lunedì 20 giugno 2011

"Senza una donna", ecco l'Italia maschilista

Da fareitaliamag del 20 giugno 2011
Ha lo stesso titolo di una canzone di Zucchero del 1987 ma stavolta a “cantarle” su diritti, famiglia e potere «al Paese più maschilista d’Europa» sono due voci al femminile: Flavia Perina e Alessia Mosca, parlamentare di Fli la prima e del Pd la seconda. Lo fanno in Senza una donna, saggio scritto a quattro mani, appena pubblicato da Add Editore (pp. 155, € 14).

Altro che «sto bene anche domani», come cantava il Fornaciari, un domani senza donne è impensabile. «Sui lettori – scrive Flavia Perina nell’introduzione – non conto moltissimo». Sbaglia anche lei. Questo libro è prezioso in particolar modo per noi maschietti, perché ci aiuta a guardare la realtà che ci circonda dalla prospettiva femminile. Che non è quella, come suggerisce un consolidato luogo comune, del sesso debole. Al contrario: il più delle volte sono loro a caricarsi sulle spalle il peso della crisi, trovando chissà dove energie, tempo e risorse per supplire alla carenza cronica (patologica) di politiche adeguate. Nella maggior parte d’Europa il tema del sostegno e dei servizi a madri, bambini e famiglie è considerato un vantaggioso investimento per il futuro – molto di più di un mero strumento di parità – mentre da noi è derubricato ad assistenzialismo a perdere, a mo’ di elemosina per categorie disagiate.
All’ordine del giorno ci sono il ruolo e la condizione delle donne in Italia, argomenti trattati con pragmatismo, senza vittimismi, sterili rivendicazioni e attardati ideologismi. Di femminismo di ritorno, nessuna traccia. Le due parlamentari non si limitano al compitino più scontato: proporre l’elenco delle cose che la politica potrebbe (dovrebbe!) fare. Non cercano di portare acqua ai rispettivi mulini scaricando ritardi e manchevolezze sulla parte avversa, come pure sarebbe giustificabile dal clima di perenne campagna elettorale in cui siamo impantanati ormai da anni. Rispetto per le opinioni e i percorsi altrui, inno alla consapevolezza e appello alla mobilitazione, questo si respira nel libro. «Le donne devono provare ad agire come soggetto unitario – scrivono all’unisono – e devono farlo sostenendo senza dividersi proposte e riforme nell’interesse di tutte».
I numeri snocciolati sono tutt’altro che edificanti: siamo la settima economia al mondo ma in fatto di pari opportunità siamo al settantaseiesimo posto. La maggioranza delle donne non ha un impiego. Di fare figli, poi, non se ne parla: siamo tra gli ultimi per numero di nuovi nati e la disoccupazione giovanile – per chi ci stesse pensando – è la più alta del vecchio continente. Mancanza di prospettive economiche stabili che, inevitabilmente, condiziona la maternità, considerata un inconveniente, nel settore privato come nel pubblico. Tanto da costringere una donna su tre ad abbandonare il lavoro dopo aver avuto il primo figlio. Siamo al classico circolo vizioso: l’economia non cresce, non si fanno figli e l’economia cresce ancora meno.
Di fronte a una situazione del genere, cosa si può fare?
«Cosa chiedo alla politica? Un paio di scarpe da runner. Chiedo solo di poter camminare. La nonna mi dice che fin quando corro sono certa di stare in salute». A scrivere è Francesca e la sua è una delle esperienze raccolte da “Donne al volante”, il progetto dell’associazione TrecentoSessanta di cui Alessia Mosca è vicepresidente. Pubblicate nel libro, tali lettere offrono alle due autrici preziosi spunti di riflessione. «Allenati e andrai lontana, mi ripetevano – scrive Martina – e io ho trascorso i miei pomeriggi a tirare pallonate contro il muro. Ho sognato con tutte le mie forze di avere una chance, anche se i miei allenamenti erano alla palestra dell’oratorio del paese di campagna, quello mica contava, perché se una è brava prima o poi vedrai che la scoprono i capi della pallavolo». Martina, lo diciamo per i più curiosi, alla fine l’occasione l’ha avuta, ma solo grazie alle norme sportive che, dal 2000, hanno imposto la presenza di almeno tre italiane in ogni squadra. Le famigerate quote!
«Nel 2005 – ricorda Flavia Perina – la proposta Prestigiacomo sulla rappresentanza femminile obbligatoria nelle liste venne affossata dal voto segreto con 452 no e 140 sì e l’esultanza palese dei deputati uomini in aula diede la misura dell’arretratezza e del maschilismo che sono nel Dna della nostra politica». Non solo, «l’aspetto più grave di quell’autentica pagina buia fu l’acquiescenza con cui le donne si uniformarono alle indicazioni e agli interessi dei rispettivi partiti».
Decenni di lotte e conquiste strappate con i denti, sono naufragate sui banchi parlamentari con buona pace delle femministe di ieri e di oggi. Perina, da parte sua, femminista non lo è mai stata. «All’epoca noi parlavamo di complementarità. Ne avevamo fatto la nostra linea, riassunta nel simbolo del movimento femminile della Nuova Destra, lo yin e lo yan, metafora orientale degli opposti che si completano. La nostra icona era Valentina di Crepax: fotografa, giramondo, bella, disinibita, mai dipendente dagli uomini, adulta nelle decisioni. L’icona delle ragazze adesso è il modello velina, eterna adolescente, che si esprime attraverso la seduttività elementare dell’esibizione del corpo o dei concorsi di bellezza, leggera, allegra e decorativa».
Seminude e sorridenti. «La nostra società ci vede solo in un modo». La testimonianza è di Lorenza. Sua figlia studiava per diventare ballerina. Poi, però, è ingrassata e il suo nuovo aspetto la rendeva cupa, depressa, svogliata. «Il solo modello di successo che le è giunto dal mondo esterno è lo stereotipo femminile quotidianamente diffuso dalla prima agenzia culturale del paese, cioè la televisione». Tutte belle, magre, agili, in una parola: perfette. E allora che si fa? Lasciamo che il palinsesto venga dettato dal pubblico delle trasmissioni trash (che va pur sempre a votare)?
«Lo sfruttamento intensivo del corpo delle donne – argomenta l’ex direttore del Secolo d’Italia – è soprattutto un ottimo affare: con poche migliaia di euro, il cachet di una delle diecimila belle ragazze che si sbranano per una particina in tv, si può ottenere qualche punto di audience senza lo sforzo di retribuire autori, sceneggiatori, personaggi di maggior spessore (e costo) di un’aspirante velina».
Tutti sappiamo che è così. Ogni giorno che passa, l’asticella della “qualità” dell’offerta televisiva viene abbassata di qualche centimetro. Siamo di fronte a una deriva che ha varcato da un pezzo i confini dell’intrattenimento per assurgere a modello “culturale”. L’analisi della Perina è amara: «Vedo in tutto questo un’inadeguatezza culturale profonda, un sostanziale complesso di inferiorità nei confronti dell’immaginario dominante in tv». Da parte nostra non rimane che riproporre la questione alle tante donne impegnate in politica, spesso con ruoli di primo piano conquistati con fatica e capacità. Ce ne sono in tutte le forze politiche e vengono da lontano. A loro chiediamo: di fronte a una situazione del genere, cosa si può fare?
Roberto Alfatti Appetiti

1 commento:

Gorgoglio ha detto...

Molto interessante. Grazie per la segnalazione