domenica 1 febbraio 2009

Se Bruce Springsteen canta la tradizione della sua comunità (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 1 febbraio 2009

Una recensione, come no. Ma è talmente chiaro come andrà a finire… Andrà a finire come al solito da diversi anni in qua, ogni volta che esce un nuovo disco di Bruce Springsteen. Un altro disco di Bruce Springsteen. Ascolti la musica con tutta la dovuta attenzione, fai paralleli obbligatori (e paragoni involontari) col passato, scorri le note di copertina per sapere chi c’era e chi non c’era. Ti documenti sulle ultime dichiarazioni. Rileggi le vecchie interviste. Scopri cosa dicono gli altri. La critica e gli appassionati, non necessariamente in quest’ordine. Pensi che è un bell’album. Che non è un capolavoro. Che va bene lo stesso. Che c’è sempre qualcosa che vale la pena. C’è sempre qualcosa che ti prende di sorpresa e si fa largo nel cuore, e poi te lo porterai dentro come un ricordo esclusivo, o come un esempio da citare, o come un dono da condividere. Nothing Man in The Rising. The Hitter in Devils & Dust. Magic in Magic.
Ammiri l’artista. Ammiri ancora di più l’uomo. Parlerai del disco perché è quello che devi fare, ma dalla prima riga in avanti camminerai di buon passo aspettando il momento buono per allargare la visuale. La strada che attraversa il bosco è bella. La vista dalla cima della montagna è meravigliosa. Working On A Dream è un bell’album. Ma risalta con molta più forza se lo collochi nel contesto in cui è venuto alla luce, stagliato sullo sfondo della vita di Bruce e del suo mondo di valori e di affetti. I vecchi musicisti che sono amici da quarant’anni. I nuovi che lo diventano facilmente. Patti Scialfa, sua moglie, madre dei suoi tre figli Sam, Jessica ed Evan, che suona e canta con lui. Legami forti che attraversano il tempo. Tutta una carriera. Tutta una vita.

Danny Federici, organista della E Street Band, è morto di melanoma il 17 aprile 2008. Bruce gli dedica il disco. Gli dedica The Last Carnival, la canzone che chiude la raccolta, “bonus track” a parte. Bruce lo ricorda in una nota scritta, parlandone in una strana atmosfera sospesa tra presente e passato. Evocando il magico rapporto che si è creato con lui e con gli altri membri del gruppo: «Noi suoniamo insieme. E ogni sera, alle otto, usciamo sul palco insieme e quello, amici miei, è un posto dove accadono dei miracoli… vecchi e nuovi miracoli. E quelli che sono con te, in presenza di quei miracoli, non te li dimentichi mai. La vita non vi separa. Il tempo non vi separa. I contrasti non vi separano. È un onore essere tra quelli che ti sono accanto e creano miracoli per te, come ha fatto Danny ogni sera». E in The Last Carnival suona la fisarmonica Jason Federici, il figlio di Danny.
La vita è una costruzione. Non obbligatoriamente un progetto, in cui stabilisci tutto prima e, nella smania di rispettarlo fino all’ultimo dettaglio, non ci torni più sopra, confondendo la coerenza con la testardaggine. Dimenticandoti che potresti diventare – o persino essere già diventato, senza nemmeno rendertene conto – un architetto di gran lunga migliore.
La vita è una costruzione. Chi è fortunato cresce in una casa che gli piace, in una famiglia accogliente, in un quartiere o in una cittadina amichevole. Da grande dovrà solo aver cura di quello che ha ricevuto. Chi è meno fortunato, come Springsteen, cresce in una casa e in una famiglia dove è già tanto che non ti prendano letteralmente a calci. Dove si limitano a darti l’indispensabile ma, quanto meno, non ti buttano fuori una volta per tutte. «A casa mia – ricorda Bruce – c’erano due cose assolutamente impopolari: una era la mia chitarra, l’altra ero io.»
La vita è una costruzione. Ti cerchi un posto che ti piace, o se non altro che non ti dispiace eccessivamente, e tiri su la tua prima palizzata. Non così bassa da permettere l’accesso a chiunque. Non così alta da intimorire gli altri. Pensi che sarebbe bello se un po’ di persone della tua stessa pasta facessero altrettanto, e si stabilissero nelle vicinanze. Li inviti a vedere il territorio. Dici, o fai capire, che quello che hanno di fronte è solo l’inizio: la palizzata diventerà una recinzione intorno a un giardino, e nel bel mezzo del giardino sorgerà un’abitazione confortevole; forse non molto grande, d’accordo, ma con tutto il necessario. C’è altra terra intorno, aggiungi. Se pensate di fermarvi anche voi, da queste parti, vi troverete bene. Quanto all’acqua, è vero: il pozzo è ancora da completare. Ma se lo scaveremo insieme ci vorrà molto meno tempo. Molta meno fatica.


Bruce ha alzato la sua prima palizzata nel 1973: un disco che si chiamava Greetings From Asbury Park. Tirato su in una settimana. A ventitre anni. Con una band che non aveva ancora trovato il proprio organico definitivo né, tanto meno, un’identità precisa. Ma intanto la palizzata ha preso forma. È diventata l’embrione da cui partire per tutto quello che verrà in seguito.
Oggi, a inizio 2009, 36 anni e 23 album dopo, la “Springsteen Valley” è una realtà vasta, e ben strutturata. Già. Se ci stai un po’ attento prima, e getti fondamenta solide, e senza arrivare al Feng Shui ti tieni alla larga dalle energie negative (come? difficile spiegarlo, ma il modo c’è, eccome se c’è), ti puoi permettere di non badarci troppo in futuro. A chi ci abita piace: si fa buona musica, si parla con franchezza, ci si diverte quando si può e si lavora quando si deve, si fanno le cose seriamente ma nessuno – neanche il più ricco e famoso della compagnia – si prende così sul serio da diventare un problema.
Oggi – per essere precisi a partire da martedì scorso, il 27 gennaio – la Springsteen Valley fa festa. Tra una cosa e un’altra hanno trovato il tempo di completare un altro progettino che avevano in mente. Bruce lo aveva annunciato così: «Sto lavorando a un sogno / benché possa sembrare così tanto lontano / sto lavorando a un sogno / e il nostro amore lo renderà reale, un giorno». Insomma: hanno aggiunto un’altra casa. Abbastanza simile alle ultime che avevano costruito, ma in una zona che a prima vista sembra più assolata. Più protetta dalle intemperie. Un’altra casa che non presenta nessuna novità sostanziale e che non è un prodigio di architettura, e neppure vuole esserlo. Giusto un’opportunità in più per chi avrà voglia di fermarsi da queste parti, per una breve sosta o per un tempo molto, molto, molto più lungo.

Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la neonata rivista diretta da Massimo Fini.

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