lunedì 31 marzo 2008

Vasco Rossi, il Papini del nuovo millennio (di Filippo Rossi)

Articolo di Filippo Rossi
Dal Secolo d'Italia di venerdì 28 marzo 2008
C’è già chi urla al tradimento: Vasco che abiura la vita spericolata, Vasco che rifluisce nell’intimo e Vasco che si arrende alla realtà della vita e delle cose. Ma, al di là del sicuro successo, Il mondo che vorrei, il nuovo disco del cantautore di Zocca in vendita da ieri, ne struttura il pensiero, gli dà corpo e solidità, lo stabilizza: «Non si può sorvolare le montagne / non si può andare dove vorresti andare / Non si può fare quello che si vuole...».
Nessun tradimento, comunque, l’approfondimento semmai maturo e sofferto di temi presenti sin dall’inizio nell’opera di Vasco Rossi. Perché, se la vita spericolata di un sessantenne (Vasco di anni ne ha cinquantasette) non può certo essere nella forma la stessa di quella di un ragazzo, la spinta esistenziale, la richiesta spasmodica di autenticità, rimane la stessa.
Da cosa nasceva il sogno di quella «vita fatta così» del 1983? E cosa c’entra quel sogno col Vasco di oggi? Lo spiega lo stesso rocker: «Dall’idea di volare sempre senza tempi morti come nei film, dove si vedono solo cose belle e importanti e mai banali. I miei genitori sognavano per me una vita sicura, il posto in banca o in comune o statale. Io sognavo invece un avventuroso precariato, una esistenza non garantita. Però neppure io posso vivere come un cartone animato, ma d’altra parte sono insofferente ai limiti che la natura dà all’uomo. E allora ecco che ritorniamo alla rivalutazione dei sogni, i protagonisti di questo nuovo disco...».
Un’evoluzione, quella di Vasco, che ricorda il percorso intellettuale di un grande del Novecento, quel Giovanni Papini partito agli inizi del secolo iconoclasta e sovvertitore di ogni ordine costituito per arrivare a una conversione al cattolicesimo non dogmatica e tutta personale. E entrambi, Vasco e Giovanni, non hanno fatto l’università ma neanche il liceo: l’uno, il toscano, l’istituto magistrale; l’altro, l’emiliano, l’istituto per ragionieri.
E davvero il primo Vasco somiglia molto al primo Papini, l’autore di Un uomo finito, quello che vedeva se stesso come «un titano che vuole incominciare troppe cose e non è più nulla perché volle esser tutto ma disposto a vender cara la sua pelle e che vuol finire più tardi che sia possibile»; somiglia, anche, al Papini che voleva dichiarare «guerra contro l’accademia, contro l’università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale», e voleva liberare lo spirito «dai vecchi legami, dalle forme troppo usate... contro la mediocrità, l’imbecillità, la vigliaccheria, l’amore dello status quo e del quieto vivere, delle transazioni e degli accomodamento».
E oltretutto dal “pensiero spericolato” alla “richiesta di spiritualità”, in Papini come in Vasco, il passo è più breve di quanto si possa pensare. Del primo Mircea Eliade ha potuto dire: «Continuo ad amare tutto quanto Papini, così com’è. Dietro i suoi libri c’è un uomo maledettamente vivo e integro. Le idee che ha promosso e abbandonato una dopo l’altra non l’hanno inaridito. La vastità della sua opera non è riuscita a bloccarlo, a paralizzarlo, a consegnarlo completamente alla storia morta... Amava e odiava con passione, con ogni fibra del suo corpo, a riprova di una vitalità e di uno spessore spirituale rari... È un uomo che non si vergogna dei suoi errori. Un vero segno del genio. Solo gli sterili e i mediocri si preoccupano della perfetta coerenza dei propri pensieri, e sono ossessionati dalla paura di sbagliare. Papini ha sbagliato, si è furiosamente contraddetto e compromesso. Eppure della sua opera è rimasto più di ogni “opera” perfettamente delineata, messa a punto e corretta dalla prima all’ultima pagina». Parole che, cambiando quel c’è da cambiare, calzano alla perfezione al “provoca(u)tore” (come ha amato farsi definire) e alla sua evoluzione umana e culturale.
Senza scomodare la “fede come scommessa” di Pascal, secondo il quale Dio non si può provare con argomenti logici e razionalistici, è indubbio che il nuovo disco di Vasco è una corda tesa tra una realtà rifiutata a causa della sua mediocrità e una spiritualità ancora tutta in costruzione: «In verità mi accorgo che non abbiamo bisogno di cose, oggetti, ma di situazioni “dentro”. Ed eccomi qui a ringraziare il cielo e le chitarre...». Una corda tesa, si diceva, come nella canzone Cosa importa a me: «Dimenticare non è facile, ma perdonare, almeno per me, è impossibile. Gesù Cristo proclamava la necessità del perdono. Ma è qualcosa che sono costretto a lasciare agli uomini grandi. Quelli piccoli come me si sforzano di dimenticare perché a perdonare non ce la fanno». Il mondo che vorrebbe Vasco è un mondo che non c’è, ovviamente, e quello che invece si trova davanti è desolato, capace di spuntare ali ai voli e ai sogni: «Ogni cosa resta qui, qui si può solo piangere, e alla fine non si piange neanche più». Canta nel pezzo. Ed è il filo conduttore che lega le canzoni, un sentimento di perdita, quasi di rassegnazione. Sembra un bambino a cui hanno tolto la possibilità di giocare, e anche lui lo conferma in un video allegato alla presentazione del disco: «La realtà – dice – mortifica le aspirazioni umane, non si può solo spingere l’acceleratore, bisogna anche frenare, bisogna accontentarsi, ma a me questo non mi piace, l’uomo deve accontentarsi, ma l’artista no, non può accontentarsi». Alla ricerca continua di un’estasi laica, Vasco considera se stesso, ma in realtà ogni artista, come un ponte in carne ed ossa tra questa realtà e un’altra vita possibile. La spiritualità come trasgressione. Perché il mondo come è oggi non piace a Vasco: «La realtà mi ha deluso, i sogni aiutano a vivere meglio, qualsiasi sogno, anche credere in un amore, una fede, non è importante che sia vera, l’importante è crederci. Combatto questi limiti con la mia immaginazione. Nelle canzoni riesco a dire delle cose che non direi neanche alla mia donna o al mio migliore amico, non filtro, non penso a se mi conviene o no, esprimo quello che penso veramente...». Problematico Vasco come fu tormentato Papini, anche nella conversione. Nel 1977 il critico Ferdinando Castelli scriveva su Civiltà Cattolica che «per comprendere (e amare) Papini è necessario oltrepassare la pura letteratura per abbandonarsi alla ricerca dell’uomo che sorpassa infinitamente sé stesso: fatto per l’infinito ma costretto a camminare su tante strettoie; assetato di verità ma vagolante nell’ignoranza e nel dubbio; affamato di bellezza, di superamenti, d’amore, ma avviluppato in un intrico di miserie e di limiti». Lo stesso vale per Vasco Rossi, il Giovanni Papini del nuovo millennio.
Filippo Rossi, giornalista e scrittore (autore, con Luciano Lanna, del saggio-dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2003), ha cominciato al quotidiano Il Tempo, è stato caporedattore del settimanale l'Italia, direttore delle news di Radio 101 e collaboratore di diverse testate politico-culturali. Attualmente è coordinatore editoriale della fondazione presieduta da Gianfranco Fini, "Farefuturo".

4 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Stefi, mia moglie (do sempre la colpa a lei per questi acquisti...) è una sfegatata di Vasco da quand'era adolescente, immancabile quindi che sia andata a comprarsi il nuovo CD appena è uscito.
Mha... io non sono mai stato un fan del Blasco, sebbene so riconoscere che qualche canzone l'ha azzeccata: Vita spericolata, Alba chiara, Siamo solo noi, C'è chi dice no, Liberi liberi... Insomma, è uno che potrebbe vivere di rendita pur senza essere un genio (De andré lo era, lui no), però è tuttora travolto dal successo, fa il pienone negli stadi e a 57 anni è costretto a parodiarsi.
Lorenzo-Jovanotti, almeno, prova a sperimentarsi con ritmi e temi, è in continua evoluzione. A volte ci azzecca, a volte no, quando è in crisi chiede aiuto e chiama gli amici (come ai tempi di "Buon Sangue", dopo il flop de "Il quinto mondo").
Vasco invece, a 57 anni, mette su un disco che 20 anni fa sarebbe stato dignitoso, mentre adesso fa tenerezza. In "Liberi liberi" diceva più o meno le stesse cose, citava Eric Fromm e paventava la deriva dell'uomo. Poi si è messo a fare il moralista con "Gli spari sopra", senza cambiare una virgola nel modo di suonare e comporre. "Il mondo che vorrei" ha un paio di canzoni decenti (la titletrack, sebbene quell'assolo di chitarra finale rientri nel solito esibizionismo rock' n roll, prevedibile e stucchevole; "Adesso tocca a me" e "Basta poco", moralista ma seria...) il resto è da dimenticare. Niente che Vasco non abbia già fatto, con l'aggravante dell'età: quando senti le schitarrate di "Gioca con me" con quel testo giovanilista, se lui avesse 20 anni ci rideresti su, adesso ispira tenerezza: un uomo che maturo è dir poco dietro una ragazzina (qualcuno penserebbe pure di peggio...). Una volta le femministe si sarebbero incazzate, adesso...

Di sicuro anche "Il mondo che vorrei" sbancherà, e gli stadi si riempiranno. Ragazzini, giovani e vecchi a vedere un vecchio muppet su palco, solo un po' meno lascivo di Zucchero.

Anonimo ha detto...

Paragonare Vasco Rossi (un cantante che non mi è mai piaciuto) a Papini mi sembra un eresia.

Giovanni

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

E infatti...

Dal sito online del Messaggero:

Più di 300mila copie vendute in soli tre giorni per "Il mondo che vorrei" di Vasco Rossi

ROMA (2 aprile) - In soli tre giorni Il mondo che vorrei di Vasco Rossi ha venduto 400mila copie. La crisi della discografia sembra non riguardare il cantautore emiliano. Sia il singolo sia l'album, disponibile in vinile in edizione limitata e numerata, sono andati esauriti in poche ore. I fan il 28 marzo, giorno dell'uscita del nuovo album di Vasco, hanno festeggiato la lunga attesa prendendo d'assalto i negozi tradizionali di dischi, aperti già all'alba, da Milano a Bari e gli store della Feltrinelli aperti straordinariamente da mezzanotte.

Festeggia anche la casa discografica Emi per la quale il disco è diventato il prodotto digitale di maggior incasso della settimana a livello europeo, con vendite in Italia almeno 10 volte superiori al trend normale proprio sullo store di Itunes. E i singoli brani dell'album sono apparsi nella top 100 di Itunes, tre dei quali nella Top 10 dello store.

Tiziano Goglioli, responsabile prodotti editoriali della filiale italiana di Fnac dice: «L'album ha frantumato tutti i record di vendite nella storia (8 anni) della nostra catena. È la conferma che i dischi di valore fanno ancora grandi vendite nonostante le difficoltà del mercato». Elena Cadelli, Category Manager Home Entertainment di La Feltrinelli aggiunge: «Il primo week-end di vendita ci ha permesso di battere qualsiasi record precedente su un'uscita discografica e questo ci incoraggia a proseguire sulla strada della valorizzazione della musica nei nostri punti vendita». Claudio Tassinari, responsabile acquisti della catena Marco Polo-Expert conclude: «la vendita del nuovo cd di Vasco Rossi nel day-one ha ricordato i tempi migliori. Da tempo infatti non si vedevano persone fuori dal punto vendita all'apertura di venerdì mattina».

Anonimo ha detto...

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