venerdì 23 novembre 2007

'80, anni di plastica: tanto inquinanti quanto riciclabili (di Claudio Ughetto)

'80, anni di plastica: tanto inquinanti quanto riciclabili
di Claudio Ughetto

Negli anni Ottanta avevo pressoché 20 anni. Al contrario di Luigi Mascheroni, non avevo due Moncler ma vestivo grosso modo come Mark Hollis dei Talk Talk: cappotto grigio e coppola proletaria. Le ragazze mi filavano quando capitava, e più che bello mi accontentavo d'essere passabile. Con la scuola avevo qualche problema, idem col lavoro. Di cocaina manco a parlarne, solo qualche canna ogni tanto: della serie se ce n'è... ed meglio della maria che del fumo. Come lui, oggi ho anch'io quarant'anni e una moglie, ma niente bambini. Lavoro, continuo con i dilettantismi, non mi sento affatto appesantito e la noia cerco di farmela passare. Direi che sto meglio adesso di allora. Come Paul Nizan, non permetterò mai a nessuno di dire che i 20 anni sono la migliore età della vita. Come Nanni Moretti mi considero uno splendido quarantenne, ben incazzato e indignato contro un mondo che fa proprio schifo. Più che mai incuriosito dalla vita, dalle sue imperfezioni e oscurità. Con ancora molto da dire e da fare.
Per rispondere al giornalista de Il Domenicale e al suo articolo di sabato 10 novembre 2007, non avrei timore di sostenere che quello era il “decennio migliore del '900”. Se la pensassi come lui. Solo che a me quel decennio faceva schifo già allora, e di ciò che ha prodotto non salverei quasi nulla: non il Moncler, che non ho mai indossato, né i Duran Duran che avranno indovinato un paio di canzoni su una manciata d'album. Dire che Rio è l'equivalente musicale, “per forza artistica rivoluzionaria, dell'Ulysses di Joyce” mi sembra una bestemmia, soprattutto se penso che negli Ottanta su quel libro ci passavo le giornate. Di musica ne ascoltavo, ma non quella: i Clash, David Sylvian, Sign of the time di Prince, Daydream Nation dei Sonic Youth... Robetta probabilmente, rispetto a quei manichini che imitavano i Japan. Ecco una conseguenza di quei funesti anni, tanto cari a liberisti e anarco-capitalisti: la libertà di dire scemenze con noncuranza, di azzerare il valore tra un un disco di canzonette e uno dei romanzi cruciali del '900. Non infierirò contro il relativismo, perché sarebbe un'offesa a Lévi-Strauss e al relativismo scientificamente inteso. Di scemenza si tratta, e basta.
E Reagan e la Thatcher? Dio ci scampi: del primo non mi ha mai importato un granché, salvo che devo alla cultura reaganiana film come Rambo e Top Gun, che tuttora considero insultanti per qualsiasi media intelligenza. La Thatcher credo sia riuscita a massacrare quel po' di socialità che ancora l'Inghilterra conservava, a svilire la sensibilità di Charles Dickens, oltre a simpatizzare coi peggiori dittatori dell'epoca (compreso un certo Pinochet). Il che dimostra come il liberismo non sia poi quella fonte di libertà che vogliono farci credere, visto che spesso va a braccetto con i militari. E dove sarebbe l'“amministrazione perfetta”? Forse nell'alto numero d'incidenti ferroviari che si verificò nel Regno Unito dopo la privatizzazione selvaggia? E Craxi? Oh, certo... Sigonella. Perché non dire anche che il governo Craxi è stato il governo della menzogna, quello dell'Italia al top delle potenze industriali? Spacciare la menzogna per speranza mi sembra troppo facile. Si arrivò a far dire ai telegiornali che il problema della droga era praticamente risolto grazie a una legge scellerata. E tutti a crederci! Ma c'era chi sniffava coca, all'epoca. Ed è sopravvissuto. Me ne rallegro. Perché qualcuno sosteneva che dalla canna si passa direttamente alla coca e poi all'ero. Ultimamente Fini ci ha aggiunto le sintetiche. Di quegli anni salverei solo Gorbaciov. Povero Gorby. Quando buttarono giù il Muro ero in giro con un amico, in auto ed entrambi sbronzi per la felicità. Allora si poteva, o c'erano meno posti di blocco. I terroristi erano già in galera, e forse il traffico non era quello di adesso. Forse i giovani ricchi s'accontentavano del Moncler e delle Timberland, o forse non tutti i papà erano meno disponibili a regalargli delle super cilindrate da lanciare sulle provinciali. Fatto sta che Gorby mi fece credere, per qualche giorno, alla possibilità di un'Europa diversa: più giusta. Ma durò poco.
Al contrario di quanto starete pensando, a me il comunismo non è mai piaciuto, né adesso sono di quelli che rimpiangono la Cortina di Ferro. Non mi piace Bush, ma non per questo gli oppongo Putin in nome dell'Eurasia o di qualche Grande Spazio. Quelli che adesso sfilano in piazza con la bandiera del Che mi fanno un po' di tenerezza, insieme ai loro miti di seconda o terza mano che De Benoist definirebbe “incapacitanti”. A quei tempi mi vantavo d'essere tra i pochi a saper distinguere tra una A cerchiata e la falce e martello, a ribadirne l'incompatibilità. Però stavo sulle mie. Alla militanza politica ci sono arrivato tardi, a 22 anni circa: un po' perché mi dicevano che socializzare è importante, ma soprattutto per rimorchiare. Negli anni '80 facevo il dandy, ed ero già abbastanza disilluso: leggevo Nietzsche e Cioran, consideravo Joyce e Dante dei semidei. A fine decennio avrei conosciuto l'opera di Junger, cominciando da quel Trattato del ribelle che è ormai la bibbia dei destri più conformisti, al pari di Siddharta per tutte le polarità. Povero Junger anche lui, diventato oggetto midcult nelle tasche di chi si ribella in nome del SUV e dell'anticomunismo di maniera. In lotta contro il Protocollo di Kyoto.
Ero un asociale? Un po' sì. Ho evitato tante paninoteche, in compenso mi dedicavo al free-climbing e allo sci di fondo, festeggiavo nei rifugi alpini con polenta e cinghiale. E andavo a vedere e rivedere i film di David Lynch. Lo sentivo affine: la sua “oscurità” travalicava la plastica che mi circondava. Perché a quei tempi la plastica inquinava, mentre adesso la riciclano. Per dirla con Luigi Mascheroni, “i giovani di allora sono i quarantenni di oggi che tirano avanti l'Italia”, e la cosa non mi rallegra affatto.
Claudio Ughetto è nato a Giaveno (TO) nel 1965, dove risiede. Di mestiere fa l'educatore in un Consorzio pubblico. I suoi interessi sono molteplici: letteratura e filosofia, arti figurative e tutto ciò che riguarda l'immaginario. Da anni si sente vicino alla cultura non conformista, nella convinzione che la dicotomia destra/sinistra sia ormai inefficace per leggere e affrontare le questioni contemporanee. Scrive per Diorama Letterario, Arianna e Opifice. Un suo racconto è stato pubblicato nell'antologia Tutti esplosi. Le trame di Opifice (prefazione di Massimo Carlotto, Giulio Perrone editore, euro 12). Di recente ha pubblicato il suo primo romanzo Una falciola di terra (Il Filo, 2007, euro 18).

3 commenti:

Giovanni Di Silvestre ha detto...

Negli anni ottanta ero piccolo, è stato per me il periodo che va dalle elementari alle superiori. Ricordo le canzoni degli Alphaville, ricordo le prime canzoni di Madonna, le compagne di classe innamorate di Simon Le Bon e Nick Kamen, i film come Rambo, Rocky e Terminator.

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Claudio Ughetto ha detto...

Gli anni 80 sono anche quelli in cui Sting cantava "Russians". Al di là della qualità del pezzo (sopravvalutato), da esso possiamo farci un'idea di quanto quegli anni siano stati anche "oscuri", non così lineari e felici come vogliono farci credere.
Che dire dei Virgin Prunes, dei Bauhaus e dei Cure? Che dire di tutto un filone cupo ed esistenzialista che predominò nella prima metà? Che dire di Lynch e Cronenberg?

Personalmente ho forse esagerato a dire che quel decennio non ha prodotto nulla, ma il mio estremismo è una risposta a coloro che vogliono evidenziarne solo l'aspetto frivolo e luminoso, dando implicitamente ragione ai denigratori.