domenica 23 novembre 2008

Battiato, lo sciamano musicale che offre a tutti i fiori della libertà (di Federico Zamboni)


Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 23 novembre 2008
Battiato ama mischiare le carte: e certamente non sarà lui, a spiegare il perché. Se lo facesse, infatti, andrebbe a contraddire la ragione fondamentale di questo suo ambiguo quanto nobile accorgimento: indurre le persone a non rimanere prigioniere dei propri schemi mentali, aiutandole a liberarsi del bisogno di giustificare le proprie preferenze, che sono sempre e comunque irrazionali, per mezzo di un ragionamento. Per mezzo di una spiegazione concettuale che sia abbastanza ben costruita da apparire convincente, quanto meno a chi l’ha ideata.
Per esempio: il dato di fatto è che Cucurucucu, o Bandiera bianca, o Chan-son Egocentrique, sono pezzi orecchiabili e quindi immediati. Mentre L’ombrello e la macchina da cucire, o …ein Tag aus dem Leben des kleine Johan, o Shackleton, sono brani insoliti e quindi più ostici. Su un piano squisitamente estetico sono entità contraddittorie, se non proprio incompatibili. Se a proporle non fosse lo stesso artista non c’è dubbio che esse si rivolgerebbero, specie in termini musicali, a pubblici completamente diversi, e persino contrapposti. Ma siccome l’interprete è il medesimo, ed egli si muove dall’una all’altra dimensione con la massima naturalezza, qualsiasi differenza ne esce ridimensionata. E quindi neutralizzata. La diversità non è più motivo di dissidio ma di avvicinamento. Non è più la barriera di confine (blindata?!) tra la “nazione” del Divertimento e quella della Cultura, ma la strada di congiunzione tra due zone della stessa città. O dello stesso quartiere. Chi si sente attratto dal ritmo incalzante di Cucurucucu sarà facilitato nell’accostarsi a Gli uccelli; chi avverte la suggestione profonda di Luna indiana, sarà incentivato ad accettare il gioco (o il divertissement…) di Bandiera bianca. Se sono parto dello stesso artista significa che sono parti della stessa sensibilità. E perché, allora, lui sì e noi no?

La serie di Fleurs, che comincia nel 1999 col numero Uno, prosegue nel 2002 col numero Tre, e completa il tris in questi giorni col numero Due, si inserisce alla perfezione in questa prospettiva. In questo, per riprendere ciò che dicevamo all’inizio, “rimescolamento”. Si prendono brani più o meno celebri e li si ripropone mutandone le atmosfere. Li si rilegge. Li si ricrea. Dove finisce l’originale? Dove comincia, e dilaga, la nuova versione? Si sta risvegliando un ricordo o lo si sta cancellando? È una riconferma, o è uno spiazzamento?
Lui, manco a dirlo, dà una spiegazione di gran lunga più banale. Che del resto potrebbe essere del tutto veritiera, per un verso, e del tutto parziale per l’altro. Potrebbe ricostruire fedelmente i passaggi che hanno portato all’idea di fare il primo album di cover, e allo stesso tempo potrebbe omettere qualsiasi indicazione su come, di colpo o a poco a poco, è emersa l’intenzione di conferire all’operazione delle valenze supplementari.
«Un'idea nata in Spagna – ha raccontato anni fa a Claudio Fabretti, che lo intervistava per il sito Ondarock.it – in qualche teatro d'opera dove ho fatto dei recital. Visto che si trattava di teatri di tradizione, ho pensato di fare una sorta di liederistica leggera, con un programma diviso in due parti, con tutto quello che c'è nel disco (tranne le due cover di De André). In realtà, comunque, la prima idea è nata in Sicilia, durante la prima estate catanese che dirigevo: sia sindaco che assessore alla Cultura volevano a tutti i costi che facessi un concerto; io non volevo, loro insistevano, finché ho detto: canterò tre o quattro brani non miei. Interpretai quattro canzoni, tra cui La canzone dei vecchi amanti. In Spagna trasferii questa idea: dieci canzoni invece di quattro e concerto diviso in due tempi. Così è nata l'idea che sta alla base di Fleurs».
Sarà. Ma lui è un uomo che da più di trent’anni si è avvicinato a quelle che, assai sbrigativamente, vengono etichettate come “religioni orientali”, approdando infine al sufismo. E questo tipo di spiegazione ricorda da vicino l’apparente, deliberata, insistita semplicità con cui si esprimono tanti maestri di ascendenze spirituali analoghe. Mirando a destrutturare la mente dei discepoli, per fare spazio a una crescita che si basi invece sull’esperienza, essi concedono poco o nulla alle grandi costruzioni concettuali, evitando attentamente che un “chiarimento” troppo dettagliato si trasformi nell’avvio di un’interminabile discussione. A costo di apparire elementari, scelgono sistematicamente le parole più usate, gli esempi più quotidiani, le frasi rassicuranti come «Dio è in ognuno di noi». Salvo poi confonderti all’improvviso, con una battuta inaspettata e tagliente, se fraintendi la lezione che stanno cercando di darti e ti insuperbisci per quello che sei adesso, invece di entusiasmarti per quello che potrai diventare. Sistemi diversi per lo stesso obiettivo. La dolcezza per ispirare l’amore. La durezza per superare l’ego.
«Pur senza voler convincere nessuno – l'indottrinamento non fa certo parte del mio bagaglio filosofico e culturale – trovo che non sia male lanciare segnali evidenti di un certo genere di testimonianza. È un modo di dire a chi ti segue e a chi ti apprezza: 'Stai all'erta, qualcosa in te può cambiare'. Così come è cambiato in me.»
I santoni vanno in giro a predicare, a tentare di accendere una scintilla nelle persone che incontrano sul loro cammino e che, magari, sono attratte da un dettaglio: la foggia dell’abito, il tono della voce, il movimento delle mani. Non importa. Va bene che intanto ti avvicini. Il resto verrà dopo, se deve venire.
Battiato, che pure non pensa certo a se stesso come a un santone, incide dischi e fa tournée. Sparge nel mondo i suoi semi e spera che diano frutto. Oppure che producano fiori (Fleurs, appunto) così colorati e attraenti che anche i più distratti li noteranno. E ricordandosi di altri fiori del loro passato – Et maintenant di Gilbert Becaud, It’s Five O’Clock degli Aphrodite’s Child, Sitting On the Dock of the Bay di Otis Redding – fermeranno la loro corsa frenetica, abbandoneranno l’asfalto delle grandi strade e inizieranno a camminare sull’erba, sulla terra, in mezzo a una piantagione o verso un bosco.
Come nella splendida La cura. «Vagavo per i campi del Tennessee / come vi ero arrivato chissà».

Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la neonata rivista diretta da Massimo Fini.

3 commenti:

Kirlian ha detto...

Complimenti per l'articolo ed ancora di più al "maestro" FB per il suo splendido album. Anch'io ho speso alcune parole a proposito sul mio blog. A presto
http://ioaltro.blogspot.com/2008/11/battiato-fleurs-2.html

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Bello il ritratto. Chi te l'ha fatto?

Passo a leggerti...
Ciao!

Kirlian ha detto...

Il disegno è del mio amico - illustratore e sviluppatore di giochi di ruolo - Mario http://www.de4thkiss.deviantart.com/ ciaooooo