martedì 4 settembre 2007

A sinistra si apre il processo al Sessantotto

La sinistra mette in discussione il '68? Era ora, direte voi. A pochi mesi dal "quarantennale" anche i giovani del Campo Base 2007 - presenti in gran numero a Castel Camponeschi (Aq) dal 30 agosto al 2 settembre - si sono interrogati sul "Perchè di un anti68" (nella foto Marcello De Angelis mentre offre spunti di riflessione all'assemblea). Il titolo dell'incontro non tragga in inganno: "l'anti68" sta a indicare il desiderio di pensionare i reduci sessantottini e dare vita «ad una rivolta ideale di segno contrario». Posto con piacere l'articolo di Valter Delle Donne pubblicato oggi sul Secolo d'Italia, confidando di leggere il vostro punto di vista.
Il Riformista sul '68:
«Quegli anni? Mica tanto formidabili...»
di Valter Delle Donne
dal Secolo d'Italia di martedì 4 settembre 2007
«A quasi quarant’anni dal ’68 è arrivato il momento di fare i conti con la questione dell’autorità». A porre la questione all’ordine del giorno è Giuliano da Empoli sulle colonne del Riformista. Un tema che il giovane sociologo affronta in questi termini: «A giudicare dalle patetiche celebrazioni che hanno accompagnato il trentennale di una delle stagioni più buie della nostra storia recente, il ’77, è evidente che per l’anniversario del ’68 si prepara uno tsunami di nostalgia da far tremare le vene dei polsi». Partendo da questa premessa, Giuliano da Empoli effettua una spietata disamina: «Nel bene e nel male, il ’68 (che, da noi, com’è noto, non è mai finito) ha rimesso in discussione le forme tradizionali dell’autorità». Una rivoluzione che, se da una parte vanta il merito di aver «abbattuto molti totem arcaici e superati», ha anche «travolto istituzioni che non sono mai riuscite a ritrovare un loro equilibrio: prime fra tutte la scuola e l’università». Il collaboratore de il Riformista lancia una sferzante sollecitazione. E cioè che alla pars destruens rappresentata dall’interminabile ’68 italiano possa e debba succedere una pars costruens che reinventi un principio di autorità capace di mettere le regole e la responsabilità al servizio della società nel suo insieme». Da qui l’invito di Giuliano da Empoli, a «recuperare il valore dell’autorità». Non si sorprende dell’appello lanciato dal Riformista Ferdinando Adornato (nella foto "d'epoca" con Pasolini e Veltroni), che pure il ’68 e «gli inganni di quel periodo» lo ha vissuto in prima persona, metabolizzando quel periodo e operando una critica feroce attraverso il lavoro della Fondazione Liberal di cui è presidente. Per il parlamentare di Forza Italia, il quotidiano diretto da Paolo Franchi arriva in ritardo: «Abbiamo dedicato alcune pubblicazioni all’argomento, tra le quali il volume Sciagurati quegli anni - Contro la beatificazione dei mitici anni ’60». Parafrasando uno degli esponenti più noti di quel periodo, Mario Capanna, autore del libro Formidabili quegli anni, la pubblicazione tracciava un elenco delle «mitologie incubate dagli anni Sessanta e che erano in realtà solo pericolosi vizi ideologici». Adornato si dice «felice che finalmente vengano affrontate queste cose. Ho scritto di questi argomenti, prima degli altri». Le mitologie e i luoghi comuni, spiega il presidente della Fondazione Liberal, sono parecchi: «Il progresso automatico, il terzomondismo, l’antiamericanismo, la coppia aperta, la teoria del vietato vietare, il tutto e subito. Sono tic mentali e umori che ancora circolano nella nostra società». Adornato ritiene che probabilmente la mitizzazione di quel periodo è dovuta al fatto che «gran parte dei protagonisti della politica e dei media attraversava proprio allora l’età dell’adolescenza e ciascuno di noi è inevitabilmente portato ad attribuire, a quel periodo della vita, l’aureola dell’innocenza». Ma, come spiega nella pubblicazione, «non tutte le adolescenze sono innocenti». Per il parlamentare azzurro, ci sono anche tanti aspetti da apprezzare: «Sono state tante le energie positive scaturite in diversi campi della cultura, dell’arte e della politica, non certo le ideologie che accompagnarono queste trasformazioni». Adornato semplifica la sua teoria ricorrendo a un calembour: «Salvare Lennon e dimenticare Lenin». Anche Marcello De Angelis non è sorpreso dal tentativo del Riformista di mettere in discussione il ’68. «Proprio sul Secolo d’Italia – spiega il senatore di An – avevo affrontato l’argomento, ricordando che il presidente francese Sarkozy da una parte e Benedetto XVI dall’altra, hanno letto quella data in chiave fortemente critica».
All’incontro di questa estate con i giovani del Campo Base, De Angelis ha invitato i ragazzi di oggi «a una rivolta ideale di segno contrario». In questo senso, il senatore di An vede con sospetto questa autocritica, partita da un giovane come Giuliano da Empoli (classe ’73), ma che potrebbe essere cavalcata dai soliti noti: «Quella generazione di sessantottini è ancora maggioranza nel nostro Paese. Occupa tutti i posti chiave, della politica, dei media, della pubblicità». Per De Angelis, più che buttare a mare il ’68 «andrebbero mandati a casa i sessantottini». Una egemonia, nata da una posizione di vantaggio numerico: «Contavano quarant’anni fa perché erano aritmeticamente in numero maggiore. Oggi i giovani contano di meno, perché sono di meno e rappresentanto una parte minoritaria della società italiana». Inoltre, «la sinistra ha condannato le generazioni successive a quel periodo, a un’adolescenza interminabile. Per loro è stato un dato di appartenenza perenne, che ha escluso tutti coloro che sono arrivati dopo». La vera rivolta? «Sarebbe ora che i sessantottini accettassero il pensionamento della natura». Di quegli anni di cose da salvare, osserva il direttore di Area, ce ne sono: «L’essere riusciti a scardinare una società sclerotizzata, ostaggio di una generazione di potere. Il problema semmai è un altro: volendo negare l’autoritarismo, ha spazzato via l’autorità. E senza autorità legittima, non c’è popolo, non c’è famiglia, non c’è popolo». Prendendo spunto dall’articolo di ieri, De Angelis lancia l’allarme: «Non permettiamo alla sinistra degli ex sessantottini di cavalcare anche il tema della revisione di quel periodo».
P.S. Nella foto a destra un corteo studentesco in via Po a Torino, nell’autunno del '68.
Valter Delle Donne, 41 anni, è nato a Roma dove vive e lavora. Giornalista al “Secolo d’Italia”, è sceneggiatore per la tv e autore di testi teatrali.

10 commenti:

giovanni ha detto...

Essendo nato nel 73 non ho vissuto il 68 però avrei delle domande:

1) Cosa distingue il 68 italiano da quello di Berkeley, dalle giornate parigine e da quello tedesco?

2) A chi lo ha fatto, che valutazione da di quel periodo?

3) Leggendo il libro di Nicola Rao NEOFASCISTI, si legge che anche una parte della destra missina prese parte alle proteste prima che ci fosse il richiamo all'ordine del partito e la spedizione di Almirante. Fu positivo il richiamo all'ordine del partito oppure fu un'occasione perduta?

Giovanni

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Io sono tra coloro che tornerebbero volentieri al '67, ma per un motivo assolutamente personale: significherebbe rinascere, visto che sono nato il 22 gennaio del '67.
:)
Occasione persa, decisamente.
La spedizione di Almirante e Caradonna rimane una delle pagine più nere della storia della destra politica nel secondo dopoguerra.
Spero che - in vista del quarantennale - non ci si arrocchi (ancora oggi) su posizioni "reazionarie". Oggi più che mai ci sarebbe bisogno di un nuovo '68...

Claudio Ughetto ha detto...

Su Almirante bisognerebbe stendere un velo pietoso.

Sicuramente, caro Roberto, la generazione del '68 ha fatto un mucchio di errori, e noi due siamo gli ultimi a poterci esprimere (io sono del '65), però fu allora che un'Italia imbalsamata fu finalmente svecchiata, la cultura diventò qualcosa da vivere e non una serie di norme morte, la voglia di esistere e di esserci aprì delle possibilità creative purtroppo uccise sul nascere.
Perché, difatti, coloro che adesso degradano il '68 non è che offrano molto in cambio: sono i degni rappresentanti del nuovo conformismo, e magari a quei tempi marciavano in prima fila... Ma coloro che lo esaltano, di solito, hanno dei grossi problemi a porre dei confronti con quest'epoca. Formidabili quegli anni: il ruolo dei giovani, la liberazione delle donne, l'emancipazione sessuale ed affettiva... Tutto splendido, ma quei presupposti, pur realizzandosi, ne sono diventati quasi una caricatura: i giovani sono diventati sì soggetto, ma soprattutto di consumo; le donne si sono parificate agli uomini, assomigliandovi sempre di più nei ruoli, ma, per dirla con le femministe differenzialiste, del femminile non si è espresso quasi nulla; il sesso è diventato libero, ma di affettività si è liberato poco, anzi: siamo affettivamente peggiorati (con questo non intendo fare il moralista: il sesso libero mi va benissimo, ma manca qualcosa...); l'economia ha fagogitato tutto, quindi le conquiste del '68 sono state fagocitate da essa.

Ci sarebbe bisogno di un nuovo '68, ma per dirla con Kundera il mondo è diventato una trappola: qualsiasi scelta si faccia, anche la più ribelle, è ormai parte del sistema.

Claudio Ughetto ha detto...

Naturalmente trovo discutibile l'opinione di De Angelis.
L'autorità non è stata spazzata via dal movimento in sé e dal suo bisogno di discutere l'autorità, e forse il '68 in questo c'entra poco. E' stata l'ideologia del consumo, unita al predominio dell'economia a distruggere il ruolo dell'autorità e della politica in sé. Dando per scontato che solo all'interno di un'ideologia di mercato si può richiedere e quindi esercitare il potere, è chiaro che la democrazia non diventa ciò che dovrebbe essere (una forma di politica fatta di scelte e mediazioni) ma piuttosto l'accontentare la richiesta di chi chiede e paga, esercitando così un potere sulla sopravvivenza del sistema sociale. Nessuna autorità politica può gestire questo e, come ho già avuto modo di spiegare altrove, a questo punto la famiglia dovrebbe sparire, perché è il soggetto più idealizzato e inutile attualmente in circolazione. Chi non consuma non serve, non ha autorità: ad esempio, se gli anziani avevano l'autorevolezza necessaria un tempo, ora sono assolutamente inutili.
E non è stato il '68 a mettere in crisi queste cose.

Anonimo ha detto...

Da buona o cattiva della classe '65, credo che la Sinistra o quel che ne rimane o la sua medesima trasformazione in altro mostro a molteplici teste dovrebbe non solo visitare e rivisitare il processo al '68 con tutto quello che ne è conseguito ma anche metterne in piedi uno al suo stato attuale. Conosco persone di sinistra verace e vera che sono entrate profondamente in crisi negli ultimi anni e non sanno più che pesci pigliare od a quale razza di carne appartenere. E' vero che i "vecchi" (ma allora "giovani") tromboni nell'articolo citati vadano in pensione e non si arroghino strumentalizzazioni revisioniste del periodo solo per rimanere nella ribalta o sotto la luce dei riflettori del protagonismo. Lo scardinamento operato in quel periodo ad una società sclerotizzata non è stato altro che la sua successiva ricostituzione [della società immobile/immobiliare citata] negli ambiti di potere più forti ma anche delicati. Ed in uno stile più e fortemente serrato e senza alcuna aureola di innocenza. L'autoritarismo e l'autorità si sono andati così ad amalgamare in una fusione di puro cemento armato, confondendo in una babele psico-linguistica ciò che era giusto e sbagliato. E confondendo soprattutto i giovani a venire. Cui prodest? A nessuno, assolutamente. Tanto come si può notare, le poltrone sono poi state ben disposte in scacchiera... per tutti... Forse servirebbe quello che Ezra Pound definiva: "Il tesoro di una nazione è la sua onestà"... Ma quanto è difficile... Assai....

Cordialmente
Susanna Dolci

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

L'ideologia del consumo, già. Cmq sia oggi i giovani contano meno di quanto contassero nel '68 - e qui do ragione a De Angelis - soprattutto perchè sono in numero ridotto. La nostra è una società di vecchi, il boom economico dei Sessanta e le famiglie numerose rimangono un ricordo da almanacco ingiallito. E la politica, che si rivolge agli elettori in rapporto alla quota di "mercato" (con vere e proprie politiche di marketing)che rappresentano, non si preoccupa più di tanto di intercettare il consenso dei giovani, tanto meno di interrogarsi sulle loro esigenze. Sicuramente i pensionati sono un target più appetibile per le società di comunicazione politica. Per altri versi sia la destra che la sinistra godono di una invidiabile "rendita di posizione", in virtù della quale è sufficiente agitare pigramente alcune parole d'ordine per assicurarsi un certo zoccolo duro di giovani-elettori. Anticomunismo e antifascismo, per esempio. Dio, Patria e Famiglia (necessariamente con la maiuscola) a destra; uguaglianza, tolleranza e pacifismo a sinistra. C'è un misto di cinismo e ingenuità in una classe politica sprovveduta e furbetta al tempo stesso. Non sanno che pesci prendere (ha ragione Susanna) per uscire dal guado, per affrontare la postmodernità e una società complessa come la nostra.

Claudio Ughetto ha detto...

Che non sappiano che pesci pigliare sono d'accordo, Roberto.
Però non darei troppa importanza al ruolo dei politici, secondo più strumento dei potentati economici e del mantenimento del consenso.
Per temperamento sono più portato ad analizzare i sistemi sociali e l'antropologia, quindi può benissimo darsi che mi sia difficile pensare come pensano i politici.
I politici non s'interrogano sulle esigenze dei giovani, altrimenti interverrebbero diversamente sul sistema scolastico: preferiscono mantenere lo status quo, garantire ciò a cui nessuno saprebbe rinunciare.
I pensionati sono il problema del futuro, e lo sono anche i vecchi, ma socialmente e culturalmente non interessano. Il '68 è stato prima di tutto un movimento culturale, poi politico.
Condivido che la paura principale dei politici sia di non perdere consenso, e questo li costringe a ragionare in continua emergenza, mentre i problemi di una società complessificata diventano irrisolvibili.

In ogni caso rimango convinto che è l'economia il paradigma culturale di quest'epoca. I politici sono accessori e subordinati. Ecco perchè è inutile scendere in piazza a protestare contro Bush.

Claudio Ughetto ha detto...

Inoltre, del discorso di De Angelis, non mi convince neppure il riferimento ai giovani. E' vero, anagraficamente i giovani del terzo millennio sono una minoranza rispetto a quelli che c'erano nel '68, ma ogni confronto è fuorviante. Nel terzo millennio siamo giovane anche tu ed io, caro Roberto: le nostre esigenze non sono diverse da quelle dei ventenni, né incarniamo il ruolo che gli adulti avevano ai tempi del '68, e la politica lo sa benissimo. Per dirla con Robert Bly, questa è la società degli eterni adolescenti.
A quei tempi c'erano gli adulti da spazzare via, coi loro valori obsolescenti, oggi c'è una massa di futuri anziani che cerca disperatamente di non invecchiare. Quegli adulti incarnavano l'autorità e la falsa autorevolezza di fronte a una cultura nuova e travolgente, oggi noi non abbiamo alcuna autorevolezza. Nell'immaturità manca l'autorevolezza, come nell'incertezza e nella confusione. Solo l'autorità si rafforza con l'incertezza, ma in questo caso siamo parecchi gradini al di sopra delle relazioni quotidiane.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Sugli eterni adolescenti (che siamo?) si pronuncia con estrema efficacia Federico Zamboni nel suo articolo su Ammaniti (che gli offre lo spunto per riflessioni dolorosamente fondate, temo). Ci sostiene la routine? Abbiamo ancora la voglia (e la forza) di sperimentare? I nostri coetanei (e noi stessi?) sono "solo dei ragazzini invecchiati, ora incattiviti dalle frustrazioni, ora insuperbiti dal successo"?
"Comunque inariditi", conclude Federico. Penso che abbia ragione. O forse no. Sta a noi.

w il '68 ha detto...

ciao roberto, sono orazio (w il '68), be', lo sai il '68 io l'ho fatto, ero in 5^itis e il mio istituto, il più numeroso della città, il sessantotto l'ha condotto, era il punto d'incontro e di partenza dei cortei, più di qualche volta ci siamo uniti agli operai di marghera, perchè il '68 c'è stato anche nelle fabbriche.
fatta questa premessa vi do il mio punto di vista da 68ino non pentito, ma tradito. nel '68 abbiamo messo in discussione l'autorità, ma volevamo sostituirla con l'autorevolezza (ed io lo farei anche oggi), tant'è che nelle occupazioni della scuola facevamo far lezione ai professori che insegnavano e non agli altri (per chiarire c'era un prof che d'inverno parlava di sci e in primavera di immersioni, ovviamente è stato il primo che abbiamo messo fuori). si del '68 qualcosa è rimasto, poco direi molto poco, molti di noi(teoricamente i più bravi, non ho detto i migliori) sono stati fagocitati dai partiti, e non sempre di sinistra, vedi che fine hanno fatto gli ex-lotta continua, ad altri dai sindacati, quando non dai padroni... i nostri slogan, che erano i nostri obbiettivi, sono stati a dir poco travisati. noi volevamo il diritto allo studio e loro dopo essere stati costretti ad abbassare le tasse scolastiche ci hanno sputtanati col 18 politico(quando non era 30 di gruppo). della fantasia al potere ti ho accennato prima col conglobamento nei partiti e nei sindacati, siamo realisti chiediamo l'impossibile, non era impossibile è solo che hanno fatto finta di darcelo, forse l'unica cosa che si è in parte salvata è una valutazione diversa del sesso (sul sesso libero ho grossi dubbi) e comunque sul "fallimento" del '68 io direi che abbiamo sbagliato a credere sui borghesi che si sono infiltrati tra di noi, son tornati ad essere borghesi con la tessera del pci/ds in tasca, al epoca gli onorevoli del pci erano stipendiati dal partito come 5^ livelli metalmeccanici e l'indennità parlamentare andava al partito per fare politica (fare politica costa!) ora invece anche quelli di RC credo che si tengano circa la metà, quelli dei ds non so, ma credo che del pci si siano tenuti solo il centralismo democratico(e su questo sai come la penso)
ciao orazio
ciao orazio