mercoledì 16 maggio 2007

Edith Piaf, la perdente di successo

Dal Secolo d'Italia di mercoledì 16 maggio 2007

No, niente di niente. Non ha rimpianto niente. Né il bene che le hanno fatto, né il male, per lei è del tutto uguale. Lo ha cantato nella sua struggente canzone-epitaffio (Non, je ne regrette rien), quella che meglio di qualsiasi altra la racconta fino in fondo, incisa per la prima volta nel ’60, quando è già la chanteuse più celebre di Francia, applaudita anche oltreoceano. La fine è vicina ma lei non si sottrae, continua a schiacciare l’acceleratore della sua folle vita. Non evita gli ostacoli, tira dritto buttando giù dolori e amori, lasciandosi travolgere, cadendo e rialzandosi, drogando la fatica, aggrappata con tutta la forza che le rimane al microfono, perché la sua voce - come in un incantesimo - si liberi una volta di più. Il pubblico venera incondizionatamente quella donna piccola e dall’apparenza fragile, venuta fuori dal nulla dei marciapiedi parigini di Belleville, cresciuta nel bordello di famiglia in Normandia e devastata da malattie e drammi personali. Geniale e dissoluta, dolce e aggressiva, assetata di amore quanto insopportabilmente insolente, Edith Piaf è stata una perdente di successo, le cui eccezionali doti artistiche sono pari solo ad un inguaribile talento per l’infelicità. La ammirano gli intellettuali di destra per il suo non-conformismo, per quel senso di ribellione e inquietudine che ispirerà successivamente molti di loro. La ama il popolo perché ne canta speranze e delusioni. Perché è una di loro. La amano persino i legionari e quelli dell'Oas, i fedelissimi all'idea dell'Algerie francaise, uomini duri e poco inclini al sentimentalismo. Amore ricambiato: Edith dedica Non, je ne regrette rien proprio alla Legione Straniera, che ne farà un inno, tanto da essere cantata ancora oggi nelle loro parate. Per i “piedi neri” invitati dall’odiato De Gaulle a lasciare le loro case nell’Algeria francese la canzone rappresenta un vero e proprio viatico. Abbandonando la colonia nordafricana, i riottosi Parà trovano conforto in quelle parole. E da allora la destra francese, ma non solo, sentirà quella canzone come un inno e la Piaf ne rappresenterà un’icona, la bandiera di chi non si piega ed è sempre pronto a ricominciare, di chi sa - per dirla con Nietzsche - che ciò che si fa per amore è al di là del bene e del male. In Italia saranno Gabriella Ferri e Patty Pravo - entrambe canteranno e incideranno una versione italiana di Non, je ne regrette rien - a contendersi l’etichetta di "Piaf italiana", la popolana del Bagaglino e l’aristocratica del Piper. Comunque, alla Piaf tutto le è perdonato. Persino il fatto che durante l’occupazione tedesca di Parigi lei avesse continuato ad esibirsi nei cabaret per una folla che cercava di scrollarsi di dosso il lutto per la disfatta, le sue amicizie politicamente scorrette con collaborazionisti e tedeschi, grazie alle quali riesce a far passare al vaglio della censura tedesca testi che probabilmente altri artisti si sarebbero visti rigettare, come Le Fanion de la Légion, canzone spudoratamente non-conformista, della serie "la mia patria è dove si combatte per le mie idee". Fondamentalmente anarchica, libertaria e ribelle, Edith è donna di mille contraddizioni, sempre sopra le righe. Un aneddoto significativo lo ha raccontato Norbert Glanzberg, compositore di tanti artisti di music-hall e amico della Piaf. Incontrandolo in un vagone ristorante e alla presenza di militari tedeschi, lei lo apostrofa a voce alta: «Tò, ecco il mio giudeo!». Glanzberg venne arrestato in una retata, ma solo diverso tempo dopo e non certo a causa della battuta della cantante, ma lei volle assisterlo, dimostrando una generosità altrettanto disarmante.
Dal 4 maggio Edith è tornata nelle sale italiane con un film di Olivier Dahan, La Mòme (la bambina), che nella versione italiana ha preso il nome de La vie en rose, dal titolo della sua canzone più celebre (scritta, come molte altre della sua produzione, da lei stessa), vera e propria colonna sonora della Francia del secondo dopoguerra, ma nello stesso tempo quella che meno ne rappresenta la vita tormentata, tutt’altro che rosa. E’ tornata, perché stavolta è proprio la sua voce ad irrompere sul grande schermo. La sua prima consacrazione cinematografica era arrivata già nel ’73, appena dieci anni dopo la morte, ma nel film – intitolato semplicemente Piaf – le canzoni sono affidate a Betty Mars e l’effetto non è certamente lo stesso. Nella pellicola di Dahan, presentata al 57esimo festival di Berlino – che, va detto, ha riscosso un grande successo in Francia ed un’accoglienza più tiepida da parte del pubblico italiano malgrado la diffusa attenzione della stampa – l’attrice chiamata ad interpretarla, la bellissima Marion Cotillard, brava nell’imitarne gli atteggiamenti, si limita opportunamente al playback. Confrontarsi con una leggenda è oltremodo difficile, ma l’attrice francese - giunta alla notorietà internazionale per aver recitato accanto a Russel Crowe in Un’ottima annata - supera dignitosamente la prova nonostante non assomigli affatto alla Piaf, (Edith era “alta” meno di un metro e mezzo, meno bella e decisamente più carismatica). L’attrice ha confessato: «Ho avuto difficoltà ad interpretare Edith quando era anziana, lei è morta a più di settant'anni (sic!). Quelle scene mi mettevano in difficoltà perché non so cosa significhi essere vecchi». Peccato che la Piaf sia morta a soli quarantotto anni, anche se, devastata com’era da lutti (l’unica figlia muore a soli due anni per meningite), incidenti, droga, alcool, coma epatici, artrite e malattie varie, ne dimostrava molti di più.
Nelle intenzioni del regista, Olivier Dahan, il film non voleva essere un “biopic”(biografic picture, il genere delle biografie cinematografiche): «Volevo descrivere quello che mi interessava, seguendo le mie idee in maniera soggettiva, per realizzare un omaggio, un ritratto, non una ricostruzione biografica». E in effetti la pellicola, pur non rinunciando a dosi massicce quanto superflue di melodramma, è costruita in maniera non convenzionale con piani temporali sapientemente mescolati che alternano disordinatamente ma suggestivamente i trionfi americani (il film si apre con il concerto di New York del ’59, dove riceve una standind ovation di sette minuti) con gli inizi difficili, il successo planetario con la miseria e le sventure familiari, i grandi teatri con le luci rosse di Pigalle popolate di ruffiani e prostitute. Il film cambia marcia, diventando lento e finendo con il trascinarsi stancamente, quando si sofferma sulla storia d’amore, intensa quanto sfortunata, con Marcel Cerdan (Jean-Pierre Martins). Quando Edith incontra il famoso pugile algerino francese ha trentaquattro anni ed è una cantante affermata ma – per un macabro scherzo del destino – il pugile morirà in un incidente aereo proprio mentre sta per raggiungerla dall’altra parte dell’oceano, dove sperava di riprendersi il titolo di campione dei pesi medi che gli era stato strappato da Jack La Motta, il famoso “Toro scatenato”. Il regista sorvola sui matrimoni e sui tanti amori burrascosi della cantante, quando – diventata famosa – sarà lei a farsi pigmalione, amica e amante capricciosa di giovani artisti spiantati come Yves Montand, con il quale si esibirà al Moulin Rouge, e Charles Aznavour. La scelta dei comprimari, in compenso, è pienamente indovinata. Gérard Depardieu è un credibilissimo Louis Leplée, il primo impresario, colui che per Edith Giovanna Gassion inventa lo pseudonimo di Mòme Piaf (bambina passerotto in argot): «E’ l’uccello di Parigi, l’uccello della città, quello che danza da una finestra all’altra». E’ Leplée a lanciarla nel ’35 sul palco del Gerny’s, il cabaret degli Champs Elysées. Quando viene ammazzato, in circostanze oscure, le indagini sfiorano persino la Piaf, che pure chiamava “papà Louis” l’uomo che aveva creduto e investito nel suo talento. La madre, cantante di strada che la abbandona senza scrupoli, è ben interpretata da Clotilde Courau (moglie di Emanuele Filiberto di Savoia). Il successo definitivo, destabilizzante, che trascina con sè la vocazione autodistruttiva, arriva più tardi, grazie a nuovi impresari, come Raymond Asso che, a differenza dell’omosessuale Leplée, ha con lei una lunga relazione. Quando si spegne, l’11 ottobre del ’63, è a Grasse, la città dei profumi, per trascorrere l’ennesima convalescenza dopo la broncopolmonite che le sarà fatale. Esprime il desiderio di tornare nella sua Parigi e al suo ultimo compagno - il giovane Theo Sarapo, altro giovane da lei lanciato nel mondo della musica - non rimane che caricarne il corpo inanimato sul sedile posteriore dell’automobile e puntare sulla capitale francese.
A Parigi, al numero 5 di rue Crespindu-Gast, dal ’77 è aperto il Museo Piaf, i cui pezzi forti sono il famoso vestitino nero da Pierrot disperato e la croce d’oro che la cantante non si toglieva mai. Ancora oggi un giornale, stampato in seimila copie, appare ogni mese nelle edicole francesi per raccontarne il mito. Ad alimentarlo è attiva, dal ’67, l’associazione Les Amis d’Edith Piaf: in quarant’anni hanno ottenuto la creazione di una piazza, di una statua, di un francobollo e di una rosa, battezzata nella chiesa della Madelaine. Lei riposa nel cimitero parigino di Père Lachaise. Il funerale rappresentò un vero e proprio avvenimento popolare, l’ultimo grandioso evento. Avvertito della sua morte, Jean Cocteau, sofferente di cuore, non fece in tempo a parteciparvi, morì d’infarto poche ore dopo. Del resto non molto tempo prima aveva scritto: «Se non c’è più Madame Piaf che canta, resta solo la pioggia che cade, il vento che fischia, la luna che si oscura».

2 commenti:

sà ha detto...

meraviglioso signori!

Anonimo ha detto...

Superbo articolo Roberto. Lo leggo a più di due anni dalla pubblicazione. Con le tue parole riesco ad immaginarla in carne ed ossa, come se fosse davanti a me. A volte amabile, a volte odiosa.
Veramente bravo. Alina DM