martedì 2 novembre 2010

Maradona e quegli idoli dello sport ribelle (di Michele De Feudis)

Articolo di Michele De Feudis
Dal Secolo d'Italia di martedì 2 novembre 2010
La bellezza è difficile. La massima di Ezra Pound è il viatico per addentrarsi nella cosmogonia dei numeri dieci, i "poètes maudits" del calcio, geniali con la palla tra i piedi quanto sensibili alle sirene degli abissi fuori dal rettangolo di gioco. Le biografie di campioni indimenticabili sembrano incasellarsi in questo ossimoro, vite sempre in bilico tra la celebrazione epica e la tragicità della caduta nella polvere, di cui la maschera bifronte di Diego Armando Maradona, nei giorni in cui festeggia le cinquanta primavere, costituisce l'icona irraggiungibile.
 La galleria di volti che hanno infiammato i cuori dei tifosi è piena di fantasisti e creativi, da Pelè a George Best, da Paul Gascoigne a Zizou Zidane. Hanno visi su cui si scorge l'irregolarità fatta regola, il disprezzo per il conformismo, lo stupore della creazione, l'eccesso declinato con la moneta del talento; di contro poi sotto il velo della celebrità, la tracotanza si materializza nella caduta di stile, quella che nella "neolingua" dei nostri giorni è chiamata imperdonabile "cassanata", ma in realtà resta solo una macchia che non sminuisce l'unicità dell'insieme, e anzi la rende niccianamente qualcosa "umano, troppo umano".
La storia calcistica di Dieguito è impastata di umori popolari, dall'infanzia a Villa Fiorito alla devozione praticata per i vicoli di Napoli, dalla sintonia con il post peronista Carlos Menem all'esaltazione del guerrigliero Guevara e del fasciocomunismo di Fidel Castro. Il fulgore del gesto tecnico si salda e si confonde con il ribollire dell'entusiasmo dello stadio. In Io sono el Diego (Fandango, pp. 451, € 10), Maradona tratteggia così la primordiale vocazione: «Io volevo giocare, però non sapevo in che ruolo. Datemi un pallone e lasciatemi fare quello che so io, dovunque. Perché la gente è importante, la gente ti motiva, però la gente non sta dentro al campo. E dove uno si diverte è dentro il campo, con la palla». La simbiosi si materializza nell'energia che libera sugli spalti il gesto tecnico, esaltata dall'ammissione di Diego: «A me giocare a pallone dava una pace unica». Maradona è la più grande rockstar del calcio, ha ispirato centinaia libri, film come La mano de Dios di Marco Risi e decine di canzoni. La pagina sportiva più famosa l'ha scritta nei campionati di Messico ‘86: la rete segnata all'Inghilterra divenne un carme patriottico contro l'imperialismo anglosassone, riabilitò la dignità di un popolo umiliato dalla sconfitta nella contesa per le isole Falkland/Malvinas. Vale la pena riproporre il testo del leggendario videoracconto di Victor Hugo Morales, il commentatore sportivo che i Gotan Project hanno coinvolto nel progetto dell'ultimo lp-gioiello, Tango 3.0: «Ecco, la palla ce l'ha Maradona. Parte sulla destra il genio del calcio mondiale, può passarla a Burruchaga... sempre Maradona... genio... genio... genio... goooooooool, voglio piangere, Dio Santo, viva il calcio... Diegooool Maradona... Maradona in una corsa memorabile, nella miglior giocata di tutti i tempi... aquilone cosmico... da che pianeta sei venuto...perché gli inglesi gli hanno lasciato percorrere un cammino così lungo? Perché il Paese sia come un pugno stretto e chiuso che grida per l'Argentina. Grazie Dio, per il calcio e per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 Inghilterra 0". È stato definito il gol più bello della storia del calcio, undici secondi di esplosione adrenalinica, con gli avversari saltati alla velocità della luce, come birilli incantati dal passaggio di una cometa.
L'altra faccia del "Pibe de Oro" è stato il declino, tra droghe, alcool prostituzione, frequentazioni con la camorra, l'obesità che fotografava un degrado fisico e morale, la fuga a Cuba, le cliniche per disintossicarsi e sfuggire all'autodistruzione. Le ultime nuove puntate vissute da Diego lo vedono rialzarsi e riprendere a lottare, collimano con la poesia, come in un canovaccio manzoniano, «tutto ei provò: la gloria maggior dopo il periglio, la fuga e la vittoria, la reggia e il tristo esiglio; due volte nella polvere, due volte sull'altar», fino al risorgere del carisma da condottiero speso nella sfortunata impresa sudafricana, sulla panchina della Selecciòn, piegata dalla Germania di Loew. Perché, come spiega lo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano, «gli dei non vanno mai in pensione, Maradona non uscirà mai dalla scena».
Uno spaccato di neoribellismo emerge da 50 volte Diego, di Emiliano Guanella (edito da ilmiolibro.it, euro 12): bolivariano in piazza a fianco di Chavez contro George Bush, suadente in tv con Pelè, emotivo nell'addio al calcio alla Bombonera, paterno con Leo Messi e ancora iracondo dopo l'allontanamento dalla panchina della Nazionale. «Diego è ovunque. Sui muri, sulle magliette, nei discorsi di ogni giorno - scrive Guanella - Molti psicologi hanno individuato nelle origini umilissime la spiegazione dei tratti salienti del carattere dell'idolo nazionale: il desiderio constante di riscatto, di rivincita, l'idea di dover combattere contro un mondo a prima vista avverso, la divisione costante della vita in un terreno di amici e nemici e ogni impresa è una battaglie persa o vinta. Diego, insomma, sente di dover farsi valere, perché nessuno gli ha mai regalato nulla. Per chi viene dal basso le cose risultano sempre più difficili rispetto agli altri. I calciatori sudamericani sono come i cestisti neri dalla Nba, i pugili dei rioni messicani come i giocatori di baseball latinos che trionfano negli Stati Uniti e così via». Ecco perché in Dieguito c'è il sogno e l'impresa, lo stupore della poundiana "bellezza difficile", e la gioia del salire sulla vetta del mondo partendo dalle viscere.
Michele De Feudis

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