sabato 9 dicembre 2006

Charles Bukowski, l'anticonformista

Dal mensile Area , aprile 2000

Sei anni fa, il 9 marzo 1994, moriva all’ospedale di San Pedro in California Charles Bukowski, Hank per gli amici, Henry Chinaski per noi, suoi affezionati lettori, che lo abbiamo conosciuto e amato attraverso le disavventure di questo antieroe, suo alter ego per eccellenza, presente in quasi tutte le sue opere. Il fisico del vecchio ubriacone, debilitato dalla leucemia, si era arreso ad una inopportuna polmonite.
Eppure mai come oggi la fama di Hank gode di ottima salute. Arrivano infatti in libreria la voluminosa biografia Bukowski di Howard Sounes, una nuova edizione del romanzo Panino al prosciutto e finalmente, a tre anni dalla pubblicazione in lingua inglese, Il capitano è fuori a pranzo (e i marinai hanno preso il comando della nave, nel titolo completo dell’edizione originale), ultimo diario di bordo di questo grande “capitano” della letteratura.
Un viaggio lungo, quello di Hank, iniziato il 16 agosto del 1920 ad Andernach, la bella cittadina tedesca che si affaccia sulla riva sinistra del Reno. Il padre Henry era un soldato americano dell’esercito d’occupazione e la madre Katharina una sarta, figlia di un musicista locale. Nell’aprile del 1923 si trasferirono negli Stati Uniti, prima a Baltimora, poi a Pasadena ed infine a Los Angeles. Il padre pensò che si sarebbero integrati prima e meglio, nel nuovo ambiente sociale, mimetizzando la loro provenienza, addolcendo la pronuncia dei loro nomi. Fu così che Katharina divenne Kate ed il piccolo Heinrich Karl diventò Henry Junior, nome che appena potè cambiò egli stesso in Charles, per differenziarsi dal disprezzato Henry Senior, uomo arcigno e violento, brutale con punte di sadismo. Ma il giovane Buk non era certo il tipo di persona che amasse passare inosservato. Preferiva affidarsi senza esitazioni al suo innato radicale anticonformismo, incurante degli effetti che poteva generare attorno a se. Aveva poco più di due anni quando lasciò la Germania, ma non la rinnegò mai, nemmeno quando arrivò la seconda guerra mondiale ed essere tedeschi era diventato di colpo ancora più impopolare. Nel romanzo Panino al prosciutto, («autobiografico al 95%», come tutte le sue opere), racconta come nel Los Angeles City College, che lui frequentava svogliatamente, fosse «intellettualmente di moda essere a favore dell’intervento americano nella guerra contro la Germania. Bisognava fermare l’avanzata del fascismo. Quanto a me, non avevo nessuna voglia di andare in guerra per proteggere il tipo di vita che conducevo o salvaguardare il mio futuro». Gli insegnanti erano tutti «sinistrorsi e antitedeschi» e non facevano altro che «menarla con i mali del nazismo […] ci avevano detto di scrivere sempre nazista con la n minuscola, anche in principio di frase». Per Hank la scelta di campo fu immediata: «mi trovai schierato contro il loro punto di vista». «E poi, essendo nato in Germania, non me la sentivo di tradire il mio paese d’origine, e non mi andava di vedere l’intera nazione tedesca, l’intero popolo tedesco, demonizzato e dipinto nelle tinte più fosche. Al cinema, proiettavano i notiziari a ritmo accelerato, per far sembrare Hitler e Mussolini due pazzi frenetici». Nel racconto Questioni di politica (incluso nella raccolta Storie di una vita sepolta, SugarCo Edizioni) spiega: «Mi atteggiavo a nazista […] La cosa era successa perché mi ero rotto le scatole di starmene seduto, durante i corsi, a sentire i patrioti che tenevano sermoni sulla necessità di intervenire per schiacciare la belva. Decisi di passare all’opposizione […] In classe balzavo in piedi e urlavo tutto quello che mi veniva in mente. Di solito aveva qualche attinenza con il concetto della Razza Superiore, che mi sembrava piuttosto divertente […] Ero sorpreso che fossero in tanti ad ascoltarmi e che pochissimi, se pur qualcuno, mettessero in discussione le mie affermazioni». Nel giro di pochi mesi, all’interno del college, aveva raccolto un folto gruppo di «accoliti» e «seguaci» e attirato le simpatie degli studenti che militavano nel movimento «americani per il partito d’America». Il feeling con l’estrema destra durò poco. Dopo averne frequentato gli ambienti universitari lo scrittore venne assalito da una perplessità di fondo: «com’era che il movimento della Razza Superiore non riusciva a raccogliere altro che minorati fisici o mentali?».
E’ lo stesso Hank-Henry a raccontare l’infanzia da bambino schivo ed impaurito, l’adolescenza caratterizzata dalla discriminazione – anche causata dalle sue origini tedesche – subita dai compagni, a scuola come nelle partite di baseball, e dai problemi con una devastante quanto persistente forma di acne: «Ero ricoperto di bolle grandi come una piccola mela. Era ridicolo ed incredibile. Il caso peggiore che mi sia capitato di vedere, disse uno dei dottori, ed era molto vecchio. Mi scrutavano come se fossi un mostro da circo. Io ero un mostro da circo». A lenire il suo malessere arrivò il benefico incontro con il vino, così descritto: «Ho trovato qualcosa che può aiutarmi a star bene, per un bel po’. L’erba del prato sembrava più verde, le panchine del parco sembravano più belle e i fiori ce la mettevano tutta».
La passione per la letteratura è vissuta come liberazione dalla disperazione, dalla solitudine della metropoli: «Le parole non erano noiose, erano cose che ti stimolavano la mente. Se le leggevi e ti lasciavi prendere dalla magia potevi vivere senza dolore, con la speranza, qualunque cosa ti capitasse». Bukowski era però un lettore molto selettivo: «Niente di quello che leggevo era relazionabile a me, alla strada o alla gente che conoscevo. Era come se tutti facessero giochi di parole, e chi riusciva a non dire quasi nulla era considerato un eccellente scrittore». «Tiravo giù dagli scaffali [della biblioteca cittadina, nda] un libro dietro l’altro. Perché nessuno gridava? […] C’erano delle eccezioni […] Passai al reparto filosofia. Scovai un paio di tedeschi dall’animo amaro [Nietzsche e Schopenhauer, nda] che mi tennero allegro un pò».
Hank cercava scrittori che «non avessero paura delle emozioni» e trovò qualcuno che gli andava a genio: John Fante, «il nostro mentore, il nostro Dio», il primo Ernest Hemingway, Knut Hamsun, «che si nutriva della sua stessa carne per avere più tempo per scrivere», Fedor Dostoevskij, «lo studiavo ascoltando Mahler al buio», David Herbert Lawrence, «un tipetto perverso», Ezra Pound, Friederich Nietzsche, «suo nume tutelare» e soprattutto Louis Ferdinand Céline. «Finalmente ho incontrato uno che scrive meglio di me», ammise tempo dopo nella poesia La parola. Nelle sue opere sono ripetute le attestazioni di ammirazione per lo scrittore francese. Nella poesia Viaggio al termine, il cui titolo è già un’esplicita citazione del celebre Viaggio céliniano, scrive: «non mi stanco mai / di Céline, letto o visto in foto: ha una gran bella faccia / questo Louis Ferdinand Destouches / […] Céline mi sorveglia mentre bevo, scrivo, ascolto musica / e fumo sigari; insieme ce la spassiamo mentre / il resto della gente gioca a bowling, dorme, guarda la tivù, discute, / scopa, mangia, fa un mucchio di stupidaggini e via dicendo».
Prima di riscattarsi con la scrittura, la vita di Bukowski è stata, a dir poco, picaresca, caratterizzata com’era da vagabondaggi, squallide camere in affitto, lavori umili e alienanti rimediati per tirare a campare e dall’amicizia con disadattati, diseredati e barboni. «Mi piacciono gli uomini disperati, gli uomini con i denti rotti e il cervello rotto, gli uomini che si sono rotti […] Con i barboni riesco a rilassarmi perché sono anch’io un barbone. Non mi piacciono le leggi, la morale, le religioni, le regole. Non mi piace farmi plasmare dalla società». Chiamò quel lungo periodo di stenti e patimenti «gli anni perduti […] i miei dieci anni da ubriaco». Anni raccontati con trascinante lirismo e dovizia di particolari nelle sue sue opere e soprattutto in uno dei libri più celebrati, che si intitola proprio Barfly. Fu lo stesso Bukowski a spiegare il significato di questo termine, che potrebbe tradursi in “ubriacone” o, ancora più esattamente, in “mosca da bar”: «E’ un’espressione americana di slang per qualcuno che sta seduto sullo sgabello di un bar dal momento in cui si sveglia al momento in cui il bar chiude, di una persona che sussiste lì, che ne ha bisogno. E così non deve guidare la macchina, non deve timbrare il cartellino, non deve farsi coinvolgere dalla società». Nel 1987 dal romanzo venne tratto persino un film, di cui Buk scrisse la sceneggiatura, con Mickey Rourke e Faye Dunaway. Il ruolo interpretato dalla bella attrice americana era ispirato a Jane Cooney Baker, primo grande amore dello scrittore, un’alcolista conosciuta in un bar e morta prematuramente per un tumore. La sua scomparsa segnò profondamente Bukowski. Le donne sono state una presenza importante nella sua vita, poche quelle importanti, tra le quali Barbara Frye, prima moglie e suo primo editore, un amore nato per corrispondenza, FrancEye, la poetessa che gli diede la sua unica amatissima figlia Marina, Linda King, una scultrice con la quale ebbe una relazione durata diversi anni e l’ultima moglie, Linda Lee, un’ammiratrice di ventitre anni più giovane, rimasta sino alla fine accanto a lui. Per ognuna di loro ha creato un personaggio nella sua vasta produzione letteraria. Numerose, invece, come testimoniano le sue “storie di ordinaria follia”, sono state le donne con le quali consumare rapporti occasionali, belle, brutte, pazze, non aveva importanza: «mi piacciono anche le donnacce, puttane, ubriache, con la bocca piena di bestemmie e la faccia stravolta dal mascara». Schiettezza che venne interpretata dalle femministe come ostentazione di uno smodato maschilismo. Lo accusavano di dare, della donna, l’immagine di mero oggetto di piacere. «Racconto solo», si giustificò con l’americanista Fernanda Pivano, che in un’intervista lo incalzava chiedendogli cosa pensasse di tale ostilità, «delle donne che ho incontrato e di quello che abbiamo fatto insieme […] Ho scritto un bel numero di storie d’amore che sono semplicemente storie totalmente d’amore, nient’altro. Credo che queste non le leggano. Poi, ogni tanto mi attaccano. Vedo soltanto la bocca che si muove e l’odio. Ogni tanto compaiono ed hanno proprio l’aria di detestarmi» (L’intervista venne rilasciata a San Pedro il 24 agosto 1980 ed è stata pubblicata nel 1982 in Quello che mi importa è grattarmi sotto le ascelle, SugarCo Edizioni). Alle donne ha dedicato una delle opere più belle, Donne, riproposta nel 1995 da Guanda. Il libro si apre con un’epigrafe che vuole essere un ironico ammonimento dell’autore ai lettori: «Più di un valent’uomo è stato ridotto sul lastrico da una donna». In realtà si tratta di un romanzo-omaggio: «Le donne: mi piacevano i colori dei loro vestiti […] Ci fregavano sempre: sapevano programmare e organizzarsi. Mentre gli uomini guardavano le partite di football e bevevano birra e giocavano a bowling, loro, le donne, pensavano a noi, si concentravano, studiavano, decidevano […] se prenderci, scartarci, ucciderci o semplicemente lasciarci […] qualunque cosa facessero finivamo soli e picchiati nel cervello».
Una passione se possibile ancora più forte è quella per le corse dei cavalli. Hank è stato uno scommettitore abituale e, soprattutto, competente: «I camerieri leggevano Truman Capote, io leggevo solo i risultati delle corse». Sono stati gli ippodromi la vera cornice della vita di Bukowski, così come le corride lo erano per l’amato Heminguay: «Ricordavano ad Hem [così Bukowski nei suoi libri si riferiva affettuosamente allo scrittore americano, nda] dov’era e cosa faceva. Talvolta ce ne dimentichiamo, a furia di pagare bollette del gas, far cambiare l’olio alla macchina e via dicendo». «Vorrei essere sepolto vicino all’ippodromo… per sentire la volata sulla dirittura d’arrivo», scrisse una volta Bukowski.
Prima di diventare uno scrittore di successo internazionale, ha percorso tutti i gradini di una lunga gavetta, vissuta ai margini della letteratura “ufficiale”. Ha cominciato a pubblicare i suoi primi scritti su riviste del circuito underground, distribuite in poche centinaia di copie, ad uso soprattutto del pubblico dei readings di poesia. I readings consistevano nella lettura in pubblico di poesie da parte degli autori. Hank vi partecipava spesso, e anche se era quasi sempre troppo ubriaco per recitare con efficacia, proprio per questa sua caratteristica si era fatto conoscere come una specie di personaggio, più trasgressivo dei beat, aspiranti ribelli di professione.
La sua poesia non era di denuncia o di protesta, non proponeva alternative politiche, non aveva lo scopo di cambiare la realtà, non riponeva speranze in alcun tipo di progresso, era solo rappresentazione di vita vissuta, letta senza lenti deformanti, nella quale c’era, tuttavia, la traccia di un sentimento, di un moto d’allegria, il più delle volte apparentemente ingiustificato, polveroso ma vitale, anche se seppellito sotto una quotidianità difficile. Essere considerato un poeta lo metteva persino a disagio: «Dire che io sono un poeta mi mette in compagnia di grafomani, matti e rincoglioniti che si mascherano da grandi saggi».
Una delle primissime opere pubblicate, Taccuino di un vecchio porco, prende il nome dalla rubrica settimanale che teneva su Open City, la rivista underground con la quale aveva avviato la collaborazione più assidua. Il Taccuino «fu accolto con disprezzo dalla critica dell’establishment», ha testimoniato Fernanda Pivano nell’introduzione al libro-intervista su richiamato. Ma Bukowski decise ugualmente di tentare la strada della letteratura. Dopo quattordici anni di lavoro presso l’amministrazione delle poste, di cui tre da postino e undici da impiegato, (dalla cui esperienza trasse subito dopo il divertentissimo Post Office, il suo primo romanzo), nel 1970, a quarantanove anni di età, scelse di licenziarsi e di fare lo scrittore a tempo pieno. Una scommessa fatta (e vinta) in due: il suo editore, (al quale Bukowski restò fedele anche quando le sue opere cominciarono a riscuotere successo), John Martin, fece altrettanto e da amministratore di una ditta di cancelleria per uffici e semplice appassionato-sostenitore di Hank si trasformò in editore a tempo pieno. Una decisione audace, nella quale si avverte ancora una volta lo zampino di Céline: «leggendolo si consolidò il mio incondizionato rifiuto per ogni forma di lavoro regolamentato».
Bisogna però dire che Bukowski non era e non è solo questo, come certa critica politically correct vorrebbe continuare a far credere, alimentandone l’aura dello scrittore maledetto e cinico, folle ed esibizionista, alcolizzato e nichilista, violento e duro, rude e impenetrabile, totalmente negativo. Non è un cattivo maestro, non c’è il pericolo che i giovani lettori possano trarne «la legittimazione letteraria di ogni disgregazione, di ogni dissociazione, di ogni disgusto esistenziale», come con una buona dose di moralismo progressista Goffredo Fofi rimproverò Beniamino Placido, colpevole di essere tra i primi recensori in Europa dello scrittore americano.
Va detto, al riguardo, che Bukowski, probabilmente proprio perché ha dato voce all’altra America, quella marginale, degradata, desolata, clandestina, popolata da straccioni e sconfitti che si vorrebbe non esistessero affatto, divenne celebre prima in Europa e solo diverso tempo dopo anche negli States.
Hank, con il suo stile di vita dissoluto e provocatorio, il suo vitalismo letterario, la consapevole scelta dell’emarginazione, la letteratura essenziale ma traboccante di vita reale e di sofferenza, ha rappresentato infatti una vera e propria spina nel fianco dell’ideologia consumista, fondata sul mito americano del successo a tutti i costi.
La sua penna è il tritacarne nel quale vengono passati al setaccio l’american way of life e l’ american dream. L’America descritta nelle sue opere è molto diversa dalle immagini stereotipate ed edulcorate che vorrebbero presentare il nuovo continente come una sorta di terra promessa, un paradiso in terra. Il suo è un ritratto iper-realistico, senza fronzoli, né mistificazioni, della società statunitense, presentata per quella che è, alienante e spietata, tutt’altro che un modello d’esportazione. Le sue pagine sono dense di caustici sberleffi verso l’America e gli americani: «un’intera fottuta nazione di teste di cazzo che guidavano automobili, mangiavano, facevano figli, tutto nel peggior modo possibile, vere stronzate, come votare per il candidato alle presidenziali con un’immagine il più possibile simile alla loro». Cresciuto nelle difficili strade di Los Angeles, una città dove potevi incontrare «200 passanti senza vedere un solo essere umano», paesaggio urbano magistralmente descritto in Factotum (secondo romanzo di Bukowski), rigettava come intollerabile il moralismo e il puritanesimo perbenista. La sua scrittura è lo specchio della sua vita: sincera, semplice, diretta e spontanea, cruda e disinibita.
Certamente non era certo tenero verso i politici e il capitalismo: «è sopravvissuto al comunismo. Bene, adesso si divora da solo». Lo scetticismo caratterizzava le sue idee politiche, tanto da portarlo a mettere in discussione lo stesso concetto di democrazia: «i ricchi trovano sempre un modo per mungere il sistema […] in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini». Nelle dittature, almeno, aggiungeva ironico: «non si spreca tempo a votare». In Compagno di sbronze scrive che «esistono solo governi cattivi e governi pessimi», trova inaccettabile che siano degli «idioti» a decidere delle sorti del mondo, magari discettando sull’uso o meno della bomba atomica: «E’ possibile che una notte un lampo di luce e di calore ci faccia a pezzi mentre scopiamo o ci abbuffiamo o leggiamo i fumetti o incolliamo punti regalo in un libro». La sua sfiducia nella politica è totale. Nella poesia significativamente intitolata Fregati rimprovera ai suoi scrittori preferiti di aver flirtato con essa: «Ezra, Céline, Hamsun, Sartre, altri / finiti a letto con quella puttana / la politica / e ti viene da chiederti: / colpa della cattiva dieta? / Del liquore andato a male? / Del tedio? […] perché recitare un ruolo non tuo? / perché scambiare un dono / degli dei con un pugno / di letame? / Uomini così grandi / castratisi da soli». «Preferisco occuparmi di puttane, cavalli e sbronze», ribadiva, «e se queste cose sono apportatrici di morte, beh, allora, mi sembra che sia molto meno offensivo essere responsabili della propria morte piuttosto che di quell’altro genere di morte che viene offerta imbellettata con frasi di Libertà e Democrazia e Umanità e/o un po’ o tutta quella merda».
Detestava le associazioni benefiche, le mobilitazioni democratiche e tutto quanto esprimesse buone intenzioni, si teneva alla larga da ogni forma di buonismo: «mi piaceva sentirmi cattivo. Chiunque poteva essere buono, non ci voleva niente […] Cercare di essere buono era una cosa che mi dava la nausea». Nel racconto Un vero uomo (inserito nella raccolta A sud di nessun nord, Edizioni SugarCo) scrive: «Ho sempre ammirato il cattivo, il fuorilegge, il figlio di puttana. Non mi piacciono i bravi ragazzi coi capelli corti, la cravatta e il buon posto».
Non è un caso se non vengono ancora tradotte in italiano le principali biografie, Against the american dream; essays on Charles Bukowski di Russel Harrison e Hank: the life of C.B. di Neeli Cherkowski, nelle quali si analizza il retroterra culturale dello scrittore. E’ sintomatico della diffidenza pregiudiziale nei confronti del Bukowski-pensiero un piccolo episodio: quando nel 1975 vennero pubblicate in Italia (da Feltrinelli) le ormai celebri Storie di ordinaria follia, dai racconti che componevano la raccolta originale venne espunto un solo racconto, Svastica, una storiella peraltro umoristica su un improbabile Hitler sopravvissuto alla Seconda guerra mondiale. Il racconto è stato pubblicato solo nel 1994, ed è già esaurito, nelle edizioni Millelire Stampa Alternativa. Bukowski andava normalizzato e presentato come un esponente, seppur stravagante, della beat generation, meglio tacerne alcune stravaganze politiche. In Europa le sue opere in pochi mesi vendettero centinaia di migliaia di copie in pochi mesi, in particolare in Germania, Francia e Italia. Già alla fine degli anni Settanta il successo ottenuto nel vecchio continente assicurò allo scrittore, che nel suo paese era ancora quasi uno sconosciuto, fama e ricchezza. Venne invitato a tenere conferenze a Amburgo e a Parigi. Proprio nella capitale francese partecipò, creando scandalo, alla nota trasmissione televisiva Apostrophes. Durante il talk show prese a bere vino dalla bottiglia, a litigare con il presentatore e a dare in escandescenza, sino a chiedere ad una ospite: «mostrami le gambe. Solo così posso dirti se sei una brava scrittrice». Annoiato, accaldato dalle luci di studio e visibilmente ubriaco, si tolse il microfono e lasciò lo show in diretta facendosi strada tra il pubblico incredulo e gli imbarazzati addetti al servizio d’ordine, agitando minacciosamente un coltello. Era nato il fenomeno-Bukowski, come commentò un giornalista de Le Monde. Un boom di vendite ed un successo che, come scrive Antonio Troiano nell’introduzione a Non c’è niente da ridere. Madrigali da una camera in affitto (SugarCo), «la critica militante faticava a capire e a spiegare».
Fu così che Bukowski potè lasciare l’appartamento in Est Hollywood, quartiere povero e malfamato che, per quanto vicino alla mecca del cinema, dalla stessa era lontano anni luce. Nessun divo o critico o sceneggiatore viveva lì, ma solo papponi, prostitute, truffatori, povera gente, e naturalmente Bukowski, che meglio di chiunque altro ha saputo raccontare quella “fauna” umana.
In attesa di leggere nella nostra lingua i numerosi libri di e su Bukowski*, ancora oggi negati al pubblico italiano, non possiamo che goderci l’ultimo libro del Capitano Hank, l’anticonformista. Si tratta di un diario scritto tra l’estate del 1991 e l’inverno del 1993. Come sempre scrive accompagnato dal sottofondo musicale di Mahler: «Grazie Mahler, per il prestito che non ti renderò mai». E’ una lunga lettera d’addio alla vita. Potremmo definirlo il suo testamento spirituale, se questo termine non evocasse tristezza e doloroso distacco. Al contrario, in queste pagine Bukowski non rinuncia alla sua capacità di sorridere e far sorridere, ammiccante strizza l’occhio al suo pubblico, al quale si rivolge con confidenza e complicità, come si trattasse del suo migliore amico, come se fosse lui a voler consolare i suoi lettori dalla prossima definitiva separazione. E’ pronto ad accogliere la morte: «La maggior parte della gente non è preparata alla morte, alla propria o a quella di chicchessia. Ne sono scioccati, terrorizzati. E’ come una grossa sorpresa. Che diavolo. Non dovrebbe esserlo. Io mi porto la morte nel taschino. A volte la tiro fuori e le parlo: Ciao bella, come va? Quand’è che vieni a prendermi? Sono pronto». Hank è consapevole che scrivere per lui significa rimanere vivo, la letteratura è il suo personale incantesimo. Sa che, se ad un certo punto della sua vita non avesse deciso di inventarsi scrittore, sarebbe morto in un ricovero per alcolizzati. «Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo». Aspetta la fine, ma non ha fretta: «Se riesco a tenermi alla larga dalla croce ho ancora parecchie cose da dire». E c’è tutto il tempo per prendersela con i poeti, «molli meduse, parassiti» che non sanno cos’è «un carcere, un ospedale […] che non hanno mai messo la faccia nel fango», con i finti giornalisti che lo perseguitano, millantatori che gli si intrufolano in casa con il pretesto di fargli interviste o scattargli foto, con i musicisti moderni capaci solo di produrre frastuono. Ma la morte sta per arrivare e lui lo sa. E scrive con la consueta ironia: «L’altro giorno pensavo al mondo senza di me. Il mondo va avanti […] E io non ci sono […] Ma il peggio è che qualche tempo dopo la mia morte mi scopriranno veramente […] Le mie parole saranno ovunque. Si formeranno circoli e associazioni. Sarà nauseante […] Roba da far vomitare gli Dei. La razza umana esagera tutto: i propri eroi, i propri nemici, la propria importanza. Stronzi. Ecco, mi sento meglio. Stramaledetta razza umana. Ecco, mi sento meglio».
Noi non vogliamo fargli questo torto e lo apprezziamo per quello che è, ovvero uno scrittore maiuscolo, assolutamente onesto. Di lui il suo amico-editore John Martin disse: «odiava ogni forma di disonestà. Odiava la falsità. Ho sempre detto che se avessi voluto una risposta diretta, senza alcuna interferenza da parte dell’ego delle persone, o dei loro pregiudizi, sarei andato dritto da Bukowski. Era la sola persona che ho conosciuto che ti parlava onestamente, rispondendo esattamente a quello che gli avevi chiesto».



* Negli ultimi anni la Minimum Fax si è dimostrata una formidabile “macchina da guerra” editoriale, pubblicando uno-dietro-l’altro diversi libri di Bukowski e guadagnadosi la riconoscenza del pubblico (e di chi scrive). Si segnalano: Tutto il giorno alle corse dei cavalli e tutta la notte alla macchina da scrivere, poesie (gennaio 1999); Urla dal balcone. Lettere, volume primo, 1959-1969 (marzo 2000); Si prega di allegare 10 dollari per ogni poesia inviata, poesie (gennaio 2001); Birra, fagioli, crackers e sigarette. Lettere, volume secondo, 1970-1979 (novembre 2001); Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena, poesie (febbraio 2002); Seduto nel bordo del letto mi finisco una birra nel buio, poesie (ottobre 2002); Spegni la luce e aspetta, poesie (febbraio 2003). Con questo libro Minimum Fax ha concluso la pubblicazione, divisa in quattro volumi, “Collana nella Collana”, della monumentale raccolta di poesie The Last Night of the Earth Poems.

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