martedì 18 novembre 2008

Fiorella Mannoia, se la cantante ha la forza della cantautrice (di Federico Zamboni)

Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 16 novembre 2008

È una cantante, sembra una cantautrice. Da quando ha imparato come si fa – come si fa a capire, con un fiuto pressoché infallibile, quando un pezzo composto da altri le si adatterà come un abito su misura – Fiorella Mannoia perpetua questo equivoco delizioso, che in qualche modo persiste anche se sai, come lo sai, che di quello che interpreta così bene non ha scritto lei né una singola parola né una singola nota.
Il cambiamento risale al 1987. Fino a quel momento Fiorella Mannoia si trovava nella stessa situazione di ogni altra “collega” in attesa di consacrazione: per avere successo, o anche solo per richiamare l’attenzione del pubblico, aveva bisogno di canzoni che avessero un grande impatto di per se stesse. Non necessariamente di altissima fattura, visto che i gusti della maggior parte delle persone non sono poi così raffinati da esigere chissà quali vertici di invenzione musicale e poetica, ma comunque con qualcosa di particolare. Qualcosa che penetrasse alla svelta nella mente di chi si imbatteva in quel determinato brano, accendendone il desiderio (il bisogno) di avvicinarsi, di ascoltare di nuovo, di sprofondarsi ancora, e ancora, e ancora, nella stessa emozione che lo aveva sorpreso e catturato.
È il problema di tutti i cantanti che non sono ancora entrati stabilmente nell’immaginario collettivo. Che sono attori, o attrici, chiamati a dare voce a una parte che non hanno ideato, e che li avvolgerà nel proprio fascino per un tempo limitato. Il pubblico amerà il personaggio più dell’interprete. Ricorderà la canzone e dimenticherà il cantante. Ci vuole tempo – anche moltissimo, e persino moltissimo può non essere abbastanza – per invertire i rapporti di forza e far sì che siano invece i pezzi a beneficiare del carisma di chi li esegue. A sembrare splendidi anche quando non lo sono. Anche quando, affidati ad altri, mostrerebbero tutta la loro mediocrità. Mina docet: una miriade di dischi invariabilmente ammirati, ben al di là dei meriti intrinseci del materiale proposto. Ad avvincere è il suo modo di cantare, a soggiogare è il magnetismo della sua immagine. Come si dice, un’icona.
Fiorella Mannoia, fino al 1987, era ancora in mezzo al guado. In quel punto dell’attraversamento, dalla riva paludosa dell’anonimato a quella accogliente e coloratissima della celebrità, in cui non hai nessuna certezza di arrivare dall’altra parte. Hai fatto qualche passo, hai trovato sotto ai tuoi piedi qualche sasso abbastanza solido da appoggiarti senza troppe ansie, ma il prosieguo è tutto da scoprire. Tutto da verificare.


Poi, a Sanremo ’87, arriva Quello che le donne non dicono. L’identificazione è perfetta. I versi di Ruggeri diventano le parole di Fiorella. Quelli che esprime la canzone sono i suoi stessi pensieri, le sue stesse emozioni. La sua stessa personalità. Anche se è una canzone “al plurale”, che non parla di un unico personaggio ma dell’universo femminile in genere, lei riesce a farne una confessione personale. È lei che «cambia il vento ma noi no». È lei che «siamo così, dolcemente complicate, sempre più emozionate, delicate». Lei. Questa donna bella e attraente, ma lontanissima dal glamour standardizzato, e posticcio, delle innumerevoli figure/figurine/figuranti del mondo dello spettacolo. Questa donna che oscilla tra la speranza di un vero amore e la consapevolezza che trovarlo non sarà facile. E tanto meno garantito. Questa donna che impasta coraggio e timore, seduzione e timidezza, slancio e cautela.
Potrebbe restare un episodio isolato, benché convincente. Potrebbe restare una delle tante promesse non mantenute dell’arte di massa. E invece no, per fortuna. È il bivio azzeccato che cambia le sorti del viaggio. L’inizio di un percorso che l’anno dopo porterà prima a un gran bel singolo come Le notti di maggio, primo incontro con Ivano Fossati, e poi a un gran bell’album come Canzoni per parlare. Fiorella Mannoia inizia a ritagliarsi un’identità precisa, che la accompagnerà per sempre. Proprio come i cantautori, dai quali non ci si attende l’exploit clamoroso ma la puntuale riconferma delle loro atmosfere, la sua dimensione naturale smette di essere il pezzo a sé stante, quello che una volta era il famoso/famigerato 45 giri, e diventa l’album intero. Le canzoni come parti di una lunga narrazione. Come elementi di un flusso. La sua vita come quella di un’amica vera: non vogliamo che ci racconti solo i tuoi momenti eccezionali, darling; vogliamo sentire anche il resto, anche le scene che se appartenessero a qualcun altro non ci interesserebbero, ma che rievocate da te ci coinvolgono eccome. Perché sei tu, che ci coinvolgi.
Così, dopo l’uscita di Fragile, pubblicato nel 2001, era cominciata l’ attesa di un nuovo lavoro che riprendesse il filo di questa sorta di conoscenza a distanza. Ma lei aveva scelto diversamente. Aveva preferito dedicarsi ad altro. Alle tournée da sola. Al tour insieme a Pino Daniele, a Francesco De Gregori e a Ron. E infine al repertorio brasiliano di Onda tropicale. Prove più o meno riuscite, ma che hanno dilatato a dismisura il normale intervallo tra un album di inediti e l’altro. Fino a suscitare il più spiacevole dei dubbi. E se non fosse mai arrivato, il seguito di Fragile?

La risposta arriva solo oggi. Sette anni di attesa, per avere questo sospiratissimo Il movimento del dare. Ma la risposta è rassicurante. Gli autori si sono trovati, le canzoni sono state scritte, il talento di Fiorella è intatto. Ligabue ci mette la mossa d’apertura, Io posso dire la mia sugli uomini; Fossati La bella strada, che sarebbe stata benissimo nel suo recente Musica moderna; Battiato il pezzo che dà il titolo all’album. Una dopo l’altra, tre canzoni che si posano con estrema naturalezza sulle braci del racconto interrotto a suo tempo e le ravvivano. Ed è solo l’inizio. I primi bagliori di un fuoco che divampa con la Il re di chi ama troppo di Tiziano Ferro, che scoppietta con la Io cosa sarò di Jovanotti, che si acquieta con la Sogno di Ali di Piero Fabrizi. Lei lo sorveglia, quel fuoco. Lo alimenta come si deve: senza fargli mai mancare nuova legna che bruci facilmente, ma senza mai soffocarlo sotto ceppi troppo grossi e ingombranti. E a quella fiamma e a quei bagliori – c’è bisogno di dirlo? – i suoi capelli rossi sono i più belli del mondo.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la neonata rivista diretta da Massimo Fini.

1 commento:

giambattista salis ha detto...

che bello riscrivere sul proprio blog! :-) a presto Rob! GB