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domenica 23 marzo 2014

Bukowski? L'erede di Cèline e Hamsun (Luciano Lanna recensisce Tutti dicono che sono un bastardo)


Luciano Lanna
Descritto e passato nell’immaginario letterario come nichilista e provocatore, ubriacone impenitente, donnaiolo senza scrupoli, accanito frequentatore di ippodromi e bar di second’ordine, poeta maledetto e misantropo, postino svogliato e factotum dei bassifondi, chi era davvero Charles Bukowski? A vent’anni dalla morte del poeta e narratore tedesco-californiano, arriva in libreria Tutti dicono che sono un bastardo. Vita di Charles Bukowski (Bietti, pp. 332, euro 19) di Roberto Alfatti Appetiti, un saggio che si legge tutto d’un fiato come fosse un romanzo. L’autore (classe 1967) è un bukowskiano della prima ora, ne scrive dagli anni Novanta e ha il merito di aver fatto conoscere e rendere popolare Bukowski, come anche il suo maestro John Fante, al di là e fuori del mainstream degli americanisti e dei circoli letterari. Il libro di Alfatti Appetiti ne ricostruisce l’infanzia dolente, gli incontri e gli scontri, i fallimenti e i successi che ne hanno caratterizzato la biografia. Svelando compiutamente per la prima volta la personalità autentica e i veri riferimenti intellettuali e letterari dello scrittore americano.  

lunedì 12 gennaio 2009

Sgorlon, altro che emarginato: un precursore (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di sabato 10 gennaio 2009
Finalmente è arrivato il libro in redazione. E, subito dopo averlo letto, ci siamo resi conto del fatto che nei giorni scorsi i giornali avevano messo su una polemica che non ha proprio niente a che fare con quanto è scritto su quelle pagine. Ci riferiamo a La penna d’oro, la bella e coinvolgente autobiografia intellettuale del narratore friuliano Carlo Sgorlon (edita da Morganti, pp. 221, euro 15,00). Leggendola abbiamo potuto ripercorrere la vita e l’opera dello scrittore oggi alla soglia degli ottant’anni, riscontrando la sua irregolarità oltre alla totale estraneità rispetto ai canoni realistici, marxisti e progressisti egemoni in Italia sin dall’immediato dopoguerra. E la storia del suo straordinario successo come scrittore – ha vinto due volte il Campiello, unico caso nella storia del premio, lo Strega, il Nonino, il Flaiano, il Fiuggi, il Napoli, l’Hemingway, l’Isola d’Elba, il Vallombrosa, il Basilicata, l’Enna, il Rapallo e tanti altri ancora – ci dimostra, semmai, non solo come di fatto l’egemonia culturale della sinistra sia stata sconfitta nel tempo dai lettori e dalla società civile italiana ma che, inoltre, Sgorlon sia uno dei protagonisti del cambio di sensibilità nell’immaginario registratosi negli ultimi anni.
E per spiegare tutto questo facciamo eccezione alla rigorosa regola giornalistica di non entrare personalmente dentro la questione di cui si riferisce, raccontando invece di quanto Carlo Sgorlon abbia influenzato la sensibilità e l’immaginario di chi scrive. Eravamo infatti nella prima metà degli anni Settanta e, conversando con un compagno di classe nel nostro liceo di provincia, ci lamentavamo di doverci subire la lettura obbligata di narratori italiani tutti realisti e progressisti: Moravia, Pasolini, Rodari, Cassola, Oriana Fallaci... E il nostro amico, che era simpatizzante di Lotta Continua, aveva ribattuto: “Be’, voi avete almeno Giuseppe Berto, Piero Chiara, Carlo Coccioli e adesso c’è questo Carlo Sgorlon che va molto forte...”. Ovviamente chi scrive, vivendo in provincia dove non c’erano vere librerie, andò a casa a vedersi il catalogo del Club degli Editori e ordinò subito prima Regina di Saba e poi Gli dèi torneranno... E l’impressione del nostro amico si rivelò giusta, già quelle parole e quei richiami – al magico, al fantastico, agli archetipi, alle antiche divinità – assicuravano un orizzonte del tutto altro rispetto alla vulgata allora dominante.
Qualche anno dopo, nel frattempo avevamo letto quasi tutti i romanzi sino allora usciti dello scrittore, a un convegno della Nuova destra che si svolse a Venezia, era il 1983, ci imbattemmo in Federico Sgorlon, che si rivelò non solo come uno studente friulano vicino al movimento metapolitico che faceva riferimento a Marco Tarchi ma anche come il nipote dello scrittore. Suo padre era Romano, fratello minore di Carlo, e Federico – con il quale si stabilì un’interlocuzione epistolare – confermò che la sensibilità culturale di suo zio era, dal punto di vista della sensibilità prepolitica, assai prossima alla nostra. E, non a caso, ci fece leggere un’intervista al romanziere, in cui Sgorlon si definiva tributario di autori come Mircea Eliade e Carl Gustav Jung e spiegava la sua visione metapolitica fondata sulla necessità di sacralizzare la vita e di riscoprire le tradizioni popolari. E anche in questa sua autobiografia, lo scrittore conferma che l’illuminismo, il progressismo, il neorealismo, il culto eccessivo del divenire hanno da sempre provato in lui «forme di sospetto e di rifiuto». E spiega i suoi riferimenti intellettuali: «Assieme ai libri di scrittori come Elémire Zolla, Pietro Citati, Mircea Eliade, Carl Kereny, George Dumézil, Claude Levi- Strauss, gli scrittori del folclore e del sacro in genere, riscoprii in profondità il mito e l’archetipo».
Certo, Sgorlon definisce il suo atteggiamento esistenziale una inedita ma coerente «anarchia tranquilla », e la sua vocazione di vita, aggiunge, ha sempre coinciso, sin da bambino, con la voglia di narrare, raccontare storie: «Io sono – confessa – innanzitutto un narratore di storie che ha plasmato la propria figura sopra un modello, quello dello sciamano dotato di fantasia». Qualcuno lo ha definito il Marquez italiano: «E l’accostamento – dice lui – mi è gradito, anche perché fui un entusiasta dello scrittore colombiano sin da quando Feltrinelli lo fece tradurre in italiano...». Non ha mai amato l’orizzonte realistico: «Da subito mi resi conto di non amare molto la storia, sintesi di crudeltà, sopraffazioni, astuzie, volontà di potenza, ideologie più o meno iperboliche o deformi, dove gli sconfitti avevano sempre torto, e dovevano subire le violenze dei vincitori, perché in essa s’impongono sempre la volontà e la filosofia di chi la spunta sul campo di battaglia». Anche per queste convinzioni, Sgorlon ha sempre voluto vivere appartato, sul confine, con distacco rispetto alle effimere passioni e infatuazioni del presente. Così, già da studente universitario a Pisa e poi in Germania scelse di non allinearsi: «Il comunismo prevaleva in ogni ambiente intellettuale. Marx, Lenin e Stalin erano i numi tutelari della politica, e gli scrittori comunisti, Lukàcs, Brecht, Sartre, erano i grandi modelli dei più...». E Sgorlon, consapevolmente, visse appartato: «Mi incuriosiva il fatto che molti professori, che solo pochi anni prima erano stati seguaci delle dottrine gentiliane e sostenitori del regime, ora si erano fatti marxisti intransigenti. E sempre più mi convincevo che la storia trascinava gli uomini con sé dove volesse. Stavo bene attento a non rivelare i miei pensieri, e soprattutto a non rivelare il sognodesiderio di diventare narratore. Era consigliabile nascondersi un po’, mimetizzarsi...». Ma a un certo punto, nel 1960, comincia scrivere, a pubblicare e a sfidare con quelle idee sino ad allora nascoste la mentalità dominante... «Non l’uomo storicizzato – scrive – m’interessava, ma piuttosto quello esistenziale. la sto ria era per me qualcosa di simile a ciò che era la “rettorica” per Michelstaedter, o la “vita banale” per Martin Heidegger».
Lo scrittore riconosce di aver sempre detestato «l’inconsistenza della vita, e amato per contro le cose che duravano, gli archetipi, l’etica, i miti, le favole, le tradizioni, ossia tutto ciò che il tempo dura fatica a incrinare, e ciò che non rientra nella logica del consumo e dell’usa e getta». Al fondo di tutto la religiosità, il senso del sacro e il sentimento pagano e cristiano della pietas: «I miei personaggi, consapevoli – annota – d’essere stranieri nel mondo, nel quale possono essere raggiunti da qualunque destino, e in cui la morte è l’epilogo finale per tutti, sentono che una religiosa compassione per gli altri è il più alto di tutti i possibili sentimenti ». E così Sgorlon ha raccontato nel romanzo che gli fece vincere lo Strega, L’armata dei fiumi perduti, la tragedia dei cosacchi alleati dei tedeschi in Friuli nel ’44: «Essi sono la metafora di tutti i popoli che in ogni tempo sono stati privati della patria dalla impassibile violenza della storia. Quello di privare i popoli della loro terra è una sorta di delitto contro natura, che continua a essere consumato, per assurde ragioni o ubriacature ideologiche, anche ai nostri tempi». Su un tema analogo nel 1992 scrisse La foiba grande. E poi c’è, in tutta la sua opera, il tema dell’ecologia. Quindi, in sostanza, tutt’altro che inattuale: lontano dal realismo e dalle infatuazioni ideologiche ma ben radicato nella coralità delle vicende degli uomini contemporanei. Tanto che ammette: «Io fui, a suo tempo, uno dei pochi scrittori che sui giornali e nei libri parlarono dei misfatti del comunismo, quando esso era al potere in gran parte del mondo... Fui il primo a scrivere un romanzo sulla tragedia del Vajont e sul massacro di Porzus. Fui uno dei primi a parlare di ecologia. Mi occupai dei rom e della loro cultura, di cui oggi tutti parlano, il romanzo Il costruttore fu la mia risposta al dramma nazionale di Tangentopoli... ». Ecco, Carlo Sgorlon scrive da 50 anni e ha pubblicato con uno straordinario successo quasi una quarantina di romanzi. È stato celebrato a Pechino come lo scrittore italiano più importante del secolo scorso insieme a Luigi Pirandello.
Non è forse il caso di conludere che, lavorando silenziosamente col suo distacco dai clamori del mondo, Sgorlon è in fondo la prova migliore di come – e da tempo – la vecchia egemonia realista e ideologica ha dovuto inevitabilmente farsi da parte?
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

lunedì 21 gennaio 2008

"Lettera di un padre omosessuale alla figlia". Fare i conti con se stessi... e i propri padri (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di sabato 19 gennaio 2008

Non è un libro leggero. E non indulge per niente al politicamente corretto. Il titolo dice tutto: Lettera di un padre omosessuale alla figlia (Rizzoli, pp. 142, euro 15). Sette parole che siamo sicuri faranno storcere la bocca a qualche lettore. È l’automatismo dei riflessi condizionati. Eppure l’autore, Daniele Scalise, è tutt’altro da una persona che fa della sua condizione esistenziale una bandiera da sventolare in piazza, non va in televisione a recitare il ruolo del “diverso” e auspica una civiltà in cui «nessuno per essere qualcuno potrà rivendersi la propria omosessualità come titolo di merito o come motivo di infelicità». Non gli vanno proprio giù i luoghi comuni che vorrebbero i gay più raffinati degli altri, più versati nelle arti, più eleganti, più colti, più sensibili: «Stupidaggini. Enormi, colossali, sesquipedali stupidaggini». Semmai, Scalise è un giornalista e scrittore che ha il coraggio di affrontare fino in fondo una condizione umana che esiste e di fronte alla quale non si può far finta di nulla nascondendo la testa sotto la sabbia. Ce lo impone la responsabilità di vivere dentro la postmodernità. E Scalise vi si attiene, parlando di «gente che conosce la sofferenza per nome e cognome, che ha dovuto affrontare percorsi dolorosi e l’ha fatto con grande dignità».
Politicamente, avendo attraversato da giovanissimo i fermenti del ’68 e del ’77, lui è adesso in grado di sbeffeggiare tutti quelli che a sinistra hanno detto castronerie. «Come è successo – scrive – a Dario Fo. Il premio Nobel, il grande moralizzatore degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta e poi basta. A suo tempo il Nobel affermò che il governo dell’Avana aveva fatto bene a liberarsi degli omosessuali, che avevano in mano tutte le leve del potere». O quando ricorda che a mettere sotto torchio Pier Paolo Pasolini era stato proprio il puritano Pci, che poi aveva espulso il poeta dal partito il 26 ottobre 1949 per “indegnità politica e morale” sulla scorta della lezione marxista-leninista che giudicava l’omosessualità «un vizio borghese che rischiava di contagiare la maschia gioventù proletaria».
Detto questo, il coraggio di Scalise si spinge oltre, riuscendo a fare fino in fondo i conti con se stesso, con il proprio passato, con la politica e con la società italiana in trasformazione e, soprattutto, con la presenza di suo padre. «Tuo nonno – scrive Scalise a sua figlia – di certo lo ricordi… Anche se non mi chiese nulla sulle cause della mia sofferenza – era molto pudico e sono certo che non l’avrebbe fatto nemmeno se si fosse trattato di una donna – la nostra comunicazione era diventata limpida». E le pagine su “quel” padre sono tra le più toccanti del libro: «È morto alle soglie dei suoi novant’anni, un fascio di durezze e dolcezze, sfinito da una religione primitiva. Nato alla fine dell’Ottocento in una Calabria disadorna e selvatica, aveva vissuto una fanciullezza orfana, sconclusionata, e una giovinezza a suo dire dannata, come sovente lo sono quelle più interessanti. Sul fronte della prima guerra mondiale aveva servito il suo paese con incoscienza e slancio…». Tornato dal fronte, racconta Daniele, suo padre aveva seguito l’avventura fiumana con D’Annunzio: «Ogni volta che parlava del Vate poeta, anche a distanza di decenni, gli si illuminavano gli occhi e gli tornava la febbre della grande impresa. Il suo non era fanatismo ma passione, una passione incarnata in un’idea, un progetto, una storia». Un genitore fascista, insomma: «Mio padre era un giornalista appassionato e credeva che l’unico modo di esercitare la sua professione fosse immergerla nell’ardore politico: aveva abbracciato da subito le spavalde idee mussoliniane… Fino al crollo del regime rimase fedele alle sue convizioni, che non mutò certo dopo la sconfitta. Si sentì però vinto dalla Storia, come molti italiani a lui contemporanei, senza che questo significasse però rinnegare il proprio passato, e tanto meno saltare il fosso accomodandosi tra i vincitori».
Una conciliazione col proprio padre, quella di Scalise, coraggiosa e forte. «Mi ebbe – scrive ora a sua figlia, passando il testimone – all’età che ora ho io e il solo pensiero mi dà un brivido, ricordandomi i nessi che legano indissolubilmente padri e figli, il destino che con gli anni ci fa somiglianti, fino a una scabrosa identità con chi ci ha generato… Mi pare che a volte nei rapporti tra genitori e figli vi sia un’eco armonica, un rimandarsi segnali di generazione in generazione… Ed è questo che immagino possa arricchire il cammino degli esseri umani, il loro mutare pur nella fenomenale identità familiare». È un riconoscimento che tutti gli italiani debbono saper fare. Lo si deve ai propri figli.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra. Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

lunedì 3 novembre 2008

Sono trent'anni che ci manca Giuseppe Berto (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di sabato 1 novembre 2008
Sono trascorsi già trent’anni dalla morte di Giuseppe Berto, lo scrittore italiano scomparso il 1° novembre del 1978 dopo aver vinto il Campiello col bel romanzo La gloria, una narrazione-riflessione sul ruolo di Giuda che anticipava i futuri lavori del filosofo e teologo Jean-Yves Leloup e dell’antropologo René Girard. E, come per la sua precedente tematizzazione dell’angoscia e della depressione contemporanea nel suo libro più famoso, Il male oscuro, il romanzo italiano più conosciuto nel mondo, Berto precorse i tempi con una straordinaria capacità profetica.
Ha scritto il suo collega Gaetano Tumiati, che con lui condivise gli anni di prigionia nel campo di concentramento statunitense per “non cooperatori”: «Era un bastian contrario, un uomo che era rimasto coerente a un’idea di italianità che non fosse quella di una democrazia sciatta e mandolinista. E il suo non essersi mai adeguato a uno scenario del genere è stata forse tra le cause scatenanti del suo male oscuro». È vero, è stato senz’altro l’irregolare per eccellenza della seconda metà del nostro Novecento: «Berto ha dato scandalo – ha scritto il suo biografo Dario Biagi – con le opere e con la vita. È stato un nipotino tormentato di D’Annunzio; il più grande contestatore e, probabilmente, la più grande vittima dell’establishment letterario del dopoguerra». Un grande irregolare che non era mai andato giù a certi ambienti: «Noi ragazzi degli anni Settanta – ha confessato lo stesso Biagi – non sapevamo bene chi fosse Berto, né come inquadrarlo, ma lo detestavamo...». Tanti i motivi di quella incomprensione che, nel loro insieme, determinarono il suo destino da esule di successo in patria. «Ottenne – spiega Tumiati – molti consensi in America, mentre i nostri critici letterari non ebbero mai la giusta percezione del suo talento, marchiandolo superficialmente come autore “fascista” ». Eppure lo scrittore di Mogliano Veneto, dopo la sua guerra “in camicia nera” e la sua prigionia nel Fascist’s criminal Camp nel Texas, aveva spiegato il senso del suo attraversamento del Novecento: «Sono partito – ammise – da un collettivismo nel quale mi sarei annullato pur di servire gli altri, anche il mio fascismo ebbe questo carattere. E sono arrivato a un accanito individualismo… ». E nel secondo dopoguerra si definì «anarchico per rassegnazione e per disgusto». Certo, Berto non abiurò mai le scelte politiche giovanili e il suo romanzo Guerra in camicia nera fu soprattutto, in fondo, un atto di reazione contro gli ambienti – neo-marxisti, cattolico-progressisti e azionisti – che nel secondo dopoguerra egemonizzarono le consorterie culturali che facevano tendenza. Un coraggio che animerà sempre il suo impegno, fino all’esplicito rifiuto delle ideologie e del pensiero dominante negli anni Settanta espresso nel saggio polemico Modesta proposta per prevenire e alle provocazioni “politicamente scorrette” dei Colloqui col cane. Come ha sottolineato il giornalista Giancarlo Meloni, per tanti anni amico dello scrittore, «le febbri del suo tempo Berto le ha avute tutte, dal fascismo al neorealismo, dal cinema alla lotta civile, fino alla sfida contro l’egemonia culturale comunista e radicale».
È indubbio che Berto si pose sempre, e consapevolmente, dall’altra parte rispetto ai cosiddetti “padroni della letteratura”. Sergio Saviane ha ricordato come negli ambienti radical-chic fosse stato decretato «l’ostracismo, anzi, l’eliminazione totale, per Giuseppe Berto, uno dei pochi scrittori autentici d’Italia». Probabilmente, come suggerì Carlo Bo, perché i critici «non gli perdonavano la colpa del successo». Un successo straordinario, visto che nel 1964 Il male oscuro – un libro totalmente nuovo per l’Italia, una narrazione innervata delle letteratura psicanalitica – si aggiudicava contemporaneamente due premi prestigiosi: il Viareggio e il Campiello. La novita del libro – ha annotato Biagi – aveva completamente spiazzato la cultura di sinistra, la quale «era in ritardo sulla psicanalisi, ne ignorava le tecniche e, non avendo metri di giudizio, equivocava».
Gli anni Settanta lo vedranno, anche se a modo suo, impegnarsi “politicamente”. Partecipa, ad esempio, alle iniziative del Cidas, che nel gennaio 1973 organizza il primo Congresso internazionale per la difesa della cultura: “Intellettuali per la libertà”. Tra gli intervenuti, oltre lo stesso Berto, nomi di primissimo piano della cultura non di sinistra: Eugéne Ionesco, Julien Freund, Gabriele Marcel, Carlo Alianello, Paul Feyerabend. Ma anche Julius Evola e un giovane Alain de Benoist.
Giuseppe Berto, insomma: un grande scrittore e intellettuale di cui la cultura che non si colloca a sinistra e si fonda sul valore della libertà dovrebbe, a trent’anni dalla morte, recuperare intuizioni e metodo. Basti pensare che con tutto il suo percorso alle spalle Berto non ebbe remore ad analizzare il Sessantotto con partecipazione e freschezza intellettuale: «La contestazione – annotò in Modesta proposta – non è un fenomeno omogeneo, né, naturalmente, stabilizzato: come tutte le rivoluzioi serie, anche la contestazione nasce in modo fervido e confuso, raccogliendo nel bailamme una quantità di forze le quali stanno momentaneamente insieme perché esprimono insoddisfazione per l’ordine esistente».
E, soprattutto, una cosa era chiara allo scrittore veneto: «Non c’è dubbio che la contestazione, essendo movimento contrario a ogni tipo di conservazione, viene a trovarsi potenzialmente anche contro le istituzioni comuniste, sia quelle affermatesi nei paesi di democrazia popolare, sia quelle organizzate nei vari partiti comunisti dell’Occidente ». È proprio vero: il dibattito contemporaneo dimostra, purtroppo, l’assenza di intellettuali rigorosi, profetici e coraggiosi come era Giuseppe Berto. Cominciamo, allora, a rileggerlo.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

lunedì 17 dicembre 2007

Quelli che... sbatti la destra in terza pagina (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di venerdì 14 dicembre 2007

Che la destra abbia definitivamente superato qualsiasi sindrome di subalternità o legittimazione lo dimostra la sua capacità di oltrepassamento dal vecchio rapporto con la stampa e l’informazione in generale. Oggi il leader di An è protagonista nei principali talk show televisivi, pubblica i suoi interventi politici sulla prima pagina del Corriere della Sera e le sue dichiarazioni forniscono il titolo d’apertura ai principali quotidiani e settimanali. Si è fuoriusciti, insomma, dalla subordinazione al rapporto con un certo modo d’intendere il rapporto tra la destra e i giornali che era quello – del tutto impolitico – in vigore fino ai primi anni Novanta, secondo il quale i giornalisti di destra dovevano occuparsi solo delle pagine culturali.
Ricordate Il Tempo degli anni Settanta o il Giornale nuovo degli inizi? Le grandi firme di destra, come la stessa destra tout court, dovevano essere ghettizzate alla voce “cultura”, depoliticizzandone così tutto il potenziale. Rispetto agli schieramenti e all’attualità di quei decenni quei giornali – come anche il Settimanale rusconiano – ritenevano che la politica da supportare dovesse essere quella moderata-centrista di stampo governativo, andreottiana, fanfaniana, anche craxiana andando avanti con gli anni. La destra doveva, invece, limitarsi al ruolo testimoniale sul piano politico-parlamentare e, dal punto di vista giornalistico, a quello decorativo-culturale. Pensiamoagli anni in cui Piero Buscaroli poteva scrivere sul foglio montanelliano ma con pseudonimo e solo e soltanto di musicologia. Gli stessi anni in cui la redazione del Tempo era piena zeppa di giornalisti formatisi politicamente nelle organizzazioni giovanili della destra ma i quali dovevano occuparsi solo di cultura. Gli anni della “terza pagina” curata da Fausto Gianfranceschi, responsabile della cultura del quotidiano romano per il lunghissimo periodo che va dal 1963 al 1988. Certo, quella pagina – come la presenza di molti intellettuali di destra sugli analoghi spazi del Giornale e del Settimanale – ebbe la funzione di un vero e proprio territorio franco nell’editoria giornalistica nel clima di quei decenni egemonizzati dalla cultura neomarxista e illuminista, paragonabile per molti versi all’analogo ruolo svolto, a partire dal 1970, dalla casa editrice Rusconi. Ma, a partire dalla caduta del Muro di Berlino e dal tracollo dei partiti della Prima Repubblica con Tangentopoli, quello schema era destinato a cadere definitivamente.
Recentemente è stato Michele Santoro a ricordare come fu il leader della Cgil Luciano Lama a spiegargli che, nel nuovo scenario, bisognava cominciare ad abituarsi all’idea di una destra politica che si confrontava direttamente con la sinistra in prima serata. Un’area politica che stava imponendosi come centrale nel dibattito non poteva più venire relegata in ambiti non di prima pagina.
L’impressione è però che, a quindici anni di distanza da quegli avvenimenti, ci sia ancora chi continui a lavorare come se stessimo a prima del ’92. La lettura di due quotidiani su tutti, Libero e il Giornale, dà infatti l’impressione di essere tornati a quegli anni. C’è nelle loro pagine una tale abbondanza di evocazioni e firme legate alla cultura di destra che si accoppia paradossalmente con il silenziatore sulle scelte e le strategie messe in atto dalla destra politica. Anzi, più si scrive di Guareschi, di Longanesi, di Papini, di Malaparte, di Jünger, di Evola (e chi più ne ha più ne metta) più si censura e si mistifica sulla presenza della destra nel dibattito politico. Non è inoltre neanche il caso di fare nomi e cognomi, ma è quantomeno sospetto il recupero in grande stile di certe firme sulle pagine culturali dei due quotidiani dopo un lungo periodo di oscuramento. C’è stata una fase in cui in certe redazioni, in linea con la lezione dei cosiddetti professori di Forza Italia, si era addirittura arrivati a limitare al minimo i danni della presenza di qualsiasi richiamo alla destra culturale, si trattasse di militanze giovanili “compromesse” con la Nouvelle Droite o di interessi teorici per Heidegger o Nietzsche. E le stesse pagine culturali erano state “normalizzate” all’insegna di una presunta nuova egemonia popperian-hayekiana…
Adesso siamo quindi all’ennesimo contrordine: si tenta di recuperare la destra ma, come negli anni Settanta, solo sul piano degli interessi culturali. Quasi che i lettori di quest’area sia possibile mantenerli(o recuperarli) solo con i “santini”, col Pantheon dei grandi autori, con qualche firma e con gli ammiccamenti… La verità, come abbiamo detto all’inizio, è che la destra sta ormai definitivamente fuori dalla vecchia sindrome dell’accerchiamento e dall’inevitabile subordinazione alle altrui egemonie. E può raccontarsi in prima persona. Non ha più bisogno di ghetti e neanche di ruoli meramente decorativi. Per la destra fare politica e cultura sono oggi un tutt’uno. Indietro non si può tornare.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra. Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

sabato 8 maggio 2010

Perché ci piace il j'accuse di Massimo Fini (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di sabato 8 maggio 2010
«Ci sono solo due modi - ha scritto a suo tempo Francesco Merlo - di essere italiano. O assumendo su di sé tutti i vizi e i difetti d'Italia, o sentendosi sempre altrove, sempre contro, sempre fuori. O arcitaliano o antitaliano». Sottolineando però che «l'italiano antitaliano è l'italiano migliore che abbiamo, dai Pirandello ai Montanelli». Bene, adesso in questa lista va senz'altro incluso Massimo Fini, il giornalista e scrittore più irregolare dei nostri tempi che con il suo ultimo libro fresco di stampa - Senz'anima. Italia 1980-2010 (edizioni "chiarelettere", pp. 472, € 15,00) - ricostruisce, attraverso gli articoli che ha pubblicato nel corso degli ultimi tre decenni, i profondi mutamenti antropologici, sociologici, etici ed estetici del nostro paese, per arrivare alla conferma del classico j'accuse di tutti gli antitaliani: «Io - dice - non mi riconosco più in quest'Italia».
Riecheggiano un po' in questo giudizio le famose parole di Giovanni Amendola, «quest'Italia che non ci piace», che sulla Voce di Giuseppe Prezzolini fecero esordire nel 1910 tutto questo filone culturale. Ma tant'è, Massimo Fini non ha nessun problema a ricollegarsi a quella precisa temperie culturale, la "ventura delle riviste" come si disse, da cui - ammette lui stesso - «uscì il meglio del fascismo e dell'antifascismo». Classe 1943, nato a Cremeno, in provincia di Lecco, da padre giornalista toscano e da madre russa, Fini frequenta a Milano al mitico Berchet il ginnasio e i primi due anni di liceo, poi viene espulso a passa al Carducci, dove sarà vicino di banco di Claudio Martelli. «Mi definivo - ricorda - anarchico liberale, facendo impazzire l'unico comunista della classe».
Di quegli anni e del suo orientamento politico culturale, così descrive l'orientamento suo e di quelli come lui: «Noi, ribelli ma non rivoluzionari, lettori del Camus de L'uomo in rivolta e avversi al Sartre "compagno di strada", che agli albori degli anni Sessanta ascoltavamo, carbonari segnati a dito dal benpensantismo borghese non meno che da quello cattolico e comunista, il primissimo De André».
Non è da tutti, d'altronde, aver avuto don Luigi Giussani come professore al liceo; essere stato amico di Indro Montanelli; aver lavorato dopo la laurea in giurisprudenza alla Pirelli, prima come impiegato e poi come pubblicitario e copywriter; essere stato l'amico che ha trascorso a chiacchierare in macchina fino alle tre del mattino l'ultima notte di Walter Tobagi prima che il giovane giornalista del Corriere venisse assassinato dai terroristi; aver cominciato nel '71 la professione all'Avanti! diretto da Ugo Intini; aver intervistato quasi tutti i protagonisti della politica e della cultura in Italia; aver animato nei primi anni Ottanta la rivista Pagina, insieme a un gruppo di intellettuali abbeveratisi alle acque più libertarie del '68 come Ernesto Galli della Loggia, Giampiero Mughini, Aldo Canale, Paolo Mieli, Giuliano Ferrara e Pierluigi Battista. Dal 1985, poi, Fini ha pubblicato una serie di libri - a cominciare da La ragione aveva torto? - in cui ha espresso una posizione di critica nei confronti dei paradigmi dominanti, dall'utilitarismo al consumismo fino al mito della crescita e all'occidentalismo. In questo quadro, diceva che i concetti di destra e sinistra erano obsoleti, vecchi di due secoli in cui le trasformazioni sociali e culturali hanno reso inutilizzabili queste divisioni, anche alla luce di una sempre maggiore somiglianza programmatica tra le diverse forze politiche. E da allora approfondisce via via la sua convinzione che le etichette di destra e sinistra non significano più niente e la vera dicotomia emergente sia quella tra coloro che vogliono imporre un'unica visione del mondo che unifichi il tutto in principi (culturali, giuridici ed economici) universali e chi, invece, vuole difendere i propri valori e la propria diversità seppur in contrasto con il cosiddetto pensiero unico. Non è un caso che nel 1983 un suo scritto autobiografico compare nell'antologia C'eravamo tanto a(r)mati, un libro curato da Stenio Solinas e Maurizio Cabona che puntava ad archiviare le logiche degli anni '70 e al quale parteciparono tra gli altri anche Massimo Cacciari e Diego Gabutti, Francesco Guccini e Giordano Bruno Guerri, Armando Torno e Umberto Croppi, Paolo Isotta e Raffaele Belcaro, Adolfo Morganti e Alberto Camerini.
Del periodo che va dagli '80 a oggi si occupa invece questo Senz'anima che, come dicevamo, potrebbe apparire a primo acchito come una raccolta di articoli di Fini, «scegliendo - precisa - fior fiore quelli che paiono migliori». Ma il risultato non è proprio quello, solito, dei libri messi su assemblando materiali già pubblicati. Qui c'è invece un vero filo conduttore e un'interpretazione unificante che consentono un'operazione in qualche modo paragonabile agli Scritti corsari di Pier Paolo Pasolini. Se l'intuizione di fondo degli articoli del poeta-regista unificati in quell'opera era l'omologazione antropologica degli italiani in atto all'inizio degli anni Settanta, qui emerge il quadro dell'Italia del nuovo millennio, «che ha perso ogni freschezza, la sua antica grazia, senza sorriso, cupa, volgare, ossessionata dal denaro, dal benessere, dal corpo, dagli "status symbol", dai gadget, dagli oggetti». Un'Italia, annota Massimo Fini, «pronta a commuoversi su tutto, solo per potersi autocompiacere della propria commozione, ma sostanzialmente indifferente all'altro, al vicino, al prossimo. Un'Italia senza misericordia».
Il libro parte da un reportage uscito su Il Giorno nel gennaio 1983, in cui si descriveva il nuovo quartiere di Milano Due. Fini venne colpito da quello che gli sembrò un negozio: «Spinsi la porta a vetri - scriveva - e mi trovai in un locale che, lì per lì, non capii se fosse una cucina, una gelateria o una saletta di conferenze. Nel corridoio, fra le sedie, c'era un carrello a tre piani, di quelli che, solitamente, si usano per servire i liquori. Non so da che cosa mi resi conto, forse da un crocifisso, che quella era una chiesa, la chiesa di Milano Due». Successivamente, leggiamo poco dopo, quella cappella è stata sostituita da una più grande, «ma la sensazione di straordinaria freddezza è identica». E l'esempio è estremamente attuale, aggiungiamo. Chiunque ha assistito di recente ai servizi televisivi sul funerale di Raimondo Vianello, che si è celebrato proprio lì, avrà ad esempio notato che quando in un servizio si è fatto riferimento a Baudo che prendeva la parola, una telegiornalista lo ha presentato dicendo: «Pippo è salito... sul palco».
L'estrema attualità del libro di Fini emerge in tutta evidenza anche nelle pagine - risalenti al 1995! - su Vittorio Feltri e il suo modello di giornalismo. Sottolineando il repentino passaggio dal giustizialismo più virulento al garantismo militante del direttore del Giornale, Fini scriveva: «Feltri non tralascia mai di ricordarci che lui, comunque, vende, vende, vende. È diventato il suo leit motiv, e si direbbe quasi la ragione della sua esistenza, come se un giornale fosse un negozio di patate o di un'imnmobiliare o una concessionaria di pubblicità. La Voce di Prezzolini vendeva tremila copie, ma dalle sue pagine è uscito il meglio dei movimenti di pensiero e degli uomini che hanno fatto la storia italiana del Novecento». E di quest'Italia che "non gli piace" a Fini non va giù che «i comunisti sono diventati anticomunisti, i fascisti antifascisti, Ferrara liberale, Feltri garantista...». Una cosa è certa: Fini è irriducibile a tutti gli schemi del pensiero unico. Critico della globalizzazione, dell'americanosfera e della deriva televisiva del discorso pubblico, resta un libertario. E va giù duro contro il clima di divieti e censure tipico dei nostri anni: «In molte città è vietato anche chiedere l'elemosina, cosa che non si era mai vista in nessuna società del mondo a eccezione della Russia sovietica». E conclude: «Non ci sono mai stati tanti verboten e limiti alle libertà individuali come nell'epoca presente, dove tutti si dichiarano liberali».
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

sabato 25 ottobre 2008

Houellebecq: che stupidità in quegli anni... (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di venerdì 24 ottobre 2008
Intervistato da Vittorio Zincone per il Corriere della Sera-Magazine, il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, riformista da sempre e già socialista lombardiano, ha sentenziato senza mezzi termini che il male oscuro della società italiana starebbe tutto nel “sessantottismo”.
E al giornalista che gli ribatteva sul fatto che il ’68 è stato però la grande spinta verso «l’evoluzione dei costumi e i diritti», Sacconi replicava: «Io parlo di sessantottismo». È una distinzione sottile ma fondamentale che, da tempo, viene sottolineata anche dallo scrittore francese Michel Houellebecq: «Io sono – ha detto – troppo contro il sessantottismo per piacere a sinistra ma, allo stesso tempo, troppo legato al tema dell’eros per piacere ai conservatori». Ecco, mentre in Francia fa molto discutere l’epistolario tra lui e il filosofo Bernard- Henri Levy – Nemici pubblici edito da Flammarion e Grasset – in Italia è arrivato nelle librerie La ricerca della felicità (Bompiani, pp. 363, euro 18,00), prima raccolta di saggi dello scrittore pubblicata nel nostro paese a eccezione del suo studio su Lovercraft – Contro il mondo, contro la vita (Bompiani) – uscito nel 2001.
Sullo sfondo di questi «saggi dissimulati » – così come li definisce Simone Barillari nella postfazione – c’è, per tornare alla sollecitazione iniziale, un attacco spietato al progressismo a buon mercato e alle conseguenze esistenziali e sulla vita di relazione del sessantottismo come ideologia del ”tutto è facile”, ”tutto e subito”: «Il capitalismo liberale – scriveva già nel suo saggio su Howard Philip Lovecraft – ha allargato la propria presa sulle coscienze; di pario passo sono andati affermandosi il mercantilismo, la pubblicità, il culto cieco e grottesco dell’efficienza economica, l’appetito esclusivo e immorale per lòe ricchezze materiali. Peggio ancora, il liberalismo è passato dal campo economico al campo ses suale. Tutte le convenzioni sentimentali sono andate in pezzi. La purezza, la castità, la fedeltà, la decenza sono diventatri marchi infamanti e ridicoli. Oggigiorno il valore di un essere umano si misura tramite la sua utilità economica e il suo potenziale erotico ». Le conseguenze di una “modernizzazione senz’anima” sono chiare a Houellebecq: «Il fatto che esista soltanto il rapporto individuale fa sì che il fallimento delle coppie diventi un evento ancora più drammatico perché la coppia rappresenta l’ultimo nucleo comunitario che separa l’individuo dal puro mercato».
E non sono pochi in questo La ricerca della felicità gli attacchi alla cultura “politicamente corretta” specifica del sinistrese postsessantotto, come nel capitolo “Jacques Prévert è un coglione”, in cui Houellebecq ridicolizza il facile «ottimismo» della generazione degli anni Settanta: «All’epoca si ascoltavano Vian, Brassens... Innamorati che si sbaciucchiano sulle panchine, baby-boom, costruzione massiccia di case popolari per alloggiare tutta quella gente. Molto ottimismo, molta fiducia nel futuro e un po’ di stupidità...».
Lo scrittore francese, autore di autentici best seller come Estensione del dominio della lotta, Le particelle elementari, Piattaforma nel centro del mondo, La possibilità di un’isola (tutti tradotti e pubbblicati in Italia da Bompiani) arriva in quest’ultima opera saggistica a chiarire fino in fondo il suo pensiero. Quel ragionare fuori degli schemi che negli anni lo ha fatto collocare sulla scia della le tutzione di Louis-Ferdinand Céline. E, non casualmente, di Houllebecq aveva scritto il narratore italiano Alessandro Baricco: «Da lui ho imparato cosa vuol dire essere di destra oggi». D’altronde in quest’ultimo libro leggiamo a chiare lettere: «L’errore del marxismo è stato quello di immaginare che bastasse cambiare le strutture economiche, che il resto sarebbe seguito. Ma il resto, come si è visto, non è seguito, Se, per esempio, i giovani russi si sono adattati così rapidamente all’atmosfera ripugnante di un capitalismo mafioso, è perché il regime precedente si era dimostrato di promuovere l’altruismo».
Efficace il suo ricordo personale del ’68, nel capitolo “La poesia del movimento arrestato”: «Nel maggio del 1968 – annota – avevo dieci anni. Giocavo con le biglie, leggevo Pif le Chien, era una bella vita. Degli “avvenimenti del ’68 serbo solo un ricordo, ma abbastanza vivo. All’epoca mio cugino Jean-Pierre faceva la prima liceo a Le Raincy. Il liceo mi appariva allora come un posto vasto e spaventoso in cui dei ragazzi più grandi studiavano con accanimento materie difficili. Un venerdì, non so perché, mi recai con mia zia ad aspettare mio cugino all’uscita delle lezioni. Lo stesso giorno il liceo entrava in sciopero a oltranza. Il cortile, che mi aspettavo di vedere pieno di centinaia di adolescenti indaffarati, era deserto. Alcuni professori si attardavano senza scopo fra i pali della pallamano. Mi ricordo di avere camminato lunghi minuti in quel cortile mentre mia zia cercava di raccogliere briciole di informazioni. La pace era totale, il silenzio assoluto. Era un momento meraviglioso...».
Houllebecq, insomma, si mostra in linea con quanto aveva affermato tempo fa decretando il fallimento tale della cultura cosiddetta “impegnata” successiva al ’45, quella che secondo molti – soprattutto in Italia – costituirebbe lo scenario dell’egemonia di sinistra che ancora oggi condizionerebbe il discorso pubblico: «Sul piano della letteratura e del pensiero il crollo è quasi incredibile e il bilancio costernante». E andava giù pesante contro «la crassa ignoranza scientifica» di un Sartre e Simone de Beauvoir, contro le «sciocchezze» di Bourdieu e Baudrillard e tutto il «gradino di abbrutimento al quale ci avrà portato la nozione di impegno politico». Rievocando i «misfatti» degli intellettuali di sinistra, Houellebecq si mostra impietoso: «Marxisti, esistenzialisti ed estremisti di sinistra di tutti i tipi hanno potuto prosperare e infettare il mondo conosciuto proprio come se Dostoevskij non avesse mai scritto una riga. Hanno almeno apportato un’idea, un pensiero nuovo rispetto ai loro predecessori del romanzo I demoni? Neanche un po’». Si torni al grande russo, quindi. Altro che Prévert.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

lunedì 22 marzo 2010

Giovanna d'Arco raccontata da Brasillach (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di sabato 20 marzo 2010
«Ciò che conta è lo stupore». Con queste parole il 16 gennaio del 1910 Charles Péguy pubblicava Il Mistero della carità di Giovanna d'Arco. Un capolavoro di poesia, teologia, cristianesimo vissuto. Lo scrittore e poeta francese aveva allora 37 anni, nel maggio del 1909 aveva fatto, in quanto riservista, l'esercitazione militare. E gli era capitato per caso di tornare nella natia Orléans e di sfilare in parata avanti alla statua della sua più celebre concittadina, Giovanna d'Arco, da pochi mesi proclamata beata. Le aveva già dedicato una lunghissima opera teatrale quando aveva 23 anni, facendone una specie di socialista ante litteram. Dirà: «Io obbedisco ai segni: non bisogna mai resistere... fedeltà al reale che metto sopra di tutto». Péguy decide di riprendere in mano il suo vecchio testo e di aggiornarlo. Comincia col fare delle aggiunte sulle pagine stampate, poi si rende conto di aver troppo da dire e riscrive tutto da capo.
Concidenze significative o meno, proprio nel 1909 nasceva un altro scrittore francese che morirà giovane come Péguy e che proprio a 23 anni darà alle stampe anche lui una sua opera teatrale su Giovanna d'Arco: Robert Brasillach. Coincidenze alle quali andrebbe aggiunto il fatto che se Péguy è esplicitamente citato da Mussolini insieme a Sorel tra i precursori teorici del fascismo, Brasillach dedicherà molte pagine alla sua passione per la visione del mondo del fascismo italiano. In effetti, c'è molto che accomuna i due scrittori francesi, il poeta e drammaturgo morto in combattimento all'inizio della prima battaglia della Marna il 5 settembre 1914 e il poeta, narratore, giornalista e drammaturgo fucilato nel 1945 per "collaborazionismo" a soli 36 anni. Innanzitutto c'è indubbiamente il comune riferimento a Giovanna d'Arco, la pulzella d'Orléans, l'eroina nazionale francese che riunificò il proprio paese risollevandone le sorti durante la guerra dei Cent'anni, guidando le armate francesi contro quelle inglesi. Catturata dai borgognoni davanti Compiègne, Giovanna fu venduta ai britannici che la sottoposero a un processo per eresia, al termine del quale, il 30 maggio 1431, fu condannata al rogo e arsa viva a soli 19 anni. Beatificata nel 1909 - anno della conversione di Péguy e della nascita di Brasillach - è stata canonizzata nel 1920 da papa Benedetto XV e poi dichiarata patrona di Francia.
Ma perché a oltre settant'anni dalla sua pubblicazione in Francia il dramma di Brasillach non aveva avuto una sua traduzione italiana? Un destino, questo, che del resto ha accompagnato nel nostro paese quasi tutta l'opera dello scrittore. Solo nel 1970 è infatti sbarcata nelle nostre librerie la traduzione di Orsola Nemi del suo romanzo I sette colori per i tipi delle Edizioni del Borghese. E, guardando ad esempio a un altro letterato a lui affine, se dell'opera di Pierre Drieu la Rochelle si approprierà la grande editoria, da Longanesi a Guanda, da Sugar al Mulino, per Brasillach ci sarà sempre una certa qual ritrosia… Perché? Ce lo spiegava, nel 1965, Giano Accame: «Perché Drieu è attuale, Céline è ancora attuale, e Brasillach non lo è? Perché Drieu e Céline erano dei disperati e Brasillach era pieno di felicità. Il suo ottimismo, la sua gioia di vivere oggi sono irritanti per le ragioni su cui si fondavano». Ha aggiunto Stenio Solinas: «Il grande equivoco sul quale poggia il giudizio, ideologico più che critico, nei confronti di Brasillach è quello di non perdonargli proprio questo atteggiamento di fronte alla vita».
Tutto questo emerge adesso proprio nell'opera teatrale giovanile dedicata a Giovanna d'Arco, Domrèmy, tradotta per la prima volta in italiano dalle edizioni Settimo Sigillo di Enzo Cipriano (pp. 192, € 18,00, per acquistarlo si può scrivere a ordini@libreriaeuropa.it), con una bella ed elegante edizione curata da Mario M. Merlino e Rodolfo Sideri, che fanno introdurre il dramma da due saggi critici sull'opera di Robert Brasillach.
Scritto all'età di 23 anni, quando lo scrittore frequentava l'Ecole Normale in compagnia di Maurice Bardèche e Thierry Maulnier, nella pièce l'eroina e santa non compare mai. Sono i familiari, gli amici, le amiche, il curato, il podestà del suo villaggio, Domrèmy appunto, a raccontarne via via la vicenda, da quando Jeannette, come tutti la chiamano con familiarità, aveva lasciato il paese vestita da uomo per andare dal Delfino d'Orléans e convincere la Francia a reagire. «È bene - spiega a un certo punto Fra' François, evidente alter ego di Brasillach - che i ragazzi e le ragazze amino le belle giornate fatte da Dio, il sole e nostra sorella felicità. Francesco li benediceva perché sapeva che i santi sono necessari al mondo, come il lievito serve a fare il pane, ma il lievito da solo è amaro e ammuffisce. Occorre la buona pasta ricca e compatta, nessuno si salverà da solo, ma solo con gli altri, il mondo verrà presentato a Dio tutto intero, pasta e lievito, come il pane caldo e dorato che sforna il panettiere. Ciascuno di noi ha il suo ruolo sulla terra». E Hauviette, la ragazza amica della Pulzella, mostra di avere come proprio orizzonte quello della felicità: «Non trovo che la vita sia cattiva benché ci sia certamente tanta povera gente che soffre e che pena: vorrei vederli felici e li aiuto come posso. Ma vorrei la mia parte di felicità... Non sono una santa, voi lo sapete. Tutto quello di bello che mi capita io credo venga sempre da Dio e non potrei mai separarmene». E anche di fronte al sacrificio di Jeannette, la speranza e la felicità non vengono meno. «Amo sempre ciò che è bello da vedere, da gustare, da prendere», ammette Hauviette. Del resto lo stesso autore di Domrémy, Robert Brasillach, prima di andare al patibolo, scriverà dal carcere, rivolgendosi a un ragazzo francese della classe '40: «Tu che mi leggerai, e che vivrai in un mondo diverso, avrai fatto la tua, scelta, e guarderai le nostre disgrazie, contemporanee alla tua infanzia, con la stessa obiettività storica che noi abbiamo avuto per la prima grande guerra del secolo. Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza».
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

giovedì 27 settembre 2007

Sono 50 anni che ci manca Longanesi (di Luciano Lanna)

Leo, precursore di una destra egemonica
Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di giovedì 27 settembre 2007
E' già mezzo secolo che ci manca Leo Longanesi. Aveva solo 52 anni ed era stato molte cose: fondatore e direttore di giornali e riviste, pittore, scrittore, maestro dell’arte e delgusto tipografico, geniale impaginatore, sceneggiatore e regista cinematografico, organizzatore culturale, fascista strapaesano e libertario non di sinistra, ispiratore di una destra egemone sia sul piano culturale che su quello politico. Ed era il 27 settembre del 1957 quando moriva improvvisamente per un infarto dentro la sua redazione di Milano, tra i suoi sogni, la sua ricerca di stile, i suoi progetti, le sue incompiute intuizioni politiche. Aveva appena cominciato a impaginare l’ultimo numero del suo giornale. Appresa la notizia, il suo grande amico Stefano Vanzina, il regista Steno (nella foto a sinistra), si chiuse nel suo studio romano ai Parioli, abbassò le persiane e rimase a piangere per un intero pomeriggio. Il giorno dopo il giovane giornalista Mario Tedeschi (a lato), in forze al suo Borghese, arrivò subito nella casa milanese di Leo, in via Mercalli, e l’allora direttore del Corriere della Sera, Mario Missiroli, lo afferrò per un braccio e, tiratolo in disparte, gli intimò: «Dovete continuare, voi che siete giovani…». Sì, non poteva spezzarsi il percorso politico-culturale che Longanesi aveva fatto intraprendere alla destra italiana.
Scrisse di lui Bobi Bazlen: «In un mondo di gerarchi gonfi e di antifascisti sgonfiati, Longanesi ha sempre ragione». E in effetti, precorrendo tutti sui tempi, aveva sempre cercato l’affermazione di una via italiana alla modernità sia in politica che nella cultura. Di lui – che fu il primo storicamente a ipotizzare l’anti-antifascismo e il postfascismo – potremmo ricordare tante cose, a cominciare dal fatto di aver messo su “da destra”, già nel ’46, una casa editrice che si poneva sul mercato senza nessun complesso di inferiorità – anzi! – e che precorse in alcune delle sue scelte e dei suoi autori il catalogo della futura casa editrice Adelphi. Fu lui, tra l’altro, a introdurre in Italia, il libro tascabile e a imporre scrittori e pensatori irregolari e non inquadrabili nelle ideologie dominanti come Ernst Jünger e Werner Sombart, Knut Hamsun e Oswald Spengler, Giuseppe Prezzolini e Joseph Roth. C’è poi, la lezione giornalistica del suo Borghese, e il suo tentativo (irrealizzato) di dar vita a una destra ariosa, vasta, in grado di rappresentare il blocco sociale maggioritario del paese.
Ma, a cinquant’anni dalla morte, va ricordato soprattutto il suo spirito da talent scout e da scopritore di talenti: fu lui a scovare e lanciare, tra i tanti, figure come Giuseppe Berto, Steno ed Ennio Flaiano. E proprio Flaiano raccontò che Longanesi gli fornì i mezzi per mettersi a scrivere, «aggiungerò, di cose di cui non sapevo assolutamente niente». Lo scrittore pescarese, infatti, aveva infatti cominciato a scrivere proprio su Omnibus, la seconda rivista diretta da Longanesi. Nel secondo dopoguerra, Flaiano, che si occupa di cinema a tempo pieno, si ritrova con Leo, partito con l’avventura della sua casa editrice. E Longanesi rinnova al pescarese l’antico invito a scrivere un romanzo. Ricorderà Flaiano: «Dovevo rivederlo a Milano, nel duro inverno del ’46. Passeggiavamo cortesemente, una sera di dicembre, quando si fermò e mi disse: “Mi scrive un romanzo per i primi di marzo?”». E nel marzo del ’47 Flaiano consegna a Longanesi Tempo di uccidere. Vinse il primo Premio Strega.
Ed eccoci a quel 27 settembre ’57. Scriverà Flaiano al comune sodale Mino Maccari: «Ero a Fregene quando ho saputo dai giornali la fine di Longanesi e ho pensato a te ch’eri suo vero amico. Volevo scriverti. Ho scritto invece un piccolo ricordo sul “Diario notturno”, di cui mi sono pentito perché ho visto che tutti si sono gettati a scrivere di Longanesi e a rivendicarlo. Volevo togliere il pezzo, non è stato possibile. Io ho voluto ringraziarlo di quello che aveva fatto per me e mi è sembrato un saluto onesto. Ma tuttavia sono pentito. Oggi è meglio tacere quando le cosci toccano davvero. C’è troppo giornalismo in giro. Non aggiungo altro. La sua fine è stata un dolore per tutti quelli che gli volevano veramente bene. Ma così, ogni giorno che passa scivoliamo sempre più verso la zona dell’ombra, confortati solo dalla volgarità del mondo che avanza, e che non condividiamo più…».
Quelli del Mondo, che pure avevano imparato tutto da lui, furono impietosi: «I conti con Longanesi – sp leggeva su una colonna anonima del settimanale azionista – sono sempre aperti. E la discussione che da più di 20 anni correva tra lui e i vecchi compagni non si è chiusa davvero con la sua morte improvvisa». Quegli ambienti non esitavano a prendere fino in fondo le distanze dal grande maestro del giornalismo italiano: «Su questo giornale abbiamo per anni evitato di fare perfino il suo nome… Si era allontanato dai vecchi amici per capeggiare un drappello di guastatori».
Ma sulle pagine dello stesso Mondo, nella sua rubrica “Diario notturno”, l’amico Flaiano non poteva fare a meno di distinguersi: «I giornali danno la notizia della morte di Leo Longanesi. I giornali ormai non ci danno che cattive notizie, un giorno finiremo per leggerci anche la notizia della nostra morte; ma quella di stamani era più che una cattiva notizia: mi è parsa insidiosa e scoraggiante. Longanesi morto è più di un amico perduto, è la fine di un incontro e di uno spettacolo. Ho pensato a lui durante il giorno e ho capito che gli volevo bene e che lui me ne voleva: ma era il bene “di una volta”, quello che non si dice e porta a continui e reciproci perdoni».
Vale la pena leggere l’articolonecrologia fino alla fine: «Ho ricordato – aggiungeva Flaiano – come l’avevo conosciuto vent’anni fa, in una birreria dove, dopo quattro chiacchiere mi disse: “Si metta a scrivere e non perda tempo”. Me lo ordinò addirittura, senza spiegarmi le ragioni che io non vedevo chiare. Era il suo modo di convincere i pigri e i delusi della mia specie… Sei anni dopo lavoravamo insieme a un film e l’8 settembre lo sorprese mentre lo stava dirigendo. Era il suo primo film, mai finito, la storia di un vecchio anarchico che mette la bomba sotto un palazzo e poi va ad avvisare tutti gli inquilini che hanno ancora dieci minuti di vita. Era certo lui, Longanesi, il vecchio anarchico». Del resto, fu lo stesso Mussolini a raccomandargli in vita: «Voi siete anarchico. Siatelo per molti anni, finché lo potete. È una retta per restare giovani». E lui lo restò fino alla fine.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, di Fascisti immaginari, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, attualmente è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

venerdì 28 settembre 2007

Renzo Barbieri, lo "squaletto" del fumetto (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia di venerdì 28 settembre 2007


Chi tra i quaranta-cinquantenni di oggi non ricorda “quei” particolari giornaletti degli anni Sessanta-Settanta? Parliamo di Messalina, Isabella, Jakula, Jolanda, Lando? E chi, della generazione successiva, i nati tra il ’67 e il ’73, ha dimenticato il Paninaro, quella rivista di fumetti e costume giovanile che, a metà degli anni Ottanta, raggiunse la tiratura record di centocinquantamila copie tra gli adolescenti? Dietro questi e altri successi si nascondeva lo scrittore, sceneggiatore ed editore Renzo Barbieri, scomparso silenziosamente qualche giorno fa nella sua Milano e di cui lunedì si sono celebrati i funerali alla presenza di soli pochi amici, per suo espresso volere. E tra quei pochi, non poteva mancare Sergio Bonelli, altro protagonista della trasformazione del costume italiano attraverso i fumetti.
Quella di Renzo Barbieri è stata una presenza davvero importante nell’ambitodi quella cultura popolare che, soprattutto nella seconda parte del Novecento, ha raccontato e accompagnato la trasformazione della società italiana meglio di tanta politica e di tanta accademia. Figlio del capitano Mario Barbieri, che comandava quei ”caimani del Piave” i quali nell’offensiva del 4 luglio 1918 attraversarono per primi il fiume, Renzo è stato stato orgoglioso della medaglia al valor militare di suo padre. Lui, cronista e scrittore sin da ragazzo, negli anni Cinquanta, inizia a pubblicare romanzi: Assassini associati e Io uccido (che anticipa di cinquant’anni il titolo del libro di Giorgio Faletti). E nel ’54 dà alle stampe, per le edizioni di Mino Maccari, Vitellini di città, una satira della gioventù dorata dell’epoca. Poi è la volta delle sceneggaiture per i fumetti: per il Piccolo sceriffo, per Il Coyote, per Il Giaguaro...
Contemporaneamente giornalista, al quotidiano La Patria, al Corriere Lombardo e, infine, in pianta stabile, a La Notte di Nino Nutrizio, maestro del giornalismo popolare di destra. Famosa e straletta per anni la sua rubrica “L’angolo dello snob”, poi diventata “Milano bene”. Dopo undici anni Barbieri passa al Corriere della Sera, con la rubrica “Colonna mondana”. E alla fine del ’65 decide di cambiare e di darsi a tempo pieno all’editoria. Con la nascita dell’Editrice 66 – diventata poi ErreGi e, infine e per lungo tempo, la popolarissima EdiFumetto simboleggiata dall’inconfondibile “squaletto” – apriva una nuova era per il fumetto italiano: con le prime due testate, Goldrake, l’agente playboy e Isabella, duchessa dei diavoli, Barbieri avviava la stagione d’oro dei “giornaletti” per adulti che per almeno due decenni, veicoleranno una sorta di via italiana alla liberalizzazione dei costumi. Del resto, che il mondo stesse cambiando, a metà degli anni Sessanta, lo si percepiva nell’aria: «Il fumetto – ha ricordato Luciano Secchi, altro grande sceneggiatore di strips con lo pseudonimo di Max Bunker – prima di allora presentava eroi buoni, senza difetti, che non mangiavano mai né facevano l’amore. La sintesi può essere rappresentata dal sottotitolo del settimanale cattolico Il Vittorioso: “sano, forte, leale, generoso”. Era il prototipo dell’epoca in cui l’ipocrisia giocava un ruolo fondamentale. Si avvertiva la necessità di cambiare, di rompere gli schemi... e vennero i nuovi fumetti». Bunker lanciava i noir Kriminal e Satanik. Le sorelle Giussani mandavano in edicola Diabolik. E Renzo Barbieri tutte le “sue testate”. Quei pocket che avrebbero rivoluzionato il mondo dei fumetti. Renzo, direttore responsabile delle pubblicazioni, si beccò 33 processi da cui uscirà sempre assolto tra i sorrisi dei giudici. «Se quegli albi – disse una volta Barbieri- vendevano 80-100mila copie a settimana qualcosa voleva pur dire...». Ed effettivamente quei fumetti circolavano ovunque. Nel ’74, registrando il fenomeno, la rivista Eureka arrivava a titolare «Il fascismo indiscreto del pornofumetto» una preoccupata inchiesta di Cesare Medali sulla popolarità di quegli albi: Il Tromba, Lando, Messalina, Il Montatore... E quando gli indici di vendita di quelle testate arrivarono a superare le centinaia di migliaia di copie, la sinistra cominciò ad accorgersi di un fenomeno che non riusciva a comprendere e che – come si legge sull’Agenda rossa 1977 di Lotta Continua curata da Goffredo Fofi e Luigi Manconi – sarà liquidato tout court come «sessualfascista».
Negli stessi anni sempre Barbieri manderà in stampa un libro, Il manuale del play boy, che diventerà un long seller, stravenduto fino alla fine degli anni Ottanta: oltre quindici edizioni a partire dalla prima del 1967. Ancora nel 1986 viene edito prima dalla Sonzogno e, infine, dalla Bompiani. Splendide le pagine di satira sui “calza corta” di sinistra o democristiani. Per non dire, infine, dei suoi tanti romanzi di successo (pubblicati da Sonzogno), ambientati nel mondo della moda, a cominciare dal famoso La sfilata.
Nel 1985, infine, Barbieri continua a intercettare la società checambia: a Milano nascevano i “paninari”, i ragazzi post-ideologici in Moncler e Timberland che inizialmente bivaccavano davanti al Panino di piazza Liberty, nel cuore di Milano. Barbieri con il suo settimanale e con la Guida al paninaro doc offrì un’estetica a quei ragazzi, trasformandoli nel fenomeno generazionale degli anni Ottanta.
«Il fumetto – dichiaro Barbieri in un’intervista a Roberto Renzi – è immortale. Perde colpi, perderà colpi, però ci sarà sempre un manipolo di appassionati a tenerlo in vita». E, parlando dei nostri giorni, volle precisare: «È un’epoca volgare, sottoculturata, egoista. La maleducazione imperversa. La gente non sa più vestire né comportarsi...». Aggiungendo, in conclusione, che solo lo “stile” e la “classe” possono salvarci: «Parafrasando D’Annunzio, mi sono necessari come il respiro...». E con questo stile ci ha salutato nella notte tra sabato e domenica scorsa.
Luciano Lanna (nella foto), laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, di Fascisti immaginari, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, attualmente è direttore responsabile del Secolo d'Italia.