martedì 23 novembre 2010

L'eredità di Roberto Stracca, giornalista anticonformista che per primo raccontò la mentalità ultras senza pregiudizi (di Michele De Feudis)

Articolo di Michele De Feudis
Dal Secolo d'Italia di oggi
«Il partito è morto, l' oratorio non è che stia così bene, il movimento studentesco è ormai poco più di una barzelletta. L'antagonismo in Italia, anche per la necessità di pacificare le piazze dopo i sanguinosi anni Settanta, ha finito per confinarsi (o essere confinato) nelle curve degli stadi che per lungo tempo sono state vere e proprie zone franche, "off limits" alle forze dell'ordine, extraterritoriali. Per diventare oggi, in un contrappasso dantesco, un laboratorio di legislazione speciale»: ci mancherà, per comprendere fino in fondo il mondo degli ultras italiani, l'equilibrio e l'anticonformismo di Roberto Stracca, giovane giornalista del Corriere della Sera scomparso dopo aver lottato per un anno e mezzo contro un male incurabile.
La curva della Roma gli ha tributato uno striscione ("Robertino uno di noi"). Era una penna controcorrente, cronista sportivo e firma delle pagine culturali. Una contraddizione? No, perché il calcio, e tutto quello che gira intorno al pallone, è parte integrante dell'immaginario collettivo di tante generazioni. Domenica il quotidiano di via Solferino ha pubblicato postumo l'ultimo articolo di Stracca, Tifo, violenza e orgoglio. In curva tra le ultime tribù, un breve saggio nel quale, evitando demonizzazioni e streotipi, fotografa il fenomeno ultrà partendo da un assioma intriso di realismo: «Sia chiaro: la curva non è un mondo perfetto». Eppure, alla deriva virtuale delle esistenze nella postmodernità, la partecipazione popolare alla vita sportiva di un club calcistico attraverso il tifo organizzato non può essere minimizzata come un fenomeno marginale o, peggio ancora, accomunato alla criminalità comune. «Ma, nonostante tutto, per migliaia e migliaia di ragazzi da Nord a Sud - puntualizza Stracca - l'iniziazione al mondo, la palestra di vita, l'apprendimento delle norme non scritte del mondo è stato su un muretto o su una balconata. Tra un fumogeno e un coro politicamente scorretto. Mandata in pensione la naja obbligatoria, adolescenti o post adolescenti hanno imparato la gerarchia e il rispetto dei più "vecchi" prendendo l'acqua su una gradinata o soffrendo fame e sete su un treno topaia. (...) Tanti ragazzi e ragazze continuano ad andare in curva (...) per non rassegnarsi a vivere di solo Facebook, per un ideale distorto ma un ideale, per fedeltà alla tribù parafrasando il titolo del romanzo di John King». L'arcipelago delle curve come questione giovanile e sociale: ecco l'eredità di Roberto Stracca, giornalista senza pregiudizi nel raccontare la "mentalità ultras".
Michele De Feudis

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