domenica 3 gennaio 2010

Noi missini entusiasti del Concilio e del '68 (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal settimanale gli Altri del 24 dicembre 2009
Intervistato nel 1984 da Enrico Filippini per La Repubblica, l’attuale politologo Marco Tarchi, sulla base della sua esperienza personale così spiegava il vissuto della maggior parte dei ragazzi che a metà dei Settanta si erano ritrovati collocati “a destra”: «Sono nato cattolico e missino, dentro una cultura ultraminoritaria. Ma ben presto ci fu un’ondata di delusione verso il Msi e il bisogno di un’autocritica del nostalgismo perenne. E ci sono la necessità di contatti autonomi, con alcuni intellettuali francesi, oppure con quei giovani che avevano fatto il’68, la necessità di superare la sudditanza psicologica verso gli altri, di recepire certe affinità con una certa sinistra e il cattolicesimo popolare: non so, il senso dei “nuovi bisogni” e il solidarismo di Comunione e liberazione, il recupero delle autonomie locali, il pacifismo e il neutralismo. Verso la metà degli anni Settanta capimmo che non era più tempo di continuare a sostenere la vecchia destra, che era tempo di uscire dal ghetto».
Si tratta di una rappresentazione assai corretta e che tiene conto dell’autentico sfondo esistenziale che ha caratterizzato il quotidiano di tanti di noi in quegli anni. Anche quindi di chi scrive, che è senz’altro nato e cresciuto in un contesto familiare contemporaneamente cattolico e missino. In cui però, per dirla proprio tutta, negli anni della mia infanzia e della mia adolescenza, non ho mai e poi mai sentito pronunciare l’espressione “destra”. Nei discorsi a casa sulla politica c’erano infatti i comunisti, i socialisti, i democristiani e quindi i fascisti, ovvero i missini. Poi, nella mia famiglia missina si era entusiasti per il Papa buono, Giovanni XXIII, e per il suo rinnovamento ecumenico della Chiesa così come si tifava per John Kennedy, primo presidente cattolico degli Stati Uniti. E il Concilio ci vide davvero entusiasti, altro che simpatie lefebvriane!
Una cosa è poi indubbia: la mia personale iniziazione alla vita e all’impegno è senz’altro avvenuta in parrocchia, tra messe, oratorio, catechismo, campi scuola, ritiri spirituali e cinema “dalle suore”. Lì frequentai corsi biblici e diventai catechista. Lì imparai a suonare la chitarra e a strimpellare le ballate di Bob Dylan e Fabrizio De André, lì cominciai a scrivere le mie prime cose per il giornalino parrocchiale o per la bacheca pubblica in piazza con gli interventi dei giovani cattolici. E lì ci organizzammo nel’76 e anche nel 1980 per portare soccorso alle popolazioni terremotate. Leggevamo Emmanuel Mounier e Thomas Merton, Chesterton e Peguy… Coltivavamo in noi un certo spirito antiborghese e avverso al consumismo, l’arrivismo e il rampantismo erano le nostre bestie nere. E anche il mio convinto antirazzismo viene da lì, dalla lettura a quattordici anni del bel libro La forma d’amare di Martin Luther King…
Ricordo molto bene, frequentavo attivamente il centro giovanile interdiocesano, i dibattiti contemporanei al convegno ecclesiale nazionale “Evangelizzazione e promozione umana”. Al centro c’era proprio quella distinzione tra fede religiosa e scelta politica che proveniva dal Concilio Vaticano II e che rendeva esplicita la questione del pluralismo politico dei cristiani. Nel documento stilato in proposito dal Consiglio permanente della Cei, che presentava gli atti del convegno, in effetti c’era scritto: «Se è doveroso che i cattolici prestino il servizio della fede alla promozione umana nel contesto pluralistico della società e della cultura italiana di oggi, secondo la loro vocazione, è altrettanto doveroso riconoscere, quando si tratta di concrete scelte e di opzioni temporali in campo culturale, sociale, economico e politico, che il pluralismo è, di per sé, un valore accettabile, purché risponda ad alcune condizioni. Esse sono: la coerenza o almeno la non inconciliabilità fra il messaggio evangelico e gli obiettivi e le metodologie di ordine temporale; il riferimento alla mediazione religioso-morale della Chiesa, garantita dal magistero, circa la proposizione della verità di Cristo nel concreto della storia che viviamo; la finalizzazione del pluralismo stesso, che è mezzo e non fine, al bene comune umano e cristiano della società».
Tutto questo per dire personalmente non ho mai vissuto alcuna scissione tra il mio cattolicesimo e la mia collocazione politico-culturale. Come ha annotato Marco Tarchi nell’osservazione da cui siamo partiti era anzi spontanea una certa sintonia tra due dimensioni. Anche se va detto che tutto questo stava dentro una percezione che portava a simpatizzare anche con le ragioni della contestazione giovanile del’68 e poi del’77 e a rifiutare tutte le derive ideologiche integraliste. Lo stesso anticomunismo che esprimevamo si alimentava anche con il rifiuto della dittatura sovietica e delle sue sovrastrutture antireligiose come anche con una visione della libertà fondata su una cultura non illuminista. Con questo background mi sono laureato sul personalismo cristiano, sono stato borsista della Conferenza episcopale, ho frequentato amici e interlocutori di Cl, delle Acli, della Fuci. E contemporaneamente ho testimoniato questa mia specificità nell’ambito della cosiddetta Nuova Destra come nell’ambito delle componenti innovative missine tra la fine degli anni Settanta e tutti gli anni Ottanta. Come sarebbe stato possibile d’altronde introdurre in quelle sedi temi qualificanti come le nuove povertà, il modello di sviluppo, la solidarietà sociale, l’integrazione degli immigrati o i nuovi bisogni?
Anche attraverso tutto ciò si è cominciati davvero a uscire dal ghetto.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia. Alcuni suoi articoli sono raccolti su questo blog.

8 commenti:

Nicola ha detto...

Bellissimo articolo da sposare su tutta la linea! Chissà Feltri che direbbe se venisse a sapere che il direttore del Secolo scrive per il giornale dei "compagni"..

Piero Sampiero ha detto...

Un Lanna parrocchiano e post-concilare, ai tempi del '68, contiguo al 'movimento popolare' e ai 'cinesi', nessuno l'avrebbe immaginato ('fascisti immaginari'...nel significato letterale ).

Ma con tale impostazione e con quella di Marco Tarchi, cos'ha da condividere la destra libertaria?

Lo chiedo per curiosità.

G.R.M. ha detto...

Questo crogiolarsi beati e soddisfatti al sole mutevole di ogni contaminazione politica e culturale continua a lasciarmi perplesso. Problema mio è evidente. Ma comincio a rimpiangere i tempi in cui i maschi erano solo maschi, i romanisti non erano laziali, l’alba sorgeva solo ad est e la destra stava solo a destra.

Claudio Ughetto ha detto...

"Ma con tale impostazione e con quella di Marco Tarchi, cos'ha da condividere la destra libertaria?"

Non so quella di Lanna con quella della destra libertaria, ma di certo quella di Tarchi con tutto questo abbastanza poco. Il pezzo di Luciano Lanna è molto bello e corretto, e giustamente riporta la testimonianza di Tarchi su come è stato vissuto quel periodo, ma il professore fiorentino ormai con la destra, conservatrice o libertaria ha niente a che vedere. Lo precisa lui stesso, su Diorama, ogniqualvolta cercano di ritirarcelo.
Bisognerebbe anche precisare di quale Nuova Destra Lanna stia parlando. Quella di Tarchi e soci? Quella opportunista di Veneziani che nella prima metà degli anni 90, dopo la vittoria di Berlusconi, scriveva sull'Italia settimanale: "Abbiamo vinto?", sottolinenando che per avere una destra perfetta si sarebbe dovuta aggiungere solo un po' d'attenzione per il sociale? Mha... O qualche altra destra minoritaria?
E' un mondo difficile quello della destra. Tarchi e soci se ne uscirono quasi 30 anni fa, guadagnandoci intellettualmente ma perdendo sul piano della persuasione. An per un po' ha cercato una sua identità, preoccupandosi però del consenso e ribadendo la sua collocazione "a destra". Ora mi sembra che sul piano culturale ci sia stata una bella evoluzione "a destra": anche uno come me, fuori dalla dicotomia, guarda con interesse l'azione degli amici di FareFuturo. E' vero che si tratta pur sempre di una cultura "intrasistemica", per dirla col mio amico Carlo Gambescia. E' anche vero, però, che ormai faccio fatica anche a ragionare con molti ex compagni di viaggio "extrasistemici", e già l'idea di avere in Italia una destra non patologica mi riempie di speranza.

Franco Damiani ha detto...

Conferma che la vera distinzione non è tra destra e sinistra, ma tra tradizionalisti e modernisti. Al cattolico immaginario Lanna preferisco di gran lunga il cattolico vero, e quindi anticonciliare Guareschi.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Tradizionalisti o... reazionari?
:-)

L'articolo può sorprendere solo chi non conosce(va) il mondo missino. Perchè la "storia" e il percorso di Luciano è quella di moltissimi tra noi.

Claudio, Nuova Destra quella di Veneziani? Non scherziamo, dai.
C'è chi la chiama, con tanto di maiuscole, Vera Destra. A me, quella dell'editorialista del Giornale sembra più che altrò una destra retrò, direi vintage. Ma senza il fascino delle vecchie zie longanesiane.
:-)

Claudio Ughetto ha detto...

Certo, chiamare "Nuova Destra" quella di Veneziani è una bestemmia, ma lui ha insistito per tutti gli anni 90. Poi è tornato a fare ciò che gli viene più naturale: il pennivendolo travestito da intellettuale.
Destro retrò, sì: nel senso che ai tempi dello strappo di Tarchi e soci gridava a quando "tutte le vacche sono grigie", dopo dieci anni ha ripreso i temi degli scissionisti per metterli in un casino di santini destrorsi e normalizzare il tutto, lanciando gli sdoganatori di Berlusconi. Anche se credo che persino all'interno di An non l'abbiano mai preso troppo sul serio.
Alla fine, quella di Veneziani è quella destra che Solinas ha deriso efficacemente nel suo "Per farla finita con la destra".
Mi sembra invece che Lanna stia facendo qualcosa di molto diverso e personale: mettere in evidenza le radici libertarie della destra. Si può discutere su questa operazione, fare della filologia storica, ma gli intellettuali di cui parla (Camus, Arendt, Orwell ecc) mi stanno tutti simpatici.

Claudio Ughetto ha detto...

Insomma, siamo ben lontani dai soliti santini cari alla destra.