martedì 28 giugno 2011

Non rovinate il mito di George Best (di Michele De Feudis)

Articolo di Michele De Feudis
Dal Secolo d'Italia del 28 giugno 2011
Il genio ribelle di George Best, con il suo carico di eccessi, non può diventare benzina per accendere odii nell'Irlanda del Nord. Icona del Manchester United che alla fine degli anni sessanta ruppe l'egemonia continentale di Real Madrid e Benfica, bello come una rockstar al punto da meritare il soprannome (affibbiatogli da un quotidiano portoghese) di “quinto Beatle”, da alcuni giorni campeggia a Belfast – all'angolo tra Newtownards Road con Dee Street – in un murales disegnato su commissione di un capo delle milizie paramilitari lealiste.
 La cittadina operaia delle Sei Contee è di nuovo al centro di roventi scontri, che potrebbero degenerare ulteriormente con l'arrivo della stagione delle marce orangiste. Rosalba Castelletti, inviato de “La Repubblica” a Belfast ha fotografato così il clima elettrico giovedì scorso: “Le violenze sono riesplose la notte successiva, quando gruppi di lealisti e repubblicani si sono scontrati qualche centinaio di metri più a Sud e un fotografo è rimasto ferito a una gamba da un colpo d'arma da fuoco. Mercoledì notte e ieri la polizia e gli stessi residenti sono riusciti a contenere gli scontri. «I delegati delle due comunità stanno negoziando una tregua tra le due fazioni perché questi episodi non siano il preludio di una calda estate», spiega il giovanissimo sindaco di Belfast, Niall O' Donnghaile, cresciuto proprio a Short Strand”.
La strumentalizzazione di miti calcistici in chiave sciovinista non è certo una novità. Durante i campionati del Messico 1986 la prima rete segnata di mano da Diego Armando Maradona contro l'Inghilterra, nello stadio Azteca di Città del Messico, assunse un chiaro significato di rivincita politica, quattro anni dopo la guerra tra i due paesi per il controllo delle isole Malvinas. “La mano de Dios” rivendicò con chiarezza il senso del suo gesto antibritannico: “Chi ruba a un ladrone ha cent'anni di perdono”, disse per giustificarsi con i compagni. La gara finì 2-1 e la Selecciòn vinse poi il titolo mondiale.
La biografia di George Best, invece, non offre nessun appiglio a contaminazioni con il conflitto tra protestanti e cattolici, anzi presenta aneddoti che sparigliano ogni possibile lettura manichea della sua giovinezza. George, infatti, tifava per il Glentoran, squadra cattolica di Belfast, come suo nonno James, nonostante fosse protestante. “L'altro mio nonno – scrive in “George Best The Best” edito da Baldini Castoldi Dalai – James “Scottie” Best, viveva accanto allo stadio del Glentoran, l'Oval, A quei tempi il tifo calcistico era questione di appartenenza sociale. In effetti credo lo sia ancora oggi. Se eri protestante, tenevi automaticamente per il Linfield, mentre se eri cattolico per il Glentoran, o meglio – come dicevamo noi – per il Glen. La nostra famiglia era protestane – presbiteriana, per essere precisi – ma dato che nonno Best viveva accanto allo stadio dei Glen, io tenevo per loro”. Il giovanissimo George “entrava a spinta” nell'impianto di Belfast: “E' così che si faceva allora: restavi accanto a un tornello – racconta ancora – e aspettavi che arrivasse un adulto a fartici passare sopra. (...) La religione non era un problema, perché nessuno portava le sciarpe e alla moda delle maglie delle squadre mancavano ancora una quarantina d'anni. Il massimo che si indossava era una coccarda della tua squadra”. Il futuro campione del Manchester Unite respirò la temperie di una città nella quale il conflitto religioso iniziava a diventare sempre più sentito, ma il suo dissenso rispetto alle rivendicazioni violente era netto, come dimostrato in questa ricostruzione della sua infanzia: “Il 12 luglio, l'anniversario della battaglia di Boyne, era un giorno importante in casa nostra e tutta la famiglia partecipava alla parata. Il punto di ritrovo per molti partecipanti era la casa del presidente della loggia e ricordo quanto eravamo emozionati quando mio padre era presidente e tutta quelle gente si trovava davanti a casa nostra. Tutti indossavano sciarpe di seta arancione e abiti della festa mentre suonatori di cornamusa e di tamburo facevano le ultime prove. Allora la questione irlandese non aveva ancora avuto la svolta violenta di oggi e per noi era solo un giorno di divertimento. Era come una specie di carnevale. (...). C'erano degli scambi di improperi con i cattolici: loro ci chiamavano protestanti di merda, noi li chiamavano feniani. Ma ai miei tempi tutto finiva lì, con qualche insulto. Era un po' come far parte del Rotary o della Massoneria”. E quando ebbe contatti con i gruppo radicali lealisti, il Pallone d'oro del 1968, reagì con una netta chiusura: “E' buffo che nonostante il mio successo, io non sia mai stato avvicinato da alcun gruppo politico protestante. Probabilmente sapevano che che avrebbero sprecato il proprio tempo perché io non mi sarei mai fatto coinvolgere. L'unica volta che la questione irlandese mi ha toccato personalmente è stata quando ero in prigione alla Ford e una banda di pazzi mi scrisse per dirmi che mi avrebbe fatto evadere (...). Ma non avrei mai messo la mia famiglia nei guai unendomi a un qualche gruppo paramilitare o roba del genere”.
Al bello dei Diavoli Rossi di Manchester è dedicato un ritratto nell'antologia di vite ribelli “I maledetti” (pp. 189, euro 17, edito da Vallecchi), una raccolta che ricostruisce le gesta di filosofi e artisti anticonformisti, tra cui Julius Evola, Drieu La Rochelle, Klaus Kinski, Dino Campana e i Rolling Stones. Massimiliano Lenzi, autore del profilo del calciatore di Belfast, parafrasando Joseph Roth, lo ha intitolato “La leggenda del calcio bevitore”, per la sua smodata passione per l'alcol che lo portò alla morte a soli cinquantanove anni. “Sin da bambino – scrive Lenzi - glielo avevano sussurrato nelle orecchie e lui, sveglio com'era, non ci aveva messo molto a far di conto: “The soccer is wolderful”, quindi chi lo gioca è un facitore di meraviglie. Ogni volta che dal tunnel degli spogliatoi, maglietta rossa e pantaloncini bianchi, saliva per pestare il prato verde, Best si portava dietro quel demone, la meraviglia, mischiato al whisky bevuto la sera prima”.
Autentico irregolare, celebre per la massima “Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcool e automobili. Il resto l'ho sperperato”, dopo tanti spot girati facendo magie con il pallone all'Old Trafford, chiuse la sua avventura terrena da protagonista di una scioccante campagna contro l'alcolismo, invitando i giovani a non morire come lui (“Don't die like me” c'era scritto sotto la sua foto in ospedale pubblicata dai media di tutto il mondo). Arruolarlo nella secolare diatriba tra repubblicani e unionisti sarebbe davvero uno scempio alla memoria di uno dei più grandi talenti del calcio mondiale.
Michele De Feudis

Nessun commento: