sabato 29 marzo 2008

Alla riscoperta di De Andrè il libertario (di Ippolito Edmondo Ferrario)

Articolo di Ippolito Edmondo Ferrario
Dal Secolo d'Italia di martedì 25 marzo 2008
Per anni è stato considerato un’icona della musica italiana, il cantautore per eccellenza, vero e proprio mito di cui spesso la sinistra si è appropriata più che indebitamente. Infischiandosene della sua essenza di libertario e pensatore fuori dal coro che non amava le etichette e tantomeno gli schieramenti, mostrando una fede tenace nella redenzione dell’umanità piuttosto che nelle utopie politiche. Stiamo parlando di Fabrizio De Andrè, forse uno dei più grandi poeti-letterati di questo secolo, scomparso nel 1999 a milano, stroncato dal tumore, e autore indimenticato di canzoni e ballate che hanno fatto sognare più generazioni.
A quasi dieci anni dalla sua morte il solo organismo che continua a mantenere viva la sua memoria, oltre ad un pubblico vastissimo che compra ininterrottamente i suoi dischi, è la Fondazione Fabrizio De Andrè presieduta dalla moglie Dori Ghezzi, organizzatrice di numerosi eventi. Eppure sarebbe ora di recuperare e di rivalutare in una visione a tutto tondo questo appassionato artista, l'ironia tagliente delle sue ballate antiborghesi, la poesia dei testi dedicati ai vinti e agli oppressi di ogni tipo o genere di potere e regime. Il De Andrè anarchico, libertario, certamente eretico, sapeva incantare i giovani rivoluzionari a sinistra, ma anche i militanti dell’estrema destra, fra cui nomi celebri come il medioevalista Franco Cardini. Le sue canzoni si potevano ascoltare durante i concerti del gruppo romano "Nuovo Canto popolare" che negli anni '70 faceva musica alternativa a destra o nelle performance del cantautore militante Francesco Mancinelli, che nel 2003 metteva in scena lo spettacolo “Laboratorio De Andrè” proprio per riproporre "da destra" le suggestioni del cantautore genovese.
Nel decennio trascorso dai funerali di De Andrè, cui intervenne una folla oceanica, poco si è fatto a livello istituzionale per valorizzare il patrimonio lasciatoci da De Andrè. Ma non tutti hanno dimenticato. E' di qualche giorno fa la notizia che da poco due piccoli comuni italiani hanno deciso di intitolare una piazza e una strada a Fabrizio, in chiaro e sincero segno di omaggio e di perpetua memoria. Sono il comune di Roana in provincia di Vicenza dove il 28 febbraio è stata intitolata una piazza a De Andrè, e la cittadina di Rapallo, in provincia di Genova, che il 7 marzo ha inaugurato la targa di una strada dedicata al cantautore. Due realtà diverse e lontane, che però testimoniano ancora quanto De Andrè sia rimasto davvero nel cuore delle persone, oltre i colori politici e le bandiere.
Al di là di questi episodi di spontaneo riconoscimento, il decennale della morte dell'artista, che cadrà il prossimo anno, è senza dubbio da segnalare all'attenzione come fatto culturale di valore nazionale e possibile occasione di una celebrazione in grande stile, che recuperi la vitalità e l'eccellenza della cosiddetta "scuola genovese". L'auspicio è che l'avvenimento trovi spazio nei programmi di una futura gestione del ministero della Cultura del centrodestra, insieme agli altri grandi appuntamenti già fissati. Potrebbe essere la circostanza giusta per sfatare il mito della collocazione politica a sinistra della musica d'autore italiana che fu in realtà - al di là di singoli casi di impegno dichiarato - tutt'altro che organica a battaglie politiche di qualsivoglia natura.
De Andrè, a chi gli chiedeva quali posizioni politiche prendesse, ha sempre risposto di essere semplicemente un libertario. E in un’intervista rimasta celebre (almeno per i suoi fan) ricordava quando la sinistra intransigente negli anni Settanta lo accusò in pratica di "deviazionismo", mettendolo in disparte, tagliandolo fuori dal circuito dei "compagni musicisti" che in quegli anni fece fortuna approfittando delle sinergie tra i Festival dell'Unità e lo show business italiano.
Di certo le canzoni di De Andrè parlavano di tutto fuorchè di militanza e di tessere politiche, i protagonisti delle sue ballate sono i vinti, uomini e donne messi al bando dal sistema borghese, gli emarginati in nome di un falso moralismo. Probabilmente il messaggio più intenso e univoco di De Andrè è stato il proprio il suo essere antiborghese, una vera e libera coscienza critica in un’epoca di intruppamento ideologico. Il pensiero di De Andrè simpatizzava per un'utopistica anarchia, per la libertà dell’individuo temperata da una morale "naturale" molto ontana dalle ipocrisie dello Stato e della Chiesa. Fino all'ultimo De Andrè fu un'icona del ritorno ad una dimensione di vita a contatto con la natura, lontano dal mito del progresso sfrenato, del capitalismo, ma anche della corsa alll’industrializzazione dei grandi agglomerati urbani.
Il De Andrè "ecologista" aveva scoperto la propria dimensione più vera in Saredegna acquistando una vecchia masseria e costruendo pietra su pietra un eremo dove alternare l’attività di agricoltore a quella di cantante. Un’immagine certamente inconsueta e ben diversa da quella delle odierne star della musica italiana. Coloro che ascoltavano De Andrè si sentivano inevitabilmente una minoranza eletta, un gruppo elitario e ribelle, anticonformista, capace di interpretare testi che non erano sempre alla portata di tutti, elite nobile di una cultura globalizzante.
Le ballate riprese dalla tradizione trobadorica, miti e leggende antichi e profondi, erano ritratti di gente comune e disperata, suicidi rigettati dalla chiesa, ma anche prostitute come la celebre “Bocca di rosa” allontanata dal paesino di S.Ilario per lesa virtù. Gennaro Malgieri, ex direttore del Secolo d’Italia ha raccontato: “Ci colpiva la forza trasgressiva delle sue canzoni, lo squarciamento dei valori e delle rassicurazuioni di stampo borghese”. Una forza che all'inizio degli anni Settanta fece associare, nella ricerca del gruppo di “Terra bruciata”, guidato da Pino Tosca, l'analisi dei testi di De Andrè a quella dei romanzi di Céline. Piaceva soprattutto, la tagliente invettiva contro l'infallibilità e il valore assoluto della legge e delle sue caste, quelle figure di giudici e avvocati che nelle sue canzoni diventano esseri piccoli e mediocri, biechi applicatori di un codice spesso cieco e ingiusto.
Ma di De Andrè la destra ha amato anche l'ironia, i racconti di quotidiana follia del "Testamento", il recupero degli aspri e pungenti versi di Cecco Angiolieri in “S’i fossi Foco”. Il De Andrè mai allineato, critico, che preferiva raccontare i deboli piuttosto che perdersi nell’esaltazione dei valori acquisiti e molto spesso imposti dalla collettività, ben lontano dal vacuo e ciarliero moralismo in servizio permanente effettivo. E' una lezione che sarebbe interessante recuperare in questa fase, come antitodo al dilagare della retorica dei valori che pervade la cultura e la politica italiana, per ricordarci che principi e conformismo quasi mai viaggiano sullo stesso binario.
Ippolito Edmondo Ferrario, classe 1976, vive e sopravvive a Milano, dove si diletta a fare il mercante d'arte. Giornalista e scrittore, ha pubblicato numerosi libri dedicati a Triora, il famoso paese delle streghe, di cui è cittadino onorario, i noir Il pietrificatore di Triora col quale ha dato vita al detective Leonardo Fiorentini, suo alter ego, e Il collezionista di Apricale... e le stelle grondano sangue (rispettivamente Fratelli Frilli Editori, 2006 e 2007). Di recente uscita, per Mursia, Milano sotterranea e segreta con Gianluca Padovan.
PS.
Ai Comuni indicati nell'articolo va aggiunto quello di Villa Sant'Angelo (L'Aquila) che ha avviato l'iter per l'intitolazione di una piazza a De André - conclusosi all'inizio di questo anno - già nel 2004... all'atto di insediamento del Sindaco Pierluigi Biondi, collaboratore del Secolo d'Italia e di Charta Minuta.
Roberto

2 commenti:

Anonimo ha detto...

L'unico album che ho di De Andrè è Rimini che è un vecchio disco in vinile, ad essere sincero non lo apprezzo molto, le sue canzoni sono molto melanconiche ed eccessivamente schierate. Invece ho sempre apprezzato uno Stefano Rosso che è molto più divertente nelle sue canzoni e dissacrante.

Giovanni

Giovanni Tarantino ha detto...

Articolo molto molto bello