mercoledì 26 settembre 2007

Marco Lodoli, il "céliniano" democratico

Dal Secolo d'Italia di mercoledì 26 settembre 2007
Rubrica settimanale "Appropriazioni (in)debite"

Si è candidato all’assemblea costituente del Partito democratico nelle file veltroniane. Eppure, Marco ha da sempre i suoi affezionati lettori in tanti irregolari, destrorsi e non-allineati, sin dal suo primo romanzo da esordiente trentenne, il «céliniano» – per sua confessione – Diario di un millennio che fugge (Theoria ’86). E invece sì, Il Corriere della Sera ha fatto il suo nome per quelle liste. Nessuna omonimia, è proprio lui: «Marco Lodoli, scrittore». E in quella compagnia... Passi per Lidia Ravera e i suoi "porci con le ali", volino pure dove meglio credono. Passi per il matematico Piergiorgio Odifreddi che – fedele al proprio cognome – non molto tempo fa ha sentenziato che la parola “cretino” deriva etimologicamente dalla parola “cristiano”. L’ultima fatica “letteraria” di quest’ultimo è (sic!) Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici). I libri di Lodoli, però, sono altra cosa: sentieri impervi e mai scontati, «percorsi danteschi dal fango alla luce» nei quali non c’è traccia di valori prêt-à-porter in saldi di fine stagione (ideologica), ma solo di uomini e donne dalle vite zoppicanti e sconclusionate che cercano disperatamente il significato del loro soggiorno terrestre. Sfuggono alla vita, si riparano in giornate tranquille alimentate da piaceri addomesticati e caute speranze, fino a quando accade qualcosa di inatteso e «tutto viene messo in forse da una verità più grande. E allora la cuccia si fa stretta, il pasto scialbo, la catena troppo corta: viene voglia di farsi lupi e amare».
La destinazione del suo viaggio letterario è – citando Jung: «Una vita che non si individua è una vita sprecata» – la riscoperta del nostro essere individui, la nostra unicità nel mondo, la dolorosa felicità della naturalezza. Consapevole – parole sue – che quanto più a fondo ti scava un’infelicità, tanta più felicità potrai contenere. Nelle sue pagine, sospese tra sogno e realtà, lirismo e ironia, luoghi fantastici e marciapiedi romani, vicine alla fiaba almeno quanto distanti dalla denuncia sociale – «dove le parole creano piuttosto che riferire» – non c’è traccia di neorealismo ruffiano e di materialismo neo-illuminista e neo- marxista. Lui è figlio – letterariamente parlando – di Anna Maria Ortese e Cristina Campo (foto a lato), scrittrici solitarie e irregolari (e non certo di sinistra). Come loro, è alla ricerca della voce più segreta delle cose, delle presenze invisibili, dei pensieri inespressi. Di Dostoevskij e Céline, spiriti visionari. Intendiamoci, non che Marco Lodoli sia un allineato. Si è sempre rifiutato di prestare la sua letteratura al «dibattito sui problemi della società». E quando la critica militante, ferma «all’equazione tra libro e mondo da rappresentare», glielo ha rimproverato, opportunamente ha obiettato che «fino a ieri l’altro, in tutto il Novecento, l’arte è stata un’altra cosa: la creazione di mondi in cui accade un pensiero».
Per questo, dalle colonne del nostro Secolo d’Italia – primo giornale a salutare il suo debutto con una appassionata recensione in anni ormai lontani – gli rivolgiamo un appello: ci ripensi! Sì, primo quotidiano a occuparsi di Marco Lodoli. Grazie all’affetto e alla stima del suo primo lettore, suo padre, l’ingegner Renzo, classe di ferro 1913, combattente in Africa e Spagna, «innamorato della guerra ancor prima che del fascismo». Cui rimase fedele nella Repubblica Sociale e anche dopo, non facendosi mancare un anno di prigione per aver incitato – a guerra finita – i giovani a combattere. Renzo Lodoli (nella foto a destra) nel ’46 è stato tra i fondatori del Msi, salvo poi dedicarsi all’ingegneria e alla scrittura di racconti «dalla parte sbagliata», come titola una sua raccolta pubblicata nel dopoguerra. Senza nessun pentimento. «Perché io non ho nulla di cui vergognarmi» ha recentemente ribadito in una lunga intervista a Repubblica, quotidiano di cui il figlio è collaboratore da diversi anni (la sua rubrica settimanale nell’edizione romana, “Isole”, è diventata un libro, il bellissimo Isole, guida vagabonda di Roma, Einaudi 2005). Pur da posizioni evidentemente distanti – Marco si colloca a sinistra, anche se in una sinistra immaginaria – di quella generazione Marco apprezza la capacità di sacrificarsi, la stessa che, lamenta, manca ai suoi studenti, «insidiati dal demone della Facilità, una divinità tanto ammaliante quanto crudele, un uccelletto che canta soave ma che ha un becco così sottile e feroce da mangiarci il cervello».
Dimenticavamo di dirlo: Marco Lodoli, prima che scrittore è un professore, un educatore che non si rassegna ad assistere al «genocidio delle intelligenze degli adolescenti» e ancora si indigna nei confronti di chi concepisce la cultura come supponente esercizio di “bravura” utile ad occupare narcisisticamente una vetrina. Ci riconosciamo nell’invito che ha lanciato: «Abbandonare ogni superbia intellettuale, ogni facile schema e ogni rassicurante abitudine per arrivare a quella finestra che affaccia sul significato ultimo delle cose». L’intelligenza – osserva – separa, giudica, contrappone: «La letteratura abbraccia, perdona e coglie l’unità segreta che sta dietro l’apparente frantumazione del reale». E certo non è facile trasmettere ai giovani l’etica del sacrifico quando «il mondo intero afferma il contrario e in televisione e sui manifesti pubblicitari tutti ridono felici e abbronzati e nessuno è mai sudato». Del resto, la modernità ci aveva promesso «una società nella quale non avremmo più sofferto, il sogno di una rosa senza spine». Senza badare agli effetti collaterali: «Ogni nobile illusione viene immediatamente scartata perché prevede una fatica che non si desidera più compiere». I ragazzi, specialmente quelli delle periferie (Lodoli insegna in un istituto professionale), non sono più disposti a impegnarsi, si ritirano da ogni confronto, anche da quello più importante: con la loro vita e i loro sogni. Rinunciano a «essere gli artigiani della propria esistenza». Si rassegnano a un futuro da spettatori e consumatori. «Un tempo l’ammirazione per le persone famose spingeva all’emulazione, grazie ai grandi si cercava di essere meno piccoli». Adesso si invidiano i vip «solo perché si sono sollevati dal fango». Poco importa se hanno realizzato un film o commesso una rapina, quello che conta è uscire dal cono d’ombra, avere i soldi perché con i soldi puoi prendere le distanze dallo squallore della vita che ti circonda, erigere un muro di cinta, piantare una parabolica per pay tv, evitare lavori faticosi e degradanti, tutto pur di non ripetere la vita dei loro nonni e dei loro genitori.
«I nostri padri hanno preso a schiaffi la sofferenza – ricorda Lodoli – noi invece restiamo zitti e buoni, grassi e pigri, scontenti senza dolore, annoiati in tanta fortuna». C’è una certa nostalgia in Lodoli nel ricordare quel mondo a misura d’uomo, «ultimi bagliori di una comunità reale, interclassista, pettegola ma disponibile». Il sentimento della nostalgia affiora spesso nella sua prosa, in quel sentirsi «frammenti di una vetrata forse bellissima infranta da una martellata. Nostalgia di quella vetrata, di un assoluto che spinge i miei personaggi a cercare l’unità delle cose». Questa è la sua scrittura: «cercare tramite le parole il cammino da fare, come ritrovare delle briciole o dei sassolini che mi potessero portare là dove qualcosa mi aspettava». Al primo romanzo – che non è, come recita il sottotitolo, il romanzo di una generazione senza qualità, perché quella in cui è cresciuto aveva come parola d’ordine la creatività – è seguito Snack Bar Budapest (Bompiani, ’87), suo unico noir, scritto a quattro mani con la compagna Silvia Bre, da cui Tinto Brass ha tratto ispirazione per un suo (brutto) film. Poi sono seguiti i racconti surreali e grotteschi del Grande raccordo (Bompiani ’89) e la triologia di romanzi brevi Fannulloni, Crampi e Grande circo invalido (tutti pubblicati nei primi anni Novanta da Einaudi, che rimarrà la sua casa editrice), e successivamente raccolti in unico volume, I principianti. Principianti, marginali, anime nude e dolenti, creature smarrite e dal passo traballante in favole metropolitane dalle tinte picaresche. Lodoli le accompagna «fino alla sbarra della frontiera estrema, e poi laggiù, tremando d’irresponsabilità, quella sbarra ho provato ad alzarla». Già, perché «se la nostra storia di uomini termina quasi sempre contro una morte nemica, la letteratura può con la morte stabilire una confidenza, un’intimità irridente che riesce a cambiare anche il colore della vita». Ed è proprio sul crinale di questo confine incerto, in bilico tra deriva e speranza, che scrive le sette storie che compongono la raccolta di Cani e lupi (’95) e i romanzi Il vento (’96), I fiori (’99) e La notte (2001), altra trilogia (raccolta ne I pretendenti) di una Roma odierna ed eterna nella quale i “protagonisti” sono alle prese con «l’Inevitabile» sempre lì, pronto ad allungare le mani su ogni cosa. Non poteva mancare una raccolta di nove racconti sulla scuola, I professori e altri professori (2003), «un mondo che esce dai suoi confini di gesso» e di fronte al quale sia gli allievi che gli insegnanti sono principianti al cospetto dell’imprevedibilità della vita.
All’attività narrativa lo scrittore romano ha anche affiancato quella di critico cinematografico, o meglio di “spettatore esigente”, come s’intitolava la sua rubrica per il Diaro della settimana, la rivista diretta da Enrico Deaglio. E’ nata così una suggestiva quanto originale antologia composta dalle recensioni di 100 film, Fuori dal cinema. «Fuori dal cinema significa forse dentro alla vita, a quel grumo di pensieri ossessioni debolezze e speranze che ogni giorno e con ogni mezzo – comprese le immagini dei film e le parole dei libri – proviamo a depurare affinché un barlume di verità possa traversarlo d’improvviso».
La sua ultima opera, Bolle, diciannove racconti sul filo dell’illusione e della verità, è del 2006. «Brevi storie – come recita la quarta di copertina – che ci aprono al mondo dell’immaginazione, del sogno, delle speranze che sole possono aiutarci a vivere: bolle luminose tra i pungiglioni della vita». Non ci rimane che aspettare il prossimo libro e nel frattempo confidare che il 14 ottobre siano pochi i romani che scrivano il suo nome sulla scheda, così da non distrarti dalla letteratura, per continuare a porci, leggendoti, quelle domande invalicabili….

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Lodoli? Me lo ricordavo un po' stronzo con la destra... forse in qualche lenzuolo sull'Unità...
Ho cattiva memoria?

Roberto Alfatti Appetiti ha detto...

Lodoli è uno straordinario romanziere, senza dubbio il mio preferito. Ho letto e amato tutti i suoi libri, senza eccezioni. Qualcuno di più e altri di meno, i Fiori, ad esempio, non mi ha convinto, un po' pretenzioso. Preferisco i Principianti ai Pretendenti, tanto per dire.
Il Diario e Grande Raccordo, poi, sono inarrivabili.
Sì, è possibile che sia stato "un po' stronzo" con la destra, personalmente non ricordo nulla del genere, ma non leggo sempre l'Unità :)
Che poi, a dirla tutta, certa destra a volte se le merita tutte le critiche, di fronte a certi riflessi condizionati dddde-destra anche a me viene l'orticaria.

Claudio Ughetto ha detto...

Bellissimo articolo, Rob.
Di Lodoli ho letto soltanto "Diario di un millennio che fugge", e se non è un capolavoro ci va vicino. Stranamente non ho approfondito il resto.
L'ho visto qualche volta parlare in tv sui problemi della scuola e dei giovani. E' sicuramente una persona di grande intelligenza, uno che i problemi li capisce davvero. Di destra o sinistra che sia, mi ha dato l'idea di un non allineato. E poi sa scrivere. E non è poco.

Anonimo ha detto...

ottimo articolo. bravo!
t.

Anonimo ha detto...

Lodoli uno che scrive benino e razzola male.

PS Ha famiglia.