venerdì 31 agosto 2007

E il progressista disse: lei non sa chi sono io (di Conan)

E il progressista disse: lei non sa chi sono io
di Conan
dal Secolo d'Italia di venerdì 31 agosto 2007
E ora siamo alla guerra contro il "tu". La sinistra italiana, dopo aver tirato su muri attorno ai quartieri degli immigrati, dopo aver deciso di far marcire nelle patrie galere qualche decina di lavavetri, dopo aver lanciato campagne per la tolleranza zero nelle città e dopo essersi soffermata a guardare il fratello di Fidel Castro estasiarsi alla vista del campo da golf dei ricchi sull'Argentario, adesso attraverso un dotto articolo di Pietro Citati (nella foto), dalla prima pagina della Repubblica, è come se venisse allo scoperto manifestando in pieno la sua idea rigida e classista di società. «Fatemi il favore - si legge nel titolo del pezzo - non datemi del tu. Il lei - prosegue - implica quella distanza tra esseri umani che spesso è giusto conservare: non possiamo identificarci con tutti, essere uno con la persona incontrata al caffé o a teatro, e con la quale scambiamo discorsi insignificanti». Il lei, insomma, deve diventare, secondo Citati, una sorta di "velo", di filtro che fa scegliere alle persone con chi parlare e con chi no, che riafferma una scelta di superiorità una voglia di distacco.
Non fermiamoci alle apparenze e non facciamoci abbindolare, allora: anche con questa provocazione di Repubblica, la sinistra italiana non svolta affatto a destra (che in Italia, per suo Dna, è popolare, popolana e libertaria) ma in realtà ritrova solo se stessa, il suo essere altezzosa ed elitaria, nelle regole e per le regole, nostalgica di una società ottocentesca dove nessuno si azzarda a discutere l'ordine costituito. Una sinistra di caste e privilegi, che non cerca di capire una società in movimento, ma si attarda a difendere diritti acquisiti e rendite di posizione. E propone una "società del lei", sempre "moderata" e comunque "perbene" nella quale gli ultimi si inchinano al passaggio dei signori e nessuno abbia più il diritto di alzare la voce per conquistare nuovi diritti e nuove opportunità. Una società pensionata, statica e mummificata contro la quale, da destra, bisogna continuare a scagliarsi: continuando ancora di più a dare del "tu" al potere. E alla storia.
PS. Conan non sono io, né so di quale collega sia lo pseudonimo. Sta di fatto che i suoi corsivi sono sempre interessanti e intelligentemente "provocatori". Li pubblico (e raccolgo) qui con l'intento di sottrarli alla breve vita dei quotidiani e confidando di alimentare - se vi va - un confronto sui contenuti.«»

13 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Sì. Al di là delle opinioni di Citati, critico letterario che a volte ha il difetto di scivolare linguisticamente nel midcult ma ha scritto alcuni libri splendidi come "La mente colorata" e "La luce della notte", tre biografie notevoli (Tolstoj, Kafka e Proust), condivide con me alcune predilezioni (Apuleio, Nabokov, Virginia Woolf, Gadda...)ma quando scrive di politica lascia un po' a desiderare e le cui opinioni non sono il Verbo (e in ogni caso non ha il genio di un Debenedetti o di un Macchia...), devo riconoscere che ciò che nota Conan l'avevo già rilevato una quindicina d'anni fa, quando gli amici di sinistra mi davano del reazionario e io gli rispondevo: "meglio reazionario che burocrate e conservatore come voi!".

Insomma, c'è nella cultura che gira intorno all'Ulivo e al futuro Partito Democratico (che nome originale!) una pericolosa tendenza alla burocratizzazione delle idee, ma soprattutto a far sì che il pensiero medio diventi elitario, assurgendo pericolosamente all'astratto. Mentre la destra è beceramente triviale e rozza nelle classificazioni e nella visione del mondo (e molto menio classista della sinistra: vedi manifesti di Forza Italia), questa sinistra riveste di melassa il diritto e lo rivolge a quel ceto medio che per essa ha preso il posto della classe operaia. Se la società berlusconiana è formata da tanti fantozzi piazzati davanti alla tv, finestre della casa sbarrate contro i nemici esterni, quella veltroniana è costituita da tanti impiegati e borghesucci, consapevoli del diritto, tutti protesi al benessere, che vivono in città parco tipo Monaco e guai se incrociano un lavavetri a ricordargli che il malessere permane ed è inestirpabile. Nel mondo reale esistono ancora le casalinghe frustrate, mentre in Sinistrilandia sono tutte fatte con lo stampino, non come le veline (perché emancipate dal diritto) ma su modello Finocchiaro.
Ciao e scusa se mi sono dilungato.

Claudio Ughetto ha detto...

Comunque aggiungo che pur non essendo io di destra, trovo quest'articolo di Conan condivisibile al 100%. Pure quando dice che la destra in Italia è popolana e libertaria (spesso inconcludente, ai limiti della rozzezza, ma è innegabilmente così). Un'analisi della realtà attuale davvero sorprendente, e finalmente qualcuno che la pensa come me!

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Scusarti? Al contrario, lo sai che le tue opinioni mi interessano sempre. Piuttosto, se e quando ti va, mi piacerebbe pubblicare qualche tuo articolo, su qualsiasi argomento, letteratura, politica o metapolitica.

Claudio Ughetto ha detto...

Grazie per l'opportunità, Roberto.
Purtroppo sono un po' in stasi perché sto cercando di lavorare al nuovo romanzo, ma devo darmi da fare perché sennò è inutile che abbia messo su un sito.
Ciao.

giovanni ha detto...

Ma secondo voi esiste ancora una destra e una sinistra in Italia? Vedendo il teatrino che ogni giorno quelli che siedono in parlamento mettono in scena ogni giorno, io sono arrivato a condividere l'opinione di Stella e di Travaglio che in Italia non esiste una destra e una sinista ma una Casta che è attaccata al potere e non se ne vuole staccare. Non sapendo cosa inventarsi i seguaci di Berlusconi si sono inventati il Partito della Libertà e dall'altra parte si sono inventati il Partito Democratico che sono due facce della stessa medaglia.

Claudio Ughetto ha detto...

L'opinione di Travaglio mi sembra giusta in parte, ma semplicistica. Personalmente parto dall'idea che la destra e la sinistra, come categorie, siano inefficaci in Italia come in Europa, perché hanno perso la loro funzione di interpretazione e funzione nella postmodernità. In questo mi sento vicino a De Benoist, Marco Tarchi, Pietro Barcellona ecc.
Travaglio è utile se usato come metro per interpretare la politica del Palazzo, ma a suo modo è anche demagogico. Cosa significa "La Casta"? E' di nuovo un modo per cercare il capro espiatorio, come dire che, cambiato il ceto politico, anche la funzione della politica cambierà. Certo, un'efficace classe dirigente è necessaria, ma a patto che la cultura abbia ben identificato i contesti politici in cui muoversi. Invece, da destra come da sinistra, non c'è nessuna attenzione ai veri problemi del nostro tempo come l'ecologia, la decrescita, la degenerazione individualista, la stessa impostazione geopolitica dell'Europa, ad esempio (ancora lì con le Nazioni). Che ruolo prendere, in Europa, verso il Terzo Mondo, ad esempio? Come affrontare il problema dell'immigrazione, uscendo dalla cultura dell'alterità come da quella assimilatrice,leggendola invece come una conseguenza dei paradigmi ipercapitalisti e globalisti che tanto difendiamo?Queste tematiche vanno al di là della dicotomia destra-sinistra, e solo ridefinendo culturalmente la politica, all'interno di nuovi paradigmi, sarà possibile ristabilire le categorie (come già è successo con la Rivoluzione Francese).
Prendersela con la Casta non aiuta la politica, semmai acuisce l'attuale concezione della politica: il politico al servizio del consumatore-elettore, concezione apparentemente democratica ma che con la vera democrazia ha ben poco a che vedere.

Giovanni ha detto...

La domanda allora signor Ughetto è di tornare a far politica come prima? Vale a dire io elettore e iscritto ad un partito vado alla mia sezione e chiedo conto al nostro rappresentante in parlamento affinchè risponda alle nostre domande? Oppure in futuro le campagne elettorali in Italia si baseranno tutte sul modello delle Campagne elettorali americane con bagni di folla, pochi discorsi e tanta demagogia ed effetti speciali?

Claudio Ughetto ha detto...

Io temo prevarrà la seconda ipotesi, purtroppo. Se volessimo seguire, distorcendola parzialmente, una visione da Hardt-Negri, saremo sempre più ridotti a moltitudini che chiedono, "bocche sfamanti" da accontentare demagogicamente in base ad una richiesta fissa: mai e poi mai perdere i privilegi acquisiti, soprattutto per quanto riguarda il consumo.
A questo punto è chiaro che il politico perde la sua funzione politica a favore dell'economia: se noti bene, oggigiorno l'intero dibatitto politico si muove su due temi: garantire le condizioni di vita attuali (a livello economico), che tutti temono di perdere (e che in parte perderemo) e la battaglia per i diritti. Quest'ultima è passata dal suo uso legittimo, quello del rispetto della persona, a quella di accorpare sempre più categorie all'interno della società consumista. Solo chi consuma, chi acquista e accede a prodotti attinenti alla sua categoria, ha dei diritti, quindi è soggetto politico. Nel 68 dovevamo liberarci dalle categorie, ancor più nel 77, invece i gay acquistano prodotti per gay, le casalinghe hanno televendite per casalinghe, ecc.
Di conseguenza, il soggetto di diritto diventa "cittadino-elettore-consumatore", e i politici non possono assolutamente perderselo. Di qui le acrobazie veltroniane, capaci di comprendere tutti senza accontentare nessuno. Naturalmente possiamo dire lo stesso di Berlusconi, sebbene egli ricorra a un immaginario un po' diverso.

Tuttavia, Giovanni, non credo si possa tornare al passato. Il sistema che tu dici (scusa, ti do del tu... magari a Citati dispiace :))aveva tanti difetti, ma dalla sua preservava quel minimo di spazio pubblico e partecipativo che è essenziale alla politica ed adesso è negato. Senza spazio pubblico abbiamo la società dei Fantozzi davanti alla tv, le famiglie chiuse nelle case sbarrate, fuori tutti coloro che minacciano, dall'immigrato al delinquente. Se è legittima la necessità di sicurezza, d'altra parte questa condizione ci impedisce di vivere e sperimentare. Diventa simile alla nevrosi ossessiva: si sta male ma si preferisce questo malessere anziché rischiare un qualche cambiamento. La creatività, anche politica (come partecipazione nella Polis) si azzera. E per dirla con Michael Moore, la cultura della paura serve molto alla politica attuale. Inoltre, se predominano individualismo e isolamento, non ci si può stupire se poi le masse scendono in piazza per spaccare tutto, "manifestando" così la rabbia repressa.
Insomma, la politica non può più essere quella là, mentre questa è deleteria.
Le Nuove Sintesi parlano di comunitarismo, democrazia partecipata, regionalismo e federalismo. Belle parole, che io condivido ancora ma nelle quali una volta credevo di più. Attualmente non ho grandi speranze. Aspetto, e nemmeno intendo Cavalcare la Tigre.

Giovanni ha detto...

Io ho notato una cosa, la mia fidanzata è peruviana e lì sappiamo bene che razza di classe politica ci sia. E' inutile che le sto a elencare quanti problemi ci sono in quelle realtà. Tuttavia nella realtà del Venezuela per esempio un Chavez da lezioni ai nostri politici nostrani, magari la mia impressione è sbagliata però Chavez è una persona che in campagna elettorale ha promesso determinate cose e andato al potere sta lavorando per mantenerle. E le parlo di un paese con grossi problemi come il Venezuela. Non so se lei ha notato ma molti passi avanti in politica sociale ha fatto Chavez (molti di piu' di quanti ne hanno fatti Berlusconi e Prodi durante il loro governo). Io penso che i nostri "dipendenti" per mantenere i loro i privilegi e assicurarsi tutti quei voti dispersi con la fine della DC siano costantemente sotto ricatto: ora del Vaticano, ora della Confindustria, ora delle Banche ecc. Lo stesso problema degli immigrati e dei lavavetri non credo si possa risolvere con le sparate di Borghezio stile KKK ne tantomeno con il buonismo cattolico/veltroniano dell'accoglienza a tutti costi per non sembrare razzista. Ne conviene?

Claudio Ughetto ha detto...

Sono pienamente d'accordo. E' ridicolo che quando D'Alema osò esprimere una posizione critica verso Bush qui si sia scatenato il finimondo. Così come è palese il condizionamento del Vaticano.
Dei politici capaci sono essenziali, invece questi sono più ignoranti e meno brillanti di quelli della Prima Repubblica, il che è tutto dire. Certe scelte in politica estera sono a dir poco imbarazzanti: Andreotti non le avrebbe mai fatte, nonostante fosse un filibustiere.
Certo bisogna tenere conto delle differenze tra noi e il Venezuela, ma questo l'hai già ben evidenziato tu.

giovanni ha detto...

Io credo che dobbiamo riprenderci quello spazio che ci è stato tolto da questi intrallazzatori, da mesi non fanno altro che parlare di questo V Day, molti pensano che una manifestazione di piazza in cui migliaia di persone grideranno Vaffan..... a questa classe politica possano cambiare le cose. A mio parere è solo un salto nel buio, anche affidarsi a Beppe Grillo mi sembra veramente stupido. Mi sembra come quei disperati che in mezzo al deserto per disperazione bevono la sabbia. Io credo che invece sia necessario lavorare all'interno dei propri schieramenti per cercare di cambiare le cose. Non le pare?

Claudio Ughetto ha detto...

Tutte queste proposte mi sembrano inefficaci. Il V Day è se non altro divertente, ma come dici tu è uno sfogo rabbioso oltre che un salto nel buio. Ci sono salti nel buio più interessanti, come il non andare a votare, alla faccia del diritto, anche perché non riesco a capire cosa c'entri oggigiorno il voto con l'esercizio della politica (intesa come partecipazione alla Polis). Un non voto collettivo, nazionale, e vediamo cosa succede. Uscire da questa nevrosi collettiva della cabina elettorale e del rito degli exit-pol serali, come se la politica fosse una gara. Una bella, e pericolosa, provocazione situazionista, come sarebbe piaciuta a Debord. Uscire dalla stereotipia, dalla paura del salto nel buio, e dalla prevedibile logica dello spettacolo.
Per il resto, coerentemente con quanto ho affermato qui nei giorni scorsi, trovo che lavorare all'interno degli schieramenti sia deleterio, soprattutto se nella speranza di chissà quale cambiamento. Ormai da 15 anni ho scelto la metapolitica, e anche se ci credo meno di un tempo sono tuttora convinto (gramscianamente, secondo l'interpretazione debenostiana) che solo un cambiamento culturale può avviare un cambiamento politico. Insomma: o si agisce con le idee dall'alto verso il basso, o si gira a vuoto.

Tu Giovanni dici che bisogna lavorare negli schieramenti. A che pro, se la stessa dicotomia destra/sinistra è obsolescente? Pur ribadendo che il paragone col Venezuela è incongruo geopoliticamente, vorrei tornare sulla figura di Chavez. Perché ha avuto successo? Semplice: al di là di alcuni folclorismi, egli è uscito dalla dicotomia, avviando una politica adeguata alla cultura del suo paese (si torna alla metapolitica) e badando soprattutto a problematiche che con la destra e la sinistra c'entrano poco.
Lo stesso vale per Marcos. Può piacere o no, ma è palese come il subcomandante, portando la democrazia diretta nel Chiapas, abbia implicitamente scavalcato la dicotomia destra/sinistra; tant'è che lui non ha affatto gradito un certo machismo insito nella cultura delle tribù, eppure non è intervenuto nelle comunità, perché avrebbe significato tradire quelle basi di democrazia diretta che lui stesso aveva divulgato.
Altro esempio: il movimento NO TAV è stato efficace finché aveva dalla sua la novità più grossa in Italia dagli anni 70: muoversi attraverso regole di democrazia diretta, costituendo assemblee, associazioni e comitati, aprendo la partecipazione a tutti coloro che si sentivano legati a quella terra, senza stare a vedere le tessere e trascurando i partiti. Nel momento in cui i partiti si sono inseriti, il movimento ha perso mordente, si è frammentato, sono nate le rivalità e le classificazioni. La politica, come la intendevano i Greci (partecipazione al destino della Polis) è morta.

Non so quanti anni tu abbia, Giovanni, tuttavia mi sento di dirti che il proposito di cambiare le cose dall'interno degli schieramenti me lo sono sentito ripetere all'infinito: alla fine c'è chi si è adeguato alla logica della politica partitica e chi invece si è scontrato con i muri, perdendo.
E neppure il tentativo di cambiare la classe dirigente è valso a molto. Per alcuni aspetti ha peggiorato le cose. Pensa a Tangentopoli. Si è ricorsi ai giudici per sfogare una rabbia infinita, si voleva davvero cambiare gli uomini: cacciare i ladri e mettere gli onesti. Purtroppo non è stata cambiata la mentalità, né la cultura che manda avanti questo modo di fare politica e di intendere la società.

giovanni ha detto...

Io ho 34 anni di cui 16 passati a votare il Movimento Sociale poi Alleanza Nazionale. Ma sinceramente le prossime elezioni non voterò più perchè non mi piace l'attuale classe politica.