domenica 10 febbraio 2008

Into the wild, in Alaska con Borges

nella foto Sean Penn e Jon Krakauer
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 10 febbraio 2008

Tre edizioni in due settimane, 50.000 copie già vendute e rifornimenti già pronti per le librerie italiane. Nelle terre estreme di Jon Krakauer (268 pag., 16,60 €, Corbaccio) – la storia vera di Chris McCandless, il ragazzo americano poco più che ventenne che nel 1990, conseguita la laurea con lode all’Emory University di Atlanta, rinuncia a una vita agiata e abbandona tutto e tutti per intraprendere un viaggio tra Nuovo Messico, Arizona e Sud Dakota alla ricerca di se stesso sino a misurarsi due anni più tardi con la natura selvaggia dell’Alaska, trovandovi la morte dopo aver resistito ben sedici settimane – è il caso editoriale del momento. Dal coinvolgente libro dello scrittore e alpinista americano è tratto il film Into the wild, scritto, diretto e prodotto da Sean Penn, classe ’60, attore e regista alla quinta prova, vera e propria icona del cinema americano, un individualista scomodo, avvezzo anch’egli a imprese solitarie, ben lontano dall’immagine glamourosa dell’ex marito della star Madonna che pure gli è rimasta appiccicata addosso. Uscito nelle sale il 25 gennaio, il film si appresta a tagliare il traguardo dei 3 milioni di incassi. Un passaparola che non sembra destinato a fermarsi.
Per chi ha letto questo bellissimo libro è difficile credere che il film possa esserlo altrettanto, eppure è così. Sean Penn ha impiegato dieci anni per vincere le resistenze della famiglia McCandless a farne una versione cinematografica. Aveva visto il libro di Krakauer in una libreria (pubblicato per la prima volta negli States nel 1996 e tornato, dopo l’uscita della pellicola, tra i primi dieci libri più venduti d’America) e la copertina con un vecchio autobus abbandonato nelle neve l’aveva folgorato. L’autobus – scoprì – era quello dove Chris aveva vissuto gli ultimi giorni, dopo che l’inondazione di un lago gli aveva impedito di tornare indietro.
«Sean ha fatto un film che lascerà un segno sugli spettatori – ha dichiarato Krakauer, insieme al quale hanno perlustrato luoghi e ricostruito tassello dopo tassello il “viaggio” di Chris – perché non propone facili soluzioni e non è didascalico». Non era facile raccontarne la storia senza cadere nello stereotipo, relegarlo nella parte del borghese annoiato o, peggio, dell’ecologista militante. Molti lo hanno accomunato a Sal Paradise, il protagonista del celeberrimo cult di Kerouac On the Road, ma Chris non cercava la trasgressione, piuttosto l’essenziale. Non negli anni Sessanta, seguendo una moda. Nei primi anni Novanta, quando il mondo andava in tutt’altra direzione.
Krakauer nel gennaio 1993, pochi mesi dopo la morte del ragazzo, ne aveva sintetizzato la vicenda in un articolo sul mensile Outside. Novemila parole, poche: «Mi sentivo frustrato, come se non avessi reso giustizia alla storia». E non solo. In quel ragazzo si era riconosciuto: «Avevamo la simile intensità, spericolatezza e agitazione dell’anima». Così decise di scriverci un libro, non prima di approfondite ricerche e aver parlato con le persone che lo avevano conosciuto. Krakauer è stato in Alaska per la prima volta nel 1974, appena ventenne, e in più di un’occasione è sfuggito per un soffio alla morte. Una delle sue esperienze più drammatiche – sull’Everest, nove alpinisti muoiono il 10 maggio del 1996 a causa di una tempesta improvvisa e lui riesce a salvarsi – l’ha raccontata in Aria sottile (suo primo libro di grande successo, giunto alla sua tredicesima edizione italiana e a giorni nuovamente disponibile in libreria grazie a Corbaccio). Perciò sa di cosa parla ed è animato da una convinzione di fondo: «Il fatto che io, al contrario di Chris, sia sopravvissuto, rimane una questione di fortuna. Niente a che vedere con il desiderio di morire o la mera ricerca del brivido, piuttosto il desiderio di andare oltre se stessi».
E nel libro, dove non mancano i parallelismi con Chris, racconta la sua scalata del Devils Thumb, una montagna imponente al confine fra Alaska e Columbia Britannica. «All’epoca avevo ventitrè anni, più giovane di un anno rispetto a Chris. Ero infiammato da una dieta letteraria troppo ricca di Nietzsche e Kerouac». Krakauer lavorava a Boulder come carpentiere, quando sentì l’esigenza di partire: «Mi ci volle qualche ora per racimolare gli attrezzi. Mi sorprese constatare quanto fosse facile andarsene via e quanto ci si sentisse bene nel farlo. Il mondo d’improvviso si riempiva di possibilità. La zavorra accumulata giorno per giorno svanisce, esclusa dai pensieri di una irresistibile chiarezza di propositi». Sensazioni molto simili a quelle di Chris. Su una pagina del Dottor Divago di Boris Pasternak, uno dei libri trovati accanto al suo cadavere, aveva annotato a penna: «Bisogno di un proposito». Evidenziando le seguenti parole: «D’un colpo, ogni cosa è cambiata, il tono, l’aria, non si sa che pensare, chi ascoltare. Quasi che per tutta la vita ti avessero condotto per mano e, a un tratto, ti avessero lasciato. Allora ci si vorrebbe poter affidare all’essenziale, alla forza della vita o alla bellezza o alla verità, perché esse ti dirigano in modo sicuro e senza riserve».
Il suo equipaggiamento era tanto scarno da risultare inadeguato: uno zaino, un sacco a pelo blu, un fucile Remington, qualche scatola di cartucce, cinque chili di riso e una decina di romanzi. «Non si può andare da nessuna parte senza aver messo un Borges nella valigia», ripeteva Bruce Chatwin, icona di un nomadismo che – come ha sottolineato bene Alessandro Campi, tra i primissimi scopritori dello scrittore inglese in Italia – «non costituisce una fuga, non è la risposta a una generica inquietudine generazionale o a qualche fallimento esistenziale, bensì un bisogno profondo e insopprimibile della specie umana».
Terminato il College Chatwin decise, a differenza dei suoi compagni, di non andare all’università: «Come siete noiosi, andate tutti a Cambrige. Io farò qualcos’altro». La stessa impazienza, la stessa passione per la letteratura. Chris aveva portato con sé volumi tascabili di Lev Tolstoj, H. D. Thoreau e Boris Pasternak. Libri divorati, ricchi di annotazioni con interi passaggi evidenziati, come questo, tratto da La felicità familiare di Tolstoj: «Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla».
Nutriva una vera infatuazione anche per Jack London, del quale apprezzava la feroce critica della società capitalista e l’esaltazione del mondo primordiale. «Anche se – puntualizza Krakauer – il giovane pensò bene di trascurare il fatto che London avesse trascorso soltanto un inverno nelle terre del Nord e che all’età di quarant’anni, ormai alcolizzato, obeso e patetico, con un’esistenza sedentaria ben lontana dagli ideali abbracciati sulla carta stampata, si fosse tolto la vita». Lo scrittore americano descrive Chris come «un ragazzo ostinato, impetuoso ma anche puro di cuore, indisponibile ad accettare compromessi perché aveva grandi ideali. Cominciò a prendersela con tutti i ragazzi ricchi del suo paese ma – scrive ancora Krakauer nel romanzo – Chris non poteva certo definirsi un liberale. Al contrario si divertiva a ridicolizzare la politica del partito democratico ed era un aperto sostenitore di Ronald Reagan. A Emory arrivò addirittura a fondare insieme ad altri un club per studenti repubblicani e scrisse una serie di articoli che, riletti a distanza di anni, forniscono un quadro chiaro delle sue idee politiche: satireggiò Jimmy Carter, invocò le dimissioni del ministro della Giustizia Edwin Meese, sollecitò prudenza nei confronti della minaccia sovietica».
Questo prima del richiamo della foresta. «La foresta è la mia unica amica» fa dire Knut Hamsun al suo tenente Glahn, il protagonista di Pan, il bellissimo romanzo dello scrittore norvegese. In Chris c’è molto dei viandanti hamsuniani: sognatori, selvatici, forti eppure inaspettatamente vulnerabili, imprevedibili eppure così spudoratamente sinceri, determinati eppure sprovveduti, coraggiosi quanto disarmati. Certo, a volte infantili, permalosi, ma – per tornare alle parole di Krakauer – puri di cuore. Uomini privi di ambizioni materiali che coltivano un’ambizione ben più grande, trovare se stessi nella sintonia con la natura. Insofferenti alle convenzioni sociali, non sono schiavi della apparenze. Chris lascerà un lavoro perché una collega gli rimprovera di non lavarsi, perché fa quel che deve fare senza tirarsi indietro ma senza affrettarsi, mosso da un’altra urgenza: liberarsi di quanto ritiene superfluo e inutile. Non a caso evidenzia questa frase di Thoreau tratta da Walden ovvero vita nei boschi: «Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama». Come Isak, il protagonista de Il risveglio della terra – l’opera di Hamsun che nel 1920 venne premiata con il Nobel per la letteratura – «ama dormire la notte su un letto di legna di pino accatastata: già si sente a casa lì, con quel letto di pino sotto la roccia sporgente». Scrive Krakauer descrivendo la sensazione di una scalata: «In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità».
Sean Penn è riuscito a restituire, con la splendida fotografia di quei luoghi e le evocative canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam, le stesse emozioni, mescolando poesia e realismo. Ha realizzato un film libero da condizionamenti ideologici sul valore della solitudine in un’epoca, quale quella attuale, in cui la si combatte con ogni mezzo: dal moltiplicarsi dei telefonini alla necessità di essere “online” in ogni momento della giornata come nei modelli offerti da spot pubblicitari martellanti quanto poco edificanti che cercano di rendere tutto alla portata in un mondo senza sofferenze. Esattamente il contrario del percorso scelto da Chris, convinto, come l’amato Pasternak, che «i principali elementi costitutivi dell’uomo siano l’idea della libera individualità e della vita come sacrificio».«Lui si avventurò nella foresta per esplorare il paesaggio interiore della propria anima – ha detto Krakauer – perchè diffidava del valore dei traguardi facili e pretendeva molto da sé». «Non ho voluto farne un martire o un eroe – ha ribadito Penn – la sua è stata una fuga ma anche una ricerca della libertà assoluta. Fuga dalla banalità, da tutto il troppo che portiamo con noi e con cui ci siamo abituati a vivere, fuga dalla stupidità che ci circonda. La nostra società ha creato una vera dipendenza dal confort. Fuga, ma anche inseguimento: dell’autenticità, della purezza, dell’essenzialità».
E non a caso il regista dedica il film ai giovani «che oggi sono troppo spesso schiavi del benessere e delle cose materiali. Anche senza affrontare situazioni estreme e rischiose si può cercare di sentire il proprio cuore battere più in fretta. È importante che ci si provi almeno quando davanti si ha tutta la vita». Una fuga che non sia renitenza, ma – al contrario – addestramento per la vita. «Sono convinto che ci sia bisogno che gli uomini si liberino da tutto ciò che li circonda, ma è indispensabile che poi riportino la loro esperienza all’interno della società».
Per interpretare Chris, Penn ha scelto il ventiduenne Emile Hirsch. E il giovane attore ha superato brillantemente la prova, “aiutandosi” con frequenti chiacchierate con lo stesso Krakauer e con i familiari di Chris. Di una cosa sono tutti convinti. Chris non cercava la morte, ma immaginava che l’avrebbe potuta incontrare. Ed è morto sereno. «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica» ha scritto nel suo ultimo biglietto. Com’è diverso da quei giovani fintorivoluzionari che si alimentano di odio e ancora oggi giocano alla rivoluzione alle spalle dei genitori… La sceneggiatura scritta da Penn finisce con una frase: «Chris è morto da vivo. Avendo vissuto, vive dentro di noi». Molti sono vivi, eppure già morti.

3 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Credo che il film debba essere visto, a questo punto. Anche solo per uscire dagli stereotipi che la tv ci dà degli americani e della loro cultura. Compresa quelli su Sean Penn, nonconformista sì, antibushiano sì (vivaddio!) ma non assimilabile alle nostre categorie politiche e culturali.
D'altronde i veri nonconformisti, in America, sono fuori dalle regole sempre, e li trovi sempre dove non ti aspetteresti di trovarli: da Faulkner a Dylan, da Clint Eastwood a Sean Penn.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

I veri nonconformisti sono sempre... altrove. In Italia è una professione, ben remunerata. Siamo un paese malato di ideologismo e di professori. Mai nessuno che si metta in discussione, tutti lì: pronti a salire in cattedra. :))

Devo ancora vedere Moccia e Muccino junior, non mi faccio mancare nulla.

Fieramente pop!

Claudio Ughetto ha detto...

"Devo ancora vedere Moccia e Muccino junior, non mi faccio mancare nulla".

Ammiro il tuo coraggio :-)).