sabato 1 settembre 2007

La sindrome "poliziottesca" della sinistra

dal Secolo d'Italia di venerdì 31 agosto 2007
di Luciano Lanna* (nella foto)
Sinistra sceriffa? L’apparente svolta, in realtà, non arriva come un fulmine a ciel sereno. C’è sempre un piano metapolitico che batte la strada alle evoluzioni della sinistra postcomunista di stampo gramsciano. Basta interpretare il senso della retrospettiva in corso alla Mostra del Cinema di Venezia tutta tesa alla rivalutazione degli un tempo tanti demonizzati “spaghetti western”. In programma ci sono film come Django con Franco Nero (diretto da Sergio Corbucci e sceneggiato dall’ex marò della Decima Mas Piero Vivarelli) o Yankee, l’americano (del tanto discusso Tinto Brass).
All’epoca venivano considerati film-spazzatura, tacciati di qualunquismo e avvertiti come antipatici anche perché spesso venivano girati nella Spagna franchista, reclutavano tra le comparse e i caratteristi anche qualche ragazzo dell’estrema destra e – come in Requiescant di Carlo Lizzani – potevano contare anche sul contributo di sceneggiatori destrorsi come il compianto Adriano Bolzoni. Pellicole, in particolare, un tempo considerate trash e violente dai cinefili di sinistra e ora, sulla scorta della passione di Quentin Tarantino, improvvisamente rivalutate come nell’edizione 2004 della stessa mostra si fece per il genere “poliziottesco” (così come una certa critica sprezzante ebbe a definire la nostrana produzione di film polizieschi anni Settanta). È stato in quell’anno, infatti, che un’analoga retrospettiva “revisionista” – sempre curata dal critico di sinistra Marco Giusti – è stata dedicata ai tanti film italiani caratterizzati dalla figura del poliziotto che lotta da solo contro il crimine a costo della propria vita. Per l’intera durata degli anni Settanta quel genere è stato uno dei filoni più popolari in assoluto in termini di incassi ai botteghini ma demonizzato dalla critica di sinistra che o stroncava o evitava di recensire quelle pellicole. Alle spalle c’è il successo internazionale di film come Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo!, diretto dal cineasta destrorso Don Siegel (Lo stesso de L’invasione degli ultracorpi, sofisticata parabola anticomunista) e interpretato da un indimenticabile Clint Eastwood. Un film paradigmatico e denso di valenze politiche, come non a caso capirono subito i sociologi e gli studiosi. In Italia, nel 1974, il politologo Giorgio Galli arrivò a dedicargli un intero capitolo del suo libro La crisi italiana e la destra internazionale: «Questo film – scriveva – è emblematico: nella città nessuno è al sicuro; qualsiasi pazzo asociale può uccidere senza difficoltà la ricca ereditiera come il povero ragazzo nero. E quando viene scoperto, urla subito: voglio un avvocato!; e si avvale di tutti i cavilli legali dello Stato di diritto e di tutta la comprensione umana della classe politica dell’illuminismo riformista, per atteggiarsi a martire pacifista, per tornare libero, con la possibilità di ricattare e uccidere di nuovo, finché l’ispettore non lo condanna a morte e non ne fa giustizia sommaria con decisione orgogliosa e solitaria (per poi buttare il distintivo nell’acqua del fiume)». Il politologo individuava nel personaggio di Callaghan una visione del mondo «in cui allo Stato di diritto, che i ricchi possono piegare al loro volere si oppongono le virtù originarie della frontiera e che è espressione della componente populista del radicalismo di destra». In realtà, in quei primi anni Settanta si inaugurava un vero e proprio genere che rilanciava il poliziesco dopo una eclissi durata almeno quindici anni. Basti pensare a titoli come Serpico, Squadra speciale, I nuovi centurioni, Il braccio violento della legge, Il giustiziere della notte...
Quasi per contagio un filone simile si impose anche in Italia, a cominciare da La polizia ringrazia, del 1972, l’unico film firmato da Steno con il suo vero nome, Stefano Vanzina. Seguirono film dai titoli inequivocabili: La polizia incrimina la legge assolve, Milano trema, la polizia vuole giustizia, Il cittadino si ribella, Napoli violenta, Roma violenta, Milano odia: la polizia non può sparare, Roma a mano armata, Squadra antifurto, Il poliziotto della brigata criminale... Quei poliziotti, interpretati tra gli altri da Maurizio Merli, Franco Gasparri e Tomas Milian, sono stati i protagonisti di un vero e proprio fenomeno di costume le cui ricadute politiche tra il pubblico erano evidenti. Basti ricordare il successo clamoroso di Mark il poliziotto, un film di Stelvio Massi del 1975 sceneggiato da Adriano Bolzoni (ancora lui) in cui Franco Gasparri interpretava un commissario disincantato e deluso: «Nel ’68 mi sono arruolato perché i poliziotti non rompevano la testa agli stessi poliziotti». Quella degli eroi “alla Callaghan” rappresentò una vera e propria invasione sugli schermi. E fu la grande stagione di registi come Umberto Lenzi, Enzo G. Castellari, Fernando Di Leo, Bruno Corbucci, Marino Girolami... Un filone, però, fortemente contestato da un punto di vista politico. L’attore Gian Maria Volonté, ad esempio, arrivò a lanciare l’allarme dal suo particolare punto di vista politico-culturale: «Il mercato è invaso di cinema subculturale, che va dai film di karate al cittadino che si fa giustizia da sé, e che si traduce in un’azione tendente a fascistizzare il pubblico». Una dichiarazione ricorrente in quegli anni da parte di tutta la stampa di sinistra. La stessa che, trascorsi trent’anni, ha cominciato – sulla scorta della sua profonda crisi – a rileggere in positivo gli stessi film. Marco Giusti che scrive una prefazione apologetica a Cinici, infami, violenti (Bloodbuster edizioni), un saggio tutto dedicato al “poliziottesco”, «il genere – scrive – più fortemente radicato nella realtà del tempo». E, sempre da sinistra, si arriva a scrivere che «l’immaginario italiano di massa, borghese e proletario, degli anni Settanta è stato suggestionato – si legge in Destra e sinistra nel cinema italiano di Christian Uva – più da Maurizio Merli che da Francesco Rosi, da Umberto Lenzi e Dario Argento più che da Elio Petri e Marco Bellocchio, così come lo è stato più da Edwige Fenech che da Marco Ferreri». Da queste rivalutazioni cinefile alle dichiarazioni di Giuliano Amato di apprezzamento per la tolleranza zero di Rudolph Giuliani o alle prese di posizione di Veltroni di sicurezza e legalità il passo è più breve di quello che possa sembrare. L’assessore fiorentino Cioni dichiara che di fronte alla aggressioni giornaliere che i lavavetri fanno ad anziani e donne occorre reagire, ma «i palazzi allontanano i rappresentanti del popolo dalla gente». C’è molto, nelle sue parole, dell’antilluminismo che Giorgio Galli vedeva rappresentato nella saga dell’ispettore Callaghan e nella sua 44 Magnum. Ma il fatto vero – e profondo – è che la sinistra ha forse perso tutti i suoi riferimenti e sta solo pescando altrove sensibilità e metafore per ritrovare qualche aggancio con una società civile sempre più lontana dalle sue sintesi culturali di riferimento.
A proposito di cinema, nel secondo film della gesta fantozziane, il ragioniere interpretato da paolo Villaggio reagisce violentemente alla convocazione del temibile cinefilo professor Guidobaldo Maria Riccardelli per assistere alla visione di un film cecoslovacco con sottotitoli in tedesco di quelli che piacevano tanto alla sinistra. Alla fine, infatti, dell’ennesima visione della Corazzata Kotiomkin (alterazione della Potëmkin) di Seghei M. Eisenstein che, a causa di un disguido, ha sostituito la pellicola cecoslovacca, fa urlare il ragioniere: «È una cagata pazzesca!». E Fantozzi costringe il superiore cinefilo impegnato «a vedere a rotazione: Giovannona coscialunga, L’esorciccio e... La polizia si incazza!!!». Un titolo inesistente, l’ultimo, che non solo forniva il pretesto per fare in modo che la polizia, al terzo giorno della protesta impiegatizia, s’incazzasse veramente ma che dava l’idea di quanto all’epoca il “poliziottesco” non solo incontrasse il favore del pubblico ma venisse percepito come del tutto antitetico alla sinistra. Se oggi lo scenario si è ribaltato è, allora, forse solo il sintomo che la sinistra è davvero in crisi.
*direttore responsabile del Secolo d'Italia

4 commenti:

Giovanni Tarantino ha detto...

L'articolo di Luciano mi è piaciuto molto, e ne condivido la linea.
Sorpreso nel leggere di Don Siegel "destrorso"...se lo sapesse l'amico Pippo Russo ! (già autore de "L'invasione dell'ultracalcio", ispirato già dal titolo agli ultracorpi siegeliani).
Una costatazione: i caratteri delle copertie di "Milano violenta" o "Napoli violenta" sembrano proprio "marchalliani"...ovvero, ricordano la testata de "La voce della fogna" !

Giovanni ha detto...

Interessante articolo che condivido. Penso che quei polizieschi rappresentassero al meglio quella che era la realtà italiana di quegli anni, molto di più delle fiction attuali come Carabinieri, Distretto di polizia, Ris, il Capitano, Gente di mare ecc. dove i protagonisti sembrano usciti dallo studio di Maria De Filippi e non sono credibili come poliziotti. Io personalmente rimango un aficionado dei polizieschi all'italiana mentre delle attuali serie televisive americane salvo solo Law & Order e la vecchia serie Hill Street Giorno e Notte

Anonimo ha detto...

Questi film, da giovane gli ho sempre visti. Forse non leggevo la pagina culturale dell'Unità e ignoravo così di essere fuori linea. Ancora di recente ho raccolto tutti i dvd degli spaghetti western, editi (ahimé) da Panorama. Mi divertono, cosa posso farci. Piacciono anche a mia moglie, che mi racconta sempre le risate di sua madre, quando li guarda. Dice: «incomincia a ridere, ridere, ridere, non la smette più». Sarà che non li prende sul serio? A volte, più che modelli sembrano parodie. In ogni caso, bellissime le colonne sonore di Morricone. Le ascolto sempre quando fantastico di vincere duelli, catturare briganti e salvare donzelle indifese. O anche solo quando cavalco nella prateria o entro in un saloon. Tale e quale a Tex Willer.

Se mi leggesse nei pensieri Cofferati, come i fumetti di Tex, chissà quali ordinanze tirerebbe fuori.

Invece sono io che leggo le sue interviste. Proprio l'altro ieri ne ho letta una. Diceva una cosa molto sensata. La sinistra fino a ieri e ancora la sinistra radicale oggi, pensa così: «Tu sei un poveraccio, hai un problema? Arrangiati ed io chiudo un occhio». Questa è la tolleranza della piccola illegalità come risposta alla incapacità di affrontare la questione sociale.

Penso abbia proprio ragione. Critica molto giusta. E' un pensiero da correggere, anzi, rivoluzionare. E' la questione sociale che bisogna affrontare e risolvere, mica lasciare i lavavetri in mezzo alla strada o i rom in campi abusivi.

Ma come si fa?

Purtroppo Cofferati non lo dice, lui quel pensiero lo emenda così: «Tu sei un poveraccio, hai un problema? Arrangiati ed io ti faccio la multa.

Quando in TV vedo Cofferati o Veltroni o Chiamparino o Domenici, con tutta la buona volontà, la musica romantica ed eroica di Ennio Morricone, in sottofondo, non riesco proprio a sentirla.

Roderigo

Anonimo ha detto...

La sinistra riscopre il fascino dell'ordine e della legge sembrerebbe.Personalmente ritengo che questa sinistra annebbiata dalla sua idiozia (non che l'attuale destra ne sia risparmiata) ambisce a quel buon senso che invocano i cittadini normali subissati dalla criminalità.La rivalutazione di un certo tipo di cinema francamente mi pare un fenomeno di marketing del momento...ricordiamo che anche i mitici film di Lino Banfi e la commedia italiana in genere è tornata alla ribalta.Una cosa mi piace pensare del mitico ispettore Callaghan.Di fronte all'indecenza di certa gente che circola nelle nostre strade direbbe senza dubbio: Ogni uomo dovrebbe conoscere i propri limiti. In questo caso della decenza, considerato il ministro della giustizia che la sinistra ci ha appioppato.
Ippolito Edmondo Ferrario
www.ippolitoedmondoferrario.it