martedì 31 gennaio 2012

I ragazzi dell'Amatori Catania hanno vinto la prima sfida senza il tifoso numero uno: Benito Paolone

Dal Secolo d'Italia del 31 gennaio 2012
«Juan, Juaan…». Dalla tribuna arriva un grido forte, secco e rauco al rettangolo di gioco. Juan Cosa – estremo di origine argentina con i piedi buoni – li per lì non risponde. «Juaaan…». Al terzo richiamo il giocatore si gira verso gli spalti. «Juan, mira sul secondo palo, mira sul secondo palooo». L’estremo – impegnato a battere un calcio di punizione - sembra acconsentire con un cenno del capo. Al “capo”.  
Gennaio è un mese freddo anche a Catania. Il Santa Maria Goretti, il tempio del rugby etneo, come al solito è battuto da un vento gelido, dato che siamo fuori dalla città a due passi dall’aeroporto Fontanarossa. E il vento, per chi sa di rugby, significa molto in termini di metri da conquistare o per l’effetto da concedere all’ovale con un calcio. Il capo carismatico che lancia quell’avvertimento è lui, Benito Paolone. Come ogni domenica sta ritto sulla ringhiera della tribuna. La percorre decine di volte, avanti e indietro, come se fosse in campo. E ogni volta è un’imprecazione pronunciata in perfetto italiano, una riflessione. O un ordine. L’Amatori Catania, del resto, in quel match di otto o nove anni fa stava perdendo, e ciò gli procurava un intimo fastidio. Nessuno, tra il pubblico, fiata. Tutti ascoltano. Ogni tanto, a dire il vero, qualcuno “osava” dissentire dall’indicazione data. E lui, se percepiva che la voce fosse degna, si girava. Mio padre – camerata di Benito ma soprattutto rugbista – è uno di quelli a cui Paolone concedeva ogni tanto quest’onore: ascoltava la replica e bofonchiando continuava a camminare, seguendo l’azione.
Stessa cosa in politica, l’altro suo campo di battaglia. Anche qui Benito Paolone – scomparso a 78 anni da poco più di una settimana a causa di un brutto male - ha sempre dimostrato di possedere un senso della democrazia tutto “rugbistico”: amava il confronto che doveva passare necessariamente dalla dialettica dello scontro, e per questo credeva nell’onore delle armi da concedere all’avversario. Per lui lo scontro politico doveva procedere proprio come una partita, duro ma leale. Ma soprattutto senza trucchi, le squadre in campo dovevano essere chiare. Era il suo personalissimo modo di concedere il “terzo tempo”: l’amicizia. Sarà ricordato, infatti, da tutti per la capacità di coniugare fisicità e lealtà: l’eloquio e il costrutto di un oratore con la capacità di menar le mani quando occorreva. E dell’abbracciarti piangendo a fine contesa.
Una passionaccia, la sua, che si è tradotta in un percorso di vita che viene da lontano. Giovanissimo, lui figlio di un giuliano ucciso dai partigiani, si trasferisce a Catania. Qui diventa responsabile della Giovane Italia, la punta di diamante in città. Consigliere comunale del Msi e poi di An per trent’anni, nel 71 – l’anno del boom della destra in Sicilia - viene eletto all’Ars dove verrà da allora sempre riconfermato. Arriverà poi alla Camera, nel 1994, dove risulterà il candidato di An con il maggior numero di preferenze in tutta Italia. E sia nelle istituzioni che nelle piazze è stato esempio di un certo modo di essere “missino”. Come quando, da rappresentante del Fuan, nel ’69 dopo il gesto estremo di Jan Palach contro l’invasione sovietica, andò da solo all’interno della facoltà di Lettere presidio degli studenti di sinistra quasi a voler sfidare tutto e tutti. E quando l’università di Catania fu occupata dagli studenti di destra fu Nino Puglisi - uno dei “suoi” ragazzi dell’Amatori - a spalancare fisicamente la porta del Rettorato dove erano assediati i “compagni”.
Già, i suoi ragazzi. Per capire fino in fondo Paolone è necessario parlare di che cosa significa l’Amatori Catania: la sua creatura, la sua intuizione. Popolare e aristocratica come lui, la società viene fondata agli inizi degli anni ’60. Ai tempi Paolone militava nelle file del Cus Catania con una voglia crescente però di costruire una squadra tutta sua. Da qui è nata l’esperienza ormai cinquantennale di questo club che ha sfornato campionati al vertice, nazionali italiani (come Andrea Lo Cicero e Orazio Arancio) ma soprattutto tanti uomini e uno stile di vita. L’Amatori infatti è stata, per anni, una delle poche squadre animata per lo più da non professionisti a calcare i campi della massima serie. Quando finiva una partita, ad esempio, toccava alla madri rammentare le maglie sgualcite. Per sostenere le spese Paolone, poi, faceva personalmente la questua in giro per la città: solo così era possibile andare a fare le trasferte. Ma il suo vero miracolo è stato quello creato ai margini del campo da gioco: aver racimolato e tolto dalla strada i ragazzi del villaggio di Santa Maria Goretti. Una zona difficile, costruita tra abusivismo e speculazione e ancora oggi vittima, dopo le prime piogge, di frequenti allagamenti. E i suoi “ragazzi” sono stati la sua ossessione, fino alla fine. Un binomio inscindibile, insomma, il rugbista e il politico. Che ha contagiato un’intera città, riuscendo a creare immaginario, a produrre egemonia culturale. Un esempio? Una volta, nel corridoio sottostante la tribuna, un dirigente dell’Amatori trova un portachiavi. A fine primo tempo chiede agli spettatori «Chi ha perso questo ciondolo?», era la Fiamma tricolore del Msi: decine di persone controllarono le tasche della giacca. Questo è il contesto nel quale e per il quale Paolone si è donato.
Proprio domenica l’Amatori ha dovuto affrontare la sfida più difficile della sua storia: giocare senza il tifoso numero uno a urlare dalla tribuna. «Le sfide sportive e della vita non ci devono preoccupare, quando ci sarà bisogno di lui basterà cercarlo all’interno di ognuno di noi», ha spiegato in settimana ai ragazzi Luciano Catotti, uno dei sodali di Benito. Bene, questa domenica i suoi ragazzi, contro i sardi del Capoterra, hanno vinto. Nel suo stadio. Come quella partita di otto o nove anni fa, quando Juan Cosa ha mirato proprio sul secondo palo. E ha fatto centro.

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