mercoledì 9 aprile 2008

Perchè Veltrolandia è in bianco e nero (di Filippo Rossi)


Articolo di Filippo Rossi
Dal Secolo d'Italia di mercoledì 9 aprile 2008
Il miglior esegeta del veltronismo, il comico Maurizio Crozza, ha colpito nel segno un’altra volta. Dopo l’ormai famosissima interpretazione del “ma anche”, Crozza, più acuto di qualsiasi politologo, individua la vera caratteristica del Walter Veltroni in corsa per Palazzo Chigi. Nello spot che sta andando in onda su la7 descrive la scenografia della sua nuova trasmissione: «Partiamo il 20, vince il centrodestra... è sicuro. Donna che canta: Boogie Wonderland... la musica che va... il boogie del paese delle meraviglie... molto satirico... come nel film Happy feet». Un collega della redazione lo interrompe, «ma... se... per assurdo..., vincesse Veltroni...». Crozza sgrana gli occhi, si blocca solo per un attimo, scuote i pupazzi di pinguini che tiene in mano, e poi spara la sentenza: «Stessa cosa... però in bianco e nero, che fa più cupezza...».
Il “sociologo” Crozza chiosa un’Italia divisa in due: da una parte un paese a colori, che sa sorridere ed essere leggero, un paese che non ha paura di qualche battuta; dall’altra un paese in bianco e nero, cupo, triste che non riesce a dimenticare la berlingueriana austerità come «occasione di far crescere l’Italia» e nemmeno la prodiana «serietà al governo». «Dobbiamo divertirci nel fare politica – continua a dire Veltroni – un divertimento intellettuale ispirato alla serenità. Io chiedo di ritornare a fare qualcosa che nel corso degli anni si è perso e cioè a divertirci a fare politica». E che queste frasi rappresentino in realtà la facciata posticcia su una concezione calvinista e cupa, della politica, lo dimostra l’ossessione veltroniana di fronte alle “corna” e alle battute di spirito di Silvio Berlusconi o, anche, di fronte agli slogan di Umberto Bossi. Nessun senso dell’ironia. E quella di Veltroni non è solo propaganda: la questione in effetti è molto più profonda. Tanto che anche un alleato del leader Pd, il sindaco di Venezia e filosofo Massimo Cacciari, ha dovuto mettere un freno: «Definire pericoloso Bossi – come ha fatto Veltroni – denuncia solo la mancanza di senso della misura da parte di chi lo dice. Ci vuole una risata omerica per seppellire le stupidate di Bossi».
Ma è proprio di quella risata che una sinistra “in bianco e nero” è totalmente incapace. E la mancanza di ironia non provoca solo la retorica manierista e bacchettona che ben conosciamo; è sintomo, anche, di una profonda incapacità di affrontare il mondo con la leggerezza necessaria a chi vuole affrontare la sfida del cambiamento. Chi non riesce a ridere del mondo, infatti, chi è in perenne ricerca di una regola da seguire, di un’etichetta da rispettare, non può che opporsi ad ogni cambiamento.
Già Sigmund Freud affermò come non tutte le persone siano capaci di un’attitudine umoristica, dono raro e prezioso, e come ci sia chi non riesce a trarre piacere da una «manifestazione spiritosa». Veltroni nonostante l’impegno, continua a essere tra queste. Per lui può forse valere il neologismo di origine greca, “agelasta”, coniato nel sedicesimo secolo da Rabelais. E gli agelasti, per Rabelais, sono coloro che non sanno ridere. Lo studioso li odiava perché, secondo le sue stesse parole, per loro aveva più volte rischiato «di smettere del tutto di scrivere». Per Veltroni, allora, e per tutta la sinistra italiana, calzano a pennello le parole di Milan Kundera: «Ci sono delle persone di cui ammiro l’intelligenza, stimo l’onestà, ma con le quali non mi sento a mio agio: censuro i miei discorsi per non essere frainteso, per non sembrare cinico, per non ferirle con una parola troppo leggera. Queste persone non vivono in pace con la comicità. Non gliene voglio: in loro l’agelastia è profondamente radicata e non possono farci niente. Neanche io ci posso fare niente e, sebbene non le detesti, le tengo a debita distanza». In fondo Berlusconi dice le stesse cose di Kundera: «Ma “quelli” sono sempre incazzati! ». La forma è un po’ più grezza, ma la sostanza è la stessa.
Filippo Rossi, giornalista e scrittore (autore, con Luciano Lanna, del saggio-dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2003), ha cominciato al quotidiano Il Tempo, è stato caporedattore del settimanale l'Italia, direttore delle news di Radio 101 e collaboratore di diverse testate politico-culturali. Attualmente è coordinatore editoriale della fondazione presieduta da Gianfranco Fini, "Farefuturo".

2 commenti:

giambattista salis ha detto...

chissà se la leggerezza è anche qualcosa che può essere portato all'interno di un grande contenitore politico.

chissà se la leggerezza poi, può divenatre anche un modo di fare politica.

"festina lente", caro Roberto.
come la vedi?

GB Lo Stonato

faber ha detto...

Sin dal suo annuncio, lo spregiudicato progetto di bipartitismo concordato (recentemente proprio il Cavaliere, intervistato su Sky TG24, ha candidamente ammesso di aver condiviso l’idea proprio con Walter…) ha generato più di un sospetto. Non convinceva l’ipotesi di rendermi complice della nascita di uno scenario americaneggiante nel quale i due ‘partiti contenitore’ potessero conquistare oltre l’80% dei voti, arrivando ad un controllo assoluto del potere politico (e non solo..), saldamente consegnato nelle mani dei due leader e dei pochi fedelissimi sodali. Una vera oligarchia…

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