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lunedì 30 luglio 2012

Goodbay Bukowski, l'animo sentimentale del vecchio Hank

Dal Secolo d'Italia del 23 giugno 2012
Con quella faccia un po' così, sfigurata da una violenta forma di acne giovanile e devastata dall'alcol, Charles Bukowski è condannato a rimanere imperitura icona, santino e bandierina di più generazioni di sedicenti rivoluzionari da social network.

venerdì 1 aprile 2011

Quando lo Stato uccide (la mia recensione al libro di Della Longa e Lai)

Quando chi uccide indossa la divisa
Dal Secolo d'Italia di venerdì 1 aprile 2011
Stefano Cucchi fu ricoverato, sì, presso la struttura "protetta" - quella riservata ai detenuti - dell'Ospedale "Sandro Pertini" di Roma. Ma per essere nascosto a occhi indiscreti che potessero verificare le drammatiche condizioni fisiche in cui era stato ridotto e sottrarlo «intenzionalmente» alle cure di cui aveva bisogno. Così il gup Rosalba Liso, martedì scorso, ha motivato la condanna a due anni di reclusione per Claudio Marchiandi, un funzionario del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, e il rinvio a giudizio davanti alla Corte d'assise di agenti, medici, infermieri del Pertini che lo avevano in "custodia". Altro che «presunta morte naturale», come recitava il certificato di morte. Per i genitori fu sufficiente vederlo all'obitorio - prima no, non gli fu concesso - per capire quello che era successo: un occhio pesto e l'altro completamente incavato, la mascella rotta, ecchimosi ovunque. Il pidiellino Carlo Giovanardi ebbe persino l'impudenza di dichiarare che era stata la droga a ridurlo così. «La droga - disse all'emittente Radio 24 - rende larve, zombie». E le fratture alla colonna vertebrale e al coccige? Effetti collaterali, o altro...? Cosa è successo nei sotterranei del tribunale? Le risposte iniziano ad arrivare, malgrado reticenze, omertà e depistaggi di chi non ha esitato a coprire le proprie mele marce.
A tal proposito, proprio in questi giorni, è arrivato nelle librerie un libro prezioso quanto scomodo, dedicato a tutte le vittime degli abusi "in divisa" e alle loro famiglie, scritto da due giornalisti coraggiosi, Tommaso Della Longa e Alessia Lai Quando lo Stato uccide (Castelvecchi, pp. 245, € 16,00).

mercoledì 22 dicembre 2010

Gli hacker cancellano dal web "Il Fondo": era troppo scomodo

Dal Secolo d'Italia del 22 dicembre 2010
Cancellato. Il termine esatto: hackerato. Dalla sera del 16 dicembre il Fondo, il magazine online diretto da Miro Renzaglia, è sparito dal web. La notizia è stata resa nota dallo stesso Renzaglia, fondatore e direttore di uno degli spazi di informazione più liberi della rete, direttamente sulla sua frequentatissima bacheca di facebook: «L’operazione di sabotaggio – riferisce – è stata rivendicata dal gruppo “Hacked Xugurx” e non sono in grado di dire se, quando e come potremo tornare online».

giovedì 9 dicembre 2010

Stasera su facebook Gabriele Marconi presenta il suo "Noi"

Dal Secolo d'Italia del 9 dicembre 2010
L’appuntamento è per oggi alle ore 19 su facebook, sulla bacheca di un evento che da domani sarà il più emulato – c’è da esserne certi – nella breve ma intensa storia della creatura di Mark Zuckerberg. Sì, perché stasera, per la prima volta in assoluto, un libro verrà presentato “in diretta” sul social network più popolare del mondo attraverso una tavola rotonda in triangolazione Italia-Irlanda-Spagna che coinvolgerà scrittori e giornalisti. Dopodiché tutti i “connessi” potranno rivolgere le loro domande all’autore o ai personaggi intervenuti. L’autore è Gabriele Marconi e il libro– il libriccino, come lo chiama lui – è Noi. Canzoni d’amore per la lotta e di lotta per l’amore (distribuzione a cura dell'associazione Raido www.raido.it), allegato all’attesa raccolta antologica in Cd dei migliori pezzi della “nostra” musica alternativa, di cui si erano recentemente occupati anche Ippolito Edmondo Ferrario e Cristina Di Giorgi ne Il nostro canto libero, il bel volume pubblicato la scorsa estate da Castelvecchi. 

sabato 13 febbraio 2010

Come per i tibetani, la luce bianca ha "salutato" Pio Filippani Ronconi

Dal Secolo d'Italia di sabato 13 febbraio 2010
«Gli dèi di Roma si sono rifugiati in India», amava ripetere Pio Filippani Ronconi. Nessuno può darne conferma, ma una cosa è certa: qualunque dovesse essere ora il suo “rifugio” ultraterreno, il grande orientalista e storico delle religioni, padrone di quasi ogni lingua parlata su questo vecchio mondo, sarà perfettamente a suo agio. Del resto, il prossimo 10 marzo avrebbe compiuto novanta anni, spesi senza risparmiarsi, combattendo e, nello stesso tempo, studiando. Letteralmente. Sin dalla seconda guerra mondiale: «In Africa orientale ero uscito in missione per misurare la posizione delle batterie inglesi – ebbe a raccontare in un'intervista – e mi immersi con così tanto piacere nei calcoli riportati sulla pagina scritta che dimenticai di trovarmi a pochi metri dai nemici e mi misi a camminare senza precauzioni». Da quel tiro al bersaglio uscì indenne, ma da allora non ha mai perso il vizio, o forse il gusto, di mostrare il petto ai suoi nemici. I quali, a loro volta, non sono rimasti a guardare. Quando, nel 2000, Armando Torno, da poco responsabile delle pagine culturali del Corriere della Sera, lo chiama a collaborare, la protesta scatenata da un fantomatico lettore farà sì che la sua firma, per quanto indubitabilmente autorevole, scompaia all’istante dal quotidiano di via Solferino.
Malgrado la prestigiosa carriera universitaria, al fianco di accademici del calibro del maestro Giuseppe Tucci, o di Henry Corbin, del quale fu anche allievo, le decine di libri pubblicati e le esperienze acquisite direttamente sul campo, rimaneva imperdonabile quel proposito giovanile, velleitario quanto spontaneo: «Lavare l’onta del tradimento». Difendere l’onore della sua terra, della terra dei suoi padri: «Il 9 novembre mi resi conto che quello che avevo fatto fino ad allora non era altro che lo sfogo di un giovane studioso, quello che avevo ancora da fare era qualcosa di molto più vicino all’ideale di uomo». Sì, perché Filippani Ronconi, già volontario degli arditi, dopo l’8 settembre del ’43 si schierò dalla parte “sbagliata”, forse illudendosi in un nuovo Cid Campeador le cui gesta coraggiose ne avevano infiammato l’adolescenza di italiano in Spagna (nato a Madrid e vissuto in Catalogna). «Sentivo di dovermi comportare come un caballero», ha raccontato, certamente non per giustificarsi. Forte rimaneva in lui il ricordo del dramma della madre dagli «occhi verdi e spirito celtico»: fucilata dai repubblicani durante la guerra civile spagnola. L’insegnamento e soprattutto l’esempio fornito dal padre: «Siccome siamo signori, dobbiamo combattere e soprattutto dobbiamo essere di esempio per gli altri» gli ripeteva quel «Tex Willer con la laurea in ingegneria». Uomo dalla grande personalità, dopo aver venduto i beni di famiglia (aristocratica, discendenza diretta di patrizi romani e conti del sacro romano impero) per andare in Patagonia, tornò in Italia per partecipare alla prima guerra mondiale. Perdendo tutto, compresi gli animali che portava a cavallo dall’Atlantico al Pacifico, ma trasmettendo al figlio l’ideale di una patria spirituale che, a suo modo, Filippani Ronconi ha sempre continuato a coltivare, rafforzato nelle sue convinzioni dalle letture giovanili sul mito di Roma e dall’incontro prima con le opere e poi con Julius Evola in persona. «A quindici anni – ha raccontato – trovai in una bancarella L’uomo come potenza di Julius Evola. Lui mi presentava un quadro per superare la miseria del sopravvivere quotidiano, mi apriva una concreta esperienza di ordine metafisico più che religioso, io potevo realizzare quello che la tradizione indoeuropea mi proponeva». Uomo d’azione e di pensiero. Se è il padre a insegnargli i primi rudimenti della boxe, sport praticato successivamente con l'indimenticabile Enzo Fiermonte, vero e proprio mito del pugilato romano, in età matura Filippani Ronconi non rinuncia al confronto con sé stesso, sia che si tratti di misurarsi con le più diverse arti marziali – tanto da fregiarsi, a 82 anni suonati, di una cintura nera di Aikido – che di, almeno finché ha potuto, scalare una montagna, passare le proprie domeniche tra escursioni e corsi di alpinismo. «La montagna è maestra – spiegava – e chi sale con te deve essere tuo fratello, perché la sfida alla natura è senza mezze misure o infingimenti. Se sbagli, paghi». Per condividere questa esperienza, diede vita all’Urri – acronimo di Unione rinnovamento ragazzi d’Italia ma anche termine vedico che indica il Dio che sopravvive al tramonto degli dèi – in cui si praticavano anche la speleologia, l’archeologia e la meditazione. Una specie di “società degli scudi” sul modello di quella di Yukio Mishima, sostennero alcuni, magari perché qualcuno di quei ragazzi era anche paracadutista e malgrado Filippani Ronconi tenesse tale associazione ben lontana dalla politica. Colpevole, forse, di non aver avuto – come lo scrittore giapponese – il buon gusto di suicidarsi. Contribuendo così ad alimentare le innumerevoli leggende “nere” che circolano sul suo conto e che hanno fatto sì che alcuni episodi – come la partecipazione al convegno sulla “guerra rivoluzionaria” organizzato nel ’65 dall’Istituto Pollio o il suo impiego all’ufficio radiodiffusione per l’estero della presidenza del Consiglio (da alcuni pistaroli in mala fede interpretabile tout court come attività di “spionaggio”) – lasciassero sullo sfondo l’importanza del suo straordinario contributo di studioso. La curiosità intellettuale “contratta” da bambino che risparmia sulle merendine per comprarsi una malridotta grammatica araba – la prima lingua che impara, grazie al nonno materno che aveva lavorato presso il governo militare italiano a Massaua, è proprio l’arabo – e mai davvero saziata: dalla laurea in indologia con lode, nel marzo 1949, con una tesi su “Le Molteplici condizioni di coscienza nel sistema Vedanta”, agli studi di letteratura persiana ed araba, sufismo e storia dell’Iran antico all’università di Teheran. Dalle ricerche sulle sette gnostiche in India e Tibet, nonché sui movimenti mistici ed eterodossi nell’Islam orientale, agli studi sulla fenomenologia religiosa dello Yoga e dello Sciamanesimo, argomenti sui quali non ha mancato di pubblicare documentati testi. Per il suo eroismo nella difesa del fronte a Nettuno, ricevette la Croce di Ferro. Ma finita la guerra si interessò di antroposofia e di antiche religioni, riuscendo a "comprendere" l'essenza del biddhismo tibetano, che del sufismo musulmano e del cristianesimo orientale.
Non meno importanti gli studi condotti da solo, al di fuori da ogni percorso universitario: dall’antico norvegese all’aramaico, dal tibetano al greco, dalla dialettologia iranica allo svedese. Il tutto arricchito da viaggi. Adattandosi, grazie alla sconfinata conoscenza delle lingue, almeno una quarantina, a qualsiasi mestiere: alcuni probabilmente solo immaginari, come quello che lo vede parte attiva nei servizi di intelligence dell’America Latina, altri – riferiti da lui stesso – di segretario di un ministro sudamericano e doppiatore cinematografico. Tanto che la sua stessa vita, alla fine, sembra piuttosto un film in cui il dramma sentimentale, la spy story, l’avventura esotica e persino la commedia sembrano essersi date appuntamento. Oggi le sue esequie alle ore 11 nella Chiesa russo-ortodossa romana di via del Lago Terrione, 77 (zona Gregorio VII). E ieri, come vuole il Libro tibetano dei morti, è stato salutato dalla luce "bianca e non abbagliante" della neve.

sabato 30 gennaio 2010

Ma il giovane Holden non era della Fgci

Dal Secolo d'Italia di sabato 30 gennaio 2010
Quando cinque anni fa la grande stampa si accorse che Salinger e Il giovane Holden stavano a pieno titolo dentro l'immaginario di chi legge questo nostro giornale si trattò di un piccolo evento. In qualche modo attraverso Salinger si scoperchiò quella conventio per cui i ragazzi di destra leggevano anche di Holden e dei "vagabondi del Dharma" di Kerouac, si appassionavano per i testi di Mark Twain e Steinbeck, ascoltavano De André e Bob Dylan, si formavano cul cinema di Peckinpah e di Kubrick... Ed ecco che i giornali di ieri ci hanno detto dell'addio del vecchio e caro Salinger, che da anni aveva fatto la stessa scelta di Lucio Battisti di ritirarsi dalla scena pubblica (e anche per questo sentivamo ancora più "nostro").
La nostra impressione è stata che in fondo i coccodrilli era già belli che pronti. Ahmm. Non rimaneva che fargli indossare una delle tante definizioni che gli hanno cucito nel tempo. Alcune più originali, altre meno. La Greta Garbo della letteratura, la più carina. Il padre di tutti gli adolescenti, un tantino più pretenziosa. E poi c’era da impacchettare quel poco che si sa delle sua vita solitaria nel New Hampshire e chiamare a testimoniare quell’unico vero testimone che ha titolo a farlo: il giovane – anche se è in libreria, ininterrottamente, da cinquantanove anni – Holden Caulfield. Peccato, però, che Holden abbia già detto tutto e che oggi – non ce ne vogliano coloro che l’hanno amato, noi siamo tra questi – non possa più rappresentare la ribellione per un ragazzo di diciassette anni. Altro non è, ormai, che una foto ingiallita, un pezzo di storia, un classico. Imperdonabile paradosso: lui che, per il suo stile trasgressivo, si faceva espellere dal prestigioso college Pencey, è diventato una specie di boy scout, nientemeno che una lettura obbligatoria nelle scuole. E come tale, da fare controvoglia, un po’ come I Promessi sposi. Il suo appeal ridotto a quello di un Renzo Tramaglino qualsiasi. Roba da far odiare la letteratura a intere generazioni di studenti.
Affiora la nostalgia, per quel che avrebbe potuto essere e non è stato. Per quel che Salinger avrebbe potuto scrivere, se non avesse deciso – a soli 35 anni – di congedarsi dal mondo lasciando tutti lì a interrogarsi. Nell’era del sequel, degli ultimi baci che però non sono gli ultimi e in cui un Rambo ormai vicino alla pensione rischia di spezzarsi il collo per aggiungere un’altra tacca – e qualche decina di comunisti da ammazzare senza essere interrotti dalla pubblicità – alla cintura e alla saga, noi ritenevamo di avere il sacrosanto diritto di saperlo: cos’avrebbe fatto Holden a diciotto anni, a venticinque, a quaranta? Difficile rassegnarsi a conoscere tutto (troppo) di uno scrittore prima ancora di leggere il suo libro d’esordio – potere delle case editrici! – e invece non poter sapere nulla o quasi di uno scrittore che ha cambiato il modo stesso di fare letteratura. Ce lo meritiamo, Aldo Busi all’Isola dei famosi. Ma non ci siamo meritati uno straccio di intervista di Salinger. Cosa voleva dire? Chi era veramente? Perché non ha più scritto?
La domanda, a questo punto, è un’altra: perché domandarselo ancora? Nell’epoca della curiosità globale, abituati come siamo – giornalisti culturali per primi – ad avere ogni risposta a portata di un click, non rimane che prenderne atto una volta per tutte. Ce l’ha fatta. Sì, Salinger ce l’ha fatta. A tutti coloro che, veri e propri Fabrizio Corona ante litteram dell’informazione, sono rimasti a spiarlo con una macchina fotografica e un taccuino tra le mani, confidando che prima o poi tradisse un’emozione, un ripensamento, un’opinione, una presa di posizione. Su cosa poi? Sulla riforma scolastica?
Niente. E allora non rimaneva che arruolare il giovane Holden. In fondo era inequivocabilmente un ribelle, sia pure “senza causa” come quell’altro scapestrato di James Dean. Gioventù bruciata, tutti e due. Borghese, annoiato, bugiardo, Holden era perfetto per l'appropriazione indebita da parte della Fgci e della sinistra degli anni Settanta. Non rimaneva che proporgli di tesserarsi. Una testimonianza divertente, al riguardo, è quella che Adriana Monti, la traduttrice romana di Holden, raccontò in una delle rare interviste a Diario nel ’99: «Sembrerà un’eresia: sono diventata celebre col giovane Holden che io non ho preso sul serio per niente. Divenne un dogma, un catechismo che non capisco tutt’ora. E’ un libro individualista, la crisi esistenziale di un ragazzo americano. Per dei ragazzi di sinistra italiani, Salinger avrebbe dovuto essere il tipico americano altoborghese, non vedevo che rapporto ci fosse con dei giovani marxisti. Lo dissi anche a tre di loro che vennero a parlarmi per fare un pezzo sul giornale di Lotta Continua, e si fecero prestare delle lettere. Più rivisti, né loro né le lettere».
Già, la snobistica irrequietezza da privilegiato di Holden e la sua fuga dalle responsabilità non si prestavano a letture ideologiche e poi, a guardare bene, nel libro non c’è nessuna traccia dei miti della sinistra di ieri, ché quelli di oggi non sono ancora pervenuti. Chi lo ha letto negli anni a seguire non ci ha trovato nessuna metafora possibile con l’attualità. Né Stalin né Truman. Né Corea né Roosevelt. Né Cuba né Vietnam...
I personaggi “adulti” del romanzo proveranno a convincere quell’impertinente di Holden a tenere una condotta più responsabile, ma lui non vuole starli a sentire, quei matusa. Quando il professor Antolini gli porge un foglio con la celebre frase di Wilhelm Stekel – «Ciò che distingue l’uomo immaturo è che vuol morire nobilmente per una causa, mentre ciò che distingue l’uomo maturo è che vuol umilmente vivere per esse» – ringrazia ma fa spallucce. «Non avevo voglia di concentrarmi. Ragazzi – ammicca ai lettori – tutto a un tratto mi sentivo così maledettamente stanco». Ed è per questo, in fondo, che lo abbiamo amato. Per il gusto dello sberleffo, per il fastidio nei confronti di chiunque volesse mettersi in cattedra, dirgli cosa fare, tirare una linea tra bene e male o presentargli una “visione del mondo” bella e preconfezionata. Perché in Holden c’è anche il Tom Sawyer di Mark Twain, il ragazzino irriverente ma non cattivo, che fa arrabbiare tutti ma sa anche farsi perdonare. C’è la ricerca di un sentiero non battuto, il fascino dell’avventura per l’avventura, lontano anni luce da ogni pedagogismo interessato.
È anche tramite loro, Tom, Holden, che autori come Salinger ci hanno fatto innamorare dell’America. Forse non di quella reale e decisamente troppo muscolare della politica estera, ma sicuramente quella ideale dell’America libertaria, individualista e cosmopolita al tempo stesso, delle diversità che si fanno ricchezza, in cui la trasgressione non si fa conformismo, che si ribella alla cultura di massa e alle convenzioni sociali. Inaccettabili, come l’essere costretto a ripetere ogni volta «piacere d’averti conosciuto a qualcuno che non ho affatto il piacere d’aver conosciuto». Beh, noi siamo stati contenti di averti conosciuto, caro vecchio Holden, e di questo saremo sempre riconoscenti a J. D. Salinger, pace all’anima sua.
L'articolo è disponibile in pdf su www.secoloditalia.it

venerdì 16 ottobre 2009

Il padrino? Cominciò come gigolò

Dal Secolo d'Italia di venerdì 16 ottobre 2009
Il leggendario Al Pacino, icona imperitura del machismo italoamericano o meglio siculoamericano – ante litteram rispetto a ogni Fight Club che dir si voglia e ai “duri” che il cinema a stelle e strisce ha sfornato negli ultimi decenni – ha avuto un passato da american gigolò? Se John Travolta, sull’onda del successo de La febbre del sabato sera e Grease, ebbe il coraggio (o l’impudenza, a seconda dei punti di vista) di rifiutare il ruolo di Julian Kay in American Gigolò – ruolo poi interpretato da Richard Gere nella fortunata pellicola del 1980 – Al Pacino avrebbe confessato alla decana del gossip mondiale in Usa, Cindy Adams, di essersi spinto oltre quando aveva vent’anni e viveva in Sicilia. Non solo accompagnatore di donne ricche e sole. E, quel che è peggio, non nella finzione cinematografica. Nella vita, quella che ti segna ben più di qualche ciak. Prostituendosi – ha dichiarato – «per mangiare e mantenere un tetto sopra la testa». Decidendo di vendersi, parole sue, a una donna più anziana. «Offrendo l’unico bene che potevo offrire: il mio corpo». Negli anni Sessanta, quando, dopo aver abbandonato gli studi, per sopravvivere aveva provato ogni genere di lavoro – facchino, operaio, persino sciuscià – pur di alimentare un sogno: fare l’attore. Per quanto il prestigioso Actor Studio rimanesse un miraggio lontano. Prima, ovviamente, di diventare quel monumento vivente della cinematografia mondiale che è. Tanto emulato da più generazioni di attori quanto inarrivabile, ancora oggi. Prima di conoscere e frequentare, splendido settantenne che per usare un consolidato eufemismo potremmo definire dalla vita sentimentale irrequieta, le attrici più belle e desiderate dell’epoca: da Jill Clayburgh a Carol Kane, da Diane Keaton a Beverly D’Angelo, dalla quale ha avuto due dei suoi tre figli. Numero da considerarsi provvisorio e potenzialmente soggetto a smentita.
Parole che ovviamente hanno fatto il giro del mondo alla velocità della luce, sino ad arrivare nella sua Italia. E che, se “il padrino” per eccellenza, il vecchio Don Vito Corleone – magistralmente interpretato da Marlon Brando nella trilogia tratta dal celebre romanzo di Mario Puzo, vera e propria pietra miliare della storia del cinema – avesse ascoltato pronunciate dal figlio Micheal (Al Pacino, per l’appunto), non avrebbe certamente gradito. Neanche un po’. «Mai dire a una persona non della famiglia – si raccomanda Don Vito in una celebre scena del film – ciò che ti passa nella testa!».
La confessione, peraltro, fa a pugni con la sua immagine di celluloide, così come scolpita nell’immaginario collettivo. E chissà cosa ne avrebbe pensato il suo stesso alter ego, Micheal Corleone, ruolo che nel ’72 lo impose all’attenzione del grande pubblico e che segnò il suo ingresso trionfale nel cinema dando inizio a una carriera ben lungi dal dirsi finita, impegnato com’è tra i mestieri di attore, regista e produttore. Non avrebbe apprezzato neanche lui, probabilmente. Sì, perché Micheal è un duro, decorato della Seconda guerra mondiale. Soltanto quando viene a sapere che il padre è in pericolo di vita, si decide, sia pure con riluttanza, a raccoglierne l’eredità “criminale”. Sempre ispirandosi a un rigoroso quanto personale codice etico. Quando, per sfuggire all’arresto o alle vendette della mafia, Micheal lascia gli Stati Uniti e si nasconde a Corleone, in Sicilia, terra natia del padre Vito, si innamora e sposa una siciliana, Apollonia. E Corleone è anche la terra natia dei suoi veri nonni materni, perchè – anche se Alfredo James Pacino è nato nel quartiere di East Harlem – la sua famiglia è di inequivoche origini siciliane. Sangue isolano, pertanto, e sentimento cattolico. Appartenenza e senso dell’onore che dimostra di avere anche l’attore, che – nel rendere pubblica quella pagina buia della sua vita – ricorda come al mattino, dopo quegli incontri a luce rossa, si sentisse in colpa: «odiandomi per quello che stavo facendo». E chissà se è anche per questo che, nel 1990, declinò l’invito a interpretare il ruolo di protagonista in un’altra pellicola che diventerà un cult, Pretty Woman, in cui Julia Roberts indossa i panni, pochi a dire la verità, di una giovane prostituta di Hollywood. Lì si trattava di una commedia a lieto fine, a mo’ di Cenerentola, dove a redimersi sono sia lei che lui, un affarista senza scrupoli interpretato anche qui da quello stacanovista della macchina da presa di Richard Gere. La vita, si sa, generalmente è un po’ diversa, più dura, meno edulcorata. E Al Pacino, che rimane un grandissimo, ce lo ha ricordato.

sabato 26 settembre 2009

Come è cambiata la scuola ne "Il rosso e il blu" di Marco Lodoli

Dal Secolo d'Italia di sabato 26 settembre 2009
No, la vita non è facile come «un reality show». E guai a lasciarsi sedurre dalle scorciatoie. «Qualche successo effimero si può anche ottenere per caso, con compromessi o con l’inganno. Ma solo il duro lavoro dà risultati duraturi». Bisogna faticare: studiare, studiare, studiare. Napolitano cita Obama nel discorso tenuto ieri nel cortile del Quirinale in occasione dell’apertura dell’anno scolastico. «Capisco che questo richiamo all’impegno, al dovere, ai valori ideali e morali, possa suonare fastidioso, predicatorio – ha detto il Capo dello Stato – ma è un richiamo che vale non solo per voi ma per tutti e in particolare a ciascuno di noi che rappresenta le istituzioni della Repubblica».
Esempi, quelli offerti dal mondo politico e non solo – ça va sans dire – spesso tutt’altro che edificanti. Di fronte ai quali il compito della scuola appare ogni giorno più arduo. «L’immaginario che la scuola prova a costruire è una gondoletta di fronte a una portaerei», chiosa Marco Lodoli, scrittore ma anche, da trent’anni, professore in trincea nella periferia romana. Controcorrente, meglio: controvento. «Pubblicitari, creativi, uomini del marketing, belle ragazze in mutande, politici, televisioni, tutti a soffiare a pieni polmoni sulle vele del desiderio e del consumismo più sfrenato, perché è da lì che vengono i soldi e il benessere». Una portaerei che viaggia spavalda e indifferente ai mille problemi della scuola, all’ormai quotidiano tentativo di delegittimazione dell’intera classe insegnante, rappresentata a mo’ di braccio intellettuale delle oligarchie – sic! – e composta da sovversivi o, nella migliore delle ipotesi, da fannulloni. Ex sessantottini, tutti e senza eccezioni, se non altro per vizio anagrafico. Sì, perché se la scuola non funziona – c’è chi sostiene con una sconcertante superficialità – la colpa è del ’68. Imperdonabili quei ragazzi che, più di quarant’anni fa, chiesero di spazzare via un po’ di polvere da programmi ottocenteschi per lasciare entrare nella scuola quel che di vivo e buono si muoveva nello spirito del tempo: nuovi autori, musiche e tendenze.
A raccontare come si è trasformata la scuola, e soprattutto come il venir meno di un sistema dei valori possa aver trasformato irrimediabilmente il rapporto tra insegnanti e studenti, ci ha provato lo stesso Lodoli con un libro da pochi giorni nelle librerie: Il rosso e il blu. Cuori ed errori nella scuola italiana (Einaudi pp. 156, € 15).
«Tutto è cambiato – scrive – quando la società dei consumi s’è fatta più furba e aggressiva, ha azzannato dolcemente i giovani alla giugulare e gli ha versato dentro il veleno del desiderio. Chi pensa spende poco, chi si ferma a leggere, a coltivare la propria individualità, a sognare l’impossibile, non ascolta le sirene che cantano la canzone della felicità facile facile». Se sino a qualche tempo fa sulla bandiera della giovinezza c’era scritto «non qui e non ora» e i ragazzi coltivavano una fisiologica avversione per il proprio tempo, «cercando nel passato o nel futuro altre soluzioni, spesso puramente immaginarie, figlie del dispetto e della fantasia», adesso vivono in una «dittatura del presente» che non permette di saltare i suoi fili spinati: «L’industria dello spettacolo, della moda e dell’attualità chiude tutte le prospettive. I giovani sono un mercato troppo importante, non è possibile lasciarli andare verso mondi lontani, gratuiti, senza scontrino. Sono così pieni gli scaffali del presente, c’è talmente tanta merce da smaltire, che non rimane alcuna possibilità di guardare indietro». Il presente regna incontrastato, si è sbarazzato del prima e del dopo e detta la sua legge, pretende «un’ incrollabile fedeltà la cui conseguenza è la cancellazione della memoria come strumento di ricerca».
Una “lezione” appresa da «cento programmi televisivi» che diseducano a pensare e che la scuola fa fatica a disattivare. «Tutti i sapientoni ripetono che bisogna accontentarsi, senza sciupare la propria esistenza dietro alle sciocchezze che ci vengono proposte a getto continuo – si sente dire da uno studente Lodoli – ma il mondo occidentale si regge sull’eccitazione dei desideri e tutto il nostro immaginario è costruito da adulti che ci considerano solo come consumatori».
Una volta – come si diceva nelle favole - «grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli». Adesso gli unici a meritare ammirazione sono i Vip, coloro che si sono sollevati dal fango e hanno guadagnato un’inquadratura televisiva. Poco o nulla importa cosa abbiano fatto nella loro vita, se siano scienziati o piuttosto criminali, calciatori, cantanti, attrici, veline o, peggio, escort. Loro ce l’hanno fatta comunque. Hanno vinto, come in una lotteria, il diritto ad avere una personalità. Per loro si accendono i riflettori, si improvvisano feste, si scatena l’emulazione. Agli altri non rimane che sperare in una comparsata, iscriversi a un casting o, come suggerì qualcuno, sposare un milionario.
Gli studenti per primi avvertono l’impotenza della scuola e della “cultura”: «Se spendi ci sei, se spendiamo tutti il paese va avanti, il resto sono solo chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive».
Le esortazioni a impegnarsi di più, l’invito rivolto agli studenti a farsi valere – i toni predicatori, come li definisce il presidente della Repubblica – rimbalzano come su tanti muri di gomma. Difficile trasmettere loro l’etica del sacrificio quando il mondo intero afferma il contrario e in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato. «Abbiamo costruito un modello di società che rifiuta il dolore – spiega Lodoli – e la nostra capacità di raccogliere le energie di fronte a una piccola salita, di pretendere qualcosa di più da noi stessi grazie a uno sforzo anche esiguo, ormai si sta esaurendo. Abbassiamo ogni giorno gli obiettivi, ci ritiriamo da ogni confronto. Tutto va bene così com’è, e se non va bene ci si può sempre voltare dall’altra parte, distrarsi, stordirsi, evitarsi. E così questa civiltà, che tante battaglie ha combattuto e vinto contro ogni dolore, ora si sta afflosciando. Anche una semplice interrogazione o un compitino in classe diventano vette impervie da spianare con un rifiuto, in nome dell’edonismo assoluto. I nostri padri hanno preso a schiaffi la sofferenza, noi invece oggi restiamo zitti e buoni, crediamo che non si debba fare più nulla, diventiamo grassi e pigri, scontenti senza dolore, annoiati in tanta fortuna. Piccoli, disarmati, infelicemente soddisfatti».
La politica rimane sullo sfondo, distante, incastrata in uno stucchevole gioco delle parti che si autoalimenta con luoghi comuni e qualunquismi grossolani. «I telegiornali sono dispacci dalla luna, le crisi di governo guazzabugli inspiegabili, e i politici sembrano tutti uguali, persi dentro un linguaggio che i ragazzi non riescono a tradurre».
I grandi temi sono un lusso che i ragazzi non possono più permettersi. Sembra che abbiano rinunciato al diritto/dovere di essere scontenti. Capita che protestino, sì, ma per questioni minimali, organizzative: l’orario di ingresso a scuola, termosifoni più caldi, porte nuove dei bagni, il rincaro delle pizzette. «Pragmatismo puro. Niente di male, intendiamoci, ma la spinta ideale verso un’altra vita ormai è fiacchissima».
Altri, ancora, si arrendono senza combattere, accontentandosi di indossare i panni degli sconfitti dalla modernità. Figlio di Renzo Lodoli, (1913-2008), ingegnere, scrittore, fondatore del Msi e soprattutto reduce di una guerra vissuta “dalla parte sbagliata” – come titolò una sua raccolta di racconti – l’autore ha ricevuto un formidabile esempio di quanto possa essere vissuta con dignità tale condizione.
«Ci stavamo bene dentro i panni dei vinti – scrive il figlio Marco – e disprezzavamo i vincitori come fossero esseri banali, prevedibili, addirittura opportunisti, sempre dalla parte del trionfo, sempre sul carro giusto, gente che non ha mai assaporato il gusto agrodolce della caduta e della polvere. Amavamo tutta una schiera di perdenti, un pantheon in cui trovavano posto figure lontanissime tra loro: Carlo Pisacane e Paperino, Che Guevara e Vercingetorige, Bonnie and Clyde e Toro Seduto, Dorando Petri e Jim Morrison, Leopardi e la banda Bonnot, Tenco e Borromini, poeti, sportivi, rivoluzionari, musicisti segnati dalle stimmate della disgrazia, pronti però ad accettare il loro destino sino in fondo, fino alla morte. La festa, le medaglie d’oro, gli allori andassero pure agli altri, a quei miserabili dei vincitori. Vincere ci sembrava di cattivo gusto, sono i padroni quelli che vincono, sono i peggiori. È facile vincere, basta mettersi in linea con i tempi, obbedire alle regole del gioco, arraffare la posta. Poi all’eroismo perdente subentra una sorta di vaga e improduttiva malinconia: voi altri fate, fate pure, sbattetevi a più non posso, occupate in fretta i posti migliori nella società, io me ne sto da una parte».
Un atteggiamento nobile finché si vuole ma fondamentalmente autolesionista, buono solo a spalancare autostrade agli arrivisti, ai mediocri, ai raccomandati di ieri e di oggi. «Si può provare a vincere senza essere necessariamente delle carogne? – si domanda lo scrittore – Chi vince è per forza un conformista, un ruffiano, un maramaldo? O invece a una certa età bisogna cercare di fiorire nel mondo, di dare un contributo a una società migliore? Dobbiamo uscire dal mito della sconfitta – esorta Lodoli – trasformando la malinconia in azione, senza seppellire tre metri sotto terra o sopra al cielo i nostri talenti. Bisogna saper perdere, come cantavano i Rokes tanto tempo fa, ma bisogna anche saper vincere. Ognuno dia il meglio di sé. E non importa se non passeremo tra gli applausi e i lanci di rose sotto l’arco di trionfo, importa solo tirare su la testa e dire io ci sono, io ci provo».
Per questo bisogna raccogliere l’invito di Napolitano. Spegnere, quando è necessario, la televisione e accendere il pensiero, trasformarlo in azione. Senza inseguire le mode, senza aspettarsi regali, senza intrupparsi, senza diventare nichilisti in servizio permanente effettivo. Giocarsela. A tutto campo. Perché l’importante non è né partecipare né vincere, ma mettercela tutta.

giovedì 24 settembre 2009

Iran: Ahmadinejad torna a dichiarare guerra ai manichini sexy

Dal Secolo d'Italia di giovedì 24 settembre 2009
L’Iran "non rappresenta una minaccia per gli Stati Uniti". Parola di Ahmadinejad. Non l’abbiamo mai pensato, a dire il vero. La minaccia non è l'Iran, ma il suo focoso presidente. E i più minacciati non sono gli americani ma proprio gli iraniani. A cominciare dagli oppositori di Ahmadinejad: i più fortunati, si fa per dire, sono finiti in galera, ché di molti non si hanno più notizie. A questa situazione, tutt’altro che pacificata, si aggiunge l’ennesima offensiva oscurantista. L’agenzia Irna è di ieri: la polizia per la morale islamica ha avviato una nuova campagna contro la corruzione. No, non è il sistema politico a finire sotto la lente degli inquirenti, ma i negozi di abbigliamento. Più esattamente le vetrine: non sarà tollerata l’esposizione di cravatte o papillon, simboli della deprecata decadenza occidentale. Né sarà ammesso l’uso di manichini giudicati provocanti. Sembra di essere tornati al 1979, quando a Teheran quelle scostumate delle donne inanimate furono spedite nei magazzini per un restayling. Gli orli delle gonne vennero allungati a coprire le gambe. Non solo: la testa con la folta e peccaminosa chioma cedette il posto a un’inespressiva sagoma di cartone senza occhi né sopracciglia. E se questa fu la sorte dei manichini dopo la rivoluzione, il peggio, per le iraniane in carne e ossa, doveva ancora arrivare. Per evitare carcere e legnate era bene evitare lo smalto sulle unghie, le scarpe della Reebok ai piedi o un sospetto di rossetto sulle labbra. Ce l’ha raccontato benissimo Marjane Satrapì in Persepolis. Singolare destino per un popolo culturalmente vivace quanto legittimamente esasperato dal vivere con il fiato dei fanatici paramilitari che vigilano sul rispetto della moralità pubblica sul collo. A noi non resta che tenere i riflettori accesi.