giovedì 25 ottobre 2007

Trent'anni fa l'Eternauta arrivò in Italia

Dal Secolo d'Italia di giovedì 25 ottobre 2007

Se in Italia rimane un indimenticato classico dei fumetti di fantascienza, lettura imprescindibile per chiunque ami la «letteratura disegnata» – com’ebbe a definirla Hugo Pratt – in Sudamerica rappresenta ancora oggi un’icona della lotta contro ogni potere “alieno”. Sì, perché l’Eternauta, pubblicato per la prima volta sul periodico argentino Hora Cero Semanal tra il ’57 e il ’59, anticipò profeticamente il terribile dramma dei desaparecidos. Ed è dedicata proprio al trentennale della desaparicón del “papà” dell’Eternauta, Héctor G. Oesterheld – autore scomodo e inviso al regime militare tanto da scomparire nel nulla insieme alle quattro figlie – la mostra di fumetti e illustrazioni “Il sogno dell’Eternauta”, che sarà inaugurata domani alle 21 (e rimarrà aperta fino al 4 novembre) presso il teatro Politeama di Poggibonsi (Siena). L’evento, curato da Napoli Comicon, vedrà la presenza del disegnatore storico della serie, Francisco Solano López, che riuscì a scampare alla dittatura rifugiandosi in Europa. Mettersi in salvo, è quello che tentano di fare anche i protagonisti della storia – un gruppo di amici tra i quali l’Eternauta Juan Galvez, che si ritrovano una sera a Buenos Aires per giocare a carte – quando fuori una misteriosa quanto letale neve fosforescente inizierà a uccidere ogni creatura su cui si posi. E’ l’inizio di un incubo. Non rimarrà che organizzare la sopravvivenza, confezionare adeguate tute impermeabili, cercare e razionare le provviste. E infine combattere contro truppe di insetti giganti, squadre di uomini-robot e falsi liberatori del popolo che si dimostrano spietati aguzzini e complici di chi, senza mostrarsi, ha condannato a morte il genere umano.
L’Eternauta fece la sua apparizione in Italia nel ’77 su Lanciostory e da allora diversi sono stati i sequel realizzati per una serie dai tratti visionari e innovativi che divenne immediatamente un appuntamento irrinunciabile per i tantissimi appassionati che, in un’epoca ancora non “invasa” dai videogames e dalla playstation, trovavano nel fumetto l’intrattenimento per eccellenza. Giusto per rendere l’idea: le riviste cult L’intrepido e Il monello nei primi anni Settanta vendevano qualcosa come 700mila copie a settimana, cifre oggi semplicemente impensabili. A queste due corazzate, l’Eura Editoriale di Michele Mercurio, Stelio Rizzo e Filippo Ciolfi (quest’ultimo ancora saldamente in sella) aveva dichiarato “guerra” facendo nascere prima Lanciostory (’75) e, giusto trent'anni fa, la gemella Skorpio (’77) incontrando il favore del pubblico e soprattutto degli studenti. Sì, anche perché le dimensioni delle riviste, diverse da quelle di qualsiasi altro giornale, erano tali che nasconderle all’interno dei quaderni scolastici diventava un gioco da… ragazzi. Un formato sui generis che nasceva dall’esigenza di contenere i costi e offrire un prodotto più popolare possibile. Le riviste erano infatti ricavate dal bordo delle stampe dei fotoromanzi Lancio (L’Eura nasce dalla mitica Lancio, la celebre casa editrice romana leader nel campo del fotoromanzo) sfruttando così un ritaglio di carta che altrimenti sarebbe stato sprecato. L’Eura, per non scontentare i tanti “affezionati”, non ha cambiato formato. Così come ha conservato un’estetica volutamente anni Settanta, periodo in cui in Italia vigeva la classificazione – artificiosa quanto ingiustificata – tra fumetto d’autore e popolare. Da allora, la politica editoriale dell’Eura, «solitaria e anticipatrice», ha solo cercato di fare buoni fumetti, basandosi soprattutto sulla diversificazione delle proposte: la periodicità, alternando serialità e storie autoconclusive; i generi, evitando accuratamente fumetti a sfondo erotico e politicamente schierati; la provenienza, nel nome della più ampia apertura internazionale. A partire dai grandi autori argentini, dal ricordato Héctor G. Oesterheld de l’Eternauta al paraguayano Robin Wood, chiamato “la leyenda” in paesi, quali quelli sudamericani, che hanno sempre considerato il fumetto come forma narrativa con pari dignità rispetto alle altre. E nei quali, non a caso, andò a lavorare il giovanissimo Hugo Pratt. All’infaticabile talento di Wood, già autore di Gilgamesh, l’Eura deve il successo ormai venticinquennale di Dago, personaggio apparso la prima volta su Lanciostory nel ’83 ed ora, oltre a essere “ospitato” dal settimanale e uscire come inserto anche su Skorpio, “titolare” di albi mensili a lui dedicati in formato “bonelliano”. La storia è ambientata in Italia, nella Venezia del 16° secolo. Il padre di Dago, un nobile veneziano, scopre un complotto ai danni della Repubblica ma commette l’errore di denunciarlo a persone coinvolte nell’affaire, che fanno sterminare tutta la sua famiglia. L’unico a salvarsi sarà Dago, che – creduto morto – sarà invece ripescato ancora vivo da una nave turca con una “daga” – pugnale d’epoca che ne caratterizza la nuova identità – conficcata nella schiena. Animato dallo spirito di vendetta, diventerà uomo di fiducia ora di Ibrahim, Gran Visir di Solimano il magnifico, ora del pirata sultano Khair Ed Din, (il Barbarossa saraceno che imperversò nel Mediterraneo negli anni della potenza ottomana), grazie al quale entrerà nel corpo scelto dei giannizzeri, élite dei combattenti turchi. Antieroe sanguigno e leale, Dago non si tira indietro se c’è da combattere e uccidere e nel corso del suo “viaggio” combatterà più guerre e non sempre dalla stessa parte: dall’assedio di Vienna alla difesa del sacco di Roma da parte dei Lanzichenecchi. Il tutto nella cornice di un pregevole lavoro di documentazione storica che, naturalmente, lascia il dovuto spazio alla fantasia, magnificamente reso dallo stile raffinato del disegnatore Alberto Salinas, successivamente affiancato dal tratto evocativo quanto realista di Carlos Gomes.
Dago – ma anche Martin Hel e la conclusa saga di Cybersix – non sono gli unici personaggi a essersi conquistati un albo “autonomo” dalle antologie-contenitori che regolarmente continuano ad arrivare in edicola: Lancio il lunedì e Skorpio il giovedì. Negli ultimi anni Ciolfi ha investito soprattutto su autori italiani, facendo delle sue pubblicazioni una palestra di giovani talenti e riuscendo ad avvicinare nuovi lettori a una casa editrice sempre vitale. Sono nate così la miniserie poliziesca in 24 albi di Detective Dante, da poco conclusasi, e il mensile John Doe, anch’esso in formato bonelliano e giunto al numero 53. Si tratta di una delle sorprese più piacevoli del fumetto italiano, di una scommessa vinta, essendo il primo personaggio dell’Eura che, prima di esordire in edicola, non è passato per il temporaneo rodaggio sperimentale sui settimanali. John Doe, figlio di quest’epoca di chiaroscuri, non è il classico buono in lotta contro il male. Ex direttore della Trapassati Inc., è una specie di immortale che porta avanti una surreale sfida ai quattro cavalieri dell’Apocalisse: morte, guerra, fame e pestilenza. Quest’ultima rappresentata da un personaggio con il volto del padre del Ricky Cunningham di Happy Days, a conferma del tratto ironico della storia. John non usa armi ed è dichiaratamente ispirato a Get shorty, un film il cui protagonista – interpretato da John Travolta – è un taglieggiatore della mafia che impone i suoi diktat con la sola forza della persuasione.
Il team creativo è guidato dai romani Roberto Recchioni (’74) e Lorenzo Bartoli (’66), quest’ultimo anche coordinatore editoriale dell’Eura e autore, con lo pseudonimo di Akira Mishima (sì, ha preso a prestito il nome dello scrittore giapponese) di due romanzi di fantascienza. Avvertito della nostra attenzione alla sua creatura, ce l’ha rappresentata così: «Un personaggio pop e post ideologico, figlio della cultura televisiva, della letteratura minore, di internet, aperto al confronto con la modernità. Non lancia messaggi, chiunque l’abbia fatto rende le storie inevitabilmente didattiche e inefficaci. Non ha pretese intellettuali. Per il futuro, infatti, sarà inevitabile lavorare a una sinergia tra le varie arti dell’intrattenimento». Tanto che John Doe, come altri personaggi e buon per lui, è già diventato un gioco di ruolo.

10 commenti:

Anonimo ha detto...

..e non citare Alvar Mayor....

giovanni di silvestre ha detto...

Alvar Mayor me lo ricordo bene era ambientato nel Sudamerica dopo la conquista da parte dei conquistadores

Ippolito Edmondo Ferrario ha detto...

Questo è l'ennesimo articolo che fa del Secolo d'Italia un giornale nuovo, fresco, svecchiato.
Non lo dico per osannare un quotidiano dove ogni tanto pubblico anchio qualcosa, ma sono cose che vanno dette. Complimenti a chi sta facendo sforzi in questa direzione. Io sono sempre stato un fedelissimo di Martyn Mistere e delle strisce di Conan, ma le copertine un po' ammiccanti dei Lanciostory come dimenticarle.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie Ippolito, naturalmente concordo :) e il merito è soprattutto della direzione...
Io, oltre ai fumetti della Bonelli (Zagor e Mister No su tutti) ero un lettore - specialmente dai 12 ai 14 anni - del Monello e dell'Intrepido. Indimenticabili!

Anonimo... hai ragione, faccio ammenda, Alvar Mayor uscì su Skorpio nel '77. Mi sa che mi toccherà scrivere un altro articolo!

Dal comicus.it
La prima pubblicazione della neonata casa editrice Andamar è un classico del fumetto argentino (e non solo), in un’edizione che si propone come definitiva e completa, di grande formato e con l’eliminazione di alcune didascalie aggiuntive. Alvar Mayor, pubblicato in Argentina a partire dal ’77 sulla testata “Skorpio” e da lì a poco in Italia, è tra i titoli più importanti della premiata ditta Trillo-Breccia Jr. La serie, ambientata nel Perù del sedicesimo secolo, a pochi anni dall’arrivo dei conquistadores e dalla caduta delle civiltà precolombiane, si caratterizza per un tono fortemente realistico nelle ambientazioni (rappresentate da un Breccia in stato di grazia), pervaso però da un profondo senso di magia e di mistero. In questo contesto il protagonista, figlio di uno degli uomini della spedizione di Francisco Pizarro e di una donna inca, conduce avventure ai limiti della realtà, sfidando oscure divinità magiche e la propria incredulità.
Il volume raccoglie i primi nove episodi della serie (che, in tutto, ne conta cinquantasette) di dodici pagine l’uno. Questi racconti compongono di fatto il primo ciclo del personaggio, quello dell’avventura picaresca, con Alvar Mayor, accompagnato dall’amico indio Tihuo, che viene di volta in volta assoldato da signorotti arroganti o da ricche dame come guida verso perdute città dell’oro. Dopo un breve riscaldamento, il tratto realistico di Enrique Breccia si fa sempre più particolareggiato e la scansione delle vignette, il taglio della tavola e la ricchezza delle ambientazioni rivelano già quel talento compositivo che esploderà definitivamente nel proseguo della serie. Carlos Trillo, sceneggiatore prolificissimo e decisamente sottovalutato rispetto ai suoi meriti (di lui si vogliono qui ricordare perlomeno Robin delle Stelle – sempre in coppia con Enrique Breccia, – Un tal Daneri – con i disegni del grande Alberto Breccia – e poi ancora Custer, Spaghetti Bros, Loco Chavez, e quel capolavoro di invenzione e abilità narrativa che è Uscita di sicurezza) imbastisce solide trame d’avventura che si arricchiscono sovente di grande epicità e intenso lirismo. Come nell’episodio “Una profezia”, dove Alvar Mayor, feritosi gravemente in seguito all’assalto di un gruppo di indios, incontra se stesso da vecchio che gli predice di lì a poco la morte di un caro amico. O come nel successivo “l’acqua dei sogni”, in cui Alvar Mayor, dopo aver bevuto una pozione magica, riesce a uccidere un dio malvagio che tiene prigioniera una fanciulla dalle fattezze di luna. L’ultimo episodio, “i sogni vicino al mare”, apre il secondo ciclo della serie introducendo un personaggio che si rivelerà fondamentale negli sviluppi della vicenda: la bellissima e astuta Lucia de Lerma, accusata di stregoneria dai suoi compaesani e legata al protagonista tramite un sogno misterioso. Insieme a lei, Alvar Mayor vivrà le sue avventure più belle e metafisiche, miscelando miti e simbologie letterarie e indagando sulle inquietudini e sul significato dell'esistenza. Ma questa è già un’altra storia: speriamo di leggerla presto, nei prossimi volumi.

Davide Scagni

Anonimo ha detto...

Caro Roberto,il tuo articolo che, tra l'altro ricorda un episodio che è anche di intolleranza (quello dei desaparecidos), mi spinge a chiederti: hai visto l'ultima campagna di stampa della Regione Toscana contro l'intolleranza? E' quella col bambino e il polsino con sopra scritto "omosessuale" (all'inglese per di più!)...Non credi che viviamo anche noi ormai tempi assai simili a quelli dell'eternauta? Mi chiedo chi siano i Mephisto...L'eternauta in fondo è figura di tutti gli uomini che lottano contro il demone dell'appiattimento intellettuale, fisico, materiale, sociale ed anche etico: come ha detto un filosofo di cui non ricordo il nome (proprio ieri): "gli omosessuali non sono mica una razza...Ciao
GMDP

Claudio Ughetto ha detto...

Lanciostory e Scorpio, a mio avviso, hanno rappresentato il meglio e il peggio di certo fumetto popolare. Da lì sono usciti arrivati grandi artisti come Breccia e sceneggiatori come Carlos Trillo, mica male neppure Jimenez o Font. Poi c'erano i vari Maroto e Fernandez, gente che col pennello fa mirabolie, costruisce tavole da brivido, ma una storia non è mai riuscita a metterla insieme, per cui alla fine i loro fumetti erano dei deliri pseudodecadenti tra fanciulle da cardiopalma, mostri tutto bava e bolle, e qualche scopata fuori dal tempo.
C'era anche tanta robaccia, sceneggiata male e disegnata peggio. Il buon ODB provò a portare i migliori autori, quelli della "scuola argentina" su l'ETERNAUTA rivista, con risultati alterni.
L'Italia non è mai stata come la Francia, dove il fumetto è considerato arte e una rivista di qualità nasce per favorire l'uscita dei brossurati. Qui c'è Bonelli, pur dignitoso ma seriale, o di peggio, nel senso che il fumetto viene concepito come un passatempo usa e getta.

Antonio Candeliere ha detto...

elierebel blog

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

grazie antonio :)

hai ragione, Claude e cmq meglio ad avercelo, un Bonelli! :)

Vanda ha detto...

Roberto, sei un GRANDE!
Sinceri complimenti,
Vanda

Giovanni D. S. ha detto...

Ad essere sincero io preferivo il vecchio Tex Willer, Mister No e The Punisher e un plauso al caro vecchio zio Tibia.