domenica 8 marzo 2009

Se gli U2 ricominciano a forzare i limiti dell'uniformità musicale (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 8 marzo 2009

Avevano la qualità fondamentale dei grandi artisti, un tempo. Ti rassicuravano per un verso (chiamalo amore) e ti tenevano sulla corda per l’altro (chiamalo amore, ma cambia completamente tono). Nei dischi poteva sfuggire. Dal vivo lo si capiva di più. E lo si capisce perfettamente in Rattle and Hum, il loro film, prevalentemente in bianco e nero, del 1988.
La musica come specchio, o come metafora, della loro identità, collettiva e individuale. Il ritmo è una certezza, la melodia un’eventualità. Il ritmo è un amico in perfetto orario, la melodia un’amante che si fa aspettare, quando più e quando meno. Larry Mullen alla batteria e Adam Clayton al basso non lasciano dubbi: è un lavoro che sanno fare e ci daranno dentro dall’inizio alla fine. Gli altri due, che non a caso utilizzano uno pseudonimo, rappresentano le incognite. Ci saranno o non ci saranno, a seconda dei casi. Usciranno in piena luce o si ritireranno nell’ombra. The Edge, alla chitarra, è il filo di insofferenza che poi, per una ragione o per l’altra, si arrende alla determinazione che trovi dentro di te, alla disciplina che ti impongono, alla consapevolezza degli impegni assunti. Bono Vox, il cantante, è l’ansia di libertà che potrà anche non arrivare mai alle estreme conseguenze, ma che porta in sé il seme dell’anarchia. Aspira alla condivisione ma conosce a fondo la solitudine. Sa che il bene e il male si inseguono sulle stesse strade. Si avvinghiano sugli stessi letti. Arrivano e se ne vanno ugualmente all’improvviso, e senza dare spiegazioni. Affascinano e deludono con lo stesso sorriso disarmante: ognuno può essere solo ciò che è, non l’avevi capito?
«Sono cresciuto a Dublino, in quello che si potrebbe definire un quartiere piccolo borghese. In una bella strada, con brava gente, ma con la sensazione che la violenza fosse dietro l’angolo. Il grigiore, ecco ciò che dovevamo vincere. Avevamo una banda di strada molto vivace, molto surreale. Eravamo fan dei Monty Python. Ci esibivamo nel centro di Dublino. L’umorismo diventò la nostra arma. Eravamo adolescenti, era un modo per reagire alla prevalente mentalità violenta. Si veniva pestati quasi fino alla morte dalle bande delle altre zone, era all’ordine del giorno. Più forte ci pestavano, più strana e surreale era la risposta.»
Non c’era solo questo, negli U2 delle origini, ma era un aspetto essenziale. Questa idea di contrapporre un atto creativo alla realtà circostante. Questo bisogno di affermare con forza ciò che si è, in un modo che nessuno possa né condizionare né impedire.
Ma poi, alla lunga, la tensione degli inizi si è allentata. È scattata la trappola del successo, il desiderio istintivo di perpetuarlo all’infinito. Metti giù un pezzo e ti chiedi se sarà all’altezza. All’altezza delle aspettative del produttore che lo dovrà portare alla versione definitiva, dei dj che dovranno decidere se e quanto programmarlo, dei fan che lo troveranno nel disco. E poi in concerto. Magari non te ne accorgi nemmeno, ma hai cambiato modo di guardare. Confondi i cambiamenti di stile con l’innovazione autentica. Hai cambiato modo di giudicare. Ti sei dimenticato che la domanda giusta non è se piacerà agli altri. La domanda giusta è se corrisponde a quello che sei. Anzi: a quello che eri nel momento in cui l’hai scritta. Sei stato sufficientemente sincero? Sei arrivato dove speravi di spingerti, o almeno nei pressi? È così che vorresti essere ricordato, un giorno, dalle persone a cui tieni?

Gli U2 degli ultimi album, dagli anni Novanta in poi, si erano appiattiti. Molto mestiere e poca ispirazione. L’andatura troppo facile dei viaggi su un autostrada semideserta: sempre in corsia di sorpasso, ma per sorpassare chi? Curve tanto ampie che è impossibile sbagliarle. Un percorso così spianato, una noia così ben pianificata, che persino il navigatore satellitare non ha più nulla da aggiungere. Gli U2 arrivavano puntualmente a destinazione, sul piano delle vendite. Ma era come se nel loro TIR luccicante non trasportassero niente, o quasi. Scatoloni enormi e promettenti, ma quando li aprivi… In troppi casi, se non eri più che sicuro che fossero proprio loro, potevi pensare che si trattasse di un qualsiasi nuovo gruppo pop con una voce solista che assomigliava a quella di Bono. E d’altronde, non si chiamava proprio così, Pop, il loro album del 1997? E lo stesso Bono, del resto, non era forse troppo assorbito dalle sue battaglie umanitarie per dedicarsi convenientemente alla musica?
L’album del 2004, How to Dismantle an Atomic Bomb, si era lasciato alle spalle le peggiori sbandate in chiave modaiola (alcune delle quali, ahimè, accolte persino nel The Best of 1990-2000, vedi la “batmaniana” Hold Me, Thrill Me, Kiss Me, Kill Me) ma non è che avesse recuperato un granché del terreno perduto. Complice la presenza di produttori diversi, ciascuno coi propri gusti e le proprie convinzioni, il risultato finale era stato una successione di brani eterogenei – ma non per questo sorprendenti – che continuavano a mancare di un’impronta coerente e inequivocabile. Sometimes You Can't Make It on Your Own rialzava la testa, ma arrivava pur sempre dopo un’apertura grossolana come Vertigo e prima di un altro pezzo “tutto fumo e niente arrosto” come All Because of You.
No Line on the Horizon, appena uscito, è ancora lontano dalle vette del passato, ma se non altro dà l’impressione di una ritrovata esigenza di fare qualcosa di significativo. Qualcosa che sia pensato prima come espressione artistica e solo dopo (molto dopo) come prodotto discografico. Qualcosa che coinvolga profondamente i suoi stessi artefici, inducendoli di nuovo, e a distanza di così tanto tempo, a forzare i limiti di quello che già sanno e che padroneggiano agevolmente. Ricordate? «Il grigiore, ecco ciò che dovevamo vincere.» Così diceva Bono ricordando il suo quartiere d’origine, e la sua adolescenza a caccia di alternative. Ma è una frase che andrebbe interpretata più a fondo, anche da lui stesso. Nel suo significato di uniformità, pigrizia, consuetudine, conformismo, il “grigiore” non è affatto un’esclusiva della vita piccolo borghese. Può annidarsi anche nelle pieghe della più acclamata celebrità, dietro le apparenze scintillanti che lo avvolgono. E che servono solo a nasconderlo. A renderlo più ingannevole.

Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la neonata rivista diretta da Massimo Fini. Ogni lunedì sera, dalle 21 alle 23, conduce la trasmissione web “The Ghost of Tom Joad” su http://www.radioalzozero.net/.

6 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Non so...
L'articolo è appassionato e inquadra molto bene la fenomenologia vissuta da chi, come me, è stato fan degli U2 fino al delirio. Da quel Live Aid in cui sentii i primi accordi di Bad e l'innalzarsi sacerdotale della voce di Bono. Piaccia o meno, per chi ha avuto 20 anni negli anni anni 80 gli U2 sono stati questo: una sorta di surrogato alla decadenza di una musica che aveva perso la forza del rito, una risposta liturgica a concerti sempre più pieni di "fumi e raggi laser e scemi che si muovono". War e Boy li avevo in vinile, sentiti talmente tanto da consumarli, poi Unforgetable Fire, così "costruito" eppure passionale. Non parliamo poi di The Joshua Three...
Poi è arrivato Rattle and Hum, che paradossalmente mi deluse. Non era Sandinista, non nasceva dalla necessità di creare una musica globale e universale, piena di spirito punk comunque. Per dirla con Bono, quell'album nasceva dall'esigenza di ritrovare un'identità, ed io avvertivo tutta l'autocelebrazione di un gruppo che in fin dei conti non aveva mai saputo suonare, però aveva dalla sua l'originalità e la passione. Sapeva di vecchio. Quanto manierismo, in quell'album, quante canzoni fuori luogo...
Actung Baby è un gran album, una possibile ripresa, ma è stato un attimo. Come a dire: se continuiamo come a 20 anni, ci ripetiamo; se ci trasformiamo, diventiamo altro. Le grandi band, a quel punto si sciolgono. Per fortuna. Loro sono diventati i nuovi Pink Floyd, con la consistenza dei Pooh.
Non concordo con te, Federico, sull'ultimo album. L'ha comprato mia moglie, l'ho ascoltato e riascoltato... Secondo me suona come il penultimo e l'ultimo: medesima produzione, medesimo suono, la chitarra di The Edge sembra ormai campionata, Bono usa la voce più o meno come Mina. Tre produttori geniali, tre, per darci un prodotto laccato e inutile, per una band ormai priva di idee. Per fare musica da aeroporto.

E poi, ma questo è un giudizio personale, non sopporto quelli come gli U2 e Benigni, che stanno sempre dalla parte giusta.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Ottimo contributo, Claude.
Io non ho mai avuto un grande feeling con la musica live.
Nella mia vita - inizio a parlare come un vecchio, forse perchè lo sono? - sono stato a un solo concerto: quello degli U2 a Roma nel 1986 (non sono sicuro dell'anno, forse il 1987... e io avevo vent'anni, più o meno).
Ricordo soprattutto che sul prato dello stadio tutti saltavano come forsennati, in ordine sparso, avanti, indietro, di lato.
La maggior parte erano sbronzi e l'adrenalina era a mille.
Pensavo solo a sopravvivere e per farlo ero costretto a saltare anche io.
Una serata da schifo e persi anche una borsa a cui tenevo particolarmente.
Mai più andato a un concerto.
Gli U2... mi piacevano moltissimo. Quando anni dopo mi è ricapitato di sentirli sono rimasto sgomento. Era tutto finito. E poi sono d'accordo con te: vedere Bono dedicarsi alle politiche umanitarie mi ha lasciato perplesso.
Ascolterò l'ultimo.
Saluti e grazie.
Rob

federico zamboni ha detto...

Beh, non è che il nuovo album lo abbia propriamente lodato, e men che meno salutato come il ritorno agli antichi fasti. Mi è solo sembrato che, rispetto a certe pacchianate alla Vertigo, ci fosse qualche segnale di ripensamento. Come ho scritto "è ancora lontano dalle vette del passato, ma se non altro dà l’impressione di una ritrovata esigenza di fare qualcosa di significativo". Che poi ci riesca, e che ci riesca appieno, è tutto un altro paio di maniche. Dove sono perfettamente d'accordo con Claudio, invece, è sulla tendenza, sempre più marcata e debordante (e quasi esibita), all'autocelebrazione. A cominciare da Bono, ovviamente.
PS Nell'originale c'era un corsivo che poi è saltato sia sul Secolo che sul blog: nell'espressione "battaglie umanitarie" il primo termine era appunto in corsivo. Tanto per ricordare a tutti di non prenderle come oro colato.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Urca, m'è sfuggito il corsivo!
Lo ripristino immediatamente.
Un abbraccio a tutti e due.

Claudio Ughetto ha detto...

Comunque ho continuato ad ascoltarlo. Alla fine, nonostante tutto, qualche raffinatezza e qualche bel passaggio salta fuori. Ci piaccia o meno è quanto di meglio 4 cinquantenni famosissimi (al livello dei Beatles) possono fare.
D'altronde in UK, dopo il suono di Bristol (Triky, Massive Attak, Portishead ecc), non c'è più stato nulla d'interessante. Gruppi odierni come gli Editors o White Lies fanno quello che possono, ma ripetono ciò che le grandi band angloirlandesi (U2 compresi) hanno già fatto...

Claudio Ughetto ha detto...

Esclusi, naturalmente, i Radiohead. Unica band UK che ha sempre qualcosa di nuovo da dire, e persino le battaglie politiche le fa con una coerenza ammirevole, senza troppa retorica e senza mai andare a stringere mani di presidenti e papi.