giovedì 19 giugno 2008

Andrea Pazienza, il genio della matita che "amava" quei fascisti (di Giovanni Tarantino)

Articolo di Giovanni Tarantino
Dal Secolo d'Italia di giovedì 19 giugno 2008
«Amo Hugo Pratt, Wolinsky e Pirichard/ amo Parker e Johnny Hart, amo Mell Lazarus, Smythe, Pericoli e Pirella, amo Chiappori, Toppi, Battaglia/ amo Quino, amo Mordillo, amo Fremura e Cheval, Sangio, Schultz, Bretechester, …Breccia & Lovecraft/ … Maurice Barres, accademico/ Andrè Breton, Tatlin e il costruttivismo, Dino Colalongo/ Lacerba e Giovanni Papini, amo Georges Mathieu/ amo Ezra Pound, fascista/ amo Richter e Georges Ribemont, Dessaignes e Balla, Boccioni/ e Segantini, Severini, Carrà e Marinetti Filippo Tommaso, fascisti/ e Sironi/ li amo». A firmare questa poesia era - oltre trent’anni fa - il geniale Andrea Pazienza.
E leggere, in una volta sola, una dichiarazione di amore nei confronti di una sfilza di nomi tra cui alcuni legati a vario titolo all’immaginario di destra non è sicuramente una cosa semplice. Lo era ancora meno nel ’77, quando il superamento delle vecchie contrapposizioni politiche era solo agli albori e in alcune frange militanti resistevano ancora steccati ideologici che non riconoscevano a pieno titolo i cosiddetti avversari. Che poi, nel decennio successivo, negli anni Ottanta, si scopriranno amici o innamorati tra loro, ascoltatori degli stessi gruppi musicali piuttosto che tifosi delle stesse squadre di calcio, interessati alle stesse letture, per non dire che su problematiche concrete, anche in politica, assumeranno le stesse trasversali posizioni. Ma tutto il retaggio culturale degli anni Settanta, con i suoi morti e con i suoi sopravvissuti, con i suoi odi e con le sue passioni, con la sua eneria anche violenta, viene meno dinnanzi al genio creativo di Andrea Pazienza, di cui ricorrono in questi giorni i vent'anni dalla prematura scomparsa. L’autore di quella poesia, intitolata Amo, che in maniera assolutamente non convenzionale elencava tra i suoi ispiratori e uno dopo l’altro il fascista Ezra Pound, l’ex adolescente della Decima Mas Hugo Pratt, il socialista nazionale Barrés, i futuristi (e fascisti) Balla, Carrà e Marinetti.
A Paz, come era solito firmarsi in diverse sue storie, ci lasciava vent’anni fa, precisamente la notte tra 15 e 16 giugno 1988. Moriva nella sua casa di campagna a Montepulciano, dove viveva con la moglie, in seguito ad un’ultima, tragica, overdose di eroina, a soli 32 anni. E proprio in questi giorni, in ricorrenza del ventennale dalla scomparsa, si stanno svolgendo diverse mostre e manifestazioni, che testimoniano come la “Paz-Mania” sia ancora in voga, e che si protrarranno per tutta l’estate: è il caso di "Vite ImPAZienti", la rassegna che partirà dal 19 luglio a Vico del Gargano, un allestimento creato e voluto da Michele e Mariella Pazienza (fratello e sorella di Andrea) e organizzato dal comune di Vico, con il sostegno della Regione Puglia e della Provincia di Foggia. Un viaggio nell’opera dell’artista ambientata nel parco del Gargano (tra tavole, quadri, illustrazioni, disegni e fotografie), la terra in cui Pazienza collocava le sue storie più belle ed evocative. «Del resto - scriveva di sé stesso in terza persona ne Il Libro rosso del Male - Andrea Pazienza è nato a San Menaio, Foggia, ed è praticamente pugliese, pur vivendo tra Bologna e New York». Solo una delle tante autobiografie da lui stesso scritte e non veritiere.
Fino al 31 luglio, invece, durerà la mostra romana "Vent’anni dopo", iniziata già il 26 maggio e in allestimento presso la Galleria Architettura Arte Moderna di Via dei Banchi Vecchi.
Un talento micidiale quello di Andrea Pazienza che ha arricchito, fino a farle diventare le migliori del settore fumettistico, testate come Linus, Il Male, Cannibale e Frigidaire, dove ha dato vita a personaggi atipici e dissacranti come Zanardi, Pompeo, Pentothal (che a molti ricorda nel vissuto e nel “tratto” il percorso del pittore Pablo Echaurren), che come pochi rappresentavano l’inquietudine e lo spirito di fine anni ’70 e inizi degli ’80.
Nato - realmente - a San Benedetto del Tronto il 23 maggio del ’56, Pazienza si trasferì per motivi di studio dapprima a Pescara, dove conobbe Tanino Liberatore, anch’egli autore di fumetti e “padre” di Ranxerox, e poi a Bologna, sua città adottiva, dove si iscrisse al Dams nel ’74. Le atmosfere di quei giorni bolognesi fanno da sfondo a Le straordinarie avventure di Pentothal, primo lavoro di Pazienza pubblicato su Alter Alter, dove non venivano risparmiate critiche dissacratorie nei confronti del sindaco del Pci Renato Zangheri, che proprio in quei giorni si rendeva protagonista di una repressione violenta nei confronti dell’ala creativa del movimento del ’77, ricorrendo all’intervento dei blindati.
Tra i giovani di quel periodo si avvertiva un’empatia sempre maggiore nei confronti dell’autore non conformista per vocazione che era Paz e in molti si cominciano a identificare nelle sue storie e nei suoi personaggi. Era l’Italia dei giovani che abbandonavano le ideologie e davano vita ad una delle stagioni più effervescenti e anticonformistiche, e straordinariamente creative, tra situazionismo, fumetti e radio libere: uno dei maggiori fenomeni di portata generazionale che incideva a sinistra quanto a destra. Basti pensare alle decine di frequenze che in quegli anni si creavano e si rintracciavano facilmente, dalla bolognese Radio Alice, fino alle destrorse Radio Alternativa o Radio University.
Era quella l’Italia di Andrea Pazienza: artista poliedrico prima ancora che semplice fumettista non ha mai posto limiti alla sua sconfinata vena creativa: ha creato anche manifesti cinematografici tra cui quello per
Lontano da dove, regia di Stefania Casini e Francesca Marciano (1983), e quello della Città delle donne di Fellini nel 1980, videoclips come Milano e Vincenzo di Alberto Fortis, copertine di dischi bellissime come quella di Robinson di Roberto Vecchioni e diverse campagne pubblicitarie.
Nel 1983 il nome di Andrea Pazienza era già noto al grande pubblico e contribuisce alla rinascita della vita italiana del dopo anni di piombo e alla voglia di molti ragazzi di vivere il proprio tempo liberamente, appassionandosi a nuove suggestioni, come quelle fornite dai fumetti, dal cinema o dalla musica, dimenticando le stagioni violente. Andrea Pazienza diventa quindi, a tutti gli effetti, un’icona italiana.
Se in questi anni Pazienza incontra una grande fama grazie al suo lavoro, contemporaneamente ne conosce anche i lati oscuri, che progressivamente lo distruggeranno: le
droghe, in particolar modo l'eroina, fanno ben presto capolino nella sua vita, alternando periodi in cui egli riesce a distaccarsene, a periodi in cui non riesce a farne a meno. Già nell’84 lui stesso, intervistato da Red Ronnie, si dichiara, pur scherzosamente, “tossico”, ma il tunnel che lo condurrà alla morte era già stato imboccato.
Nel
1987 collabora alla sceneggiatura della pellicola Il piccolo diavolo di Roberto Benigni, che non accredita il contributo di Pazienza, ma gli dedicherà l'intero film uscito postumo. La notte del 16 giugno 1988 si spegne improvvisamente a Montepulciano. Aveva solo 32 anni. Le prime voci parleranno di un ritorno all’eroina, da cui era riuscito ad allontanarsi, o di un suicidio indotto da overdose. Proprio questo tema era stato affrontato nella storia Pompeo del 1985, in cui si parlava senza false ipocrisie delle problematiche legate all’uso delle droghe pesanti.
L’Italia perdeva una delle sue icone più estroverse, dotate di uno spirito libero e libertario, un vero non-conformista. Non allineato e autoironico, disse di sé, già nell’81: «Sono il più bravo disegnatore vivente. Amo gli animali ma non sopporto accudirli. Morirò il 6 gennaio 1984». Si sbagliò di quattro anni. Ma l’errore più grande fu un altro. Perché, in realtà, per tutti, Paz è davvero immortale.

Giovanni Tarantino è nato a Palermo il 23 giugno 1983. Collaboratore del Secolo d’Italia, si è laureato in Scienze storiche con una tesi dal titolo Movimentisti. Da Giovane Europa alla Nuova destra.

5 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Il Joyce del fumetto, scrisse Tondelli, e mai affermazione fu opiù attinente. Pazienza era uno che con il disegno faceva qualsiasi cosa: come per Joyce era linguaggio, parodia, mimesi, metafumetto al pari della metaletteratura.
Credo che Pazienza abbia rinnovato il fumetto a modo suo, facendo uno strumento di narrazione ed espressione personalissimo. E temo sia morto davvero troppo presto, e per l'arte è stato un male. Come dice Colasanti su "Zanardi", sfogliando un fumetto di Pazienza (in un fumetto di Pazienza): - Pazienza è il massimo, praticamente una rockstar -. Come le rockstar (Morrison, Cobain, Hendrix) si è autodistrutto in fretta per diventare un mito, come se non potesse contenere lo smisurato talento. Ma forse, invecchiando, avrebbe avuto ancora molto da dire, esprimere, raccontare e disegnare.
Pazienza avrebbe raccontato questa postmodernità con strumenti adeguati, sebbene con personaggi diversi. C'è da sorprendersi che Penthotal e Zanardi siano capiti tutt'ora: i giovani di adesso sono molto diversi da quelli là. La generazione di Tondelli, Paz e Vasco (fino alla mia) ha espresso una forte rabbia nichilista, a perdere, come se davvero non ci fossero santi ed eroi. Mentre i ventenni di adesso si aggrappano a valori che per noi erano insensati: lavoro, matrimonio, sicurezze (perché mancano).
Eppure Pazienza ha bucato l'immaginario. Ha creato un immaginario. Com'è dei grandi.

Giovanni Tarantino ha detto...

Claudio, concordo su ogni singola virgola di quanto sostieni.

Curiosità: quando e dove Tondelli disse che Paz era il Joyce del fumetto?

Claudio Ughetto ha detto...

Trovi questa definizione in "Un week-end postmoderno", capitolo "Il nuovo fumetto italiano", a pag. 226.
Tondelli non usa la definizione direttamente. Scrive: "...si capisce al volo come Pazienza sia stato definito, in Italia. e soprattutto all'estero, il James Joyce del fumetto".
Ciao!

Claudio Ughetto ha detto...

Ah... faccio riferimento all'edizione di "Un week-end postmoderno" delle opere complete Bompiani. Volume 2.

Giovanni Tarantino ha detto...

Ottimo!
Me lo procuro subito!
Fra l'altro è anche il volume dove PVT narra del concerto di Alan Stivell di Villa Torlonia su cui ha scritto anche Gabriele Marconi su "Io non scordo".

Grazie Claudio