filarmonica Veneta” diretta da Carmine Pinto e luci di Vicenzo Raponi, coreografie di Joey McKneely. Lorenzo il Magnifico è Graziano Galatone e Edoardo Luttazzi suo fratello Giuliano.
La tenacia artistica omaggia un periodo che con l’arte esistenziale e politica delli “Italiani”, come avrebbe riflettuto Guicciardini, tra faide sanguinarie e diorama di alleanze e tradimenti, innesca l’ambizione al bello che riesce e si vede. L’armonica bellezza realmente persiste, se paragonata alla palloccolosa fiction contemporanea, ancor più, suggestionata dalla storia alla base del musical. Una cultura giocosamente racchiusa nel sonetto di Lorenzo il Magnifico: “Chi vuol esser lieto sia, del domani non v’è certezza”, musicabilissimo e musicato, come sentimento e formula d’ingresso ad una storia, eterna e maestosa. Non a caso, il nuovo Amici Miei sarà ambientato nella Firenze medicea di Botticelli e Piero della Francesca, Brunelleschi. Fosse pure in una umile tintoria, laddove Giuliano de’ Medici cerca di corteggiare una bella ragazza di nome Fioretta, oppure, nella cupola di Brunelleschi che si trasforma in macchina scenica.
La storia è quella della congiura de’Pazzi contro la famiglia de’Medici, 1478, nelle persone di Lorenzo e Giuliano, il quale, durante la messa a Santa Maria del Fiore, morirà abbracciato a Fioretta. In grembo il loro pupo, cioè il futuro pontefice Clemente VII. Lorenzo, scampato alla congiura, diverrà “il Magnifico”, icona della congiunzione fra alto e basso, popolo ed ottimati, nell’intrapresa del miglior “reggimento delle cose e degli affari”.
La gloria maestosa della nostra “era del cinghiale bianco” che solo Riz Ortolani, uno che ha inanellato un Grammy e un Golden Globe, cinque David di Donatello e quattro Nastri d’Argento, poteva significare, quale forma musicale dell’aurora dell’italian beauty. Dalla RAI ad Hollywood, indagando le diverse scansioni delle colonne sonore per Pupi Avati e Damiano Damiani, Dino Risi e Vittorio De Sica, Franco Zeffirelli e Alberto Lattuada e Tinto Brass. Particolare menzione per il commento sonoro a Mondo Cane di Gualtiero Jacopetti, brano che totalizzò il maggior numero di ripetizioni. E, ora, il Principe della Gioventù, cofirmandone il libretto con Ugo Chiti, quasi a voler ribadire che i recenti fatti di cronaca sanguinosa e sanguinaria, possono essere sbaragliati da un musical, tarato sul Rinascimento: contemporaneamente nella grazia della rinascita sociale e nel felice mutamento culturale.
Giuliano de’ Medici lo incarna, un po’ Gigi Rizzi e un po’ Giovanni dalle Bande Nere, lontano dagli spifferi della “politica politicante” e ben ritto sui piedi della vita, cui andare incontro. Il Principe della Gioventù, appunto, come attimo e promessa, simile alla tensione, poco prima di un match di Calcio in costume. Liturgia dissonante che coinvolge la costruzione della pulchritudine, non più involucro classicheggiante, ma scisma tellurico di forme e canoni.
Questo è il senso di ragazzo di genio e talento, non fosse altro per l’ardire stilistico di aver voluto adattare la realtà ad uno stile vivace e magniloquente, per bravura e precisione. Un poeta che nonostante l’opposizione di una famiglia rivale decide di condividere l’esperienza scapestrata e bohemienne degli artisti e architetti, dotti e sapienti. E lì, in compagnia di narcolettici, hippy simpatici e non, piagnoni, gamines e tipi tosti ma mai arroganti d’antan, anima una fabula contemporanea, con un motivo in più di ispirazione.
Quel che potremmo aspettarci da un musical è ribaltato celermente e vertiginosamente: bellezza e virtù si trasfondono in una Firenze e in un’Italia non più da cartolina, introdotte da acute scorte di stile. Tutto è perdonabile, di fronte a un musical che sa narrarsi auroralmente nel Rinascimento, per fato e necessità, incontrando la medusante Italian beauty, da troppi desiderata, ma da pochissimi avvicinabile. Amori, liti, concordie e discordie, cui dedicare inchiostro e fatica. Lo spettacolo si farà, ma a modo de’ Medici. E allora, giù con l’artificio dell’impatto visivo sopraffino del teatro che si fa cinema, si riversa nel videoclip, nella sintesi di stili e modi di rappresentazione.
C’era bisogno di un risarcimento danni simbolico per l’italian beauty, al punto che restiamo felicemente sorpresi a scoprirne la versione musical, magica e irridescente, metafora della “fame d'infinito” e di eternità che si cela anche nell’effimero. Aspetto che ci ha ricordato James Hillman, il quale nel saggio L’anima dei luoghi, pubblicato da Rizzoli, amplia il ragionamento applicandolo al potere e all’anima stessa, ottima panacea alle ossessioni, agli stravolgimenti, ai narcisismi ed alle egolatrie che funestamente tempestano la contemporaneità. Specialmente per un Occidente vago e distratto del proprio canone, cioè, dell’amore come non morte, nonché della passione come potere vicendevole e non tirannico. Un sentimento ed una passione che si traducono, dal Rinascimento in poi, in canone più che atteggiamento, in grado di rendere le cose vive e vere. Ciò che, del resto, il design, l’architettura e certa creatività immaginano stabilirsi fra la forma animata e gli oggetti della vita quotidiana, al di là, di un modello meramente comunicativo.
Per dirla con Hillman, una certa idea di libertà individuale che si accompagna ad una rappresentazione esterna, quasi ecologica, senza correre il rischio patetico del restauratore, oppure, l’entusiasmo sciammannato dell’innovatore. Discorso a parte, merita persino all’occhio severo della filologia la trama pop e contaminante del musical, dove Giuliano e Fioretta sono prototipi, approssimazione per eccesso che certo aiuteranno a sognare, favoriranno un istante di catarsi nei tempi duri e cupi. Ci dicono la verità sulla non resa al pane e fatica che non si sposano mai tra le cose sognate e lontane e la realtà.
Ivo Germano (1966) sociologo e giornalista, scientificamente si occupa di produzione culturale e strutture simboliche dell'immaginario contemporaneo. Incline a scrivere e interessarsi di cose inutili, curiosamente e felicemente borghesi.

2 commenti:

Carlo Gambescia ha detto...

Caro Roberto,
che magnifico lavoro stai facendo con il tuo blog.
Cari saluti, e complimenti anche all'amico Ivo.
Carlo

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie Carlo, ma il merito non è mio, lo è - semmai - della qualità dei contributi :)
A presto!
Roberto