mercoledì 22 aprile 2009

Ma il Grande Fratello diventa rom (di Vittorio Macioce)

Articolo di Vittorio Macioce * (nella foto a sinistra)
Da il Giornale di mercoledì 22 aprile 2009
Basta ascoltare Balotelli. Il ragazzo con la maglia numero 45 li guarda in faccia uno ad uno. Tutti. Tutti quelli che hanno fischiato e fatto buuu. Lo dice così, con poche parole: «Io sono più italiano di tutti voi». È da qui che bisogna ripartire. L’Italia sta vivendo una storia che non conosce. Vede gli altri, quelli che arrivano da lontano, oltre la frontiera, e qualche volta ha paura. Non si riconosce. Teme la violenza, l’invasione, la diversità, gli sbarchi, le rapine in villa, gli stupri, le altre religioni. Vede facce che pensava di aver dimenticato, quelle dei poveri e dei disperati, quelle che un tempo erano le nostre. Noi emigranti, noi stranieri, noi sui transatlantici, noi come bestie in Belgio, Svizzera, Francia o Ellis Island. Noi specchio rovesciato. Noi che costruiamo muri. Noi razzisti? Un po’, ma la verità è che a tutto questo non ci siamo abituati.
L’Italia e il razzismo è storia di contraddizioni. Negli stadi si fischia e fa schifo. Si fischia Balotelli e si fischia Materazzi. E ha ragione Seedorf quando dice: «Facciamoli stare zitti, anche quando cantano uccidete Kakà». È tutta erba cattiva, quella della religione ultrà. Qualche volta basta un diserbante. Poi c’è l’Italia che si commuove per Ferdi Berisa. Lo vota, lo abbraccia come grande fratello e gli regala 300mila euro. Ferdi che è arrivato qui con il gommone quando aveva otto anni, con la sua storia sfigata, un padre rom che lo costringe a rubare, la madre desaparecida, la sorella che riappare, il Montenegro alle spalle e un ristorante a Fano come riscatto. Ferdi che ha il colpo di fulmine per la hostess con il cappio e cerca di sfuggire al dolore con dignità. Ferdi che si sente più italiano dell’Alitalia. Ferdi che vince, sul panettiere bergamasco e sulle megatette di Cristina. E allora ti viene da dire, come fa Aldo Grasso sul Corsera, che il Grande Fratello ha un’anima e noi non lo sapevamo. Che razza di razzisti siamo? Tutto finto? Tutto preconfezionato?
Magari, invece, ha ragione Balotelli. Questa è la fase due e qualcosa sta cambiando. E c’è una parola che rimbalza: orgoglio. L’orgoglio di essere italiani. L’immigrazione ha sempre un doppio volto. Ci sono quelli che arrivano qui, sulla penisola, come razziatori. Scendono di notte, clandestini, con l’unico scopo di prendere tutto quello che possono, e in fretta. Non c’è legge che tenga. Sono violenti perché è più facile. Questi sono quelli che alzano la paura. Li guardi come l’uomo nero, come il nemico, come quello che ti sgozza e depreda. Non vedi l’umano, ma l’incubo che evoca. E capita che sia più vero della paura. È gente che arriva in Italia e la vede come terra senza identità. Non si integreranno mai. Razzismo è non cacciarli.
C’è poi Ferdi e quelli come lui. Ci sono i cinesi che mobilitano le loro banche per l’Abruzzo e dicono: «Che c’è di strano. Noi ormai siamo soprattutto italiani». C’è chi questa terra la sente come nuova patria, come una casa dove costruire un futuro, come una speranza, come appartenenza. Sono quelli che su questa terra ci hanno gettato l’orgoglio. Sono quelli come noi, come i nostri nonni e i nostri padri, che questo straccio d’identità se lo sono ritagliato con il sangue, con i dialetti diversi, con il Nord e con il Sud, con i campanili, la Cinquecento, Carosello, le trincee e i mondiali di calcio. E se qualcuno dice che è retorica pensi all’America, con la mano sul cuore e il tacchino sulla tavola.
Ferdi ha vinto il Grande Fratello, un giorno qualcuno sbarcato di notte potrebbe vincere il Nobel. Una come Eda Gjerco. Era il marzo del 1991 e un barcone carico di albanesi battezzò il grande esodo. Sulla nave c’era una mamma giovane che ha appena perso il marito. Morte improvvisa, morte d’infarto. Si portava dietro i suoi libri di chimica e matematica, un amore infinito per la scienza e una bambina di un anno che non piangeva mai. Era Eda, che un paio di anni fa, diciassettenne, scrisse un saggio di astronomia con Margherita Hack. E anche lei, come il ragazzo nero con la maglia numero 45, può guardare in faccia il mondo e dire: «Sono più italiana di tutti quanti voi».
*Vittorio Macioce è caporedattore de il Giornale

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