domenica 25 gennaio 2009

Con Luca Carboni, l'eterno ritorno della musica ribelle (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 25 gennaio 2009
Le conosciamo perfettamente e una per una, le dieci canzoni che Luca Carboni ripropone oggi nel suo Musiche ribelli. Dalla più antica, che è La casa di Hilde di Francesco De Gregori (1973), fino alla più recente, che è Up Patriots To Arms di Franco Battiato (1980). Le conosciamo senza nessun merito e senza nessuno sforzo. Non abbiamo dovuto andarle a cercare negli archivi del passato o in chissà quali rivendite specializzate. Niente affatto. Ci sono venute incontro da sole, a suo tempo, come un gatto che non concede nessuna smanceria ma che non vede l’ora di farsi accarezzare. E a noi è andata benissimo così. Le abbiamo ascoltate e riascoltate. Una, dieci, cento volte. Le abbiamo assorbite. Pezzi di realtà. Novità senza annuncio. Cose che un momento prima non ci sono, e un momento dopo sì, e tu sei lì ad accoglierle con la massima naturalezza. È il tuo tempo che si snoda. È il tuo presente che si arricchisce di una nuova esperienza, di una nuova traccia da seguire, di una nuova promessa che non vedi l’ora di mantenere. Di una nuova emozione che per un verso riepiloga quello che hai già vissuto e, per l’altro, prepara quello che vivrai in futuro.
Dice Luca Carboni: «Sono canzoni del passato ancora attualissime, anche ascoltate fuori dal contesto politico in cui sono nate. Perché sono canzoni che hanno cambiato gli italiani. È un fatto affettivo, lucido, critico, musicale: volevo mostrare quanto sono ancora forti». Sembra di risentire Bruce Springsteen, quando a cavallo tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006 stava incidendo il materiale delle Seeger Sessions e, nelle pause tra una prova e l’altra, si soffermava a dire la sua su quelle vecchie composizioni del folk americano: «A volte ci si dimentica quanto fossero belle. Questa è una musica che si perde perché non viene adattata a nuove realtà. Se la si adatta un po’, riprende vita. Queste canzoni vanno riscoperte, o ci si dimentica della vita che si portano dietro, tutta l’esperienza che contengono».
Ma Springsteen parlava di qualcosa che era talmente lontano nel tempo da essere sprofondato nell’oblio. Oppure, che è anche peggio, da essere percepito come un cimelio al quale si deve guardare con la dovuta reverenza, ma senza un vero coinvolgimento. Senza nessuna identificazione. Vestigia di un’epoca scomparsa. E per nulla rimpianta. L’operaio ferroviario John Henry, protagonista dell’omonimo brano, sfida l’odiata trivella a vapore a chi scava più rapidamente, e vince l’impari confronto, e muore schiantato dall’immane fatica? Suggestivo. Pittoresco. Persino commovente. Ma anche un po’ sciocco, se dobbiamo dirla tutta dall’alto della nostra sagacia contemporanea. Suvvia: che senso ci può essere a morire in quel modo, solo per opporsi, vanamente, all’inevitabile avvento di una nuova tecnologia?
John Henry, però, risale alla fine dell’Ottocento. Springsteen la ripropone più di cento anni dopo. Sa che deve metterci la faccia, e tutto il proprio ascendente di superstar ancora nel pieno dell’attività e del successo, perché il recupero vada a buon fine. È una vecchia casa da rimettere in sesto, prima di poterla riaprire e utilizzarla di nuovo. Se vuoi renderla attraente non c’è scampo: devi ripulirla da cima a fondo, devi far prendere aria a tutte le stanze, riverniciare le pareti interne e quelle esterne. Affinché non la scambino per un rudere. O per un monumento nazionale che è chiuso da decenni e che, ormai, si può ammirare solo da lontano.
Luca Carboni, al contrario, pesca in un repertorio che risale sì a trenta anni fa – e che innegabilmente rinvia a un modo assai diverso di vivere il rapporto con le canzoni, sia da parte di chi le fa che da parte di chi le ascolta – ma che è tutt’altro che sprofondato nel dimenticatoio. Sia pure grazie alla discutibilissima logica che domina i network radiofonici, facendo risucchiare nel medesimo calderone dei “grandi successi” qualsiasi brano degli ultimi quattro decenni che abbia avuto almeno una certa notorietà, quasi tutti i dieci pezzi riproposti in Musiche ribelli non sono affatto scomparsi dalle playlist delle radio e, quindi, dall’immaginario collettivo. Togliamo Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli e Vincenzina e la fabbrica di Enzo Jannacci, che peraltro non raggiunsero i vertici della popolarità nemmeno allora; gli otto brani che restano sono tuttora in circolazione. E non su emittenti di nicchia, frequentate da sussiegosi cultori della canzone “d’autore”, o in trasmissioni riservate a un pubblico più che adulto, costituito da 50/60enni in cerca dei perduti palpiti giovanili. Macché. Su Radio Subasio, per dire.
Lo stesso Luca Carboni, del resto, è nato il 12 ottobre 1962. Sarà anche vero, come ha ricordato recentemente, che per lui queste canzoni furono una magnifica scoperta e si rivestirono di un’enorme suggestione («Le ascoltavo dal mangianastri dei miei fratelli più grandi. Mi sono entrate dentro, fanno parte di me. È grazie a queste canzoni che mi è venuta voglia di scriverne a mia volta»), ma è quanto meno dubbio che basti questo a farlo diventare l’ambasciatore di quell’epoca presso le nuove generazioni. Anzi: nelle nuove versioni, che pagano pegno sia agli arrangiamenti sin troppo misurati, sia alla non eccelsa duttilità vocale dell’interprete, finisce col perdersi tanto il fascino vintage degli originali, quanto l’eventuale impatto di un aggiornamento spregiudicato. Magari brutale e addirittura disturbante, per chi i pezzi già li conosce e li ama, ma più adatto a fare breccia nella sensibilità di chi si affaccia sul mondo della musica solo adesso e, per forza di cose, avverte la cospicua distanza che lo separa dall’Edoardo Bennato di Venderò o dal Guccini di L’avvelenata. Carboni, benché coadiuvato dal più giovane Riccardo Sinigallia, classe 1970, non azzarda quasi nulla. L’impressione è che avverta le (obiettive) difficoltà artistiche del progetto e che, nel timore di sfigurare, stia bene attento a non uscire dal seminato. E invece, mannaggia, una cover si giustifica solo se è un’appropriazione totale, una fusione di metalli diversi che dà corpo a una lega sconosciuta e potente. Solo se è una reinvenzione che brucia forte di suo e che soltanto dopo, grazie al proprio calore avvampante, accende di curiosità anche per l’originale.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000 su Ideazione.com. Attualmente, tra l’altro, cura la rubrica “Ad alto volume” sull’edizione domenicale del "Secolo d’Italia" e collabora al mensile “La voce del ribelle”, la neonata rivista diretta da Massimo Fini.

2 commenti:

ugo maria ha detto...

Non ho ancora sentito l'album, ma la versione di Ho visto anche gli zingari è tristissima. Diciamo la verità: il primo Lolli era un istigatore al suicidio e proprio quell'album rappresentò una botta di vita (anche se il successivo sul movimento del '77 è di gran lunga superiore). Beh, qualche anno fa Lolli aveva fatto un'operazione interessante, riarrangiando l'album insieme al Parto delle nuvole pesanti, e ne era uscita una bella cosa

Claudio Ughetto ha detto...

Difficile fare cover in quest'epoca di karaoke e cloni. Bisogna essere dei geni.
Ci riusciva Nick Cave, che appunto le stravolgeva. Poi qualcun altro che adesso non mi viene in mente. Gli altri è meglio che scrivano canzoni, impegnandosi a realizzarne una davvero importante, da trasformare in cover chissà quando.