martedì 20 novembre 2007

Come afferrare l'attimo fuggente (quando la politica dimentica la leggerezza)

Quando la politica dimentica la leggerezza
Una destra che non apre canali di dialogo e non si fa contaminare dall’immaginario popolare non può vincere la battaglia del consenso
Da Charta Minuta, mensile della Fondazione FareFuturo
Novembre 2007

«Se segniamo la perfezione di un “programma politico” sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’asse totale della “politica” per misurarne la grandezza. Un “programma di Prodi” può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un “programma di Berlusconi” avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza». In realtà Johnathan Evans Prichard, professore emerito, cercavadi spiegare come «comprendere la poesia», non la politica. E come esempi non citava Prodi e Berlusconi ma, per l’appunto, Byron e Shakespeare. «Escrementi», ecco cosa ne pensava, al riguardo, John Keating, il professore protagonista de L’attimo fuggente (Dead Poets Society). Non di Byron e Shakespeare, tanto menodi Prodi e Berlusconi. «Delle teorie di J. Evans Prichard. Non stiamo parlando di tubi, stiamo parlando di poesia, ma si può giudicare la poesia facendo la hit parade? Gagliardo Byron, è solo alquinto posto, ma è poco ballabile». Più che gagliardo, Berlusconi. Magari - come sostiene - è anche avanti nei sondaggi di oltre dieci punti percentuale, ma non si può più - parere di chi scrive - confondere il pallottoliere con la politica. «Adesso voglio che strappiate quella pagina. Strappate, rompete, frantumate, non voglio sentire altro che gli strappi del professor Prichard. Non è la Bibbia, non andrete certo all’inferno». Ecco, strappate i sondaggi e, già che ci siete, strappate anche questa pagina, ché Charta minuta è una rivista seria. Ci si perdoni la lunga citazione, non del tutto fedele, ma non parliamo soltanto di un film, non per chi è nato a cavallo tra i Sessanta e i Settanta. Perché il 1989 non è “solo” l’anno della caduta del Muro di Berlino, le cui immagini finalmente colorate rimbalzarono dalla televisione nelle case insieme con l’entusiasmo di tanti giovani esultanti, ma anche l’anno di uscita nelle sale di questo straordinario film, vero e proprio cult per quella generazione. È stato un’iniezione di adrenalina pura, una scossa, una frustata per quei ventenni. Il carpe diem, l’invito perentorio a cogliere l’attimo, realizzare i sogni prima che fosse troppo tardi - «quam minimum credula postero», confidando il meno possibile nel domani, aggiungeva Orazio - a far «risuonare il nostro barbarico YAWP sopra i tetti del mondo».
Per molti, quel richiamo significava (anche) moltiplicare l’impegno politico. Ancora J
ohn Keating, professore di anticonformismo, - il cui nome, probabilmente, vi dirà meno di quello del suo alter ego cinematografico, Robin Williams - rivolto agli studenti: «Questa è una battaglia e le vittime sarebbero i vostri cuori e le vostre anime. Armate di accademici (sondaggisti?) che avanzano misurando la poesia (politica?). No, non lo permetteremo. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo». E anche musica, film e immagini, aggiungiamo noi. Di sicuro, il loro potere di seduzione è più forte dei quattro pilastri dell’ultraconservatrice Welton Academy che fa da location al film:«Disciplina, tradizione, onore ed eccellenza». Valori rispettabilissimi, intendiamoci, che hanno tenuto in piedi questo vecchio mondo, ma che se non vengono coniugati con l’attualità rischiano di perdere ogni appeal, esistenziale prima che elettorale. Di diventare pezzi, sia pur pregiati, di un polveroso museo. Da rimirare con tanta ammirazione quanta è la voglia di uscire e prendere una boccata d’aria. Già, perché «l’immaginario, rielaborando in maniera più compiuta i conflitti della modernità, ha sconfitto l’ideologia». È quanto ha recentemente sostenuto Gianfranco Manfredi, artista dell’ala creativa del ’77, che in trent’anni di “carriera” ha perlustrato ogni angolo dell’industria culturale italiana: dalla musica al cinema, dalla televisione all’approdo al fumetto, crocevia naturale tra immagini e testo.
Classe ’48, Manfredi prende le distanze da una generazione, la sua, ancora soggiogata dal peso delle rovine lasciate dalla guerra e dal furore ideologico del realismo. Nei suoi romanzi e soprattutto nelle storie che scrive per le “nuvolette parlanti” dell’editore Bonelli, personaggi dichiaratamente «post ideologici» vivono in atmosfere magiche quanto disinvoltamente moderne. «L’illuminismo e il post-positivismo, il cosiddetto pensiero razionale,
idealistico o quello del materialismo storico - ha detto - hanno considerato la magia come un’eredità del passato, di cui liberarsi tramite la ragione, ma il punto di vista magico dà evidenza alla realtà simbolica delle cose e si fonda sul “senso” prima che sull’intelletto ». L’aveva capito bene il “re lucertola” Jim Morrison, rockstar ma anche poeta nietzschiano: «Tutto ciò che esiste è un simbolo. Ogni cosa sembra lì per se stessa ma in realtà è qualcosa d’altro». E non a caso Pier Paolo Pasolini, forse il primo a sinistra a capire quanta ricchezza si nascondesse nella cultura popolare, alle canzoni riconosceva un «potere magico, abiettamente poetico». Manfredi, libertario impenitente, è tra coloro che volevano «innovare le culture giovanili, e non solo, in un periodo in cui si tendeva a ideologizzare tutto e inquadrare il mondo in categorie rassicuranti: il bene contro il male». Impresa impossibile - parole sue - «in un Paese la cui sinistra ancora non riesce a uscire dalla trappola delle celebrazioni acritiche quanto retoriche». Da quelle dei “formidabili” ’70 a quelle, annunciate ma già tristemente gioiose, per il quarantennale del ’68.
Concetti condivisi da uno dei più brillanti rom
anzieri italiani, Gaetano Cappelli: «Quelli che dicono di avere nostalgia degli anni Settanta mi fanno venire il latte alle ginocchia. C’è persino chi ha il coraggio di riproporre i terroristi come antidoto alla leggerezza dei giovani d’oggi, ma per favore! L’ala libertario-creativa, cui io appartenevo, venne spazzata via dalla violenza proletaria e ci ritrovammo all’improvviso nelle mani dei talebani». Gli fa eco Edmondo Berselli: «L’eccitante sensazione di avere davanti a sé un’infinita prateria per la propria spensieratezza cedette presto il passo a un clima avvelenato. Misteriosamente sbucano fuori quelli che cominciano a menartela con Marcuse. Non gli bastava il Pci, no. Forse perché era fatto di uomini in grisaglia, ossuti, pettinatissimi, brizzolati e, quindi, per resistere all’ondata beat bisognava inventarsi qualcosa di assolutamente rivoltoso e comunque oltranzista anche in politica». In quegli anni si fa un gran parlare di libertà e creatività, «ma in realtà chi non tiene i capelli lunghi viene scambiato non per un anticonformista ma per un “fascio di merda”». Tanto da far gridare al sempre vigile Capanna: «I Rokes sono fffascisti».
Nel romanzo Storia controversa del vino aglianico nel mondo, Cappelli sottolinea come gli estremisti fossero diversi dalla gioventù «colorata» che aveva visto a Londra e anche a Roma fino a qualche mese prima. «L’avanguardia che sarebbe risultata vincente » era rappresentata da quei ragazzi che invece di «sprecare le proprie giornate a confezionare molotov trovava più proficuo e dilettevole studiare e lavoricchiare il giorno per incontrarsi la sera a sentire un po’ di musica, bersi un paio di birrette e tentare di accoppiarsi con qualcuna delle ragazze presenti in gran numero in quei nuovi locali». Scoprire che il divertimento non sarà rivoluzionario ma fa stare bene. «È il momento - ha scritto Francesco Piccolo nel bellissimo quan
to autoironico L’Italia spensierata - in cui ci si chiede se ci si sente un po’ stupidi. E la risposta non è no, ma sì. Un sì comprensivo e caloroso, che suggerisce il diritto a essere un po’ stupidi qualche volta nella vita. E a lasciarsi andare». Affidarsi all’immaginazione perché può rappresentare la medicina per un mondo “ogm-izzato” dal massimalismo.
D’altra parte «la felicità - diceva Wolfang Amadeus Mozart - è soltanto immaginazione». E Henry Miller: «La fantasia è la voce dell’audacia. Se c’e qualcosa di divino a proposito di Dio è questo. Egli ha avuto il coraggio di immaginare tutto». L’assunto artistico di Keith Haring - il giovane artista che “sdoganò” il graffitismo elevandolo ad arte, morto prematuramente nel ’90 - partiva proprio da questa convinzione: stimolando l’immaginazione si possono influenzare positivamente gli uomini e cambiare il mondo in meglio, a partire dai giovani. Non è un caso che l’arte di Haring sia in gran parte dedicata proprio ai bambin
i: «I bebè rappresentano la possibilità del futuro, di come potremmo essere perfetti». Migliaia sono le persone che hanno indossato le t-shirt di questo esteta narcisista e nietzschiano, abile griffe di se stesso, protagonista assoluto e consapevole dell’art business, capace di farsi beffe del “no logo”, della contestazione - da sinistra - dell’iconologia, del pensiero simbolico dell’estetica. Quasi che il Novecento non sia stato il secolo delle luci e dei sogni, dell’immaginario e della contaminazione della comunicazione culturale con quella commerciale. Attitudine a confrontarsi con la modernità che la sinistra ha mostrato di non avere, manifestando atteggiamenti schizofrenici, passando dall’innamoramento strumentale per il nuovo “pur che sia” all’oscurantismo per l’oscena (sic) manifestazione di miss Italia.
Nien
te a che vedere con un altro figlio del ’77, il compagno Renato Nicolini, indimenticato assessore alla cultura di Roma dal ’76 al ’85. L’estate romana è una sua invenzione. È stato il primo a capire l’importanza strategica che la promozione culturale e l’immaginario possono rappresentare per una città. Il suo “effimero” è molto più “autentico” di quanto non lo sia quello veltroniano, trasformato in minacciosa macchina di consenso. La creatività irregimentata in imprenditoria culturale assistita, la fantasia al servizio - non della politica - ma del potere, delle idee ridotte a spot. L’approccio di Nicolini non si riduceva certamente a stratagemma elettorale né a sedativo sociale. Fu innovativo per due motivi: per prima cosa cambiò interlocutori. Non più intellettuali e istituzioni deputate per “statuto” alla cultura, ma associazioni spontanee. La peculiarità è l’improvvisazione, le iniziative sono lasciate completamente libere di esprimersi. Secondo elemento di rottura: Nicolini “tradì” la tradizione comunista, che era quella di esprimersi attraverso la scrittura.
«Esprimersi male!» aveva sentenziato l’anarco-individualista Luciano Bianciardi trov
andosi, anni prima, ad una manifestazione di sinistra. Gli era bastato prendere in mano un volantino per esplodere: «Ma guarda come scrivono! Questi non sanno neanche l’italiano, non faranno mai la rivoluzione». I polverosissimi documenti politici, i manifesti murali, il romanzo sociale, il teatro impegnato, nella prassi nicoliniana, cedono il passo ad un patchwork postmoderno teso ad abbattere gli steccati culturali tradizionali: dalla musica pop al balletto, dalle maratone cinematografiche di film epici al teatro da strada. Coraggio che lo porta a rompere con i sindacatie la retorica delle manifestazioni dei lavoratori, organizzando - il 1° maggio ’81 - una grandissima festa popolare dai tratti mitopoietici e simbolici: centoventimila persone in piazza del Popolo per celebrare i quattro elementi naturali. La terra, rappresentata dalle bande musicali che calcano la piazza; l’aria, con decine di mongolfiere che si alzano in volo; il fuoco, con fuochi d’artificio; i giochi d’acqua sulla parete del Pincio comandati da un mago. Cultura alta e bassa insieme, la libertà e il piacere del consumo come ricetta anche politica per richiamare e far convivere pubblici diversi, senza barriere ideologiche. Come ha scritto Giampiero Mughini, la gente «voleva tornare a ridere, a far tardi la sera, a godersi l’insostenibile leggerezza dell’essere. Tutti volevano dimenticare i giorni lividi dell’orrore, indossare delle belle giacche, fare lunghe vacanze, incontrare ragazze che non avessero più l’aria minacciosa dei ’70, ascoltare della musica la più assordante possibile».
Così migliaia di romani rompono il coprifuoco dettato dalla paura e riscoprono il piacere di stare all’aperto, di frequentarsi e divertirsi, riappropriandosi di aree culturali che, sino a quel momento, erano letteralmente proibite ai “fascisti”, come ad esempio i concerti rock, decisamente impraticabili per chi non indossasse il look d’ordinanza. O come il jazz, grazie a un pioniere come Giampiero Rubei, grande impresario proveniente dall’esperienza dei Campi Hobbit. Il Secolo d’Italia, in un recente articolo, ha usato proprio il jazz come metafora
per dare un originale contributo al dibattito politico culturale. Qualcuno vuole capire la destra che cambia? «Vada all’Alexanderplatz ». E si accorgerà che i processi d’innovazione del jazz “s’intonano” anche alla destra italiana. L’improvvisazione - ha infatti spiegato Davide Sparti nel suo saggio Suoni inauditi. L’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana - si basa in gran parte sulla rielaborazione di forme e materiali precomposti e memorizzati. La tradizione come strumento di trasgressione. «Se i musicisti - spiega lo studioso - sono capaci d’improvvisare, lo sanno fare perché conoscono le regole e i materiali della loro disciplina, li conoscono al punto da permettersi di variarli e trasgredirli in modo creativo. La variazione si confronta sempre con la tradizione e si configura per molti versi come una forma d’interrogazione provocatoria, di messa alla prova della tradizione». Viene da domandarsi: perché mai anche la destra non dovrebbe tentare una variazione, cogliere l’attimo? Non per estemporanea vocazione situazionista, non per opportunismo, tanto meno per liberarsi della propria identità. Ma perché ha sempre cercato nella modernità il suo interlocutore. La destra culturale italiana rinunci, una volta per tutte, a una insana vocazione minoritaria. Parli liberamente di libri, cinema, fumetti, internet e quant’altro si muove nel dibattito contemporaneo. Di musica, anche quella decadente e “negroide” che fa inorridire alteri fustigatori. Se non può essere open minded, curiosa, se non può fare tutto questo, cosa dovrebbe fare questa destra? Dovrebbe, come suggerisce qualcuno, limitarsi a osservare le rovine circostanti, «l’impazzimento del termitaio umano abbacinato dal progresso»? Sarà, ma una destra che non sa aprire canali di dialogo con l’industria culturale e non tenta di contaminare l’immaginario popolare può vincere la battaglia elettorale ma, alla distanza, rischia di perdere la guerra del consenso.

13 commenti:

Giovanni Tarantino ha detto...

Grande, grandissimo Roberto!
Il numero di Charta minuta è eccellente

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Davvero un bel numero, sì.
Grazie Giovanni.
A presto.
:)

Claudio Ughetto ha detto...

Molto bello questo tuo scritto, Roberto. Ci sono mesi del tuo recente lavoro che hai saputo mettere insieme per esporre un'idea e un appello.
L'intento che auspichi, d'attenzione all'immaginario collettivo, dovrebbe a mio avviso riguardare la destra come la sinistra. Ed entrambe, come tu giustamente noti, in questo campo hanno dei problemi.

Eppure qualche decennio fa, in senso gramsciano, un certo De Benoist arrivo ad anticipare i tempi, inventandosi in parte e proponendo la "metapolitica". Non pensi che se la destra l'avesse seguito, forse adesso non sarebbe più "destra" (e neppure "sinistra") ma forse avremmo una politica (nel senso di polis) migliore e più creativa.
Ciao.
Claude.

Claudio Ughetto ha detto...

Ah... "L'attimo fuggente" è un grande film. Una lezione di nonconformismo che oggigiorno non sarebbe proponibile. L'ossessione per la sicurezza non può accettare l'impulso creativo, la libertà individuale e i rischio che il scegliersi la vita comporta.
Per dirla con Hillman, non sono i giovani a cercare la morte, perché anche il rischio di morire fa parte della vita, ma gli adulti a prediligere una società morta. Si può vivere un'intera esistenza da morti.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Apprezzo molto De Benoist, così come la produzione (meta)culturale della nuova destra (prima) e delle nuove sintesi (dopo). Dipendesse da me, suggerirei alcuni testi editi da Akropolis come testi scolastici. La tentazione fascista di Tarmo Kunnas, ad esempio. Le idee a posto di De Benoist, per continuare. E anche l'ottimo Tarchi, naturalmente. Nata per superare i "miti incapacitanti" della destra, la nouvelle droite si è fatta essa stessa mito incapacitante... il confine tra metapolitica e impolitica è tenue.
Ecco, l'auspicio è proprio quello di una politica più creativa e coraggiosa, meno fossilizzata su identità utilizzate come rendite di posizione... Vedremo che succede.
PS.
Ti consiglio di leggere anche gli altri articoli di Charta Minuta, disponibili in pdf sul sito della Fondazione FareFuturo (basta cliccare sulla copertina di Second Right che ho messo nella home page del blog): ci sono articolo molto molto interessanti, a partire da quello di Luciano Lanna.
Un abbraccio.

Claudio Ughetto ha detto...

"Dipendesse da me, suggerirei alcuni testi editi da Akropolis come testi scolastici. La tentazione fascista di Tarmo Kunnas, ad esempio. Le idee a posto di De Benoist, per continuare. E anche l'ottimo Tarchi, naturalmente".

Ottimi libri. Credo che Kunnas sia tuttora insuperato. "Le idee a posto" è in anticipo sui tempi di 20 anni, anche se letto a sé rischia di lasciare da parte tutta l'evoluzione del pensiero debenostiano. Quindi ci aggiungerei "Le sfide della postmodernità" almeno.
Comunque, se di miti incapacitanti parlerei anche adesso per buona parte della destra e della sinistra, per quanto riguarda la Nuova Destra parlerei di disgregazione o implosione. Cio che dice De Benoist nei suoi saggi è sicuramente importante e folgorante, tuttavia manca tutto la dimensione dell'"immaginario collettivo" al quale giustamente ti richiami.
In Italia è rimasto "Diorama", ma manca "Elementi", dove potevi trovare articoli sui Talkin Heads, ad esempio. Non era cosa da poco, all'epoca...
Ciao.

Giovanni Tarantino ha detto...

Leggo con entusiasmo gli esiti d questo dibattito.
I libri che avete citato li ho e concordo con Roberto che alcuni andrebbero fatti leggere nelle scuole.
Ma concordo anche con Claudio in merito a quei numeri di Elementi che ritengo favolosi in cui si potevano leggere articoli sui citati Talking Heads, o sulla metafisica della gioventù (ne ricordo uno di Peppe Nanni). Segni smarriti di una destra che non c'è stata...

Giovanni Tarantino ha detto...

Ah...
quanto allo scritto di Luciano su Charta minuta credo sia un ottimo saggio di filosofia politica.
Veramente bello

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Domani sera posto anche l'articolo di Filippo Rossi, il coordinatore editoriale di Charta Minuta, soprattutto suo il merito se la rivista è bella e ricca di contenuti!
Se poi decideste di abbonarvi, non mi offenderei.
:))

Claudio Ughetto ha detto...

Anche a me sembra un'ottima rivista. Mancava, all'interno del pensiero "di destra" contemporaneo. Mi sembra un bel passo avanti rispetto a cose un po' ambigue del passato (vedi "Ideazione").
L'abbonamento mi tenta, nonostante qualche riserva dettata dalla mia predilezione per cose più "al di là" della dicotomia. 70 euri sono parecchi... Ci penserò in questi giorni. Tanto manca poco al 27... :)))

Per Roberto e Giovanni. Su De Benoist e le "Nuove Sintesi" (in realtà mai esistite, visto che molti che vi si proclamano vicini ne sono, a mio avviso, lontanissimi) ho un'opinione forse azzardata, ma credo attinente:

credo che il suo pensiero sia tuttora politico, utilizzabile politicamente per una politica probabilmente da rifondare o recuperare. Potrebbe trattarsi di un ottimo antidoto sia alla cultura economicista che a quella della politica di Palazzo o di un rozzo mondialismo (tra l'altro per un localismo aperto, multiculturale e comunitario, relativista e assolutamente non razzista).
Tuttavia è l'approccio metodologico al suo pensiero ad essere fuoriviante: anche mantenendo vive le categorie destra/sinistra, credo che un autore come De Benoist vada ormai letto come un filosofo della cultura e della politica: non è importante da che parte si sta, si prendono i suoi libri dalla libreria e si leggono, si sottolineano, si consumano. Da una parte o dall'altra ha molto da suggerire, va utilizzato e interpretato, senza tirarlo per la giacca con la scusa di appropriarsene.

Giovanni Di Silvestre ha detto...

De Benoist lo conosco poco, sapreste suggerirmi con cosa inziare per avere un'idea?

Claudio Ughetto ha detto...

Giovanni Di Silvestre ha detto...
"De Benoist lo conosco poco, sapreste suggerirmi con cosa inziare per avere un'idea?"

Difficile consigliarti, Giovanni. Dipende da cosa cerchi, poiché De Benoist ha trattato l'intero conoscibile, mosso da un enciclopedismo funambolico, tanto che Franco Cardini lo definì "il giocoliere delle idee" (ed era un complimento!).
Comunque io partii nel 1991/92 con gli articoli su Elementi, poi scoprii Diorama. Il primo libro che ho letto ha circa 30 anni: "Possiamo essere pagani?", ed è uno dei suoi lavori più radicali, discussi ma anche parziali, vista poi la sua evoluzione. C'è già comunque il De Benoist che conosciamo: provocatorio ma mai aggressivo, con una difesa del paganesimo contro il giudeo/cristianesimo che si chiarisce subito come relativa e non assoluta, nel senso che DB non intende distruggere il cristianesimo, pur riconoscendolo come nemico, bensì opporre il suo punto di vista pagano contro quello cristiano. In un certo senso anticipa Hillman, quando dice che culturalmente c'è sempre una dialettica tra il pensiero greco e quello giudaico/cristiano. Chi si sente pagano ha una visione del mondo opposta della vita, dell'etica e dell'estetica rispetto a quella cristiana. Rispetto al presente direi che c'è un aspetto fondamentale: a quei tempi a DB piaceva l'Impero Romano, in seguito prediligerà la democrazia greca.

Naturalmente non puoi ignorare "Le idee a posto", sorta di compendio del pensiero debenostiano anni 70/80, quindi portato a vedere le cose "da destra". Non fraintendiamo: "da destra", nel senso che DB non si definisce "di destra", bensì sceglie una posizione della dicotomia in cui l'analisi della realtà richiede quest'ottica inedita. Siamo ancora nel bipolarismo, l'URSS è ancora in parte amata dalla sinistra, e DB oppone il differenzialismo all'egualitarismo di qualsiasi tipo, sia comunista che cristiano. Più tardi sottilizzerà le differenze tra un differenzialismo e inegualitarismo, quest'ultimo caro alla destra radicale ma non proponibile nella politica vissuta e partecipata. Per DB, e per la ND in genere, è sempre stato fondamentale "convincere", mai "costringere". In questo senso DB, ritenuto da molti evoliano, prende le distanze dal Barone e dai suoi seguaci. Più tardi, con l'evoluzione storica, dopo il crollo del Muro ecc, sceglierà una posizione molto più vicina a una visione "da sinistra", senza per questo sentirsi "di sinistra".

"Il male americano", scritto con Locchi, è secondo me un po' datato. Va integrato con "L'america che ci piace", articolo uscito un paio d'anni fa su Diorama.

Veniamo a DB più recente:
"L'impero interiore" è bellissimo: la riproposta dell'idea di Impero, non inteso come quello romano, statunitense, fascista o hitleriano, ma come mito, contenitore di differenze sotto un ideale comune. DB guarda all'Europa, che vorrebbe Imperiale, democratica di base e federale. Dentro ci starebbero culture differenti, comunità differenti, religioni differenti. Un po' il saggio deriva anche dalla sua critica all'intervento NATO in Bosnia e Kossovo: per lui bisognava non costringere le persone a stare insieme, ma aiutarle a fondare due stati, all'interno dell'Europa. Perché "Una guerra in Europa è inaccettabile", aveva scritto in un articolo. Chiara anche l'apertura di DB a religioni che a certa destra non piacciono: lui non ama l'Islam, ma in Europa ha la stessa dignità del cristianesimo. Per DB l'Europa è pagana e anche cristiana e islamica. Quindi rifiuto del mito cristiano fondante per una posizione che ricorda quella di Levi-Strauss, grosso modo "relativista". La Turchia, dirà più tardi, non deve entrare in Europa non perchè è mussulmana, ma perché non è mai stata europea!

Di "Le sfide della postmodernità" (che puoi richiedere a www.ariannaeditrice.it) ho già detto. Tutto il DB più recente punta ad una riflessione sul tema della decrescita e del comunitarismo, sulla scia dei neocomunitaristi americani e dei critici dell'Io minimo.

Se poi sei un raffinato, puoi lanciarti nelle riflessioni teologiche di "L'eclisse del sacro", dialogo garbato ma critico col cattolico conservatore Tomas Molnar, o "La nuova evangelizzazione" (Arianna) nel quale analizza i fallimenti di Giovanni Paolo II e l'impossibilità di attecchire dei dogmi cattolici nella postmodernità.

Buona lettura!

Giovanni Di Silvestre ha detto...

Concordo il discorso dell'Impero, soprattutto visti i danni fatti nei Balcani, ma penso che la Turchia penso che debba entrare in Europa, non farlo sarebbe come gettare nella fossa ciò che di buono era riuscito a fare Ataturk. Naturalmente non subito ma lasciando che l'esercito intervenga quando è necessario come garante della laicità dello stato.