giovedì 14 febbraio 2008

Cavaliere, non si lasci scippare Obama (Giuseppe De Bellis da il Giornale)

Articolo di Giuseppe De Bellis
Da il Giornale di giovedì 14 febbraio 2008

Obama uscì dal suo ufficio al Senato: «Oggi ho trovato un fratello». Francese, forte, nuovo: Nicolas Sarkozy. Era meno di un anno fa. Entusiasta, Barack. Gli dissero del caos alle banlieue, dei sindacati infuriati con Sarkò, della nuova svolta a destra della Francia. «Nicolas mi sembra uno che conosca i problemi del suo Paese e come risolverli. Voglio andare a trovarlo e vedere come lavora». Punto e a capo. Punto e basta. C’è qualcosa che stride nell’equazione facile facile che la sinistra italiana fa con Barack: «È democratico quindi è roba nostra». Qui s’inceppa qualcosa. Seimila chilometri di distanza e l’Oceano Atlantico in mezzo deformano i messaggi. Veltroni si ispira a Obama, lo vuole, lo prende. E invece Berlusconi non deve farselo scippare. Perché c’è più lui di Walter, in Barack.Se scavi e finisci alla polpa vera, senza la mediazione delle tv italiane, trovi un Obama che non c’entra molto col veltronismo. Li avvicina giusto il nome del partito che rappresentano. Si vede subito: Barack cammina fiero, con la faccia alta per farsi inquadrare bene. È cresciuto con la politica fatta sulle strade o davanti alle telecamere. Sfugge alla riunione di partito, è lontano dalla trafila del giovane attivista democratico che fa la gavetta prima di arrivare. Parla con la voce alta: idee precise e semplici. Lo senti: «Yes, we can; Yes, we can; Yes, we can; thank you Chicago, let’s go to work». Capopopolo e non capoclasse. È uno che suscita passioni, come Berlusconi. È un volto, come il Cavaliere. È uno che è arrivato perché c’ha creduto. Ogni cosa che ha desiderato è riuscito a ottenerla. Ricorda qualcuno che non è Walter. L’America non chiede a Barack che cosa farà, vuole semplicemente che lo faccia, qualunque cosa sia. Trascina, coinvolge, attrae. È il nuovo, in un Paese che sembra simile all’Italia del ’94. Obama detesta il «sì-ma-anche». Barack cancella i compromessi della lingua, al massimo rischia di sforare nella gaffe piuttosto che riempirsi di retorica diplomatica. Uno così non c’entra col Pd italiano. Se ne sono appropriati indebitamente e fanno anche finta di non sentire. Tipo: Barack è totalmente pro Israele. Dice che da presidente vorrebbe risolvere il conflitto in Medio Oriente. Così, però: «Il punto di partenza è garantire la sicurezza di Israele. Tutto il resto viene dopo». Tutto. E allora l’Iran può pure preoccuparsi. Con Obama presidente l’idea di avere rapporti Washington-Teheran distesi è un’utopia. «Dobbiamo impedire che l’Iran completi il suo programma nucleare». Basta. Invece no, perché Barack spiega meglio quello che la sinistra italiana non vuole ascoltare: è vero che non voleva la guerra in Irak, però per tutelare l’America ovunque nel mondo, lui attaccherebbe senza difficoltà. L’Onu? Chissenefrega: «Il presidente degli Stati Uniti non deve esitare a usare la forza unilateralmente, non solo per proteggerci in caso d’attacco, ma per anche solo per tutelare i nostri interessi nazionali». Ciao ciao multilateralismo e addio diplomazia.Se non è ancora sufficiente, c’è dell’altro. Per dirne una: Obama è contro i matrimoni gay. Vuole che siano rispettati i loro diritti, ma contesta l’idea che si possano sposare. Per dirne un’altra: domattina, Barack si sveglierebbe e chiederebbe al Congresso di finanziare una legge da qualche miliardo di dollari per aumentare i finanziamenti all’esercito e per assumere altri militari. Non uno: «Sessantacinquemila soldati e 27mila marines». Militari forti, esperti, pronti. Cioè: se domani l’America fosse attaccata, Barack vorrebbe truppe pronte a invadere qualunque Paese. Armi, tante. Armi per i soldati, ma pure per la gente normale. Obama è a favore del diritto che spaventa anche il più centrista degli uomini della sinistra italiana: la possibilità di ogni americano di tenersi in casa una pistola. Poi c’è l’energia: vuole investimenti sui biocarburanti, certo. Però dice che senza il nucleare non c’è domani. Nuove centrali, più energia, più pulita. A Veltroni, Barack ricorda Kennedy. Per Obama è meglio Lincoln, cioè il bisnonno dei moderati destrorsi americani. A Clinton preferisce Reagan e non solo per togliersi lo sfizio di contestare il marito della sua avversaria. Si specchia in Ronald perché pensa che emozionare come faceva Reagan è metà del compito del presidente degli Stati Uniti. Novità, cambiamento, futuro. Il gioco dei paragoni non finisce. Barack è un Blair americano. All’inizio anche Tony fu scippato dalla sinistra. Dissero che era ovvio: un laburista sta per forza da quella parte. La storia non è stata d’accordo. Però è solo la storia.
Giuseppe De Bellis

4 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Purtroppo nella politica attuale, a destra come a sinistra, si commettono due errori non da poco:

1) considerare la democrazia, l'idea di democrazia, come qualcosa di declinabile "solo" a sinistra. Siccome Obama è democratico (chi non lo è...) e rappresenta il partito "democratico" ("liberal"), allora Obama è "di sinistra" e quindi la sinistra lo deve sostenere.
La democrazia, in sé, non è di destra o di sinistra: è l'espressione della volontà del popolo, dei cittadini, addirittura in contesti precisi (se andiamo alle sue origini). Non è né un valore assoluto, morale, né qualcosa che appartiene alla sinistra. All'interno di essa, naturalmente, ci sono espressioni politiche differenti, con idee e interessi diversi; o addirittura possono mescolarsi le carte in tavola, e questo è successo spesso. Basti pensare all'Italia post risorgimentale, con la sinistra imperialista - che oltretutto caricava gli operai con la polizia a cavallo...

2) in America bisognerebbe esserci, solo così si capirebbe che la politica statunitense è diversa dalla nostra, quindi le due parti politiche in gara non sono assimililabili alle nostre idee e valori. Obama gioca le sue carte facendo leva sugli americani stanchi della guerra in Iraq e di anni un po' fanatici, ma lo fa usando le argomentazioni dei conservatori. Paradossalmente, Bush si richiamava ad un'America attuale più di qualsiasi altro candidato dell'epoca, mentre Obama si richiama sì al "cambiamento", ma i suoi sono i valori dell'America dei "padri": gli States non cessano di essere deisti (deisti, non "cristiani", e in questo c'è differenza rispetto alla propaganda del "rinato" Bush), fieri della propria nazione, pronta a dare a tutti una possibilità al di là dell'etnia e del ceto,profondamente liberali e laici. Un coacervo di contraddizioni che noi non possiamo comprendere, ma che Obama riesce a nobilitare rifacendosi a Lincon.

Lo stesso era un po' per Kennedy, tanto amato da Veltroni, che era sì una voce nuova, capace di cogliere le trasformazioni dell'epoca, ma che definire "di sinistra" non è il caso.

Tornando ad Obama, è molto probabile che, a livello di intenti politici, il repubblicano McCain sia più "a sinistra" di lui. Difatti è detestato dai repubblicani bushiani e dalla parte più fondamentalista del repubblicanesimo.
D'altronde non sono l'unico a pensarlo. Sembra strano, eppure non sono pochi gli intellettuali e gli scrittori "liberal" che tifano per lui. Non sono tutti per Obama. Lo è, ad esempio, Michael Chabon, ma Jonathan Frazen e Jonathan Lethem, non certo dei reazionari o dei conservatori, stanno con McCain. Si può non essere d'accordo con loro, ma sicuramente questi paradossi sono dei chiari indicatori di come la politica statunitense ha poco a che vedere con i nostri parametri.

Claudio Ughetto ha detto...

Riguardo poi all'idea che farebbe inorridire qualsiasi centrista italiano: diritto d'ogni americano a possedere un'arma in casa, anche quest'opinione (che io aborro!) appartiene alla cultura americana. Non è semplicemnte un'ideologia, né riguarda (soltanto) il mercato delle armi. Uno scrittore nonconformista e controverso come William Vollman ha dichiarato d'essere ormai propenso ad abbandonare questo principio, dati i tempi, tuttavia a malincuore si sbarazzerebbe delle troppe armi che tiene in casa.
Bisogna comprendere un principio storico-culturale che raramente ci viene spiegato. Ma se non lo comprendiamo, se non cerchiamo di pensare "come gli americani", neppure riusciremo a capire perché il paradigma va sì cambiato, ma agendo sulla cultura.
Quest'idea, apparentemente becera e buzzurra, si rifà a profonde convinzioni democratiche, precisamente al momento in cui i "Padri" stilarono la costituzione americana. Gli inglesi erano stati cacciati, si apriva un'epoca di cittadinanza democratica e di partecipazione. Cose conquistate con le armi, che gli "ex" ribelli ancora conservavano e non volevano cedere. Si sentivano cittadini, volevano contribuire alla nuova nazione, ma proprio per questo non erano disposti a rinunciare alla democrazia conquistata e alle forme di stato e di comunità che avevano contribuito a creare. Pur fidandosi dei loro padri, erano convinti di dover controllare i loro governanti e di potersi nuovamente ribellare se si fossero sentiti traditi. Difendere la democrazia era un insondabile diritto, quindi all'interno del loro contratto sociale fu stabilito che ogni americano può avere un'arma sia per difesa personale e della propria famiglia, ma anche perché è attravero le armi che le comunità di cittadini possono difendere la libertà dai tiranni.
A ben pensarci, fu un patto non da poco, dettato dal rifiuto di ogni sudditanza. In Europa la Rivoluzione Francese non mantenne simili patti, e i cittadini rimasero sudditi per molti aspetti. Paradossalmente sono i governi autoritari a disarmnare i sudditi, non quelli democratici.

Ora, naturalmente, si deve discutere se un'idea simile ha ancora senso. L'America non è più la roba di quel tempo, formata da coloni e suddivisa in comunità controllate e sodali. Ora le armi fanno solo danni, in una Nazione che ha fatto della paura un'ideologia e della diffidenza un valore. Troppi soprusi, troppe stragi, troppe bande che si scannano senza alcun principio, troppi alienati alla Heston.
Obama sbaglia, in questo caso. Ma capire che certi valori nascono da solide basi culturali non è male.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie degli interventi, Claudio, molto interessanti. Non sapevo che Jonathan Frazen e Jonathan Lethem "tifassero" McCain... Obama è un politico che mi interessa molto, malgrado il suo massimalismo e forse un po' anche per quello. McCain è un candidaton della destra sociale :)))))) ma diamine, ha 71 anni! Basta con la gerontocrazia.

Misterbraun ha detto...

Neanch'io vedo questa affinità Obama-Veltroni. Anzi, davvero mi ha stupito l'atteggiamento del partito tutto di favore per questo Obama, che io apprezzo per cose che... magari li vedessi in qualcuno nella politica italiana. Però se lo vogliono appoggiare, benvengano, magari serve anche a loro.