domenica 5 settembre 2010

Led Zeppelin? Certo. Ma Robert Plant ricorda i "Band of Joy" (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 5 settembre 2010
Era tanto tempo fa. Era poco dopo la metà degli anni Sessanta. Robert Plant, classe 1948, si affacciava al mondo della musica professionistica con un gruppo semi sconosciuto di Birmingham, che si chiamava "Band of Joy" e che si sarebbe sciolto senza concludere nulla. Senza approdare nemmeno al disco d'esordio, da innalzare a reliquia per i fan in caso di una successiva apoteosi o, se non altro, da conservare come ricordo personale, in mancanza di miglior fortuna.
La cosa strana, col senno di poi, è che nell'organico c'erano non solo uno ma ben due membri destinati a rimanere insieme e a diventare celebri con la stessa formazione. Oltre a Plant, infatti, l'oscuro quintetto delle Midlands annoverava al suo interno John Bonham. Plant come voce solista, Bonham alla batteria. Due fuoriclasse, nei rispettivi ambiti. Non tanto sul piano del virtuosismo tecnico quanto su quello, di gran lunga più importante, dell'intensità. La tecnica si limita ad affascinare sul momento, a meno che si sia così sprovveduti da scambiarla per ciò che non è. A meno che si sia così sciocchi da non saper distinguere tra gioco di prestigio e autentica magia. L'intensità risveglia qualcosa che giaceva addormentato nel fondo della mente. O dell'anima. L'intensità è un fuoco che si propaga dall'artista al pubblico, e che espone entrambi al rischio di esserne bruciati completamente. Non è intrattenimento. Non è svago. È qualcosa che a un tratto comincia a liberarsi, a espandersi, a dilagare, e che una volta sprigionato non si può più tenere sotto controllo. Si entra nel suo raggio d'azione (nel suo cerchio magico) e se ne può uscire soltanto dopo averlo attraversato da un capo all'altro. Forse si diventerà migliori, se l'esplodere dell'inconscio si trasformerà in conoscenza. Forse ci si scoprirà peggiori, se l'ebbrezza del momento accenderà una sete impossibile da spegnere. Di sicuro si sperimenterà una dimensione - o più di una - in cui non conta quello che si pensa ma quello che si è. Ed è meglio prepararsi a qualche grossa sorpresa, se non si ha quantomeno un inizio di consapevolezza dell'estrema differenza tra l'una cosa e l'altra. Tra l'una immagine e l'altra.
Robert Plant e John Bonham. La metà esatta dei futuri Led Zeppelin. Due pilastri essenziali di quell'edificio di là da venire. Di quel tempio, in odore di satanismo al pari di tante altre esplosioni di vitalità irrazionale e selvaggia, che nemmeno Jimmy Page sapeva ancora di dover innalzare. Due ragazzotti di provincia che possedevano il dono, a tratti inquietante, di un'energia immensa e misteriosa, che li spingeva a fare ciò che facevano senza pretendere di comprenderlo. L'Inghilterra aveva appena scoperto il blues: la "musica del diavolo" scaturita dall'altra parte dell'oceano e a lungo negata, col tipico miscuglio di attrazione e terrore delle persone represse, dalla cultura dominante dei bianchi. Reminiscenze di animismo africano germogliate nel Delta del Mississippi. L'antitesi della severità vittoriana. Ma anche del decadentismo che l'aveva smentita.
I Led Zeppelin compresero che il segreto del blues era sì scolpito nella sua musica, solida come la terra, mobile come l'acqua, ma allo stesso tempo la trascendeva. La chiave non era nell'adesione allo stile, ma nella condivisione di quella sua profondità ancestrale. Un rito non è una coreografia. Un vero baccanale non è un semplice festino, per quanto sfrenato. Come racconta Stephen Davis, nel suo celeberrimo Hammer of the Gods - The Led Zeppelin Saga (Il martello degli dei, Arcana, 1988), il primo incontro tra loro quattro fu un'autentica rivelazione. Ha detto Robert Plant: «Non ero mai stato così eccitato in vita mia. Quantunque fossimo tutti impregnati di blues e di rhythm & blues, nella prima ora e mezza scoprimmo che ciascuno di noi aveva la sua identità personale». Ha detto Jimmy Page: «Ci ritrovammo a suonare in una stanza. Lì ci rendemmo conto. Iniziammo a riderci in faccia. Forse derivava dalla gioia o dalla coscienza del fatto che insieme potevamo fare faville». Un miracolo. Di quelli che non appartengono pienamente a nessuno dei singoli artefici. E che nessuno di essi, quindi, può ripetere a piacimento in seguito, quando le circostanze siano cambiate e il sodalizio disperso. Il tempo dei Led Zeppelin fu abbagliante e memorabile, ma breve. I primi quattro album uscirono tra il 1969 e il 1971. Il quinto nel 1973.
 
Il resto è nulla di più della scia che si disegna nel cielo dopo il passaggio di un jet. Può ancora trasmettere una sensazione di potenza, ma è poco più di un inganno. John Bonham morì nel 1980. Gli altri tre dovettero prendere atto che l'incantesimo era finito. Tutto ciò che restava era un tesoro ricchissimo, di brani splendenti come pietre preziose e di monete d'oro da spendere a piene mani. Gioielli da esibire o da rimpiangere, a seconda dell'umore del momento. La strana condizione di essere gli eredi di se stessi: i vantaggi rimangono, la gloria che li ha prodotti si stempera un po' di più a ogni giorno che passa.
Robert Plant lo ha capito. E ha avuto la forza di farsene una ragione. Dopo l'epilogo dei Led Zeppelin ha davvero voltato pagina ed è ripartito daccapo. Non proprio come se il passato non fosse mai esistito, ma quasi. La voglia di cantare - il piacere di cantare, di sentire la propria voce che sgorga da se stessi e si va a incontrare/congiungere/amalgamare con una certa musica e con determinate parole, quand'anche scritte da altri - che prevale su tutto. Il pubblico, e la critica, tendono a pensare a un album, all'ultimo album, come a un punto d'arrivo. Quello che ci dirà se ne è valsa la pena. E se il viaggiatore, che ai nostri occhi è ormai una guida, merita la nostra stima, il nostro rispetto, il nostro amore.
Ma per gli artisti è diverso. Un album è solo un'altra tappa lungo il percorso. Ed ecco che Robert Plant, più di quarant'anni dopo, si ricorda dei propri inizi e intitola il suo nuovo lavoro, in uscita il prossimo 14 settembre, con lo stesso nome della vecchia, vecchissima, perduta band di Birmingham. Un piccolo omaggio alla giovinezza. C'era una volta un ragazzo che voleva cantare. C'è un uomo di 62 anni che continua a farlo. Il ragazzo ha avuto ragione. Anche grazie a quei compagni di viaggio che ha abbandonato quasi subito.

2 commenti:

slevin71 ha detto...

Forse robert plant non smettera' mai di cantare.
Sono convinto che la sua voce la sentiremo ancora per molto tempo.

Anonimo ha detto...

Qualla voce , come anche quella chitarra , quella batteria e quel basso sono patrimonio dell'umanità.
Dimostrazione pura di passione ,forza e potenza.
Un atto d'amore incontrastato verso gli dei del suono.
Niko