domenica 29 giugno 2008

Unitevi al "Mucchio". La vita è sempre dura ma non ve ne pentirete (di Federico Zamboni)


Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 29 giugno 2008

La prossima uscita arriverà tra qualche giorno, ai primi di luglio. Sul dorso ci sarà in bella evidenza il numero progressivo, nientemeno che il 648. Sopra il nome della testata – che quando tutto cominciò, nel 1977, era Il mucchio selvaggio, mentre ora è semplicemente Mucchio, senza neppure l’articolo – la consueta scritta chiarirà, ancora una volta, che si tratta di un “mensile di musica cinema libri performance e attualità”. Sulla copertina campeggerà una foto (l’ultima è stata quella di Toni Servillo in Gomorra, la penultima un’immagine evocativa del Sessantotto: poliziotti di spalle pronti a colpire, manifestanti a un passo di distanza o anche meno; però né degli uni né degli altri si vedevano distintamente le facce, come si conviene alle comparse nelle scene di massa) e qualcuno degli argomenti principali. Più in basso, in due righe che corrono lungo il bordo inferiore, un’ulteriore manciata di indicazioni. Per esempio, continuando a citare dal numero di giugno,“Musica: Notwist, Pete Molinari, Black Angels, My Brightest Diamond, The Niro, Bruce Springsteen, Mudcrutch, CCCP, Fabrizio De André, Steve Von Till, Coldplay, Bonnie ‘Prince’ Billy. Cinema: Peter Whitehead, Quo Vadis, Baby?, Be Kind Rewind, Indiana Jones. Libri: Vincenzo Latronico, Paola Barbato (nella vignetta a sinistra), I confini della realtà”. Niente di strano, se parecchi di questi nomi non vi dicono niente. Non sono lì per attirarvi titillando una passione già accesa. Al contrario: sono lì per far capire subito che qui si gioca una partita completamente diversa da quella dei soliti imbonitori. Qui si parla di artisti che meritano di essere conosciuti anche se non sono famosi. Oppure di artisti che sono già celebri, ma che meritano di essere ripuliti dagli stereotipi che l’eccesso di notorietà finisce, quasi infallibilmente, con l’imporre. «Il Mucchio nacque essenzialmente perché non trovavamo un giornale che parlasse dei musicisti che ci piacevano. Trovare articoli sul rock americano, Little Feat, Allman Brothers, Springsteen, era praticamente impossibile. La stampa musicale italiana è sempre stata filo-inglese, con l'unica eccezione del mensile Gong che però visse quattro anni a cavallo tra il '74 e il '78.»


Max Stefani c’era all’inizio, quando la rivista era poco più di una fanzine per appassionati entusiasti, e un tantino monomaniaci, e c’è ancora oggi. Oggi che sono trascorsi più di trent’anni dal primissimo numero e nel prodotto finale non c’è più nulla di dilettantistico: collaboratori che spaziano a tutto campo, accomunati dal bisogno di qualità ma lontanissimi da qualsiasi settarismo; veste editoriale bella e rifinita, con le sue 162 pagine di carta patinata e immagini nitide e stampa di qualità.
Stefani non si nasconde, nel suo ruolo di direttore-editore. Ha le sue preferenze e le asseconda. Sa di dover prendere delle decisioni – non sempre gradite, talvolta sbagliate – e le prende. Probabile che lo faccia innanzitutto per temperamento, piuttosto che per una consapevole assunzione delle responsabilità connesse al comando, ma dopo tutto questo tempo la sua leadership venata di insofferenza è comunque legittimata dal fatto stesso che il Mucchio è ancora sulla breccia, orgoglioso della propria indipendenza dalle case discografiche e da ogni altro centro di potere imprenditoriale, mediatico e politico.
Se è vero che il merito dei singoli articoli spetta a coloro che li hanno scritti, la riuscita complessiva dell’operazione va accreditata a chi, nonostante tutto, ha saputo evitare che incomprensioni e dissidi conducessero all’epilogo. «Il Mucchio essenzialmente rappresenta quello che sono io. Faccio sempre di testa mia e non amo le riunioni. Anche se questo non vuol dire che non stia a sentire tutti. Però poi traggo le conclusionie decido. Se stai sempre a sentire tutti non vai avanti. E un giornale che stia bene a tutti non riuscirai mai a farlo. Il 50 per cento sarà sempre insoddisfatto. Come del resto succede anche con i lettori.»
Ma l’insoddisfazione, ovviamente, dipende da ciò che si cerca. Se l’aspettativa è quella di una totale corrispondenza tra i propri gusti-valori-convincimenti e quelli di chi scrive, il Mucchio è altamente sconsigliato. Il Mucchio non è mai neutrale. Loda fino all’esaltazione, critica fino all’invettiva. Si schiera, esagera, ci ripensa, si corregge. Non è uno specchio in cui rimirarsi: è una finestra (anzi una lunga, interminabile serie di finestre, di oblò, di periscopi, di ogni altro possibile strumento o spiraglio o visione) che si apre su realtà non omologate e che ci invita a dare almeno un’occhiata. Chi sono i Notwist? Cos’è Be Kind Rewind? Cosa scrive Vincenzo Latronico?
Alla stragrande maggioranza non interessa. Neanche un po’. La stragrande maggioranza si tiene strette le sue predilezioni e si sofferma solo su quello che conosce già. O su quello che è talmente strombazzato dai media da diventare imprescindibile. Si appassiona a Dan Brown e al Codice Da Vinci; crede che Zucchero sia un musicista blues; si bea della Divina Commedia, purché nella versione “tanto pe’ cantà” di Roberto Benigni.
Il Mucchio vende sì e no 20mila copie, abbonamenti compresi. La parola d’ordine è tirare avanti, sperando che la passione continui a gratificare gli articolisti più dei magri compensi e che, per ogni eventuale defezione, spunti fuori un ragazzino di talento che ha qualcosa di intelligente da dire. Nessuno, men che meno Max Stefani, si aspetta che i lettori aumentino sensibilmente; semmai si teme il contrario: che le file degli acquirenti si assottiglino ancora di più, vuoi per una recensione non condivisa (è successo, succederà ancora) vuoi per l’ennesimo ritocco del prezzo di copertina. Ma intanto, in un modo o nell’altro, il Mucchio rimane al suo posto. Indaffarato come sempre a disegnare mappe di territori poco o niente frequentati, a ricostruire percorsi di viaggiatori degni di tal nome, a scommettere che la sincerità e l’intelligenza servano da antidoto a queste maledette intossicazioni da musica banale, da film irrilevanti, da libri alla moda.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Secolo d’Italia”.

Notti bianche a forza di "caffeina", al via il festival letterario di Viterbo

Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 29 giugno 2008
«In questi giorni – scriveva il 16 giugno del 1934 un giovanissimo John Fante al proprio mentore Henry Louis Mencken – mi fortifico con pesanti dosi di Nietzsche, che è la migliore medicina al mondo». La lettura come ricostituente. Altro che penitenziali pedagogismi e corsi accelerati di attualità. Parafrasando il grande scrittore americano (con sangue italiano), potremmo dire che dalla prossima settimana – in quel di Viterbo – ci si presenta una ghiotta occasione per “drogarci” di cultura. Alta, bassa, magra, grassa, ufficiale e pop. Per tutti i gusti e le sensibilità più diverse. Nel nome della libertà di pensiero. Soprattutto, per tornare a Fante, in dosi massicce. La grande letteratura, insomma, torna unica protagonista.
«Di tutte le sostanze, droghe o spezie, che da secoli animano gli usi e i commerci degli uomini, la caffeina è senz’altro la più popolare. È l’unica sostanza stimolante che sia riuscita ad abbattere resistenza e pregiudizio, al punto da essere liberamente prodotta, venduta e consumata a ogni latitudine, senza vincoli o restrizioni alcune. È con questa filosofia che a Viterbo, nella splendida cornice del quartiere medievale di San Pellegrino, per tre settimane viene spacciato liberamente un eccitante potentissimo chiamato cultura». Così si presenta sul web – http://www.caffeinacultura.it/Caffeina, festival letterario a vocazione (consapevole o meno che sia) futurista che domani apre i battenti. Tanto da richiamare alla memoria l’Eccitatorio anelato da Tommaso Filippo Marinetti: l’assemblea dei giovani, da eleggere a suffragio universale, che avrebbe soppiantato il Senato. Allo stesso modo Caffeina, si appresta a fare piazza pulita di premi e festival autopromozionali quanto paludati di questa o quella corte letteraria che in questi giorni si contendono a gomitate il palinsesto letterario sulle pagine dei quotidiani. Sì, perché il campionato ancora non è aperto ma le dispute culturali estive sono tutt’altro che amichevoli. Venuti meno i guru del Novecento, impazza la campagna acquisti, gli arruolamenti in armi di scrittori, critici e intellettuali. Va forte “letteratura sociale” ma tra le neopromosse si segnala, per vivacità, il “noir” capitanato da mister Lucarelli. Persino la “fantastica”, da sempre in piena zona retrocessione, assesta qualche buon colpo.
Caffeina, la rassegna letteraria (e non solo) ideata da Filippo Rossi, coordinatore della Fondazione FareFuturo, con il contributo organizzativo di Andrea Baffo, alla vecchia logica dell'aut aut preferisce quella della nuova sintesi, dell'et et. Non per mancanza di coraggio, semmai per eccesso. Preferisce giocarsi la sua partita a tutto campo, dando vita a un patchwork culturale originale capace di contaminare suggestioni e “generi” diversi, aperto a battitori liberi e a intellettuali espressione delle più diverse famiglie culturali, dai Cristiani di Allah di Massimo Carlotto – per fare un esempio tra i tanti possibili – a Magdi Allam che presenterà il suo libro sulla conversione dall’Islam al cattolicesimo.
Ad aprire il festival sarà Giampiero Mughini il 30 giugno, mentre il congedo dal pubblico, il 18 luglio, sarà affidato a Paolo Villaggio, due irregolari a sigillare l’ambizione libertaria e al di fuori di ogni appartenenza della manifestazione. Tre settimane dense di appuntamenti: ben 34 per 40 ospiti. Incontri pomeridiani e serali, seguiti dai concerti di mezzanotte realizzati in collaborazione con un’altra grande e importante realtà della cultura viterbese: Tuscia Opera Festival. Insomma, un’orgia.
Nel programma c’è di tutto: scrittori raffinati come Roberto Alajmo, Giuseppe Conte e Mauro Covacich e avanguardie pop come Gianluca Nicoletti (ci perdoni la definizione) e Fulvio Abbate, Giampaolo Pansa – che presenterà il suo ultimo romanzo, I tre inverni della paura – e Pietrangelo Buttafuoco alla sua seconda prova con L’ultima del diavolo, scrittori amatissimi dal pubblico come Andrea De Carlo e Valerio Massimo Manfredi e giovani esordienti ancora sconosciuti. Già, l’edizione 2008 porta con sé gustose novità, tra cui una su tutte: Senzacaffeina, una rassegna di cultura per ragazzi che quest’anno prevede tre appuntamenti (la diciassettenne Simona Strazzula col suo romanzo Gli eroi del crepuscolo che ha fatto aprire al fantasy la casa editrice Einaudi, e due spettacoli legati a iniziative editoriali per i più piccoli, Giulio Coniglio e la scatola dei ricordi e Il mio nome è Gruk) ma che è destinata a diventare un vero e proprio festival parallelo con una sua propria autonomia.
Incontri che si preannunciano spassosi come la presentazione della guida non conformista alla città di Roma S.P.Q.R. Sacri e profani questi romani di Giuliano Compagno e momenti di approfondimento storico e culturale: se Alessandro Cecchi Paone parlerà della sua interpretazione dell’Ulisse omerico, Giuseppe Ayala ricorderà due eroi tutti moderni: Falcone e Borsellino. Verranno inoltre scandagliate tre grandi figure che sono ancora protagoniste dell’immaginario italiano e non solo: il giornalista del Corriere della sera, Dario Fertilio, parlerà del mito di Ernesto Che Guevara, il sovrintendente dell’Archivio centrale dello Stato, Aldo G. Ricci, racconterà il Giuseppe Garibaldi “eroe per scelta”, il vicedirettore di Rai Parlamento Gianni Scipione Rossi e la storica Cristina Baldassini affronteranno il delicato tema della persistenza della figura di Mussolini nella cultura popolare italiana.
Senza trascurare un adeguato spazio agli autori della Tuscia. Lidia Ravera, reduce dalla finale del Premio Strega, arriva a Viterbo per parlare insieme al critico Massimo Onofri dell’evento letterario dell’anno: il libro del vetrallese Francesco Ceccamea, Silenzi Vietati. Tra tanti altri autori viterbesi (Gianluca Cerci, Alessandro Maurizi, Ebe Giovannini…) c’è anche la diciassettenne Dorotea De Spirito che per la prima volta parlerà del suo romanzo generazionale pubblicato per Mondadori, Destinazione Tokio Hotel.
E non solo. Ad arricchire ulteriormente la rassegna ci sono altre sorprese e vere e proprie “chicche”: (il regista Umberto Lenzi, famoso per i suoi poliziotteschi che hanno fatto innamorare Quentin Tarantino, presenterà in anteprima nazionale il suo primo romanzo Delitti a Cinecittà; l’attore Roberto Nobile presenterà il suo libro Col cuore in moto insieme al disegnatore satirico e autore televisivo Stefano Disegni.
Chapeau agli organizzatori, ça va sans dire. Ma anche al Comune di Viterbo, da sempre amministrato da destra ma capace di promuovere iniziative che navigano in mare aperto, oltre i confini territoriali dell’appartenenza. Perché la cultura è libera e, in quanto tale, di tutti.

venerdì 27 giugno 2008

Il Woody Allen che piace alla destra (di Marco Iacona)

Articolo di Marco Iacona
Dal Secolo d'Italia di giovedì 26 giugno 2008
Woody Allen sta invecchiando e pensa alla morte. Alla morte che arriva per caso (Scoop, 2006) perché in fondo è tutta la vita che della morte è solo l’inizio, a essere sorretta da banali dettagli (Match point, 2005). Riflette e riflette sul destino e la coscienza (Sogni e delitti, 2007) e sulla fine che giunge a chiudere il sipario come in ogni tragedia che si rispetti (Mezzanotte a Barcellona, film presentato a Cannes e di prossima uscita). Ha iniziato più di cinquant’anni fa in tv, ma la mano di questo grande personaggio dei nostri tempi, uomo di cinema, ma anche musicista e delizioso scrittore, è sempre leggerissima – lo è più adesso che in passato, quando per il grande pubblico era un comico, sui generis perché spesso molto “cerebrale”, ma pur sempre un comico. L’Allen-regista sembra avere la grazia di una farfalla che si sposta da un personaggio e l’altro e sa ritagliarsi, ancora, quando vuole, i ruoli di protagonista con paradossale genialità. Ma il suo “end” rischia adesso di essere ossessivo, come tutti i “divi” che si rispettino (o gli “antidivi” che tanto però gli somigliano), continua a meditare sulla sacra combinazione dei suoi points of view: fatalità, morte e delitto senza castigo, non è più lui a lavorare per i suoi film adesso (non di rado autobiografici), ma sono i suoi film a lavorare per lui.
Meglio immergersi nella lettura dei suoi libri allora? Be', se si sa resistere alla voglia di dare una sbirciatina al primo piano della bellissima Scarlett Johansonn, deliziosa musa del maestro, un consiglio lo potremmo anche dare. L’ultimo libro di Allen ad esempio, Pura anarchia (Bompiani, pp. 171, euro 16), ci mostra una personalità d’autore del tutto diversa (anarchica…). Anzi: non una personalità ma ben diciotto, quanti sono cioè i micro-racconti semiseri, in parte già editi, che riempiono le pagine del libro
Cosa può amare la “destra” di Woody il newyorkese a parte quell’Oreste Lionello che è da sempre la sua voce italiana oramai? Relativista a più non posso, la normale vocazione di Allen Stewart Königsberg (questo il suo vero nome), sembra quella di svilire qualunque cosa si possa considerare non dico sacra, ma molto banalmente “seria”. Allen ama colpire sopra e sotto, tanto gli scienziati quanto i filosofi. E se la prende col diavolo e con l’acqua santa. Con Wagner in primo luogo (confessiamo di sudare freddo ogni volta che ci torna alla mente la sua “mitica” battuta sul papà del moderno mito del Graal: «Quando ascolto Wagner mi viene voglia di invadere la Polonia!»), e con la religione dei Rabbini, ma anche con chi vuol smettere di fumare per cercare di campare di più, e perfino con se stesso...
Ma in tutto questo c’è un nobile "però". È stato lo stesso ‘900 a spiegarci il valore del libertario ribelle contro i “You must” del tempo, il valore dell’anarca insomma, di colui che sa “cavalcare la “tigre” senza scendere. Proviamo a spogliare l'anarca di tutta la gravità del Novecento (e guerre e rivoluzioni…) e vestiamolo di tanta ironia. E magari anche del disordine dei fratelli Marx e della levità di un ateo (quando sa esserlo lieve…) che riconosce di essere di “passaggio”, così un attimo prima della fine, in stile Tim Burton, ci saluterà uno ad uno e si scuserà per il disturbo arrecato a uomini e cose.
A tutto ciò si aggiunga una capacità d’indagine sociale, più che sociologica, a tutto tondo con l’immancabile gusto per un colto periodare in stile anglosassone; la battuta più che lo sberleffo: pillole di Wodehouse, insomma. Mettiamo insieme tutto questo e avremo qualcosa che a Woody Allen somiglia come una goccia d’acqua a un’altra sua sorella. Nel primo capitolo di Pura anarchia, ad esempio, la critica d’origine guenoniana all’universo spiritualista ci sta tutta (dall’inflazione per gli affari della mente – new age o giù di lì – a Vanna Marchi). Abbiamo bisogno o no delle “invenzioni” di un Woody Allen, o di chi per lui, per tornare con la mente e i piedi a terra? Per non affondare nel ridicolo (o in qualcosa di peggio) e nella banale lite da cortile? Purtroppo la risposta è assai scontata e la troviamo sapientemente spezzettata fra le pagine del libro. Ma per logico contrappasso non-scontate appaiono invece le storielle di Allen. Aperte a svelare le realtà di un mondo moderno, nella sua variante postmoderna, visto da sotto a sopra, con l’orizzonte ai piedi e il suolo ad altezza occhi.
C’è un solo modo per resistere in un mondo di pura anarchia, sembra dirci l'autore: diventa anche tu un anarchico! Niente a che vedere ovviamente con l’omicidio politico, niente colpi di pistola o di pugnale, si tratta invece di implementare la semplice, banalissima, strategia del giocatore di scacchi incompetente. Se copi le mosse dell’avversario male che vada farai la figura del fine tattico bene che vada, invece, l’avrai fregato. Certo il capitolo “morale”, in questo libro (come del resto nei film di Allen, anche nel prossimo) è ridotto praticamente a zero. Anzi l’autore sembra volerci dire che la moralità o non esiste o se esiste è pronta a dissolversi in due tre paginette e/o battute, e al suo posto sorge una febbrile corsa all’ora, all’arricchimento e alla realizzazione di un benessere personale. Tutto qui.
Insomma se Marx, non Groucho ma Karl, pensava che azzerando le disparità economiche si sarebbe raggiunta quella parità assoluta sintetizzata nel motto "a ognuno secondo i propri bisogni", a noi sembra che il mondo postmoderno di Allen sia l’esatto opposto di quello profetizzato dal filosofo di Treviri. Si tratta di un mondo dove l’eguaglianza non si cerca oltre l’economico ma nell’economico, dove ognuno si insegue la “sovrastruttura” che vuole e poi torna a casa più o meno contento.
Insomma per buttarla in filosofia (dello sport) non siamo tanto alla "negazione della negazione" del moderno, o al suo superamento, ma ai suoi tempi supplementari; c’è qualcuno che è in attesa dei calci di rigore e spera di alzare la coppa, ma in tanti sono lì a fare “melina”, a cavalcare se non proprio la “tigre” uno strano essere mitologico che ha le forme di un asinello e che riesce a beccare, come i piccioni in piazza S. Marco, qualche seme qua e qualche seme là… Se anche Nietzsche poi col suo Superuomo finisce nel vortice del pensiero dissacrante di Allen (c’è un “menù” anche per un Superuomo, che tanto somiglia però ad un bullo da circoletto di periferia), beh, allora è giusto dire che dovremmo ripensare tutto...
A proposito di Nietzsche e di battutacce sulle donne, chi conosce la filmografia di Woody, almeno le pellicole più celebri, sa che le donne sono le vere protagoniste delle sue storie (il rapporto di Allen con le donne è un capitolo a parte della sua vita). Anche in Pura anarchia, spuntano qua e là alcune “bonazze”, che fanno compiere ai protagonisti dei racconti gesti inconsulti. L’ossessione del sesso al pari di quella del denaro (stavolta pensiamo a Evola) è tipica dei giorni nostri; pare, almeno così si ci hanno raccontato, che fino ad un secolo fa, la maggioranza degli uomini e delle donne avesse maggior rispetto per il proprio corpo. Nel racconto dal titolo “Quando una disgrazia ti rende onnisciente”, come per la lontanissima guerra di Troia, tutto accade a causa della bellezza di una donna, e qui il protagonista non può non essere vittima di un irreversibile gioco di avvenimenti a catena.
C’è sì l’idea della casualità degli accadimenti, ma lo sguardo di Allen da esteta flagellato dalle ansie, che osserva senza saper spiegare, aggiunge molto altro ancora. Ed è tanto. Come nella penultima storiella del libro in cui Paperino ubriaco, secondo la testimonianza di Topolino, ci prova con Nicole Kidman (all’epoca sposata con Tom Cruise) o in quella dal titolo “Stringhe sciolte” dove il protagonista sbeffeggia lo scientismo (ce lo aspettavamo tutti), e finisce con un occhio nero causato dalla sua bella segretaria («Dovetti provocare una specie di fissione perché, un attimo dopo, mi stavo rialzando da terra con un occhio nero delle dimensioni di una supernova. Ecco perché sono convinto che la fisica sia in grado di spigare tutto tranne il sesso debole»).
Immaginiamo Woody per come lo conosciamo, adesso. Nel suo mondo. Da tempo immemorabile è in analisi (trent’anni!, prossima tappa però: Lourdes), e si agita per un "37 – 1" di febbre. Ha problemi di identità («ho un solo rimpianto nella vita: di non essere qualcun altro»). Eppure non ha mai tentato di nascondere tic e debolezze. Non è anche il coraggio di andare contro le ipocrisie del suo tempo (tutti belli, sani e forti?) a fare di Woody Allen un anarchico che ci piace? Beh, diremmo proprio di sì. E ad un vero anarchico, ad un anarca, anche le battutacce su Nietzsche e Wagner si possono davvero perdonare. Prima con un sereno e misurato sorriso e poi, è un consiglio, con la lettura di un buon libro. Il suo.
Marco Iacona è dottore di ricerca in "Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee". Si occupa di storia del Novecento. Scrive tra l'altro per il bimestrale "Nuova storia contemporanea", il quotidiano "Secolo d'Italia" e il trimestrale "la Destra delle libertà". Per il quotidiano di An nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in 12 puntate. Ha curato saggi per Ar e Controcorrente edizioni. Nel 2008 ha pubblicato: "1968. Le origini della contestazione globale" (Solfanelli).

Quando Piero Chiara scriveva film per Buzzanca (di Mario Bernardi Guardi)

Articolo di Mario Bernardi Guardi
Dal Secolo d'Italia di martedì 24 giugno 2008

Capita spesso che parlando dello scrittore Piero Chiara si faccia riferimento a Giovannino Guareschi. Luino come Brescello e il Lago Maggiore come il Po, anzi “le piccole storie del grande lago” come le “piccole storie del grande fiume”. Ora, che nell’un caso e nell’altro ci si immerga nella vita della provincia con occhi e cuori confidenti fino alla complicità compiacenza autobiografica, è vero: purché si faccia attenzione a non insistere troppo sul Chiara “settentrionale”, un lombardo a due passi dalla Svizzera, che racconta “gente di confine”. Non ci piove sul fatto che Chiara – a proposito, il Premio letterario a lui intitolato compie vent’anni: splendida giovinezza, non c’è che dire – nasce a Luino e che qui, o comunque da queste parti, la sua “meglio umanità”, nel senso delle sue più vive e colorite creature letterarie, vive, opera (poco) e ozia (molto): ma non bisogna dimenticare che il terribile Pierino, figlio di madre nordica, nata sul versante piemontese del Lago Maggiore, è di padre meridionale: un impiegato alle Regie Dogane, trasferito dalla Sicilia nella Padania profonda. Insomma, se noi penetriamo nelle storie di Piero, un certo sulfureo odor di Trinacria, con profumazioni ironiche alla Pirandello ed erotiche alla Brancati, lo avvertiamo, eccome. E ne troviamo conferma andandoci a rovistare dentro grazie anche a una raccolta di saggi, dapoco approdata in libreria, in cui ci sioccupa dello scrittore nei suoi rapporti col cinema e in cui il materiale è stato raccolto sotto un titolo ruspante: Come il maiale (a cura di Federico Roncoroni e Mauro Gervasini, Marsilio, pp. 175, euro 18). Che c’entra il maiale? Chiediamo spiegazioni al “colpevole” e cioè a Chiara. Il quale, a un intervistatore che gli chiese perché mai cedesse i diritti dei suoi romanzi al cinema, rispose: «Perché i miei libri sono come il maiale per i contadini: non si buttavia niente!». E in un’altra intervista, da bravo scettico che poco o nulla si illude sulla fedeltà dei cinematografari nei confronti delle opere letterarie, aggiunse: «Vendere un libro al cinema è come vendere un cavallo: si può sperare che il padrone lo tratti bene, non lo sforzi, lo nutra a dovere, ma poi non si può andare a controllare come sta. Il nuovo padrone lo può anche macellare». Diciamola tutta: Chiara dava per scontato che, in qualche maniera, i suoi romanzi sarebbero stati “macellati”. Del resto, contrariamente a tanti intellettuali del secolo scorso, non è che subisse particolarmente il fascino della Decima Musa. Amava il teatro e anche la fotografia, ma il cinema non figura tra i suoi diretti interessi. E nemmeno tra quelli dei suoi personaggi cui sono cari invece i caffè, il biliardo, i tavoli da gioco, e carissime le alcove. E tuttavia, per la contraddizione che lo consente, «dieci film portano nel cast il nome di Piero Chiara, e non solo come autore di un racconto o di un romanzo da cui prende spunto la storia portata sullo schermo, ma come responsabile in prima persona di una vera e propria (e originale) sceneggiatura. Così come la televisione ha sfruttato lo sceneggiatore Chiara dopo averlo utilizzato come inventore di storie perla pagina scritta» (Paolo Mereghetti, prefazione a Come il maiale). L’anno di svolta è il 1970, quando escono Venga a prendere il caffè… da noi al cinema e I giovedì della signora Giulia in televisione. I “giovedì”, distribuiti in cinque puntate con la sceneggiatura timbrata da Pierino, hanno i caratteri della commedia gialla e mettono in campo un avvocato che tira le fila di un losco intrigo, una moglie sospettata di condurre una doppia vita e un poliziotto impegnato a sbrogliare l’intricata matassa. Una curiosità: il poliziotto è interpretato dal superdetective Tom Ponzi nella sua unica apparizione in tv. Ma il ’70 cinematografico di Chiara è soprattutto il “caffè bollente”, molto stimolante e alla fine troppo amaro che Lattuada ci serve, tirandolo fuori da un romanzo di culto del Luinese: La spartizione (1964). Storia di provincia lombarda e lacustre – e per forza! Siamo nell’amato microcosmo di Luino, anni Cinquanta, Dc bacchettona, vizi privati e pubbliche virtù – ma attraversata da suggestioni che fanno pensare alla Sicilia di Pirandello e di Brancati. Dato che il protagonista – interpretato da Ugo Tognazzi – Emerenziano Paronzini, un tipo di mezza età ghiotto di soldi, cibo e sesso, dopo avere impalmato la più brutta delle tre sorelle Tettamanzi, compiuto scorrerie (apprezzatissime) in camera delle cognate e messo gli occhi anche sulla procace domestica di facile virtù, si becca un colpo apoplettico e finisce paralitico in carrozzella. Non occhieggia forse, in una storia del genere (e il finale, nel libro di Chiara, è molto più tragico: quel porco di Emerenziano se ne va all’altro mondo), l’insulare demone meridiano (e notturno) che scocca scintille tentatrici e fatali, anzi letali, per il “masculo” convinto di essere un virilissimo cacciatore che non sbaglia mai il bersaglio e un astutissimo padrone del gioco? Un anno dopo, Chiara scrive soggetto e sceneggiatura di Homo eroticus, diretto da Marco Vicario. La storia del siculissimo superdotato e superseduttore cameriere Michele Cannaritta (provvisto da Madre Natura, al pari del celeberrimo Bartolomeo Colleoni, di tre testicoli e di un membro di spropositate dimensioni) sembra scritta apposta per l’altrettanto siculissimo attore Lando Buzzanca, che da allora diventa un“mito”, «un’icona pop, simbolo pantografato del machismo italico, come dimostra Lando, storico” pornofumetto edito da Renzo Barbieri»(come spiega nel libro Andrea Bruni in un saggio intitolato proprio “Homo eroticus: dalla poetica di Piero Chiara alla farsa all’italiana“). Anche se – nota la critica – Buzzanca, tratteggiando il Cannaritta «con inusitata misura, senza mai cedere a guittate e cachinni» (ancora Andrea Bruni), mostra di capire che la “vis comica” parla svariati linguaggi e la deformazione caricaturale, grottesca e oscena le appartiene a pieno diritto. Fermo restando, e a questo Chiara particolarmente tiene, che quando la materia di una storia è il sesso, un bravo artista, giocando con le allusioni, con il non-detto, può attirare ancor più il lettore nella magìa-malìa dell’eros. Nel copione di Una spina nel cuore, diretto da Alberto Lattuada nel 1986, l’anno della sua morte, lo scrittore annota: «Questa scena, disgustosa, la sopprimerei. Far vedere un coito è il più miserabile degli espedienti cinematografici... Basterebbe vedere che si avviano verso il letto. È enorme l’effetto del lasciar immaginare invece di far vedere. È il segreto del successo. Almeno nel romanzo. Ricordate “la sventurata rispose” del Manzoni e il “quel giorno più non vi leggemmo avante” di Dante. Se ne parla ancora». Dieci anni prima, quando Dino Risi aveva girato il film tratto dal libro La stanza del vescovo, Chiara, pur apprezzandone la realizzazione e specialmente l’interpretazione diUgo Tognazzi, aveva scritto: «Che poi un’artista (Ornella Muti), in particolare una donna, si mostri come una giumenta durante la monta, mi sembra un gesto di disprezzo per l’immagine femminile e per la stessa dignità umana». Insomma, questo Chiara “homo eroticus”, spirito libero e libertino, nonché dichiarato liberale in tempi in cui le penne impegnate dovevano stare e scrivere a sinistra; questo gran lombardo capace di imbandire pietanze dolci e amare negli ozi lacustri di Luino, percorsi da ancestrali echi mediterranei; questo autodidatta non immemore di ricette letterarie che dai classici della satira giungono alla commedia umana di Pirandello e Brancati; questo raffinato studioso di Boccaccio e di Giacomo Casanova; questo complice e irriverente biografo di d’Annunzio; questo intellettuale che amava il caffè, il teatro e il biliardo, ma non il cinema predatore e dilapidatore delle creazioni letterarie e dei cari fantasmi dell’immaginazione, e che tuttavia collaborò a dieci film (e vi compariva anche in deliziosi cammei attoriali); questo amabilissimo Chiara fu in fondo un difensore dello stile. Un saper vivere lieve e ironico, il suo: gli ozi e le chiacchierate lungolago, il gioco, il piatto che piange, i sorrisi e le malinconie, le passioni, le trasgressioni, le omissioni, i giochi della sorte e della morte. Un’epigrafe: «Ho assistito alla vita qualche volta da seduto, qualche volta in piedi, partecipando al banchetto o rimanendo a bocca asciutta, ma sempre con grande piacere». Una prece per il piacere: la terra gli sia lieve.

Mario Bernardi Guardi (Pisa) è scrittore e giornalista, conferenziere e organizzatore culturale. Ha pubblicato in volume saggi su Nietzsche, Borges, Jünger, la cultura mitteleuropea, i tic e i tabù della sinistra, Gobetti, Berto Ricci, Risorgimento e Antirisorgimento. Attualmente scrive su Libero, Il Foglio, Il Tempo, Secolo d'Italia, Il Domenicale, Linea e Palomar.

martedì 24 giugno 2008

"Non lasciarmi" di Kazuo Ishiguro (recensione di Claudio Ughetto)

Non lasciarmi di Kazuo Ishiguro (Edizioni Einaudi, Torino 2006 Pagine 291)
Recensione a cura di Claudio Ughetto, già pubblicata sul sito di Opifice e su quello di Claudio.

Amarlo o odiarlo follemente? Nei confronti di quest’originale romanzo dello scrittore inglese (sebbene nato in Giappone), entrambe le scelte mi sembrano legittime. Dipende dal nostro temperamento, dallo stato d’animo con cui lo apriamo, da cosa cercavamo quando abbiamo iniziato a leggerlo e da cosa troviamo a metà della lettura. Se ci soddisfa o no. Si può decidere di amarlo follemente o di odiarlo follemente. Non lasciarmi è un romanzo che mette in disaccordo la testa e il cuore, nel quale la logica e la verosimiglianza, le istintive risposte a quelle banali domande sul comportamento umano che nascono quando ci accorgiamo che una storia non regge, sono continuamente disconfermate, procurandoci reazioni che vanno dall’insofferenza a quel tipo di rabbia che porterebbe a lanciare via il libro a cento pagine dalla fine, se non fossimo incantati dalla prosa e dalla narrazione straniante. Io sono tra quelli che hanno deciso d’amarlo follemente, trascinato e commosso da un’esposizione d’emozioni e sentimenti che avrebbe messo in ridicolo qualsiasi altro scrittore, tranne l’autore di Quel che resta del giorno.
È la sua stessa cifra narrativa ad essere inimitabile, capace di restituirci la stranezza dei rapporti umani attraverso punti di vista esclusivi ed anomali, in ambienti fuori dal tempo che mettono in luce il male di vivere senza tuttavia indulgere nel sentimentalismo.
Non lasciarmi è uscito in Italia nel 2006. Benché già allora attratto dagli articoli che gli sono stati dedicati, a volte pertinenti e più spesso fuorvianti, ho deciso di leggerlo solo adesso, in edizione economica. Credo quindi di non fare torto a nessuno se trattandone anticiperò alcune rivelazioni che nel romanzo affiorano soltanto a lettura inoltrata, senza peraltro sorprendere troppo. Pur sfiorando un’ipotesi fantascientifica, neppure così azzardata, ricreando parte della storia inglese e mondiale che va dagli anni sessanta dello scorso secolo fino ad oggi, Ishiguro non ha scritto un romanzo di fantascienza, e neppure una di quelle ucronie cui siamo stati abituati da scrittori geniali come Philip K. Dick e delle quali altri hanno fin troppo abusato. Il mondo esterno vi compare ben poco, soggettivamente percepito da Kath, voce narrante, che non può che averne una visione parziale. Per buona parte della narrazione, i rapporti tra Kath e i suoi amici Ruth e Tommy si svolgono all’interno di un universo chiuso: il collegio di Hailsham, nel quale è educata una gioventù priva di padri e di madri, al cospetto di “tutori” non proprio repressivi ma reticenti a informare i ragazzi su quale futuro li attenderà. La preoccupazione dei tutori è piuttosto quella di indurli a realizzare dei prodotti creativi: dipinti, poesie, scritti che poi la misteriosa Madame ritirerà per mettere nella “Galleria”, favoleggiata dai ragazzi in chiacchiere di corridoio e anche in seguito, quando la consapevolezza del proprio destino li indurrà ad interrogarsi sul significato di quel loro soggiorno esclusivo.Dalla prima pagina Kath si presenta come un’”assistente”, nel disordine evocativo dei ricordi viaggia in auto da un luogo all’altro dell’Inghilterra per occuparsi di “donatori”, molti dei quali sono stati con lei in quel collegio che è diventato introvabile, il cui ricordo scatena dei rimpianti quasi leopardiani sull’incanto di ciò che è stato e non potrà più essere. Eppure, cosa c’è di bello in un’infanzia istituzionalizzata? Erano davvero così comprensivi questi tutori che talvolta sembravano guardare i ragazzi come se non fossero umani? C’erano episodi di bullismo, a Hailsham: preso in giro dai compagni perché non era creativo, Tommy è stato rassicurato da una tutrice che si è poi pentita di quell’istintiva schiettezza. A questi ragazzi non è permesso fumare, mai: i loro corpi sono “speciali”, devono essere perfetti. È Miss Lucy a dirlo, la tutrice che ha mentito a Tommy dicendogli che la creatività non è importante. La stessa Miss Lucy che dirà ai ragazzi la verità, ciò che gli altri tutori dicono e non dicono: quando usciranno da quella scuola, completamente condizionati, diventeranno “assistenti” e “donatori”; ben presto, prima dei 30 anni, saranno usati per esperimenti scientifici e per fornire organi ad altre persone, e moriranno quando avranno finito un “ciclo” che generalmente consiste in quattro donazioni. Compito degli assistenti è supportare i donatori per tutto il ciclo, perché c’è anche chi muore prima. Gli assistenti doneranno a loro volta, andando incontro allo stesso destino, sebbene un po’ più in là nel tempo e tra insostenibili sensi di colpa. Arrivata a 31 anni, Kath si sente diversa da coloro con cui è cresciuta, perché non ha ancora donato, e gli stessi Ruth e Tommy sembrano lasciarle intendere che è venuto anche per lei il tempo di sottoporsi al ciclo. Non si può essere assistenti per anni, caricandosi di tanto dolore, vedendo man mano spegnersi coloro che si ama.
Ishiguro sembra chiederci di abbandonare ogni considerazione logica, esigendo una sospensione della credulità che può reggere solo se assumiamo il punto di vista esclusivo di questi ragazzi. Come possono andare incontro al loro destino senza ribellarsi, fuggire, rivendicare la propria umanità? Ce lo chiediamo arrabbiandoci, sperando che qualcosa succeda. Una roba come la rivolta dei cloni. Invece nei pensieri di Kath, e nel romanzo stesso, permane il rimpianto per ciò che non è stato e avrebbe potuto essere: l’insieme d’amicizie incrinate, amori inespressi e vite soltanto immaginate. Il resto è inevitabile. L’idea di cominciare a vivere sul serio, a 30 anni, un’età in cui oggigiorno si è ancora considerati dei “ragazzi”, sembra non sfiorare questi cloni nati per essere fatti a pezzi con ogni cura. Anche essere un “donatore” ha un senso in un mondo del genere, che ci fa orrore solo a pensarlo.
In Ricambi, romanzo del 1996, lo scrittore Michael Marshall Smith[1] usa il genere fantascientifico per descrivere un mondo non poi così differente. In quel caso i cloni sono sorvegliati in una Fattoria, in condizioni più inumane rispetto a quelli che vivono a Hailsham. Marshall Smith, scrittore meno raffinato di Ishiguro, ci porta ad assumere il punto di vista del custode, rendendoci partecipi della sua redenzione a favore dei cloni. In questo caso, il genere è usato come strumento d’intrattenimento (con tanto d’astronavi, pistole, inseguimenti ecc) per farci riflettere sugli orrori che la biogenetica già adesso lascia presagire.
Ricambi è un buon romanzo d’azione, con qualche pretesa di denuncia e un messaggio di per sé scontato: anche un protagonista disincantato come Jack Randall, veterano di guerra ridottosi a custode di cloni, alla fine può fare la scelta più giusta. Assumendo il punto di vista del clone, invece, portandoci a pensare come lui, Ishiguro i costringe ad un gioco più sottile, ricordandoci che è compito della letteratura indurci a riflettere ogni volta in modo inedito su temi universali. La letteratura è anche gioco, persino quando a prima vista sembra volerci deprimere. È nelle domande più urticanti che ci rispecchiamo, scoprendoci non dissimili da un clone melanconico. Più che alle aberrazioni dell’ingegneria genetica o alle implicazioni etiche correlate alla ricerca dell’immortalità, Ishiguro sembra interessato a come ogni essere umano, di qualsiasi epoca, spende la propria vita. C’induce a chiederci quali sono le cose che valgono, s’è possibile spendere l’esistenza senza poi avere troppi rimpianti. Un’esistenza da dedicare alla realizzazione di noi stessi, ai desideri e ai tormenti dell’anima, ma anche alle persone che ci sono vicine.
Ishiguro scrive d’amicizia e soprattutto d’amore, perché come Kath e Tommy potremmo accorgerci troppo tardi che avremmo potuto amare con maggiore intensità, quando è ormai impossibile chiedere delle proroghe. Per il momento non smetteremo di morire, arrabattandoci tra caso e necessità. Come accade a questi cloni dalla vita breve.
NOTE[1] Michael Marshall Smith (nella foto a destra), Ricambi, pag. 375, Garzanti.
Claudio Ughetto è nato a Giaveno (TO) nel 1965, dove risiede. Di mestiere fa l'educatore in un Consorzio pubblico. I suoi interessi sono molteplici: letteratura e filosofia, arti figurative e tutto ciò che riguarda l'immaginario. Da anni si sente vicino alla cultura non conformista, nella convinzione che la dicotomia destra/sinistra sia ormai inefficace per leggere e affrontare le questioni contemporanee. Scrive per Diorama Letterario, Arianna e Opifice. Un suo racconto è stato pubblicato nell'antologia Tutti esplosi. Le trame di Opifice (prefazione di Massimo Carlotto, Giulio Perrone editore, euro 12). Di recente ha pubblicato il suo primo romanzo Una falciola di terra (Il Filo, 2007, euro 18).

domenica 22 giugno 2008

Roberto Ciotti, quel blues vagabondo che arriva quando può ma non ci delude mai (di Federico Zamboni)

Articolo di Federico Zamboni
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 22 giugno 2008
C’è ritardo e ritardo. C’è aspettativa e aspettativa. Il nuovo album di Roberto Ciotti era annunciato in uscita per la metà di giugno, ma poi, per un motivo o per l’altro, il termine previsto non è stato rispettato. My Blues, che è il primo live di una lunghissima attività artistica cominciata già da adolescente negli anni Sessanta, si fa attendere ancora un po’, prima di giungere a disposizione degli appassionati. Prima di arrivare, come accade sistematicamente dal 1996 di Changes, non già nei negozi di dischi ma nelle edicole: sollevato dall’obbligo di appoggiarsi a una grande casa discografica che lo distribuisca e lo promuova adeguatamente; libero di percorrere strade alternative rispetto a quelle suggerite, e programmate, dai “navigatori satellitari” del marketing; orgoglioso, in un modo ironico e sornione (da viaggiatore vagabondo che mangia dove può e dorme dove capita, ma che avrebbe i mezzi necessari a concedersi ben altro), della propria diversità. Della propria anomalia.
Nessuna aspettativa spasmodica da parte degli estimatori, quindi. Nessun problema a prendere atto del ritardo e ad aspettare pazientemente, come si conviene tra persone che odiano tutto ciò che è frenetico e che, o prima o dopo, o presto o tardi, hanno imparato ad attraversare la vita sulle stesse cadenze elastiche del blues: a volte lente, e persino strascicate, ma mai e poi mai depresse; altre volte veloci, e persino turbinose, ma mai e poi mai nevrotiche. «Quando fai musica, e la fai come la senti dentro, quando riesci a emozionarti e a emozionare, non c’è niente che ti possa fermare, sei già arrivato.»
Che Roberto Ciotti lo avesse capito, questo sacrosanto, irrinunciabile primato della sincerità e della coerenza su qualsiasi lusinga dello show-business, lo si poteva già desumere dalle scelte che ha fatto in tutti questi anni. Dalla sostanziale serenità con cui è passato dalle fasi di maggiore fama a quelle in cui il suo nome tornava a circolare assiduamente solo nei circuiti minori. Il successo come semplice eventualità, gradita finché si vuole ma niente affatto imprescindibile: non certo la meta obbligata di chiunque voglia vivere della propria arte; men che meno la somma e inoppugnabile verifica della bontà di quello che si crea.


Nel 1980 Ciotti apre i concerti italiani di Bob Marley a Milano e a Torino. Folla immensa ed entusiasta, grande attenzione da parte dei media, la magia tutta giamaicana del reggae che si distende sul mondo e, per la prima e unica volta, avvince anche l’Italia. Uno di quei rari momenti in cui, specie per l’appuntamento di San Siro, diventa legittimo parlare di “evento”, senza che si tratti del tic prefabbricato di un pubblicitario a corto di idee, di un presentatore televisivo in cerca di audience, di una stampa smaniosa di assecondare i desideri, o le pretese, dei potenti di turno.
I più si glorierebbero del privilegio ottenuto, pregustandone l’incombente trasformazione in risultati concreti: ulteriori ingaggi, vendite in ascesa, interviste a go-go; cachet e royalties che crescono di conseguenza. Lui è colpito, e risucchiato, dall’atmosfera: «Tutte le volte che ripenso a quella sera, sento l’intensità che si respirava. Il ritmo rallentato e ipnotico del Reggae, l’odore fortissimo della marijuana che avvolgeva tutto, e l’emozione di quella folla gigantesca. Ci si sentiva coinvolti in un’incredibile energia, vibrante ed eccitante, sembrava di essere tutti parte di un unico respiro di umanità».
Nel 1983, dopo aver pubblicato con la Rca il terzo album, Rockin’ Blues, Ciotti incontra Ginger Baker – già batterista dei celebratissimi Cream al fianco di Eric Clapton alla chitarra e di Jack Bruce al basso – ed entra a far parte della sua nuova band, un trio che viene completato dal bassista Enzo Pietropaoli. La tournée si snoda nell’America settentrionale, quasi sempre negli Usa, e va avanti per un mese, senza pause. Locali celebri come il Bottom Line di New York, il Tuts di Chicago, l’El Mocambo di Toronto.
Sogni che si realizzano. Soddisfazioni artistiche e vantaggi collaterali, ivi incluso l’optional, magari grossolano e però stuzzicante, delle groupies. Ottimi motivi per restare, se non fosse per il rovescio della medaglia. Se non fosse che, per dirla col Guccini di Canzone per Silvia, “l’America è grandiosa ed è potente, tutto e niente, il bene e il male”. E allora, ricorda Ciotti in Unplugged, la schietta autobiografia edita lo scorso anno da Castelvecchi, «capii presto che la mia personalità era un’altra, e che gli Stati Uniti, in fin dei conti, non avrebbero mai potuto valorizzarla. Decisi di seguire me stesso e di tornare a casa».
Già: il blues è nato negli Usa, o se non altro è lì che si ha cominciato a mostrarsi a noi occidentali, ma nel loro complesso gli Usa, soprattutto quelli di oggi, hanno ben poco a che spartire con la sua sensibilità profonda e in qualche modo immutabile. Il blues – negli Usa e in ogni altra parte del mondo che si sia lasciata irretire dall’eccesso di tecnologia, e imbolsire dalle abbuffate del consumismo – è agli antipodi del modello dominante. Osserva la vita e ne restituisce il battito eterno. Ne riconosce la ricchezza, misteriosa e infinita, anche quando essa non soddisfa nemmeno uno dei nostri desideri. Le sconfitte diventano esperienze. Il passato, qualsiasi passato, una base sulla quale ricostruire. E quand’anche siano solo macerie, e non ci sia ancora la possibilità di riedificare subito, meglio le macerie che niente, per passarci la notte.


Questo è il blues. E per questo, anche quando i suoi brani di discostano dalla canonica forma delle dodici battute e da certe sequenze di accordi, rimane blues la musica di Roberto Ciotti. Che avendo scelto di restare se stesso ne sopporta le conseguenze. Che per restare libero si autoproduce e ci chiede di passare in edicola, pronti a insistere se il giornalaio non capisce immediatamente di chi parliamo. Che magari può ritrovarsi a essere un po’ in ritardo, come un musicista girovago che arriva quando può, ma che è sempre il benvenuto.
Federico Zamboni, nato a Milano nel 1958 ma cresciuto a Roma, è giornalista e conduttore radiofonico. Tra il 1979 e il 1981, con lo pseudonimo di Claudio Fossati, ha tenuto una rubrica (quasi) fissa sul quindicinale “Linea”, dedicata a quella che allora si chiamava la “musica giovanile”. Dopo aver smesso di scrivere articoli per circa 15 anni, dedicandosi a tutt’altre cose, ha ripreso a pubblicare regolarmente nel 2000. Prima su “Ideazione.com”, poi sui quotidiani “Linea”, di cui è stato caporedattore fino al maggio scorso, e “Secolo d’Italia”.

Simpson, da dissacratori a testimonial della famiglia (di Marco Iacona)

Articolo di Marco Iacona
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 22 giugno 2008
A Marge Simpson noi tutti dovremo fare una bella statua d’oro, un giorno o l’altro. D’oro quasi come il colore della sua pelle e di quella dei suoi bizzarri concittadini e familiari, Homer, Burt, Lisa e la piccola Maggie, che poi sarebbero i mitici Simpson, i buffissimi personaggi della nota serie televisiva a cartoni animati che abitano la cinica città di Springfield, disegni creati dal cinquantaquattrenne americano Matt Groening e diventati uno dei fenomeni televisivi più seguiti dei giorni nostri. Una serie tv riproposta in edicola fino agli inizi di ottobre, grazie ad una selezionata raccolta di decine di episodi contenuti in 23 dvd (l'iniziativa è del Corriere).
Forse era dai tempi degli altrettanto mitici Peanuts di Charles Monroe Schulz (più noti però su carta che sugli schermi), che dei semplici disegni non assurgevano ad emblema generazionale e stereotipo dell'"anima" di una larga parte dell'America, ma non solo. Sui Simpson sono stati scritti saggi d’argomentazione scientifica e filosofica; il Time l’ha descritta come la migliore serie tv del Secolo. L’anno scorso ne è stato tratto un film di grande successo.
Come i personaggi dei Peanuts, Charlie Brown, Linus, Lucy e Snoopy insuperabile ed egocentrico trasformista, ogni fan della famiglia Simpson ha il proprio favorito. C’è chi predilige Burt, il figlio maggiore dei Simpson (dieci anni), furbo, dispettoso e sempre a caccia di guai e c’è chi ama Lisa, la sorella di due anni più giovane, ma più matura, sapientona e razionale (i due sono un’evoluzione in direzione progressista della coppia di fratelli Lucy-Linus nella quale si specchiava il moderato Schulz).
C’è poi chi predilige, beato lui, papà Homer, un impiegato svitato, maldestro e per di più irresponsabile che però irradia la simpatia cialtrona di un Andy Capp del terzo millennio. E c'è anche chi tifa per la piccola insignificante Maggie, una neonata silenziosa, appendice di una famiglia: papà, mamma, figlio e figlia, probabilmente già al completo. Infine, c'è chi sceglie come personaggio prediletto Marge Bouvier, mamma-Simpson amorevole, severa, giudiziosa e dotata di talento artistico. È perfino troppo ovvio: in una famiglia dove i due “uomini” sono così strampalati è lei il centro, è lei la chiave di tutto. È Marge, insomma, la famiglia Simpson, l'elemento che la tiene insieme.
Quello dei Peanuts era un universo infantile (anche se tutt’altro che minore traboccante com’era di sfumature psicologiche), quello ove si affacciano i Simpson si caratterizza invece per la sua “completezza”. Si potrebbe dire che l’America è cresciuta ed è diventata moderna e concreta, anzi più moderna e più concreta di quello che il piccolo mondo che circondava la casetta di Snoopy col suo amichetto Woodstock, lasciava presagire.
Ed oggi la modernità è Springfield, città del terzo millennio ove sprofonda un’umanità degenerata e conformista, un’umanità somma-di-individui quasi da “punto zero dei valori”. Qui nessuno pensa davvero di poter cambiare alcunché di questa “sporca società” o “comunità”. Se tanto ci dà tanto, servirebbe allora un’entità nuova, quella sì, un’entità che l’America (ma non solo l’America) è invero incapace di generare. Siamo a Nietzsche e ai suoi naturali epigoni? Direi di no, siamo ben oltre. Dopo la morte di Dio (roba da preistoria: pregarlo è oramai un tic, un gesto da abitudinari, al più da disperati), sono spariti anche i “supereroi” perché con l’Altissimo è scomparsa anche la distinzione fra bene e male; non restano che i semplici uomini allora (uomini o scimmie?), inconsapevoli della catastrofe verso la quale si stanno avviando.
L'ispirazione politica dei Simpson è senza dubbio di marca progressista e il fumetto, fino all’altro ieri, è stato poco amato dall’America repubblicana e religiosa. Ma dalla prima puntata “ufficiale” (17 dicembre 1989) di tempo per riflettere ce ne è stato parecchio, tempo per “analizzare” un prodotto di successo, complesso, anzi sofisticato, che sembrava destinato ad una facile lettura e invece si è rivelato nel dipanarsi delle diciannove serie un contenitore molto differente dallo stereotipo iniziale. Il progresso espresso dall'autore non ha nulla di ottimistico, di "obamiano", ma è piuttosto un progressismo da fine dei tempi che ricorda l'ultimo capitolo di un libro di H. G. Wells. È un progressismo che racconta con leggerezza e ironia il fallimento dell'idea di redenzione dell'umanità e ci si aggrappa a qualsiasi occasione (sì, c’è anche un po’ di pragmatismo Usa), perché la sola cosa che importa è sopravvivere. Ascoltiamo I Simpson, dunque e ci torneranno in mente le parole di Andy Warhol: Cos’è la vita? «Nasci, ti ammali e muori». Fra il primo e l’ultimo evento, insomma, fa’ quello che vuoi o che puoi. L’uomo è un completo fallimento dunque. E la donna? Qui la faccenda si complica alquanto, per fortuna.
Prendiamo Marge Simpson. L’ex miss Bouvier fa la casalinga, un mestiere tutt’altro che “moderno”. Per dirne altre due: non imita (il peggio de)gli uomini e segue la virtù della moderazione, una virtù che sa di antico e differenzia, chi vuol differenziarsi dal “volgo”. E poi ancora: non si lascia trascinare dalle folate di vento e combatte senza inutili eccessi contro le nevrosi del tempo. “Marge c’è e lotta con noi”, dunque. Una donna della tradizione? (mamma mia…). Beh diciamo questo, una così negli anni Settanta l’avrebbero appesa al lampione, oggi invece, come dicevamo all’inizio, sarebbe meritevole di una statua d’oro. A ventiquattro carati.
In fondo trovare in giro un altro “papino” come Homer non dovrebbe essere difficile. Silhouette da impiegato di mezz’età, calvo, bulimico, beone e un po’ fanatico. Tipico “prodotto” del consumismo americano. Burt è invece il classico bulletto volgare e nichilista (come lui ce ne sono almeno venti-trenta per ogni scuola), Lisa è il “genietto sensibile” ma sputasentenze per il quale si prevede una carriera straripante di soddisfazioni (ma anche di inevitabili delusioni). Tre universi comuni ma incompatibili; tre linee parallele destinate a mai incontrasi. Marge è dunque il mastice che tiene unita questo po’ po’ di famiglia. È insostituibile. È lei l’essenza della normalità che abbiamo appreso dalle letture filosofiche. Conservatrice se c’è da conservare, aperta se c’è da esserlo, affabile o rigorosa quando occorre. Una “donna” senza vane sovrastrutture, insomma, tipica della migliore America. Un’America che di nome a volte fa “liberal”, ma che di fatto intendiamoci è molto “con”.
Marge è anche una “donna” di bell’aspetto (l’opposto di Homer il panzone, per capirci); mai dimentica della propria femminilità (il tocco da maestro è la collana di grosse perle, intonata alle scarpe dal tacco basso), e con lo sguardo rivolto alle mode e un pizzico di scapestratezza (il grattacielo di capelli blu sopra la sua testa). Marge è la famiglia Simpson, dunque e i Simpson sono Marge. Proviamo a pensare cosa sarebbe di Homer e figli, compresi cane e gatto, sul mitico divano rosso davanti la tv senza la mamma. Beh, innanzi tutto sarebbe facile intuire che non ci sarebbe alcun divano, né alcuna casa (né altro ancora…). Homer avrebbe scialacquato tutti i risparmi dandoli via per inseguire qualche stravagante progetto. E Burt probabilmente sarebbe chiuso in riformatorio.
Insomma, gli americanissimi Simpson somigliano agli abitanti di un lontano villaggio della Nuova Guinea, ove per tradizione il marito non ha autorità alcuna sui figli. Sebbene non si tratti di una vera e propria società matriarcale (ove la moglie domina in tutto e per tutto), il ruolo dell’uomo soprattutto dal punto di vista economico è assai limitato. Se non è casa Simpson questa, poco ci manca.
E a proposito della famiglia Simpson, occorre citare il gradevole e interessante volume curato da tre studiosi a stelle e strisce: William Irwin, Mark T. Conrad e Aeon J. Skoble, dal titolo significativo I Simpson e la filosofia (Isbn edizioni, 2005). Si tratta di una raccolta di diciotto saggi di vario taglio e lunghezza. Fra le tante curiosità viene fuori l’idea che la famigliola di Springfield non sia poi così disastrata come è stata presentata agli albori della serie, quando le sue disavventure erano lette come la metafora della fine dei vecchi, sani, valori famigliari. L’idea (condivisibile) è data da una proposizione di Paul A. Cantor, semplice come sanno essere le cose che hanno valore: di fatto la famiglia Simpson non è poi così male; perché fondamentalmente c’è.
Fatto salvo il ruolo di Marge come baricentro geometrico, la famiglia Simpson resiste da lustri a peripezie economiche e sociali, a catastrofi naturali, a disastri sentimentali di ogni genere. Lisa, Burt, ma soprattutto Homer si sono confrontati con ogni sorta di cataclisma personale immaginabile: la galera, la truffa fatta e subita, la perdita di ogni risorsa, la vincita miliardaria alla lotteria, l'elezione alla presidenza americana, la fuga con una spogliarellista di Las Vegas, l'alcool, la droga, il cambio di identità e di sesso, il successo televisivo, la deportazione ai poli o in giungle dimenticate da tutti, ma sono rimasti lì, sempre uguali a se stessi.
Così, alla fine si scopre che le irrequietezze di Burt sono cose del tutto normali per la maggioranza degli americani (solo americani?) cresciuta nel mito dell’antiautoritarismo; lo stress di Lisa è talmente “correct” da non suscitare la benché minima apprensione. E le interperanze di Homer, le sue bugie, il suo disprezzo per gli altri, le sue sciagurate iniziative, la sua ingordigia sono solo l'involucro. Dietro c'è un signore che ama la sua famiglia e la ama in quanto sua. Ed è già molto.
Insomma da qualsiasi parte lo si guardi, la storia dei Simpsons, a un passo dal ventennale, sembra un vero inno alla famiglia contemporanea, acciaccata e piena di guai ma in fondo dispreratamente aggrappata a se stessa per trovare allegria, felicità, rifugio. Un inno stonato? Una modello famigliare malmesso, indisciplinato, scostumato? Sì può darsi, ma una famiglia che è sempre un’emozione. Giorno per giorno tutta da scoprire.
Marco Iacona è dottore di ricerca in "Pensiero politico e istituzioni nelle società mediterranee". Si occupa di storia del Novecento. Scrive tra l'altro per il bimestrale "Nuova storia contemporanea", il quotidiano "Secolo d'Italia" e il trimestrale "la Destra delle libertà". Per il quotidiano di An nel 2006 ha pubblicato una storia del Msi in 12 puntate. Ha curato saggi per Ar e Controcorrente edizioni. Nel 2008 ha pubblicato: "1968. Le origini della contestazione globale (Solfanelli).