lunedì 22 settembre 2008

Richard Wright, la star silenziosa che salvò "The wall" lasciandosi cacciare (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 21 settembre 2008
Richard Wright, tastierista, fondatore dei Pink Floyd. Ancora una settimana fa avrebbe potuto essere un biglietto da visita, all’insegna di quella schiva sobrietà che lo ha sempre accompagnato e che, in fondo, gli piaceva anche; lunedì scorso, purtroppo, è diventato un epitaffio. Richard Wright è morto a 65 anni, stroncato da un tumore.
«Nessuno potrà rimpiazzarlo», ha detto subito David Gilmour, il chitarrista che subentrò a Syd Barrett già nel 1968 e che, dopo The Wall, contese la leadership a Roger Waters (nella foto a destra). «È stato mio partner musicale e mio amico. Nella ridda di questioni su chi o cosa fosse l'entità Pink Floyd, l'enorme apporto di Rick è stato spesso dimenticato. Era una persona delicata e riservata, ma il suo espressivo tocco sonoro è stato una componente vitale e magica del nostro sound. Non ho mai suonato con altri come lui.»
Eppure, “Rick” non ha avuto vita facile, all’interno della band. Benché ne fosse stato, appunto, uno dei fondatori, nel 1979 venne addirittura estromesso, trasformandosi da membro effettivo a collaboratore esterno. Una sorta di paradosso: volevano la sua musica, non volevano lui. Volevano che restasse a disposizione per aiutarli, ma non volevano che risultasse contitolare del risultato finale. La guerra intestina che minava i Pink Floyd aveva fatto di lui l’unica vittima esplicita, il capro espiatorio delle tensioni innescate dalla megalomania di Roger Waters. Roger Waters che inseguiva un predominio assoluto e che, inebriato dai propri meriti fino alla totale ubriachezza, non capiva che il segreto dei Pink Floyd era proprio nella misteriosa, mutevole, sfolgorante alchimia tra tutti loro. Ognuno dei quattro (Rick incluso, ma certo!) con un singolo pezzo della formula necessaria: chi con un pezzo più grande e chi con un pezzo più piccolo, ma ciascuno indispensabile per poterla ricomporre in vista di una nuova reazione. Di un nuovo esperimento.
Forse, invece di ritirarsi in buon ordine, Wright avrebbe dovuto impuntarsi e dare battaglia. Prendere l’aut-aut di Waters e portarlo alle estreme conseguenze: non è una guerra locale tra me e te, Roger; è l’anticamera del conflitto a tutto campo, dell’olocausto in cui non si salverà nessuno. Insisti con le tue provocazioni, coi tuoi assurdi ultimatum, e sarà la fine di tutto: niente più Richard Wright, niente più Pink Floyd. E decidano i giudici, eventualmente.
Ma i prepotenti sembrano sentirlo, quando sono in vantaggio. Capiscono al volo fino a che punto si possono spingere. Se non sono completamente stupidi (e Waters non lo era) sanno in anticipo se l’aggredito si limiterà a fuggire per mettersi in salvo o se, non foss’altro che per rabbia, accantonerà ogni cautela e comincerà a combattere con tutte le sue forze.
Richard Wright se ne andò. Come accade di solito, in circostanze analoghe, scovò una spiegazione razionale e se la tenne stretta. «È abbastanza semplice. Tutto cominciò perché io e Roger non andavamo d'accordo. C'era molta rivalità durante le registrazioni di The Wall e lui disse: o te ne vai o butto via tutto e non si farà nessun disco. Normalmente lo avrei mandato a quel paese ma ci servivano i soldi per le ingentissime tasse arretrate che dovevamo pagare. Non potevo permettermi di dire no, così me ne andai. Le nostre divergenze hanno un inizio ancora più lontano: non andavamo proprio d'accordo, dato il tipo che è Roger. Lui cercava di irritarti, di metterti in difficoltà. Eravamo lontani sia dal punto di vista intellettuale che politico, essendo lui un socialista da poltrona.»
Distanza, disprezzo. La musica, così come ogni altro scopo che sia sufficientemente circoscritto, può anche unire in uno stesso sforzo, ma non dissolve le differenze. Anzi: per cinico che possa apparire, spesso i migliori risultati derivano proprio dall’esistenza di contrasti irrisolti. Le tesi sono costrette a rafforzarsi, se vengono confutate. I progetti si temprano, nel tentativo di superare le obiezioni, o anche solo l’indifferenza, delle persone cui vengono sottoposti.
Il rock non fa eccezione. Scavate nella storia delle band più importanti e troverete ben poco di idilliaco. Togliete i casi in cui il gruppo, in realtà, è l’emanazione di un leader indiscusso, e vedrete che il confine tra creatività e autodistruzione è molto meno netto di quanto ci piace immaginare. Noi vediamo i fuochi d’artificio, e a buon diritto ne siamo deliziati, ma se i loro artefici non stanno più che attenti, nel maneggiarli e nel custodirli, basta pochissimo perché lo stesso identico materiale si accenda per esplodere, invece che per affascinarci.
A cominciare dai Beatles, con John Lennon che decide per conto suo di farla finita e si limita ad annunciare la novità a Paul McCartney, senza lasciargli il più piccolo margine di discussione, è tutto un susseguirsi di rotture unilaterali. O di dissidi trascinati così a lungo da condurre fatalmente, dopo un’agonia più o meno lenta, più o meno dissimulata, alla definitiva rottura. Logico, del resto: quante volte può avvenire che un’idea altrui ci piaccia a tal punto da abbandonare a cuor leggero le nostre? Quante probabilità ci sono che, per ogni volta che abbiamo detto di sì a partire da un no, non ci resti almeno un pizzico di rimpianto, almeno l’embrione di un bisogno di rivalsa?
Richard Wright è stato grandioso, in questo. Ha accettato di subordinare se stesso alla sopravvivenza dei Pink Floyd. Si è tenuto in disparte quando è finito nell’occhio del ciclone. È tornato di buon grado quando, dopo la defezione di Roger Waters, si sono ricreate, peraltro meno rapidamente di quanto sarebbe stato giusto, le condizioni per la rentrée.
Con la massima discrezione, e senza nessuna retorica, ha sempre contribuito come poteva, ogni volta che poteva. E c’è da credere che in ogni momento, vuoi partecipando da membro effettivo, vuoi da stipendiato di lusso, abbia sentito dentro di sé la certezza che quella musica, quella suggestione, quel modo straordinario di viaggiare tra i suoni e le luci, apparteneva anche a lui. Fino in fondo. E per sempre.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Secolo d’Italia”.

1 commento:

Umberto D ha detto...

I testi dei Pink Floyd sono una palestra di vita.
Grazie per l'articolo pubblicato.