lunedì 1 settembre 2008

Qualcuno mi ha detto che Carla Bruni dovrebbe cambiare musica (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 10 agosto 2008
Noiosa. A riassumerla in una sola parola, l'impressione che fa la Carla Bruni cantante (e autrice) è tutta qui: noiosa. A meno, forse, di ascoltare solo un singolo brano ogni tanto – così da attenuare la sensazione di monotonia e non essere costretti a prendere atto che i suoi limiti di scrittura e di interpretazione sono congeniti, e dunque irrimediabili – la conclusione è inevitabile. La signorina Carla, oggi madame Sarkozy, ha confuso un semplice hobby, da coltivare nel tempo libero e al riparo da orecchie indiscrete, con un'attività professionale, che comporta ben altre esigenze e ben altre responsabilità. Che ambisce alla gloria, ma espone al dileggio.
Approdata al terzo album, dopo l'esordio accattivante di Quelqu'un m'a dit e il fiacco prosieguo di No Promises, l'ex top model conferma in pieno quello che si temeva fin dall'inizio: il suo fascino personale è di gran lunga maggiore del suo talento artistico. Il successo raccolto nel 2003 era figlio di circostanze eccezionali, a cominciare dal fatto che, da una come lei, nessuno si aspettava niente. Giusto o sbagliato che sia, questa assoluta mancanza di aspettative si è trasformata in un vantaggio. Enorme.
Ma guarda, la bellissima Carla è anche bravina. Invece di puntare tutto sulla propria bellezza, sul proprio glamour da rivista di alta moda, si propone con la discrezione, quasi con la ritrosia, di una donna adulta che si affaccia per la prima volta sul mondo dello spettacolo. Invece di limitarsi a canticchiare alla meno peggio l'ennesimo (martellante, orecchiabile, insopportabile) aspirante hit da discoteca, confezionato su misura da accorti professionisti dell'usa e getta, si è scritta tutto da sola e lo presenta in questa chiave acustica che è così scarna da apparire quasi dimessa. Che è così lontana dal gusto corrente, dagli arrangiamenti “a presa rapida” di chi si preoccupa solo di colpire il pubblico fin dal primissimo ascolto, da risultare coraggiosa.
La sorpresa si è tramutata in simpatia, la simpatia in apprezzamento. L'apprezzamento in fenomeno di massa. La Francia si è lasciata sedurre e ne è stata felice: c'è una soddisfazione tutta particolare, nel valorizzare qualcosa di diverso da ciò che va già per la maggiore; c'è il compiacimento di averlo scoperto da soli; la gratificazione di non sentirsi non più i soliti allocchi che subiscono passivamente le pressioni del marketing. Non più i sudditi istupiditi che si inchinano a Sua Maestà la Star: ma liberi cavalieri che riconoscono una principessa anche se lei non ostenta alcun segno del suo rango, anche se appare vestita con la massima semplicità e assorta in un canto a mezza voce, tra accordi lievi e un po' timidi, e aggraziati come un ricamo.
Quelqu'un m'a dit ha venduto quasi due milioni di copie, più della metà solo in Francia. Notevole in assoluto, stupefacente in un'epoca in cui le vendite discografiche si sono drasticamente ridotte. E per un album cantato quasi interamente in francese, poi. Uno di quei miracoli che ogni tanto accadono e che sfuggono a qualsiasi previsione, trasformando il metallo di bassissima lega della curiosità superficiale nell'oro zecchino di un coinvolgimento profondo.
Se fosse finita lì, con una sortita “una tantum” che diventa un exploit, e con una dilettante che si gode la fortuna che le è capitata, sarebbe rimasta una bella storia. Mais oui. Il viandante si è rifugiato in una grotta e ha scoperto un tesoro. Il viaggiatore ha perso una coincidenza e, per ingannare l'attesa, è entrato nel casinò, facendo saltare il banco con una sola puntata.



Ma non è finita lì, ovviamente. Benché lei stessa, intelligente e lucida com'è, riconoscesse di non aspettarsi un tale successo e che, in circostanze del genere, «molto è affidato al caso, a una combinazione di elementi fortuiti, impossibili da determinare», la tentazione di insistere ha prevalso su tutto. All'inizio del 2007 è uscito il succitato No Promises: al posto del francese, l'inglese; al posto dei versi di Carla Bruni, quelli di grandi poeti americani ed europei tra cui l'irlandese William Butler Yeats, il britannico Wystan Hugh Auden e la statunitense Emily Dickinson; al posto delle fresche armonie dell'esordio, ahimè, le trame puntigliose, ma stentate, di una musica che vorrebbe affiancare degnamente le parole e che, invece, riesce solo ad aggirarsi nelle loro vicinanze, come un servitore volenteroso ma inadeguato.
Fine dei sogni. No Promises, che magari si riprometteva di conquistare i grandi mercati di lingua inglese, non ha raggiunto nemmeno lontanamente le vendite di Quelq'un m'a dit. Invece di innescare un ripensamento complessivo e una congrua autocritica, però, la battuta d'arresto ha provocato solo un immediato ritorno alla formula iniziale: musica delicata e vagamente vintage, riflessioni pensose sulla propria vita (la vita interiore di una persona che è diventata celebre grazie a quell'apoteosi dell'esteriorità che è l'alta moda), canto sommesso, e a tratti sussurrato, di chi non si sta esibendo per un pubblico ma si sta rivolgendo a degli amici, ammessi ad ascoltare ciò che lei pensa di se stessa quando è sola coi suoi ricordi e con le sue emozioni, con le sue fragilità e, perché no, coi suoi rimpianti.

Così, cinque anni dopo, Comme si de rien n'etait si incammina nella stessa direzione di Quelq'un m'a dit: ma anche se le movenze sono simili, e qualche passo lungo la strada possiede ancora la leggerezza e il fascino di un passo di danza ben riuscito, la voglia di proseguire fino in fondo svanisce in fretta. È una strada che abbiamo già percorso: e in un giorno in cui la luce del sole era più dolce, l'aria più frizzante, il gioco della seduzione una continua sorpresa.
La voce che a suo tempo, nel suo candido dilettantismo, ci era parsa esile ma adatta alla situazione, adesso ci appare così debole da risultare fuori posto. «Sono una cantante approssimativa – aveva detto lei stessa all'indomani di No Promises – ma un giorno sfodererò una voce che lascerà tutti di stucco». Un giorno; chissà quando.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Secolo d’Italia”.

2 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

"Il successo raccolto nel 2003 era figlio di circostanze eccezionali, a cominciare dal fatto che, da una come lei, nessuno si aspettava niente. Giusto o sbagliato che sia, questa assoluta mancanza di aspettative si è trasformata in un vantaggio. Enorme."

Bellissima :-))))

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

E' vero, indubbiamente.
Sta di fatto che da quando ho postato il pezzo di Federico 'ste canzoni le avrò sentite e risentite per ore, tanto da suscitare le allarmate preoccupazioni dei colleghi sul mio stato di salute psicofisico :))

Bellissima! :)