domenica 30 dicembre 2007

Doris Lessing, «la mia Africa non è un live aid»

Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 30 dicembre 2007
«Il Nobel lo può vincere chiunque». Di Luca Doninelli (foto a destra) si può ben dire che è uno degli scrittori italiani più intensi e apprezzati ma certamente non che sia un estimatore del premio letterario per eccellenza. Tanto da aver sentito l’esigenza di puntualizzare, dopo l’assegnazione del Nobel 2007 a Doris Lessing: «Si può essere grandi scrittori anche se non si sanno concludere i romanzi, non si sopportano i musulmani e si è comunisti. Basta non essere cattolici o americani, che non vedono un Nobel dal ’33, Toni Morrison». Per lo scrittore bresciano, l’inconcludente sarebbe Pamuk – premiato nel 2006 – Naipaul l’intollerante – «antiislamico e anglofilo fino alle budella», vincitore nel 2001 «mentre ancora si contavano i morti dell’11 settembre» – e tra i comunisti spiccherebbe Dario Fo, ultimo italiano premiato nel ’97. «Uno che – sottolinea Doninelli – non è nemmeno uno scrittore». Premessa necessaria a evidenziare, per contrasto, come quest’anno – scegliendo di conferire «un meritatissimo nobel fuori moda» a Doris Lessing – gli accademici di Svezia ne abbiano fatta finalmente una giusta. Perché la scrittrice inglese non è «chiunque». «Non dice parole, come fanno i letterati: dice cose. La sua è una letteratura felicemente grezza e io la amo per questo».
Dichiarazione d’amore simile a quella rivoltale da J. M. Coetzee (immagine a sinistra) – «una delle grandi visionarie del nostro tempo» – e finalmente messa nero su bianco nelle motivazioni ufficiali del premio: «Narratrice epica dell'esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa». Messo sotto esame, sì. Senza fare sconti a nessuno, distante anni luce da ogni vocazione cortigiana, rispondendo sempre e soltanto alla propria onestà intellettuale, sommando esperienze di vita vissuta in prima persona singolare e riconoscendo senza autoindulgenza i propri errori. Altro che icona imperitura del femminismo militante, del marxismo, dell’anticolonialismo, del terzomondismo e delle sempre più sbiadite bandiere di una sinistra in perenne cerca di identità.
Ma facciamo un passo indietro, per chi non mastica di “totonobel”: il favorito era ancora una volta Philip Roth (a destra), grande vecchio della letteratura in attesa della consacrazione finale. Lei poco più che una outsider, quotata 50 a 1. Malgrado la lucidità spietata di opere che attraversano l’intero Novecento, capaci di mettere d’accordo critica e pubblico. Una produzione artistica sterminata: dal realismo umanista dei primi lavori alla “contaminazione” con la letteratura fantastica sino alle poderose autobiografie: Sotto la pelle, ’94, e Camminando nell'ombra, ’97. Sì, perché la sua vita è il più appassionante dei romanzi e merita di essere raccontata, sia pure per cenni. A partire dalle splendide “location”, l’antica Persia e i magnifici paesaggi africani. Da Kermanshah, nell'attuale Iran, dove il padre, ex ufficiale britannico, è impiegato di banca e il 22 ottobre ’19 nasce Doris May Tayler, nel ’25 la famiglia tenta l’avventura coloniale nella Rodhesia del sud (l’odierno Zimbabwe) alla ricerca di un’affermazione economica come coltivatori di mais che non arriverà. Inizia il periodo “africano” di Doris.
Le sue opere sull’Africa inglese, tra cui Racconti africani e Sorriso africano. Quattro visite nello Zimbabwe, restituiscono scenari suggestivi quanto fedeli alla realtà, dura, di coloni e indigeni. Vicende ben descritte ne L'erba canta, del ’50, il suo primo romanzo, anch’esso autobiografico, considerato uno dei migliori inglesi del dopoguerra. A più riprese la scrittrice ha condannato la corruzione del regime di Mugabe: «Sono cresciuta in Rhodesia. Ero contro il dominio bianco. Ci credevo, credevo alla liberazione di quei paesi e non potevo stare vicino ai neri quanto avrei voluto per colpa dell’apartheid. Quante sciocchezze. E ora, nello Zimbabwe, la gente non fa che morire. Ci sono stata di recente, ho visto gli ospedali che vanno inutilmente e illegalmente avanti senza medicine grazie alla pazzia di qualche volontario bianco». Altro che Live Aid! «Bob Geldof avrà pure tutte le buone intenzioni del mondo, ma non ha una conoscenza sufficiente delle culture africane». Parola della Lessing, divorata sin da giovanissima dalla curiosità. Spedita in collegio, ne scappa a 13 anni. A 15 lascia definitivamente la scuola e la famiglia. A 19, il primo matrimonio e due figli. Incontra il suo secondo marito Gottfried Lessing al circolo comunista Left Book Club. Sposa lui e il comunismo, salvo prendere il figlio avuto insieme, Peter, e trasferirsi a Londra nel ’49 con il suo primo manoscritto, libera. Dal ’54 anche dal comunismo.
Con gli oltre venti titoli feltrinelliani ha toccato il milione di copie vendute in Italia e altrettante se ne contano in America e Inghilterra solo per il suo Il taccuino d’oro, l’opera che nel ’62 le ha dato la fama internazionale.
Ma, come dicevamo, da anni era fuori dalla rosa dei possibili vincitori del Nobel. Perché questo lungo ostracismo nei suoi confronti? C’è chi dice – e non è così stravagante crederlo – che dipendesse dal fatto che si fosse “incapricciata” a scrivere di fantascienza, genere mai rinnegato (da Istruzioni per una discesa all'inferno, ’71, al ciclo di romanzi intitolato Canopus in Argos in uscita grazie alle edizioni Fanucci. Da novembre è in libreria Un pacifico matrimonio a Canopus e a gennaio seguirà The Cleft, la fessura). Decisione da ritenersi alquanto sconveniente per un aspirante premio Nobel. E poi le sue dichiarazioni pubbliche ne ribadiscono puntualmente, oggi come ieri, la natura cristallina di scrittrice irregolare e irriverente. Meglio ancora: scomoda, convinta com’è che la letteratura debba rimanere ben distante dalla politica, al di fuori di ogni collateralismo. Estranea a quei penosi atteggiamenti adulatori che certi letterati esibiscono nei confronti del potere, qualunque esso sia. Niente a che vedere, per intenderci, con il poeta portoghese José Saramago – ostinato ammiratore e testimonial della glamourosa dittatura di Fidel Castro – né con il drammaturgo inglese Harold Pinter, che nel 2003 si è spinto sino ad azzardare un improponibile paragone tra gli Stati Uniti e la Germania nazista. Per lei le dittature sono da condannare senza distinzioni di comodo e giustificazionismi inaccettabili. «Ho visto il nazismo di Hitler e il fascismo di Mussolini. E il comunismo dell'Unione Sovietica, che si credeva non sarebbe finito mai. Ebbene tutto questo oggi non esiste più. E allora perché mi dovrei fidare delle ideologie? Hanno fatto e continuano a fare un’immensa quantità di male. Poi grazie a Dio tramontano e scompaiono».
A differenza dei tanti intellettuali che hanno aspettato che il muro di Berlino venisse giù per accorgersi all’improvviso di quanto poco trendy fosse ormai tale ideologia, la Lessing aveva preso le distanze dal comunismo – «patologia fatale» – ben prima, in tempi non sospetti. E aveva maturato “dall’interno” un’opinione spietata nei confronti dei comunisti: «Assassini con la coscienza pulita, pronti a sterminare milioni di uomini e poi commuoversi per il destino di cani e balene». A chi ha provato a rimproverarle il carattere liquidatorio quanto generalizzante di tali giudizi, confermati peraltro ne Il sogno più dolce (2002, quello comunista di replicare il Paradiso in terra) – in cui il personaggio negativo per eccellenza è il compagno Johnny, un millantatore che vive di ricordi inventati (sostiene di aver fatto la guerra in Spagna ma non è vero) e che per estorcere soldi e favori minaccia chi gli sta intorno di denunciarli come fascisti – s’è limitata ad aggiungere: «Sono così, lasci che glielo dica io che ne ho sposato uno». Altro che sole dell’avvenire e movimento che marciava al passo dell’evoluzione delle idee, il suo è un atto d’accusa del comunismo a tutto tondo. E non solo per i lutti che ha provocato, ma anche per i danni che ha causato al linguaggio. «Non è una novità che il comunismo abbia fatto degenerare il linguaggio e, con esso, il pensiero. La pedanteria e la verbosità sono diventate una sorta di muffa che infesta il mondo intero».
Come ha commentato Pierluigi Battista, con la Lessing si registra «un definitivo congedarsi dalla figura ieratica dell’intellettuale moderno che si atteggia a “funzionario dell’Umanità”». Sì, perché la scrittrice inglese dimostra di riporre più fiducia nell'individuo che non nelle organizzazioni benefiche e nelle Grandi Cause. «Credo all'impegno di breve periodo di piccoli gruppi su temi specifici. I movimenti per la pace, la guerra contro gli armamenti, semplicemente non funzionano. È una leggenda che io sia una specie di Giovanna D'Arco. Quando rifletto sul passato, oggi non vedo i grandi imperi e i dittatori, ma solo i piccoli individui, e le cose straordinarie che sanno realizzare».
Eppure la leggenda – come lei stessa l’ha definita – ne fa ancora una femminista criptocomunista in armi e le sue opere vengono puntualmente strumentalizzate come manifesti di lotta. «Quando ho scritto Il quinto figlio – ha raccontato – il mio romanzo è stato immediatamente catalogato come un racconto sul problema palestinese, la ricerca genetica, il femminismo, l’antisemitismo e via dicendo». Formule politiche che riducono e banalizzano l’opera d’arte a uso di parte. Per non parlare de Il taccuino d'oro, diventato negli anni Sessanta e Settanta – suo malgrado – un libro di culto per le femministe, sino a essere definito da alcuni studiosi «la Bibbia del movimento delle donne». Niente di più lontano dalla volontà dell’autrice, che ha rappresentando straordinari personaggi di donne coraggiose e indomite, pronte a reclamare diritti, amori e passioni, ma sempre senza enfasi o retorica. «Quello che le femministe vogliono da me è che sia loro testimone. Quello che veramente vorrebbero dirmi è “Sorella, starò al tuo fianco nella lotta per il giorno in cui quegli uomini bestiali non ci saranno più”» dichiarò al New York Times nel ’82. In maniera del tutto inattesa la Lessing prende le difese degli uomini, «continuamente vilipesi ed insultati dalle donne».
In una recente intervista al Corriere della Sera, ha sottolineato come Anna Wulf (la protagonista, ndr) voleva «vivere come un uomo» ma oggi le donne sono «presuntuose, farisaiche» e «spaventano gli uomini». Le donne farebbero bene a concentrarsi sul cambiamento delle leggi obsolete che le riguardano piuttosto che sprecare «molte energie» facendo affermazioni «semplificate» sugli uomini.
La sconfessione del femminismo militante è totale, senza ammiccamenti: «Le femministe degli anni Sessanta hanno buttato via il loro tempo in chiacchiere e gruppetti. Per loro nessuna comprensione o giustificazione, sono ree di avere creato una nuova generazione, quella attuale, di donne arroganti e dalla mentalità ristretta, di aver devastato il potenziale femminile, e soprattutto di avere stupidamente e rovinosamente denigrato gli uomini. Quanto ai progressi nella condizione femminile, il merito non è dell’ideologia femminista, ma della tecnologia, dai contraccettivi alla lavastoviglie». E dell’immaginario: dai libri della Lessing sono stati tratti ben tre film: da Memorie di una sopravvissuta (nel ’81, regia di David Gladwell con Julie Christie), da L'erba canta (sempre nel ’81, regia di Michael Raeburn) e, da The Diary of a Good Neighbour, il film Rue de retrait, 2001, di René Féret. Non rimane, pertanto, che aspettare la pubblicazione in italiano delle sue opere inedite. In occasione dell’aggiudicazione del premio Nobel, la Feltrinelli ha prontamente annunciato l’arrivo in libreria di altri titoli: Landlocked e Four-Gated City, ultimi due libri della pentalogia I figli della violenza di Martha Quest, quelli riferiti alla sua militanza comunista. E ci sarà certamente qualcuno che dimenticherà che quel passato la Lessing se l’è lasciato alle spalle, senza rimpianti e con le idee ancora più chiare.

5 commenti:

Il Triballo ha detto...

Io l'ho presa abbastanza bassa, l'ho scoperta con "On cats" ^_^

Claudio Ughetto ha detto...

bellissimo articolo, Rob.
Scusa se non mi dilungo, ma come sai sto usando un PC di fortuna in attesa che mi apportino le modifiche al Mac.
Un abbraccio e un grande augurio per un anno splendido.
Claude.

Gruppo A ha detto...

http://adifferentkindofrabbit.blogspot.com/

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Ciao Triba, augurissimi!!!

Grazie Claude, tanti auguri anche a te: che il 2008 ti porti quello che più desideri.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Ciao ai componenti del gruppo a... e benvenuti sul web!
Esordire con madame Monroe... non poteva esserci inizio migliore.
Auguri!
R.