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giovedì 14 dicembre 2006

Oriente e Occidente secondo Vicky Alliata, la signora degli anelli

Dal Secolo d'Italia di giovedì 14 dicembre 2006
rubrica settimanale "Alto gradimento"
Cercasi Vittoria Alliata disperatamente. Il web, prodigo di notizie su chiunque, pronto ad informarci dettagliatamente sul numero degli starnuti e sulla consistenza filosofica dei mal di pancia dell’ultimo dei blogger, diventa insolitamente avaro se gli chiediamo di questa scrittrice dall’inconscio saraceno, autrice di libri di successo come InDigest, il meglio dell’America per un mondo migliore (Ed. La Pietra ’75), Harem, memorie d’Arabia di una nobildonna siciliana (Garzanti ’80), Baraka, dal Tamigi alle Piramidi (Mondatori ’84) e Rajah, in Malesia alla ricerca dell’incenso perduto tra sultani, maghe e poeti (Garzanti ’87) - solo per citarne alcuni tra i più importanti.
Diremmo di più: è stata una scrittrice cult e da alto gradimento per tutti gli anni Ottanta. Si potrebbe anzi definirla l'anti-Fallaci, per la stessa vena letteraria di Oriana ma per la diversa - contrapposta - visione delle cose in tema di rapporti Oriente-Occidente e di multiculturalismo. E oggi del coraggio di Vittoria Alliata di Villafranca, detta Vicky, ce ne sarebbe un gran bisogno. Peccato che da un quindicennio non appaiano più suoi scritti. Sicuramente una voce anticonformista come la sua manca ad un dibattito sull’Islam e soprattutto sulla condizione femminile nel mondo arabo che sembra basarsi esclusivamente su sospetti e pregiudizi, sulla non conoscenza – se non aperto rifiuto - del diverso da sé. Niente di più lontano da lei, ricercatrice scrupolosa quanto rispettosa delle altrui identità, come conferma la determinazione nel respingere le richieste di vendere i diritti cinematografici di Harem e InDigest (un esilarante e raffinato pamphlet di critica all'americanismo di massa), «nella consapevolezza di non poterne controllare l’esito», temendo le semplificazioni del grande schermo, la sopraffazione banalizzante dello spettacolo a tutti i costi.
Oggi, che con una certa irresponsabilità c’è chi agita lo spettro dello "scontro di civiltà" e vengono rappresentati con toni drammatici e ultimativi scenari da fortezza assediata, ci accorgiamo di quanto fossero profetiche le sue riflessioni sul vero Occidente e il rapporto con l'Oriente e come ponessero con lungimiranza una questione ineludibile: la necessità di un confronto sereno e costruttivo tra culture diverse, al di là di reciproche demonizzazioni e giustificazionismi strumentali, affermando le proprie identità con orgoglio ma "senza rabbia", rendendole polifoniche e civili. Le risposte, Vicky, era andate a cercarle direttamente alla fonte, rinunciando alle comodità della sua condizione di ricca principessa per scoprire tradizioni antiche e luoghi inesplorati, spesso rischiando l’incolumità. Per voler vedere con i propri occhi. Per spingersi laddove altri, uomini, non avrebbero osato. Per capire in profondità, oltre l’apparenza. «Per affannarmi a spiegare il Medio Oriente visto dalla parte degli arabi, la posizione della donna nel Corano». Per raccontare, con stile piacevolmente affabulatorio, ma mai superficiale, «mondi in cui l’uguaglianza non era uniformità, la saggezza non era morale, la forza non era dominio, la civiltà non era progresso e il progresso non era sfruttamento».
Ha collaborato con prestigiosi periodici e quotidiani italiani e stranieri, scrivendo decine e decine di articoli, ha pubblicato libri istruttivi, documentati quanto affascinanti, reportages preziosi, ha allestito mostre e happenings, accumulato e filtrato esperienze sul campo, tenuto conferenze, eppure il logorroico web tace. Nel ’91, anno della “Tempesta nel deserto”, si schierò con il fronte del no alla guerra con Paolo Liguori (direttore del Sabato, di cui era collaboratrice), Franco Cardini, Massimo Borghesi ed altri intellettuali “dialoganti”. Poi, a novembre dello stesso anno, partecipò al seminario “Oriente e Occidente: conflitti e attraversamenti”, organizzato all’università romana di Tor Vergata da Viceversa, l’associazione culturale animata da Umberto Croppi, Stefano Lanna e Mauro Verro. In quell’occasione Vittoria Alliata si confrontò con Giano Accame, Marco Tarchi, Elemire Zolla, Massimo Di Nunzio, Adolfo Moranti, Mario Perniola, Giacomo Marramao e Marcello Veneziani. Da allora, salvo interventi estemporanei, sembrerebbe aver scelto il silenzio. Del resto, dopo lunghi anni di permanenza in Medio Oriente, così aveva scritto ad un’amica: «Ero partita per scrivere sulle donne arabe, solo ora che sono una donna araba, intravedo i vantaggi del silenzio. Continuate pure ad immaginarci stupide, oppresse e ignoranti».
«Gli arabi non sono quel popolo selvaggio che abita terre incolte, rutta dopo i pasti, produce solo bambini e vagheggia un paradiso pieno di puttane», protestava ogni volta che si scontrava con questo luogo comune. Si è arresa? Difficile crederlo in una donna di carattere, abituata a non curarsi delle difficoltà per l’affermazione delle sue idee. E motivi ne avrebbe avuti, per arrendersi. A cominciare dallo scetticismo generale che l’aveva circondata sin da ragazzina, giovanissima studentessa di lingua araba: «In Europa la gente rideva quando dicevo di studiare l’arabo». I suoi scritti sono stati spesso trattati con ingenerosa sufficienza, alla stregua di pittoreschi rotocalchi di costume. «A una superficiale lettura maschile il libro potrebbe apparire complice di un esotismo da vecchia cartolina coloniale» scrive Francesco Castro (suo professore di islamistica, ndr) nella prefazione di Harem, che non è un libro di mere memorie di viaggio – come ammicca il sottotitolo con evidente intento commerciale – ma la testimonianza autentica di un itinerario di vita attraverso le vicende storiche e politiche del popolo arabo e, ancor di più, un viaggio interiore alla ricerca di se stessi. Harem in arabo significa luogo proibito, sacro, santuario. La donna è sacra, inviolabile e per questo la zona riservata a lei prende il nome di harem. Il libro altro non è che la chiave di lettura per immedesimarsi nella mentalità delle donne orientali, imperscrutabili dietro un velo che non è necessariamente un segno di sottomissione: «Per una donna di fede musulmana, portare lo hedjab non è un obbligo, ma una scelta. Il Corano dice “la ikraha fi ad-din”, non può esserci costrizione nella fede». La condizione delle donne è tutt’altro che secondaria nel mondo arabo: «La donna di ogni ceto sociale, nei paesi islamici, dispone in assoluta autonomia dei propri beni patrimoniali. E poiché anche in Arabia il denaro è potere, non è esagerato sostenere che le donne detengono di fatto il 50 per cento del potere economico del paese. Lo esercitano direttamente come mercantesse, speculatrici fondiarie, finanziere o tramite agenti che operano per loro conto sia in patria che all’estero».
Opinioni che non si era certo formata limitandosi a sfogliare i polverosi testi consigliati dai professori, ma frutto di ricerche frenetiche, confrontandosi non con i grandi della terra, ma con emiri, sceicchi, donne d’affari, latifondiste e semplici contadine, sino ad imbattersi in sconosciute tribù di beduini accampate in pieno deserto, lasciandosi travolgere dalla guerra in Libano, dal conflitto siriano, dalla lotta palestinese di Arafat e dai mille avvenimenti che infiammavano e continuano a infiammare quella inquieta regione. Le sue motivazioni rimangono ben distanti dall’orientalismo pret à porter che nutriva il facile terzomondismo di certa sinistra in perenne crisi di identità. Del resto la scrittrice si sentiva quanto più possibile estranea ai sedicenti rivoluzionari che nel ’68 andavano erigendo nuovi intolleranti dogmi: «La mia contestazione l’avevo fatta, da sola, a 13 anni. Da allora avevo perso l’illusione di un nuovo Diluvio Universale. La furia dei miei ribelli coetanei non mi sembrava ormai che un mare immenso di giulebbe nel quale mi affannavo a galleggiare».
Già diplomata alla scuola interpreti della capitale, studentessa all’ultimo anno dell’elitario liceo francese di Roma, cercava una traduzione impegnativa con cui misurarsi e che soprattutto le consentisse di trasferirsi in Libano per preparare la ricerca in diritto islamico che poi diverrà la sua tesi di laurea. E l’occasione arrivò presto, quando l’editore Ubaldini le propose di tradurre per Astrolabio (’67) i primi due libri del Signore degli anelli, ancora sconosciuto in Italia. E sconosciuta - oltre che appena quindicenne, sia pure di buona volontà - era Vicky, che non aveva mai letto Tolkien, preferendo cimentarsi con la letteratura magica di William Butler Yeats. «Feci la prova di traduzione che il puntiglioso glottologo Tolkien approvò con entusiasmo» sino a definirla – a lavoro completato - «la migliore traduzione mai scritta». La Rusconi, dopo essersi assicurata i diritti, le affidò il completamento dell’opera, con reciproca soddisfazione. «Il merito straordinario che ha avuto la Rusconi, soprattutto per l’iniziativa di Alfredo Cattabiani – ha detto in un’intervista di qualche anno fa Vittoria Alliata – è stato di pubblicare opere considerate “reazionarie” di cui molti oggi scoprono l’importanza fondamentale. Io stessa ne sono stata profondamente influenzata, proprio nella scelta di studiare la metafisica islamica, il sufismo, i cui maestri ci insegnano fra l’altro che proprio le donne hanno nel proprio sviluppo spirituale e in quello dell’umanità un compito essenziale, quello di praticare la disciplina dell’amore. Un ruolo impegnativo come quello politico, occultato dalle rivendicazioni femministe». E non è un caso se le donne hanno un ruolo determinante nel sufismo: molti dei maestri più illuminati sono state donne.
Così partì, sia pure in compagnia del jet-set internazionale. «Viaggiavo come un pacco di Gucci, anzi di Cartier, con il più natalizio degli imballi, lustrini e fiocchetti compresi, in apposite limousine tra principi napoleonici, miliardari boliviani e baronetti inglesi». Non restava che la fuga dal suo stesso ambiente e da quel «colonialismo che non si camuffava neanche più di romanticismo: se c’erano dollari bene, per il resto bastava un’occhiata alla guida Michelin». Trovava insopportabile certo snobismo: «Cos’è una moschea? Una simpatica combinazione di maioliche colorate, ma che noia doversi togliere ogni volta le scarpe». Del resto, prima della crisi petrolifera del ’73, l’Occidente si limitava a manifestare «l’indifferenza o l’ostilità di chi era convinto di avere ragione. Tutti in California s’inalberavano per la decimazione delle balene, ma ciò che accadeva laggiù, in Africa, in Arabia, in Asia, non faceva parte del mondo se non sui dépliant di viaggio».
«L’11 giugno ’67 – ci ricorda l’Alliata – l’Occidente, per voce della BBC, si rallegrava della vittoria della democrazia sul fanatismo religioso musulmano. Eppure attraverso i secoli era stato proprio l’Islam ad offrire agli ebrei un rifugio quando l’Occidente li perseguitava».
Semplici verità che forse, oggi più di prima, nessuno vuole ascoltare.

venerdì 8 dicembre 2006

Il serial nell'epoca dell'incertezza globale

Dal Secolo d'Italia di giovedì 30 novembre 2006
rubrica settimale "Alto gradimento"
Tutti pazzi per Lost. Di cosa parliamo? Del serial americano che dal 2004 continua a tenere inchiodati davanti al piccolo schermo milioni di telespettatori in tutto il mondo, avvincendo il pubblico “colto” come quello dai gusti più popolari. Giunto attualmente in Italia al termine della seconda stagione - il prossimo lunedì il canale satellitare Fox (Sky) ne trasmetterà gli ultimi due episodi - Lost rappresenta senza dubbio l’avvenimento televisivo destinato a cambiare la storia stessa della Tv. Nato dal genio del quarantenne J. J. Abrams (già creatore di Felicity e Alias) e prodotto senza risparmio di mezzi, dopo lo strepitoso esordio sul network a stelle e strisce ABC, è stato trasmesso in ben 207 paesi: un successo planetario.
Il New York Times lo ha definito un serial «trascinante e irresistibile». Il Washington Post lo ha paragonato a telefilm cult quali X-Files e Twin Peaks, forse senza prevedere che avrebbe finito persino per scalzarli nell’immaginario collettivo. Negli Stati Uniti, infatti, la terza stagione - in programmazione dallo scorso mese di ottobre - continua a registrare ottimi indici d’ascolto. Altrettanto in Italia dove, grazie a Lost, Sky ha sfondato il muro del 10% di share nella prima serata, contribuendo a trasformare la pay tv da emittente di nicchia a televisione popolare. Chi non è abbonato alla tv a pagamento, però, non disperi: dal prossimo mese di marzo la seconda stagione sarà trasmessa anche da Rai 2, che il sabato ha già ripreso a mandare in onda le repliche della prima. Per chi avesse perso quest’ultima o volesse gustarsela senza soluzione di continuità, nelle videoteche sono già disponibili due raccolte dei venticinque episodi in dvd rilegate in eleganti cofanetti, peraltro ricchi di extra (Buena Vista). Nel 2007, a conferma della consacrazione meta-televisiva del fenomeno, Lost approderà anche tra i videogames, con una piattaforma messa a punto dal colosso Ubisoft per diverse console e Pc.
La domanda, per chi non l’ha mai (ancora?) visto, sorge spontanea: perché Lost piace tanto? Eppure l’idea sembra scontata, un classico di cui letteratura, cinema e tv avevano già ampiamente abusato: un gruppo di sopravvissuti ad un incidente aereo sono costretti a vivere su un’isola sperduta, apparentemente disabitata ed in realtà abitata da “altri” e da misteriose terrificanti presenze. Il primo accostamento, ingeneroso quanto inevitabile, è con l’Isola dei famosi, ma Lost rappresenta, semmai, il miglior antitodo alla malattia da reality. Se in questi ultimi siamo bombardati di informazioni prevedibili quanto banali, nell’isola hawaiana di Oahu - dove Lost è girato interamente - resta più viva che mai l’incertezza.
Inziamo con il dire che Lost non assomiglia a nessun telefilm, così come siamo abituati ad intenderli, il più delle volte confezionati in ripetitive riprese d’interni. Con questo serial si manifesta, al contrario, l’irruzione del cinema più spettacolare nella televisione. Nonostante sia il più costoso mai realizzato - solo per l’episodio pilota sono stati spesi 12 milioni di dollari - gli effetti speciali sono contenuti, la tensione e la suspance sono garantite da una trama coinvolgente e da una scrittura mai lasciata al caso, ricca di significati spesso indecifrabili, sempre aperta a nuove storie che aggiungono mistero a mistero, costringendo il telespettatore a prestare attenzione ad ogni minimo indizio. Il genere rimane quello classico dell’avventura e del thriller ma l’opera è contaminata da fantascienza, esoterismo e da un sapiente mix di simboli e archetipi. La narrazione, ricca di citazioni, alterna momenti frenetici a dialoghi introspettivi. Non c’è sigla iniziale, i lunghi piani sequenza (molto rari in tv) si alternano con scene mozzafiato riprese con la camera a spalla. La fotografia è suggestiva quanto curatissima. L’uso della tecnica del flashback per conoscere il passato dei protagonisti – non in successione temporale progressiva ma volutamente disordinata – è ripensato in maniera del tutto innovativa. Ed è proprio la coralità del racconto la caratteristica vincente di Lost, non c’è un solo protagonista, tutti (o quasi) i sopravvissuti sono egualmente importanti. Nel corso degli episodi - ognuno dedicato ad un personaggio diverso - se ne conosceranno sfaccettature e motivazioni, senza stabilizzarli in clichè predefiniti, come accade spesso nei telefilm, e sottraendoli allo schema rassicurante dei buoni contro i cattivi. I superstiti, invece, cambiano in maniera inaspettata e in continuazione, come accade nella vita quotidiana a chi è messo di fronte a prove impegnative. Tutti hanno qualcosa da farsi perdonare e l’isola rappresenta, per certi versi, un purgatorio in terra: la voglia di riscatto dà loro, con una nuova vita, la possibilità di tornare a sbagliare o di ritrovare valori smarriti. Lost vanta un cast di grande qualità, composto da attori esperti. Basti ricordare Matthew Fox (Party of five) nell’interpretazione del medico Jack, “leader” dei superstiti, Dominic Monaghan (Merry ne Il Signore degli anelli) negli stravaganti panni della rock star, Joshua Lee Holloway ne l’anarco-individualista Sawyer e Naveen Andrews (Il paziente inglese) nel paradossale ruolo “positivo” di un ex pretoriano iracheno. Persino la scelta dei nomi non è affatto casuale, ma portatrice di indizi sulla personalità del personaggio.
«Come tutte le opere, anche letterarie, non necessariamente Lost deve lanciare messaggi ideologici e noi possiamo godere del suo relativismo, anche se nella seconda serie i profughi riscoprono una dimensione religiosa e spirituale significativa, costruendo una Chiesa come atto fondante, malgrado gli inevitabili contrasti interni, di una vera e propria comunità cristiana. La tematica soprannaturale è l’unico modo per mettere ordine al caos e in questa evoluzione probabilmente pesa lo stato d’animo americano dopo l’11 settembre». Lo sostiene Claudio Ughetto, intellettuale piemontese già collaboratore di Diorama Letterario, che sottolinea come «l’incertezza della storia ben rappresenti la fragilità dell’attualità, con tutte le ansie legate alla guerra in Iraq e alla minaccia del terrorismo».
Incredibilmente Lost è riuscito a mettere d’accordo il grande pubblico con la critica più esigente. Se negli Stati Uniti ha ricevuto importanti premi, tra cui ben sei Emmy Award e il prestigioso Golden Globe per la migliore serie drammatica nel 2006, in Italia annovera tra i suoi più convinti sostenitori Aldo Grasso, che ha salutato la seconda stagione come «straordinaria, ancora più bella della prima» sottolineando la potenzialità della formula seriale: «Se il film è un’opera chiusa di due ore, la serialità rappresenta un’opera aperta a colpi di scena mai deludenti, sempre in crescita».
«Lost funziona perché racconta una storia che ci riguarda tutti, la condizione del naufragare, l’isola del nostro continuo naufragio – ha spiegato il critico del Corriere della Sera - il dover rifare i conti con le cose primordiali della vita, quelle da cui dipende la nostra sopravvivenza e anche con le domande ultime, le più difficili: dobbiamo credere alla scienza o alla fede? Dobbiamo essere razionali o irrazionali?».
Se è senz’altro vero che la serialità è il punto forza di Lost, l’eccessiva dilatazione della storia può diventarne il limite, compromettendone alla distanza il livello qualitativo e la tenuta degli ascolti. Non è un caso, del resto, se la fortunatissima Twin Peaks di David Lynch si è felicemente conclusa in due stagioni, mentre altre serie partite molto bene (com’è accaduto, in parte, per Alias e X-Files) sono degenerate in noiose telenovelas. Al momento Lost non sembra correre questo pericolo, anche se Usa Today ha parlato di un progressivo declino della serie con conseguente disaffezione del pubblico, segnalando una flessione di dodici punti nello share degli ultimi episodi (ma rimanendo sempre saldamente sopra la soglia dei 20 milioni di telespettatori). Come se non bastasse il papà di Lost, J. J. Abrams, autore televisivo anche della recente What about Brian - che vede tra i protagonisti il nostro Raul Bova, anch’essa trasmessa da Fox Sky - e regista cinematografico sempre più apprezzato (recentemente alle prese con Mission Impossible 3), è stato strappato dalla Paramount alla Touchstone Television (Disney), produttrice di Lost, che starebbe valutando se fermarsi alla quarta stagione o arrivare fino alla quinta. Abrams, al riguardo, è stato già confermato produttore esecutivo del serial, ma avrà ancora tempo sufficiente, «il genio di Hollywood», per impegnarsi nella scrittura della sua creatura? Tra i tanti fitti misteri che avvolgono il destino dei naufraghi, il paventato disimpegno di Abrams - per i pur forgiati appassionati - è probabilmente quello più preoccupante, quello che potrebbe scrivere l’unica parola che non vorrebbero leggere: FINE.

Questo cavaliere è già un cult

Dal Secolo d'Italia di giovedì 16 novembre 2006
rubrica settimanale "Alto gradimento"
Un fenomeno editoriale come non se ne vedevano da un pezzo in un mondo, quale quello delle “nuvolette parlanti”, schiacciato a tenaglia tra l’invasione dei videogiochi e del multimediale e le diminuite possibilità di spesa degli italiani e dei giovani in particolare. Demian, seconda miniserie della Sergio Bonelli Editore (dopo Brad Barron di Tito Faraci, appena conclusasi) nata nel maggio 2006 e giunta al suo settimo episodio (La stella di Algeri, in edicola da pochi giorni), si è rivelata un vero e proprio successo, a dimostrazione di come il fumetto popolare sappia ancora rivolgersi a tutti, dal bambino di dieci anni all’adulto, lungi dall’esaurire la capacità di offrire emozioni.
Dopo una partenza boom di ben 70.000 copie vendute, Demian, romanzo a fumetti in diciotto capitoli, si è assestato sulla più che lusinghiera soglia di 50.000 albi ad uscita, numeri che vanno ben oltre la soglia di pareggio della Bonelli e hanno finito per superare - probabilmente - le aspettative della casa editrice milanese. L’unico a crederci fino in fondo è stato l’ideatore e sceneggiatore della collana, il papà di Demian, Pasquale Ruju. Quarantacinquenne sardo trapiantato a Torino, architetto, Ruju è un artista dal talento poliedrico: attore, doppiatore, negli ultimi dieci anni si è affermato come sceneggiatore di punta di Dylan Dog, personaggio per il quale ha già scritto oltre sessanta tra gli episodi più belli dell’indagatore dell’incubo.
Con lui abbiamo scambiato qualche battuta sulla sua creatura, scoprendo una persona affabile e affinità culturali. Partiamo da Demian, il protagonista: muscoloso trentenne dal nome rigorosamente bretone, biondo caucasico con occhi viola. «Inizialmente doveva avere il volto del fascinoso Vincent Perez, l’attore francese de Il Corvo 2, ma poi, insieme con il copertinista Alessandro Poli, abbiamo dato a Demian una fisionomia tutta sua, che può ricordare l’Achille di Brad Pitt in Troy, ma non si basa su somiglianze strette». A differenza di altri anti-eroi della produzione bonelliana, non è un detective né un poliziotto, tanto meno un ribelle o un idealista, ma «un eroe classico, un monaco guerriero, un cavaliere di ventura, anche se al posto del cavallo ha una fiammante Ducati 999R da 150 cavalli – spiega Ruju – è un eroe sradicato nato in un’epoca sbagliata, che si trova a vivere in un contesto che non di rado origina episodi di violenza incontrollabile, esattamente come accade nella realtà, in un mondo dove nessuno è davvero innocente e la sfumatura tra buoni e cattivi è meno netta, circostanza che rende molto più complesso il ruolo dell’eroe». Questa condizione di estraneità lo rende un personaggio inquieto, in perenne sbandamento nonostante abbia un preciso quanto personale codice morale. Sul petto ha una cicatrice a forma di spada, «simbolo di una leggendaria casta di cavalieri, stirpe di eroi le cui origini si perdono nella notte dei tempi». Appartiene a una misteriosa “Fraternité”, di cui è uno degli ultimi rimasti, ed ha una ignota missione da compiere. Di lui si sa solo che è un «duro dal temperamento romantico», ama leggere poesie e gustare i piccoli piaceri della vita perché «non si può essere eroi ventiquattro ore al giorno». Altro (ancora) non si sa, se non che è un rinnegato, un ex soldato che i malviventi vorrebbero vedere morto.
Il genere, pur rimanendo saldamente nel solco bonelliano del fumetto d’avventura, è un «noir contaminato», un’abile alchimia narrativa che trae la sua originalità dal taglio fortemente cinematografico e da una location estremamente suggestiva: una Marsiglia per certi versi immaginaria ma nella quale si riconoscono le dinamiche della città reale, comuni ad altre città mediterranee. Marsiglia non a caso è la versione europea della gangster city per eccellenza, vale a dire la Chicago dei ruggenti anni Venti e Trenta. Nella storia, accanto al classico milieu rappresentato da duri in gessato e con i borsalino a tesa larga resi celebri al cinema da Alain Delon e Jean Paul Belmondo e dai bulli col revolver fumante, interpretati con mirabile ironia negli anni Cinquanta dal nostro Fred Buscaglione, vivono e vegetano organizzazioni criminali ben più spietate, che si alimentano con i traffici illeciti caratteristici della metropoli tentacolare. Il tutto è reso in maniera coinvolgente da una sceneggiatura cruda ed efficace alla Quentin Tarantino, capace di passare da lunghi piani sequenza dialogati a montaggi frenetici nei quali si susseguono scontri a fuoco e inseguimenti a tutta velocità. E per Demian non c’è più tempo né per parlare né per pensare.
«Le mie fonti di ispirazione – ci ha raccontato Ruju – sono letterarie e cinematografiche, dai libri “polar” di Jean-Patrick Manchette e Jean-Claude Izzo (uno dei personaggi dell’albo numero 2 richiama Fabio Montale, protagonista della trilogia izziana) all’ottimo Duri a Marsiglia di Gian Carlo Fusco, sino al grande cinema d’azione di Luc Besson con i suoi Nikita e Léon, e di Michael Mann, Heat La sfida e Collateral, per arrivare al mitico Ronin con Robert De Niro e Jean Reno».
La scelta di ambientare le storie nella città provenzale nasce dall’idea di «farne un fumetto compiutamente europeo, lontano dagli stereotipi statunitensi, di far muovere l’eroe in mezzo a paesaggi, odori, sapori, lingue e mentalità più vicine a noi». Pur essendo Demian un personaggio immerso nella modernità, si è preferito tenerlo fuori dall’attualità politica italiana, tanto che nei suoi viaggi tra Marsiglia, Parigi, Barcellona, la Corsica e il Nord Africa non toccherà mai suolo italiano. Una decisione ragionata: «Non amo i fumetti che tentano di educare i lettori, o di far prendere loro una posizione politica, quale che sia. Per me il fumetto popolare è soprattutto intrattenimento». Rispondendo alla nostra scherzosa provocazione, di come Demian tocchi temi capaci di infiammare l’immaginario di una destra diffusa, Ruju sottolinea come personalmente abbia simpatie di sinistra, ma anche un padre orgogliosamente di destra, concludendo che «certi valori, come il coraggio, dovrebbero essere comuni a tutti». Ma il vero punto forza della collana, spiega Pasquale è «la coralità del racconto. Non c’è - come accade in altre serie - il protagonista affiancato ­da una spalla comica. Gli altri personaggi sono veri e propri comprimari». Il miglior amico di Demian, il contrabbandiere Gaston Velasco, furfante vecchia maniera «che sa ancora rischiare la vita per un amico», ad esempio, «altri non è che lo Yanez straordinariamente interpretato da Philippe Leroy». Ruju, salgariano impenitente, ne ha fatto un personaggio altrettanto affascinante, «né buono né cattivo, più furbo e scafato, capace di fare cose che Demian non può fare». Nell’albo appena arrivato in edicola viene rivelato il passato di Gaston e il personaggio diventerà sempre più il coprotagonista di una serie che, pur procedendo con episodi autoconcludenti (che, a differenza del classico taglio da 98 pagine, ne contano ben 132, con più polpa per i lettori ad un sovrapprezzo di soli 50 centesimi), prosegue per rivelazioni progressive e sviluppa una macrotrama che si concluderà solo nell’ultimo albo. Altro personaggio particolare è Tristan, suo unico contatto con la “Fraternité”. «Quest’uomo misterioso, che ha qualcosa di Jean Gabin ma anche di Smoking man di XFiles, agisce al di là del bene e del male, è capace di manovrare i servizi e di gestire con spregiudicatezza le persone per portare a termine una missione che sarà svelata solo alla fine».
Misteri su misteri sui cui si arrovellano da mesi i numerosi fans di Demian, che si sono organizzati ed hanno un bel sito internet (http://www.demian.forumfree.net/), nel quale passa spesso Pasquale per rispondere alle tante domande che gli vengono rivolte. La collana, malgrado i magnifici risultati che sta ottenendo, come stabilito sin dall’inizio, non avrà un seguito. E così la casa editrice milanese, dopo averci tolto Mister No - il numero di dicembre sarà quello finale - ci sottrarrà anche questo «eroe esoterico» al quale ci eravamo già affezionati. Confidiamo che saprà farsi perdonare, affinché la letteratura disegnata, prezioso patrimonio di cultura popolare, abbia lunga vita.