sabato 7 giugno 2008

Storie dell’Eritrea italiana come nessuno le ha mai raccontate (di Bruno Babando)

Articolo di Bruno Babando
Da il Domenicale di sabato 7 giugno 2008
All’inizio si chiamava Affrica Italiana perché, come ricorda Ferdinando Martini, senatore del Regno e intellettuale fascista, «nei nomi derivanti dal latino quando una labiale è seguita da una dentale la labiale si raddoppia» e poi, non ultimo, tutti i prosatori, da Niccolò Machiavelli a Giacomo Leopardi, così l’hanno sempre scritta: con la doppia “f”. Ben prima che i legionari dell’Italia grande e proletaria, per dirla con lo slogan coniato dal nazionalista Enrico Corradini, conquistassero uno spazio “vitale” al canto di Faccetta nera, l’avventura coloniale, pur tra mille peripezie, da più di mezzo secolo aveva contagiato governi liberali e masse contadine.
È di fine Ottocento la prima presenza organizzata di coloni italiani in terra africana, il 10 novembre 1893: sbarcò allora un gruppo di contadini sulle coste dell’Eritrea. Nove famiglie, in tutto 57 persone, 24 uomini, 9 donne e 24 ragazzi. Sette famiglie erano lombarde, di Magenta; due siciliane di Pedara. Guidate dal signor Invernizzi, capo dell’Ufficio di colonizzazione, arrivarono a Massaua senza aver visto sul Mar Morto «piovere fuoco dal cielo», com’era stato loro predetto.
La vita nella minuscola e povera colonia eritrea all’inizio non è certo entusiasmante e, fino all’instaurarsi del regime fascista, è assai diffusa la sensazione di essere stati abbandonati della madrepatria.
In effetti, fin dai primi decenni successivi all’Unità, la politica coloniale italiana aveva mirato alla conquista di un posto al sole, di qualche territorio africano al solo fine di costituire una valvola di sfogo alla sovrappopolazione di alcune zone della Penisola, fonte di miseria endemica e di pericoloso malcontento sociale. Poi, poco per volta, le cose cambiarono e anche l’opinione pubblica interna si fece più attenta e interessata alle vicende affricane. I commerci s’intensificarono, i coloni crebbero, la vita iniziò ad animarsi con spettacoli, riviste, concerti direttamente provenienti dai cartelloni dei teatri italiani.
La “fedele e vecchia” Eritrea forniva carne, pelli, palma dum, cereali, potassio e soldati. «Le scatolette di carne in conserva, 12 milioni circa per i bisogni dell’esercito, pelli per circa 18 milioni, noci di palma dum per uso vestiario militare, potassio per le munizioni ed indirettamente per la saccarina […]. Soldati in battaglioni, che hanno affrontato tante battaglie, sempre fedelmente nel nome dell’Italia». Un bilancio lusinghiero, almeno a prestar fede alla relazione che il ministro delle Colonie Colosimo fa nel 1912 al parlamento. Ma, com’è noto, è con il fascismo e con la sua volontà di dare agl’italiani un autentico impero coloniale che l’interesse verso le nostre presenze in Africa si rivitalizza.
Ed è in questo periodo, nel 1935, XIII anno dell’era fascista, che è ambientato il romanzo di Giorgio Ballario, Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni, Torino 2008). Siamo alla vigilia della conquista dell’Abissinia, dominata dal negus neghesti, un piccolo sovrano nero di nome Hailè Selassiè, e a Massaua, al cui porto fervono traffici e primi movimenti di truppe, si snoda l’incalzante noir riproducendo con efficacia il fascino, il mistero e le contraddizioni di quell’epoca.
Non è un libro di storia, situazioni e personaggi sono parto della fertile fantasia dell’autore, alla sua prima prova narrativa. Epigono del conterraneo Emilio Salgari che sulle sponde del torinese Sangone concepì mari lontani e nature selvagge, anche Ballario non si è spostato dall’ombra della Mole, dov’è cronista a La Stampa.
Ma non per questo il racconto è meno autentico, giacché impeccabili sono le ricostruzioni storiche e l’ambientazione. Personaggi talmente verosimili da sembrare ritagliati su figure autentiche, tratti umani con i loro vezzi, le loro miserie, ma anche antiche nobiltà d’animo da apparire rubati a uomini e donne di quel passato. È proprio in questa verosimiglianza, mai appiattita nella riproduzione biografistica, la forza del libro di Ballario.
Non sveleremo neppure un poco la trama, basti sapere che il protagonista è un maggiore dei Carabinieri che si trova a indagare su un duplice omicidio, un noto imprenditore e un impiegato di banca vengono trovati decapitati, sbrigativamente addebitati agli agenti del Negus che, proprio in quelle settimane, nel libro e nella realtà, erano impegnati in azioni di guerriglia contro l’esercito italiano.
E se in Patria l’Eiar con le canzonette apertamente favorevoli all’impresa coloniale e con la parodia dei I tre moschettieri di Alexandre Dumas, con le popolari voci di Mario Ponte, Nunzio Filogamo, Umberto Mozzato e Arrigo Amerio, lanciava la figurina del “feroce saladino”, in terra eritrea il demimonde locale s’intratteneva con gli spettacoli portati in tour dalle più note compagnie nazionali. Anche nelle pagine di Ballario compare una compagnia di teatranti, vedette e ballerine, guidata dall’impresario Pippo Lanzafame, a rendere più efficace la narrazione.
Come nota uno dei nostri storici migliori dell’epoca coloniale, Domenico Quirico, nella prefazione, nessuno scrittore italiano, al contrario dei colleghi francesi o inglesi, ha mai ambientato nell’Africa italiana il proprio lavoro. Un peccato, perché attraverso la letteratura è assai più immediato ed efficace leggere e interpretare le mutazioni del nostro Paese. Un altro dei meriti di Ballario.
Bruno Babando. Giornalista e scrittore torinese, è autore di numerosi saggi su Torino e le sue trasformazioni. è stato direttore di ricerca di Eurispes e di Iter-Centro di ricerche. Tra le sue ultime pubblicazioni: I ragazzi dello zoo di Torino (2005), Gregge senza Agnelli (2004), Angusta Taurinorum (2003), Con gli occhi del naufrago (1997).
Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964. Giornalista, ha lavorato per l’agenzia di stampa Agi, è stato corrispondente per svariati quotidiani nazionali e redattore del settimanale Il Borghese. Dal 1999 lavora a La Stampa, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria. Morire è un attimo è il suo primo romanzo.

9 commenti:

Giorgio Ballario ha detto...

Caro Roberto
grazie per aver ripreso la bellissima recensione di Bruno Babando al mio romanzo, uscito nelle scorse settimane.
Mi fa particolarmente piacere perché noto che il tuo blog è sempre più vivace e ricco di idee e argomenti per il dibattito culturale. Al quale spero di contribuire, nel mio piccolo, con questo "noir coloniale".
Giorgio Ballario

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie a te, Giorgio.
E grazie per i complimenti al blog, a volte mi domando se valga la pena (considerando i pochi commenti ai post) ma il numero delle "visite" rimane alto e qualificato e quindi insisto! Se leggo qualcosa che mi piace o interessa non posso fare a meno di segnalarlo alle persone che stimo.
Un abbraccio.
Rob

Giorgio Ballario ha detto...

Capisco il senso di frustrazione che si può provare vedendo pochi commenti.
Ma se il numero delle visite è alto, forse è più che altro una questione di pigrizia di noi "lettori" del blog. Oppure della solita fretta.
O magari una sorta di pudore nel commentare gli articoli, temendo di non avere cose così importanti da dire...
In ogni caso ribadisco l'apprezzamento per l'alto livello del blog, così come de Il Fondo di Miro Renzaglia, che mi hai fatto conoscere nelle scorse settimane.
Un abbraccio
Giorgio

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

E' che il tempo non è mai abbastanza... E cmq sì, di riscontri ne ho diversi, va bene così. Peraltro questo spazio più che come "blog" nasce come archivio e con il passare dei mesi prende consistenza... :)

Claudio Ughetto ha detto...

Ciao Giorgio.
Oggi ho saputo che sei sanganese. Io naqui e abito a Giaveno. Vicini di casa, praticamente :-)

Giorgio Ballario ha detto...

Caspita! Abitiamo a 10 km di distanza e ci incontriamo nelle sconfinate praterie dell'etere... Grazie all'ottimo blog di Roberto, naturalmente. Dobbiamo metterci in contatto.

Claudio Ughetto ha detto...

Eh... Alfatti, che sorpresa! :-)))

Per me va bene. La mia mail è cughetto@gmail.com

Ciao!

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Carramba!!! :))

Anonimo ha detto...

Alfatti è un mito, Babando che conosco da un paio d'anni si sta distinguendo per coraggio... (Avete letto l'ultimo suo libro sul caso dell'Angelo Azzurro? Semplicemente straordinario). Ora grazie a loro ho conosciuto Ballario e sto leggendo il suo libro che pure ho avuto difficoltà a trovare dalle mie parti. E' quella che si dice comunità delle idee. FILIPPO