martedì 30 settembre 2008

Garcia Lorca, se riemerge la sua identità libertaria (di Marco Iacona)

Articolo di Marco Iacona
Dal Secolo d'Italia di martedì 30 settembre 2008
Le guerre sono una cosa orribile e quelle civili poi sono particolarmente odiose. Non staremo qui a perderci in particolari sui come e sui perché: l’Italia ne ha vissuta una di guerra civile che è finita sessant’anni fa (ufficialmente), ed è finita come tutti sanno e come in molti ricordano perché c’erano e ci sono ancora. Che dire allora? La guerra fratricida non guarda in faccia nessuno: gli eccidi, le stragi, le esecuzioni sommarie o le morti quotidiane si sovrappongono alle opere della più comune normalità creandone altre e feroci di normalità.
Da questo punto di vista tutte le guerre paiono tristemente somigliarsi. Nel ‘900 quella di Spagna è forse l’evento che può rappresentarle tutte se non altro perché è stata anche la prima vera guerra europea dei totalitarismi, la guerra che anticipò il secondo conflitto mondiale. In totale fece dai 500 mila morti in su, fra i fascisti e i senza Dio. Semplificando si può dire così.
Ma quella di Spagna fu una guerra tutt’altro che semplice come scrive l’ex ambasciatore e storico Sergio Romano. Fino al forte impegno sovietico fu una guerra fra fascisti e antifascisti, dopo si trasformò in una contesa fra fascisti e comunisti con questi ultimi a menare “fendenti” a destra e a sinistra. La vittoria finale di Franco fu l’inizio di una lunga dittatura certo, ma anche la sconfitta dello stalinismo in Occidente. Nella Spagna di fine anni Trenta poteva accadere anche questo: Camillo Berneri (foto a destra), pensatore anarchico, già esiliato dal regime fascista e militante della rivoluzione iberica fu ucciso dagli stalinisti nella Barcellona libertaria il 5 maggio del 1937. Pare sia la conferma del motto: dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io.
Federico García Lorca, fu un intellettuale anch’esso anarchico. Un senza guida, un cane sciolto come può esserlo un grande poeta. Benedetto dagli uomini anche se maledetto come i decadenti di pochi decenni prima. Fu ucciso dai franchisti nei pressi di Granata un giorno d’agosto del ‘36. Aveva 38 anni e la guerra civile spagnola era agli inizi. A più di mezzo Secolo da quella vicenda, nella nuova Spagna di Zapatero si riesumerà il corpo che giace in una fossa comune con altri tre sventurati, la richiesta è venuta dai familiari delle altre vittime che vorrebbero dare miglior sepoltura ai loro cari. Chissà se ci saranno sorprese.
Granata, a due passi dalle colonne d’Ercole inizio e fine del mondo antico, ad un tempo Sud ed Occidente del mondo. Non c’è voce tenorile che non l’abbia mai cantata questa città de sangre y de sol. Federico è quasi un predestinato e nasce qui, nella provincia granatina il 5 giugno di 110 anni fa. Molti i musicisti nella sua famiglia ma suo padre è un latifondista e sua madre una maestra. Le condizioni economiche e le amicizie giuste permettono al futuro poeta di affinare la vivace sensibilità a contatto con teatro e musica. È un bambino sano ricco e felice quello che cresce nella campagna andalusa e pensa più al divertimento che allo studio (qualcuno parlerà di un paganesimo del giovane Lorca, per la valorizzazione della natura e con essa del mito e del simbolo).
Trasferitosi presso la prestigiosa Residencia de Estudiantes di Madrid, Federico manifesta interesse per l’arte e la letteratura, ma sarà tutt’altro che un Leopardi; viaggia, si muove, conosce fra gli altri Antonio Machado e Luis Buñuel, Salvador Dalì e Pablo Neruda. A trent’anni va in America, il nuovo mondo è quasi una meta obbligatoria per la gente del Sud ma qui capisce qual è il futuro che attende l’uomo ipercivilizzato e schiavo della macchina. A questa civiltà alienata da “tempi moderni” il poeta non può non prediligere l’anima nera dell’America in cui permane un senso di primitiva spiritualità. Pensate, proprio nel 1929, lui profondo europeo, innamorato del folklore spagnolo, europeo d’una Europa già araba, tocca con mano la realtà di Wall Street e del capitalismo mondiale. Uno shock. Un punto di non ritorno. Alla brutale modernità americana Lorca contrappone la calda e morbida accoglienza della Cuba spagnolesca. Ne verrà fuori il postumo Poeta en Nueva York, all’interno della quale c’è l’ode a Walt Whitman.
Attenzione a non cadere in un facile bipolarismo però, García Lorca non ama l’America dei ricchi ma è tutt’altro che un comunista (lo dichiarerà anche il suo amico Rafael Alberti). Cercherà una sua “terza via” e la troverà nell’intimità dei suoi versi e nelle esperienze quotidiane. Non sono pochi a pensarla come lui: possiede un grande spirito libertario ed è un liberale per istinto (la maggioranza dei liberali si schiererà con le forze della repubblica). Federico è un borghese di nascita che non ama i borghesi e con essi la politica e la guerra. È insomma un cantore della libertà.
Alla vigilia della guerra del 1936 la letteratura spagnola è in stato di grazia. Quando si scrive di Federico García Lorca lo si cita sovente come esponente di spicco della cosiddetta Generazione del ’27. Un gruppo di amici più che una vera corrente letteraria che tentò una rilettura della tradizione iberica non prima di singolarità e gusti un po’ Dada.
Già autore di teatro e innamorato di musica e pittura (peraltro, lui omosessuale, nutrirà una vera e propria passione per l’amico Dalì), Federico aveva debuttato come poeta nel ‘21 – col Libro de poemas – ispirandosi al modernismo. Da allora sarà un vai e vieni di lavori e per il teatro e la carta stampata dal successo non sempre assicurato (quantomeno non prima del ‘28). Comunque già nel ’33 alla prima del suo dramma Bodas de sangre parteciperà tutta la Madrid intellettuale da Miguel de Unamuno a Ortega y Gasset. Federico conoscerà e frequenterà anche Fernando Villalón poeta e spiritualista e lo scrittore e torero Ignacio Sànchez Mejías. Per quest’ultimo ucciso da un toro nell’estate del ’34 comporrà i magici versi del Llanto (il lamento), universalmente conosciuti come il componimento delle «cinque della sera».
No comunista Federico non lo è di certo. Da intellettuale novecentesco si espone alla vita, qualunque essa sia ed in ogni sua forma. Si danna l’anima per pubblicare periodici in tono surrealista, ma dei surrealisti non sposa idee e inclinazioni. Lorca non è un bohémienne (né vero né finto), ma è un giocoliere, un creatore di immagini, un avanguardista in senso pieno. Da giovane mescola la raffinatezza dei luoghi di studio alla vita dei quartieri popolari, gli androni delle biblioteche alle grigie taverne frequentatissime da poeti e scrittori. Da adulto non ama l’arte fine a se stessa (l’arte per l’arte), la considera invece il motore essenziale per un impegno civile: arte per manifestare rispetto ai poveri e per rivoluzionare prima le coscienze poi chissà…
Dopo la morte in molti lo ricorderanno come un intellettuale gaio e solare, simpatico e sorridente (caso più unico che raro), altri come un giovin signore inquieto, a volte un po’ triste e dotato di un animo più tragico che goliardico. A spingere in America il García Lorca poeta degli amori ribelli e impossibili sarà infatti proprio una delusione d’amore. Federico è un trentenne dall’animo depresso e incerto, è un pauroso che visita in continuazione la regione del pensiero funebre; ma nel discorso poetico cercherà (qui con coraggio), di adottare linguaggi diversi fino alla fine.
Già la fine… Federico fu ammazzato come non si ammazza neanche un animale, la mattina del 18 o del 19 agosto del 1936, vicino al villaggio di Viznar. Sulle procedure e perfino sul reale movente dell’omicidio (il fanatismo religioso di certi nazionalisti che peraltro compensavano il feroce anticlericalismo dei loro oppositori? la sua semplice vicinanza ai repubblicani? c’entrano forse anche questioni familiari?), ci sono ancora parecchi dubbi che non è certo possano essere colmati.
A luglio, sconsigliato dagli amici, Federico aveva lasciato Madrid per tornare nei luoghi natii poco prima che scoppiasse la guerra civile. Sarà un gravissimo errore. A nulla potrà la protezione dell’amico poeta (e franchista) Louis Rosales. L’odio non conosce simpatie politiche.
“Tarderà molto a nascere, se nasce un andaluso così chiaro, così ricco d’avventura” (1935). I rozzi carnefici non possono amare gli spiriti libertari. E pare che Federico con la sua libertà desse molto fastidio. I rozzi carnefici non sanno che i poeti non stanno né a destra né a sinistra ma ci guardano dall’alto e osservano le nostre gesta con umana commiserazione. I rozzi carnefici non sanno un bel nulla. Non conoscono né il mare né la Terra, adorano il caos.
Dopo il passaggio di settantadue primavere dalla morte di Federico García Lorca qualcuno glielo spieghi anche a quelli che scambiano la letteratura per un’aula parlamentare, per favore.
Marco Iacona (nella foto a sinistra) è dottore di ricerca in "Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee". Si occupa di storia del Novecento. Scrive tra l'altro per il bimestrale "Nuova storia contemporanea", il quotidiano "Secolo d'Italia" e il trimestrale "la Destra delle libertà". Per il quotidiano di An nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in 12 puntate. Ha curato saggi per Ar e Controcorrente edizioni. Nel 2008 ha pubblicato: "1968. Le origini della contestazione" globale" (Solfanelli).

6 commenti:

Claudio Ughetto ha detto...

Federico Garcia Lorca era un libertario, quindi non poteva essere un comunista, visto che gli anarchici avevano già avuto un assaggio del totalitarismo (arresti e uccisioni) dai loro "compagni" sovietici, appena terminata la rivoluzione.
Fu ucciso per tutte le ragioni esposte in questo articolo, in più perché era omosessuale, il che ha peggiorato le cose.

Sulla Guerra di Spagna si è detto tutto e di più. Sergio Romano difende le posizioni della seconda parte, con l'intervento di Stalin. Però c'è stata la possibilità di costruire una repubblica, prima. Franco, appoggiato da Mussolini e Hitler (pur essendo distantissimo da loro come idee) ha fatto un bel danno. Gli spagnoli non lo ricordano volentieri.

Claudio Ughetto ha detto...

Ah... comunque l'articolo è molto bello, anche originale il punto di vista.
Avrei voluto scriverlo io :-)
Complimenti!

Simone ha detto...

Esto articolo es muy lindo!

Marco ha detto...

Grazie a tutti. Grazie soprattutto a Rob., così gentile da pubblicare i miei "tentativi".
M.I.

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Grazie a te, Marco. I tuoi articoli sono sempre molto interessanti e soprattutto originali.
Un saluto a Claudio e Simone, lettori di qualità.
R.

Primo Siena ha detto...

Il poeta Luis Rosales non era franchista, era falangista e la differenza non è poca, se si pensa che parecchi faslangisti si separeranno dal franchismo dopo la vittoria. Responsabili della morte del poeta granadino furono alcuni democristiani di destra che avevano aderito al bando di Franco. Federico Garcia Lorca era stimato come poeta da José Antonio Primo de Rivera che ricambiava di stima il capo della Falange. Un destino tragico accumunó ambedue nella morte, avvenuta sulle sponde opposte dei bandi in lotta.