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sabato 9 dicembre 2006

Chatwin, quel dandy con il taccuino nero

Dal Secolo d'Italia del 26 aprile 2006
rubrica "Sei un mito"
«Se Bruce Chatwin fosse stato grasso, miope e con i capelli color topo avrebbe avuto una vita, e una reputazione, molto diverse». Parola di Susannah Clapp, editor, amica e confidente dello scrittore inglese, nonché autrice della biografia Con Chatwin (Adelphi 1998). Ma, del mito, Chatwin aveva le physique du rol, una dichiarata vocazione e il narcisismo necessario ad alimentare la sua stessa mitologia. Alto oltre il metro e ottanta, capelli biondi, fronte spaziosa incendiata da penetranti occhi azzurri, era, per usare le parole del noto mercante d’arte John Kasmin, di una «bellezza quasi oltraggiosa».Piaceva agli uomini come alle donne.«Un cavaliere uscito da una leggenda medievale» lo definisce la scrittrice Shirley Conran. Ricco di carisma. «Non si tratta solo di bellezza» precisa Susan Sontag «è un’aura, una luce negli occhi. Ci sono poche persone al mondo con una presenza che incanta e ammalia».La Clapp lo rappresenta come «un viaggiatore, un cantastorie e un dilettante di genio, con la passione dell’insolito. E’ stato anche di quei rari scrittori che non hanno avuto bisogno di diventare postumi per essere baciati dalla fama». Ma Chatwin, istrionico conversatore e dandy postmoderno innamorato di se stesso, è riuscito ad evitarsi la smorfia dell’invecchiamento ed è morto giovane, a soli quarantotto anni, nel 1989.A ucciderlo è stata una malattia che proprio in quegli anni faceva la sua irruzione sulla scena internazionale, l’Aids. Ma anche la vera causa della morte è stata a lungo avvolta nello stesso alone di mistero che ne aveva circondato la vita, rimanendo nascosta dietro un improbabile quanto «rarissimo fungo del midollo osseo». Nel coccodrillo pubblicato dal quotidiano londinese The Indipendent, Micheal Ignatieff lo descrive «incorreggibilmente elegante», un esteta impenitente. Smanioso di fare nuove esperienze, intimamente infantile, ironico e disincantato, sfuggente, irrequieto, Chatwin non mancava di autoironia: «Come tutti gli scansafatiche, anche io volevo scrivere, ma i miei primi sforzi fallirono miseramente». Aveva esitato prima di accettare la proposta di Francis Wyndham, definito dallo stesso Bruce «una colossale fonte di ispirazione per un’intera generazione di scrittori in Inghilterra», di collaborare al supplemento culturale del Sunday Times. Infiammato dagli esempi di André Malraux e Alexandre Dumas, era troppo preso dai suoi viaggi di ricerca tra le tribù nomadi dell’Afghanistan, dell’Africa, della Mauritania e della Persia.«L’idea di un impiego mi fa orrore», aveva detto. Invece vi trascorse tre anni e quel periodo rappresentò un utile apprendistato per la sua affermazione da scrittore. Scrisse da Parigi, New York, Mosca, Marsiglia, dall’Algeria e dal Peru. Bruce Chatwin aveva molte vite, mescolate con frenesia dissipatrice e irrefrenabile in un vortice di interessi, viaggi, incontri, libri. Un vero camaleonte, capace di rinventarsi, con lo stesso talento, in più identità: esploratore, archeologo, esperto d’arte, giornalista e poi scrittore affermato, uomo sposato e bisessuale. Controverso, dibattuto, amato, criticato.«Di Bruce Chatwin si può dire di tutto e il contrario di tutto e sarà sempre vero» scrive Nicholas Shakespeare, autore della colossale biografia Chatwin (Baldini & Castaldi, 1999).Una cosa è certa: Chatwin rimane un mito. Per lui parlano le cifre.I suoi bestsellers, tutti pubblicati dall’Adelphi, In Patagonia (1977), Sulla collina nera (1982), Le vie dei canti (1987), Utz (1988), Che ci faccio qui (1989), Anatomia dell’irrequietezza (1996), sono tradotti in ventisette paesi e solo in Inghilterra hanno superato da un pezzo il milione di copie vendute.Ma oltre al successo editoriale, Chatwin si è imposto soprattutto come una delle principali mode culturali degli anni Novanta e il suo astro, a diciassette anni dalla morte, non accenna a spegnersi.Attorno alla sua figura di avventuriero colto e affascinante si è scatenata la Chatwinmania. A Berlino, nella Goltzstrasse, c’è il “Chatwins”, un negozio specializzato in libri di viaggio, ad Amsterdam una galleria d’arte della Houweg ha scelto di chiamarsi “Le vie dei canti”, mentre a Parigi una casa editrice ha preso il nome “Utz”.Si vendono ancora t-shirt con impresse la sua immagine e il titolo della raccolta di articoli usciti sul Sunday Times, Che faccio qui? La frase riprende la celebre domanda che Rimbaud si era posto in Etiopia ed è talmente entrata nell’immaginario collettivo al punto da diventare il titolo anche della brillante rubrica giornalistica di Enrico Vanzina. E non è un caso che Lanna e Rossi l’abbiano scelta quando hanno inserito Chatwin nella loro antologia Fascisti immaginari (Vallecchi, 2003) proprio alla C di Che ci faccio qui?Come con tutti i miti che si rispettino, allo scrittore inglese vengono dedicate mostre fotografiche, convegni di studi e tesi universitarie. La sua opera ha persino ispirato un fumetto, Swanp Thing.Il celebre ritratto scattatogli da Lord Snowdon, nel quale il Chatwin viaggiatore ci appare con l’immancabile zainetto sulle spalle e con intorno al collo, appesi per le stringhe, un paio di pesanti scarponi di montagna, è l’attualissima icona di un nomadismo che, come ha sottolineato bene Alessandro Campi, tra i primissimi scopritori di Chatwin in Italia, «non costituisce una fuga, non è la risposta ad una generica inquietudine generazionale o a qualche fallimento esistenziale, bensì un bisogno profondo e insopprimibile della specie umana». Così come l’uso del caratteristico e immancabile moleskine nero è diventato oggetto di culto almeno quanto accessorio ricorrente dei giovani di tante generazioni.«La scrittura è la pittura della voce» aveva annotato sul suo taccuino Chatwin, che possedeva, per usare le parole di Nicholas Murray «un talento definito incantatore per raccontare storie, unito ad un’energia intellettuale che non conosceva soste». Murray è l’autore de L’alternativa nomade, prima biografia italiana di Chatwin (Settimo Sigillo, 1994) realizzata a cura di Chiara Dell’Aglio e Maria Cristina De Angelis. Alessandro Campi, che come direttore della collana Disenciclopedia ne ha voluto fortemente la pubblicazione, presenta Chatwin come «un individualista antiborghese, un aristocratico affascinato dalle personalità fuori dal comune».«Se una definizione gli si può dare», scrive Stenio Solinas, autore della prefazione, «è quella di anarchico di destra». Se è vero, come ritiene Murray, che Chatwin manifestasse «idee genericamente di sinistra» e «votasse laburista», come assicura la Clapp, Solinas osserva come questo stridesse «con i suoi atteggiamenti quotidiani, quelli tipici di un conservatore, e con la sua ribadita antipatia per hippies ed esponenti della “controcultura” della contestazione, ai quali imputava di aver corrotto a colpi di marxismo e, nel nome di un implicito etnocentrismo, tradizioni secolari».Eppure il mito Chatwin piace anche a sinistra, nonostante, sempre per rimanere alle parole di Solinas, «l’individualismo di Chatwin, la sua asocialità, il dandismo e l’estetismo che lo caratterizzavano, il non essersi mai scaldato per alcune di quelle cause per cui la Sinistra invece aveva preso fuoco (pacifismo, contestazione, terzomondismo), il non aver fatto mai parte della schiera di intellettuali petulanti e firmaioli, apostoli dell’impegno a senso unico che hanno funestato l’ultimo trentennio, sarebbero dovuti fungere da deterrente».Nel ‘68 gli studenti erigevano barricate, ma gli avvenimenti del maggio ‘68, racconta Shakespeare, «gli passarono accanto inosservati».Politicamente non era affatto un «ingenuo», come affermava invece l’amico Salman Rushdie. Come spiega Stenio Solinas nel suo bellissimo libro di «una educazione intellettuale» Compagni di solitudine (Ponte alle grazie, 1999), aveva idee precise: «Non si era appassionato al comunismo sovietico, né ai cataclismi della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippie-pacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle “magnifiche sorti e progressive”, e quindi ad un concetto indefinito di progresso. Non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe; detestava “l’internazionalismo specioso”. Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno».E’ stato un grande scrittore? Sicuramente sì. Ma forse si potrebbe rivolgere a Chatwin, troppo impegnato «a fuggire da ciò che era per cercare di essere qualcos’altro», la stessa obiezione che Morand si sentì rivolgere da un’amica: «Non avete scritto il libro che avreste potuto scrivere perché avete avuto una vita troppo bella». E con lo scrittore francese molte erano le cose che aveva in comune, soprattutto la passione per i viaggi e l’indole aristocratica. E poi, come ha scritto Shakespeare, «i collaborazionisti esercitavano una forte attrazione su Bruce, che non rispettava nessuna ferrea linea di comportamento politico».Oltre a Morand, ammirava Malaparte, Drieu La Rochelle e Henry de Montherlant. E nel 1974, intervistando per il Sunday Time Junger, nei confronti del quale nutriva, come ha scritto il critico John Russel, «un’illimitata e ossessiva considerazione», Chatwin chiederà al letterato tedesco proprio una testimonianza su Montherlant.E Junger ricambierà tale simpatia, tanto da mostrargli una fotocopia del sangue sparso sul biglietto lasciato dal suo amico Montherlant al momento del suicidio.Tra gli autori che più lo affascinavano, troviamo Flaubert, Byron, il primo Hemingway e l’autore del Viaggio in Armenia, Osip Mandel’stam, «il più importante scrittore russo liquidato dal cannibale del Cremlino», come Chatwin chiamava Stalin. Ma leggeva e apprezzava anche Spengler e Borges. «Non si può andare da nessuna parte senza aver messo un Borges nella valigia».Soprattutto Chatwin non amava essere definito uno scrittore di viaggi: «mi ha sempre irritato. Per questo ho scritto qualcosa su due personaggi che non si sono mai mossi da casa». Il romanzo è Sulla collina nera. Era consapevole che «nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene. Non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. E’ un posto con cui ci si identifica».Per Bruce quel luogo, «il centro emotivo della mia vita», era senz’altro il Galles celtico dove aveva ambientato il racconto, una zona che la Clapp descrive così: «zona di cieli alti e chiese basse, di vecchie famiglie di contadini, di coloni solitari e stravaganti: dagli anni Sessanta si è popolata di alternativi. I più irrequieti non sempre sono stati ben accolti dalla gente del posto, tanto che nei paesi comparivano spesso cartelli con la scritta QUI NIENTE HIPPIE». Motivo di più per Chatwin di sentirsi a casa.

martedì 2 giugno 2009

Dentro il labirinto di Dio: "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin

Da La Voce del Ribelle, anno 2 numero 8 (maggio 2009)
Mensile diretto da Massimo Fini
Rubrica "Usciti ieri"
Nel maggio ’68 l’Occidente sembra prendere fuoco. Gli studenti erigono barricate. Le manifestazioni, dalle università alle fabbriche, riempiono le strade e le piazze. Eppure il giovane Bruce Chatwin, inglese di Sheffield, non ancora trentenne, volge altrove il suo sguardo. Troppo distanti, i suoi interessi, preso com’è dalla preparazione di una mostra dedicata all’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo tra il V e il VI secolo avanti Cristo per conto dell’Asia House Gallery di New York. L’idea è di «scrivere un testo basilare che restituisse ai nomadi un posto importante nella storia. Ciò che mi interessava di più – spiegò – erano gli individui sfuggiti alla classificazione archeologica, i nomadi, che avevano lasciato tracce sul terreno e non avevano costruito piramidi». Inizia proprio nell’anno della contestazione, il “viaggio” che porterà Chatwin, all’epoca insofferente studente di archeologia, tra le tribù nomadi dell’Afghanistan, dell’Africa, della Mauritania e della Persia. Ben lontano dal clichè, che pure gli è stato cucito addosso, di eccentrico autore di pittoreschi reportage in luoghi esotici incontaminati dal turismo di massa, nelle sue opere Chatwin si dimostra un esploratore dell’animo umano e delle civiltà tutt’altro che superficiale. Senza pregiudizi, né verso gli uomini né nei confronti delle culture cui si avvicinava. Di quel viaggio – che per lui rappresentava un’esigenza insopprimibile piuttosto che un lavoro – ne ha scritto, a coronamento di vent’anni di studi sul campo, in Le vie dei canti, il libro che Chatwin inseguì per anni e che fece appena in tempo a scrivere, prima che la morte lo portasse via nel gennaio 1989 e a soli 49 anni, beffando la smorfia dell’invecchiamento e facendosi mito. Icona esistenziale e marchio commerciale dell’inquietudine delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta.
L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1987, arrivò nel nostro paeese – grazie all’Adelphi di Roberto Calasso, che di Chatwin fu amico prima ancora che editore – l’anno successivo. Per gli aborigeni – spiega – la terra è tutta segnata da un intrecciarsi di “vie dei canti” o “piste del sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi: erano quelle le “impronte degli antenati” o la “via della legge”. Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vera metafisica del nomadismo. Le vie dei canti, pur essendo strutturato come un racconto, in quanto ci accompagna in un itinerario di incontri e avventure picaresche nel profondo dell’Australia, è anche e soprattutto un percorso di idee – una musica, diremmo – che muove da un interrogativo: perché l’uomo, fin dalle origini, ha sentito un impulso irresistibile a spostarsi, a migrare? E poi: perché i popoli nomadi tendono a considerare il mondo come perfetto, mentre i sedentari tentano incessantemente di mutarlo? Perché il canto era il principale oggetto di scambio per gli aborigeni e in che misura i sistemi adottati in seguito rappresentano varianti di quel modello originario e universale? In realtà, Chatwin non cerca risposte, né tantomeno ha tesi da sostenere. Non è la curiosità morbosa o dottorale del ricercatore a muoverlo, ma il desiderio di (ri)scoprire la radice stessa del proprio essere, una via di fuga dal disagio esistenziale provocato dalla moderna civilizzazione di massa.
«La vera casa dell’uomo – aveva annotato su uno dei suoi irrinunciabili quanto ormai “mitici” moleskine neri, tanto rari all’epoca quanto oggetto di un merchandising sfrenato oggi – non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi». Sembra una frase di Jack Kerouac o di uno dei tanti emulatori della filosofia beat celebrata nel suo On the road, ma Chatwin, al contrario, non prescinde mai da una consapevolezza di fondo: non c’è innovazione che non poggi saldamente su qualcosa di radicato, non c’è viaggio fine a se stesso o senza destinazione. E la destinazione è l’autenticità: «Nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene e non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. È un posto con cui ci si identifica».
Chatwin, non a caso, non amava essere definito uno scrittore di viaggi: «Mi ha sempre irritato. Per questo ho scritto qualcosa su due personaggi che non si sono mai mossi da casa». Dopo il successo di In Patagonia (1977), infatti, scrisse il romanzo Sulla collina nera (1982), ambientato nel Galles celtico, «il centro emotivo della mia vita». Una zona che Susannah Clapp – editor, amica e confidente dello scrittore inglese, nonché autrice della biografia Con Chatwin (Adelphi 1998) – descrive così: «Zona di cieli alti e chiese basse, di vecchie famiglie di contadini, di coloni solitari e stravaganti. Dagli anni Sessanta si è popolata di alternativi. I più irrequieti non sempre sono stati ben accolti dalla gente del posto, tanto che nei paesi comparivano spesso cartelli con la scritta QUI NIENTE HIPPIE». Motivo di più per Chatwin di sentirsi a casa. Tanto era il fastidio per gli esponenti della “controcultura” della contestazione, ai quali imputava di aver corrotto a colpi di marxismo e, nel nome di un implicito etnocentrismo, tradizioni secolari.
Scrittore di talento, ma anche mercante d’arte, archeologo, giornalista e fotografo, Chatwin era, come sostiene l’amico Salman Rushdie, politicamente un «ingenuo»? Stenio Solinas – tra i primi in Italia a promuoverne la figura e, non a caso, autore della prefazione a L’alternativa nomade, la prima biografia italiana di Chatwin (Settimo Sigillo, 1994) a cura di Nicholas Murray – ritiene di no. Al contrario, aveva idee precise. In Compagni di solitudine (Ponte alle grazie, 1999), nel tracciare la sua “educazione intellettuale”, Solinas così delinea la personalità “politica” dello scrittore di Sheffield: «Non si era appassionato al comunismo sovietico, né ai cataclismi della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippie-pacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle “magnifiche sorti e progressive”, e quindi ad un concetto indefinito di progresso. Non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe; detestava “l’internazionalismo specioso”. Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno».
Temi quanto mai attuali, oggi, che renderebbero preziosa una voce come quella di Chatwin, ben lontana dal riduttivo clichè di istrionico conversatore troppo occupato a dissipare il proprio talento, di dandy postmoderno innamorato solo di se stesso, che per troppo tempo ha fatto di Chatwin un’icona in bianco e nero dell’avventura fine a se stessa. Certo, del mito Chatwin aveva, oltre a una dichiarata vocazione, le physique du rol. Alto più di un metro e ottanta, capelli biondo cenere, fronte spaziosa incendiata da penetranti occhi azzurri, era, per citare le parole del noto mercante d’arte John Kasmin, di un «fascino quasi oltraggioso». Bisessuale, piaceva agli uomini come alle donne. «Non si tratta solo di bellezza – ha sottolineato Susan Sontag – è un’aura, una luce negli occhi. Ci sono poche persone al mondo con una presenza che incanta e ammalia». Proprio come nell’immagine più celebre che lo ritrae come un giovane e affascinante uomo con gli scarponi da montagna appesi al collo e uno zaino sulle spalle. Che ci guarda e ci rinnova la domanda di sempre: che ci faccio qui?
Roberto Alfatti Appetiti
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sabato 17 gennaio 2009

Chatwin vent'anni dopo la morte, icona degli inquieti postideologici

Dal Secolo d'Italia di sabato 17 gennaio 2009
Ci sono immagini destinate a resistere e persistere nell’immaginario collettivo malgrado il trascorrere del tempo. Una di queste ritrae un giovane uomo bellissimo e dallo sguardo penetrante con alle spalle uno zaino – simbolo pop che avrebbe finito per soppiantare le Tolfe del decennio ideologico – e intorno al collo, appesi con delle stringhe, un paio di robusti scarponi da montagna. Si tratta di Bruce Chatwin, nel celebre “scatto” di Lord Snowdon, imperitura icona del nomadismo, del viaggio inteso non come fuga dalla realtà o superficiale risposta a un estemporaneo disagio esistenziale ma come intrinseco bisogno dell’uomo. «La vera casa dell’uomo – aveva annotato su uno dei suoi irrinunciabili quanto ormai “mitici” moleskine neri, tanto rari all’epoca quanto oggetto di un merchandising sfrenato oggi – non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi». Sembra una frase di Jack Kerouac o di uno dei tanti emulatori della filosofia beat celebrata nel suo On the road, ma Chatwin, al contrario, non prescinde mai da una consapevolezza di fondo: non c’è innovazione che non poggi saldamente su qualcosa di radicato, non c’è viaggio fine a se stesso o senza destinazione. E la destinazione è l’autenticità: «Nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene e non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. È un posto con cui ci si identifica».
Domani, 18 gennaio, saranno passati vent’anni dalla morte dello scrittore inglese – morto di Aids a soli 48 anni in una clinica di Nizza – eppure l’immagine affascinante del «ragazzo d’oro», come lo chiamava con ammirazione e un pizzico d’invidia Gregor Von Rezzori, non è affatto invecchiata. «Bruce arrivò a casa mia con una 2cv bianca sul cui tetto aveva legato una tavola da surf – raccontò il collega austriaco, che lo ebbe spesso ospite in Italia – e gli andai incontro pensando che non ero mai stato come lui. Aveva una testa da adolescente, negli occhi, che un tempo si erano accecati su troppe opere d’arte, una inestinguibile curiosità. Nessuno avrebbe pensato che questo giovane sarebbe stato capace di scrivere qualcosa più del suo nome. E invece era fulgido di promesse».
Di certo non avrebbero pensato che quell’eterno adolescente, dilettante di genio capace di intrattenere e stupire chiunque con i racconti “romanzati” dei suoi viaggi nei luoghi non “contaminati” dal turismo di massa, instancabile fabbricatore di miti, sarebbe diventato egli stesso un riferimento e un mito per le generazioni a venire. Sì, perché leggendolo verrebbe voglia di lasciare tutto e partire seguendo le sue orme. Contagio che colpisce, sia pure in forma più attenuata e meramente “estetica”, anche i sedentari più incalliti. Ancora oggi, infatti, capita di imbattersi in giovani (e meno giovani) che indossano t-shirt raffiguranti proprio l’esploratore di Sheffield (Yorkshire) e che – parafrasando il titolo di una delle sue opere più famose, ristampata e venduta in tutto il mondo per la delizia di lettori vecchi e nuovi – non hanno rinunciato a porsi la madre di tutte le domande: «Che ci faccio qui?».
Già, chi meglio di Chatwin poteva incarnare l’irrequietezza delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta? Di quel periodo Chatwin ha rappresentato quello che Kerouac è stato negli anni Sessanta e Tolkien nei Settanta: un caso letterario e un’altrettanto travolgente moda culturale. In Italia, dove il fenomeno è nato e si è sviluppato grazie all’Adelphi di Roberto Calasso, le sue opere hanno avuto l’efficacia di un salutare balsamo per la generazione delusa dagli anni di piombo ma non ancora sconfitta dal cosiddetto riflusso nel privato. Sorprendentemente proprio lui – insofferente nei confronti di ogni “rivoluzione” politica e sociale – è assorto a modello dei giovani impegnati in politica. «La nuova bandiera antiborghese per i ragazzi della destra», lo definirà il Corriere della Sera nel 1997, confermando la bontà dell’intuizione di Alessandro Campi, attuale direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, che tre anni prima, quale curatore della collana Disenciclopedia della casa editrice romana Settimo Sigillo, aveva fortemente voluto la pubblicazione della prima biografia in lingua italiana sullo scrittore: L’alternativa nomade, vita e leggenda di Bruce Chatwin di Nicholas Murray. «Se una definizione gli si può dare – sottolineava già allora nella prefazione Stenio Solinas, raffinato reporter e scrittore di viaggio e, da un altro punto di vista, ex esponente di punta della Nuova Destra degli anni Settanta e Ottanta – è quella di “anarchico di destra”, con tutti i tic che essa comporta». Una cosa è certa: l’epidermica antipatia per il marxismo, colpevole – a suo parere – di aver corrotto, nel nome di un implicito etnocentrismo, tradizioni secolari». Scriveva ancora Solinas, stavolta in Compagni di solitudine (edito da Ponte alle grazie nel 1999): «Non si era appassionato al comunismo sovietico, né ai cataclismi della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippie-pacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle “magnifiche sorti e progressive”, e quindi ad un concetto indefinito di progresso. Non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe; detestava “l’internazionalismo specioso”. Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno». E, appunto, sul Corriere della Sera del 14 febbraio 1997, Cinzia Fiori poteva scrivere: «Ai ragazzi di destra piace Chatwin... Quali sono i libri di culto per i ragazzi nell'era della fluidità estrema? Nessun Hermann Hesse o Tolkien si staglia all'orizzonte come autore di riferimento generazione. Si procede per gruppi, quando va bene. E così i ragazzi di destra, oltre all'intramontabile Julius Evola, leggono i romanzi di Yukio Mishima. Ma la nuova bandiera antiborghese è senz'altro Bruce Chatwin, con le sue inquietudini e il suo rifiuto della vita comoda...». Nel 1968 gli studenti erigevano barricate e – come ha testimoniato Nicolas Shakespeare, biografo “ufficiale” su mandato della vedova Elizabeth Chatwin, – «tali avvenimenti gli passarono accanto inosservati», atteggiamento esattamente opposto a quello sterminato plotone di intellettuali pronti a sentenziare e apporre firme ad appelli di ogni sorta. Non lui, nessuna delle grandi cause della Sinistra riusciva a infiammarlo e neanche a distrarlo. Era troppo intento a preparare una mostra dedicata all’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo tra il V e il VI secolo avanti Cristo. «Ciò che mi interessava di più – ha detto esplicitamente lo stesso Chatwin – erano gli individui sfuggiti alla classificazione archeologica, i nomadi, che avevano lasciato tracce sul terreno e non avevano costruito piramidi». Un po’ come lui, che certamente sfugge a qualsiasi facile definizione.
Ammiratore appassionato di Ernst Jünger e André Malraux, di Paul Morand e Drieu La Rochelle, di Jorge Louis Borges e Curzio Malaparte, Chatwin era forse politicamente un ingenuo per non dire un inattuale o un impolitico? È quello che sostiene il suo amico Salman Rushdie: «Tra i miei contemporanei – ha detto qualche tempo fa lo scrittore anglo-indiano – aveva la mente più colta e brillante in cui mi sia imbattuto, ma era troppo individuale perché la gente non arricciasse il naso». Troppo. Insopportabile il suo dandismo confuso per mero snobismo. Forse si spiegano così, ammesso che siano giustificabili, le banalità critiche tese a ridurre Chatwin a un autore da coffee table o – cosa che egli stesso non tollerava – a scrittore di viaggi esotici e l’infinito dibattito sulla sua (bi)sessualità esuberante, sul grado di veridicità dei suoi “reportage”, sull’ambiguità di chi, ricchissimo, predicava l’ascetismo e alimentava la propria leggenda con freddo raziocinio. Intendiamoci, processare i miti è opportuno, a volte persino indispensabile, ma il potere seduttivo di Chatwin consisteva proprio nel suo radicale amore per la libertà e l’avventura, tanto da fargli affermare: «L’idea di un impiego mi fa orrore». Studente in archeologia all’università di Edimburgo – infiammato dagli esempi di Dumas, Carter, Flaubert e Byron– aveva lasciato tutto per dedicarsi alle sue ricerche sul campo. Accettò, se non altro per l’opportunità implicita di viaggiare, l’offerta di collaborare al supplemento culturale del Sunday Times e indossò i panni del giornalista per tre anni scrivendo da Parigi, New York, Mosca, Marsiglia, dall’Algeria e dal Peru: prezioso apprendistato per la futura attività di scrittore. Improvvisa arrivò la stanchezza anche per quel mestiere e, probabilmente, per i condizionamenti e i vincoli di fedeltà alla realtà che esso comporta. Comunicò al giornale britannico le sue intenzioni con un celebre quanto sibillino telegramma: «Andato in Patagonia. Chatwin». Il libro che ricavò da quella esperienza, In Patagonia (1977), ebbe un successo formidabile e conquistò il pubblico, un feeling tutt’altro che esauritosi come conferma peraltro la crescente partecipazione al premio Chatwin “Camminando per il mondo”, unica manifestazione culturale con l’esclusiva – concessa da Elizabeth Chatwin – di divulgare in Italia e all’estero la memoria, le opere e il pensiero del fabulista inglese. Nata nel 2001 e “approdata” nelle ultime due edizioni a Genova (quella del 2008, presieduta dal regista Paolo Virzì, si è conclusa lo scorso mese di novembre), la manifestazione rappresenta sempre più un impedibile appuntamento per tutti coloro – ventenni o sessantenni che siano poco importa – che amano Chatwin e la sua idea di viaggio.

venerdì 10 ottobre 2008

Bruce Chatwin, lo sguardo del viaggiatore (di Maurizio Bruni)

Articolo di Maurizio Bruni
Dal Secolo d'Italia di venerdì 10 ottobre 2008
Dopo il grande e inatteso successo del primo libro di Bruce Chatwin, In Patagonia (del 1977, pubblicato in Italia nel 1982 da Adelphi), Rebecca West disse all’autore, deliziandolo, che le poche fotografie in esso contenute erano talmente da rendere quasi superfluo il testo fino all’ultima parola. Del resto da giovanissimo, quando lavorava da Sotheby’s come direttore della sezione Antichità, Bruce si era subito guadagnato la fama di possedere uno straordinario e infallibile “occhio”. E nei suoi viaggi, con grande discrezione, ha scattato tante e tante fotografie. Ed ecco che adesso arriva anche nelle librerie italiane L’occhio assoluto. Fotografie e taccuini (Adelphi, pp. 160 in grande formato, euro 55), una straordinaria raccolta di sue fotografie commentate introdotta da Francis Wyndham. Ne emerge la personalità di un vero dandy, «che visse – si legge nell’introduzione – con maggiore intensità di altri, il lato estetico della vita». Un esteta, viene definito nel libro, «dal gusto sorprendentemente cattolico».
Oltre alle foto, e ai suoi straordinari romanzi e testi di viaggio, Chatwin ha lasciato cinquanta taccuini di formato tascabile, il classico moleskin nero. E in questi blocchetti, quindici centimetri per dieci, ci sono tutte le sue sensazioni, i luoghi, le persone, i libri, gli edifici, i paesaggi, i popoli che restarono impressi nel suo immaginario. E in questo L’occhio assoluto il curatore ne ha scelti tanti e senza connessione diretta con le fotografie che lo accompagnano, i quali comunicano semmai «il carattere generale del suo appetito visivo, il genere di colori, di forme e di immagini che attiravano l’attenzione del suo sguardo sempre curioso». Bella e intrigante la descrizione dell’arrivo a Kandahar, in Afghanistan, nel lontano 1969: «Ci siamo diretti all’Hotel. Tre letti in una stanza soffocante. la Coca-Cola era un imbroglio, sapore di lozione per capelli. Questo posto è davvero la fine del dannato mondo e io l’ho sempre saputo...».
Tutto in linea con il titolo del suo libro più famoso che è diventato un vero e proprio slogan: Che ci faccio qui? E questo libro-strenna è davvero un’occasione unica per sintonizzarsi di nuovo con lo scrittore che è stato il mito letterario degli anni Ottanta e Novanta, incarnando al meglio l’irrequietezza esistenzial-politica delle generazioni postideologiche. In Italia, come dicevamo, il fenomeno è nato grazie all’Adelphi di Roberto Calasso, che di Bruce fu amico prima ancora che editore. E proprio da allora anche da noi ha dilagato la moda del moleskine, il taccuino nero sui quali lui scriveva i suoi appunti. Quel taccuino, come lo zainetto “alla Chatwin” che da subito soppiantò le precedenti borse di Tolfa o in tela militare, è quindi diventato il simbolo pop di un certo modo di intendere la cultura del viaggio.
Chatwin acquistava i suoi moleskine in una cartoleria parigina in Rue de l’Ancienne Comédie e ne faceva una cospicua scorta prima di partire per ognuno dei suoi viaggi. Del resto quello stesso modello di taccuino era già stato usato dagli artisti e intellettuali europei che avevano fatto la cultura della prima parte del Novecento, da Matisse alle avanguardie storiche, da Céline a Hemingway. Chatwin aveva un suo rituale messo: prima di usare i suoi moleskine, ne numerava le pagine, scriveva all’interno il suo nome e almeno due indirizzi in diversi posti del mondo, con la promessa di una ricompensa per chi lo restituisse in caso di smarrimento. «Perdere il passaporto era l’ultima delle preoccupazioni, perdere un taccuino era una catastrofe» scrisse.
In Italia, come scoprirono in molti, i suoi libri, la moda dei taccuini e anche gli zainetti – come quello che Bruce ha in spalle in una celebre foto – lasceranno il segno. Nel 1997 il Corriere della Sera arriverà a vedere in Chatwin «la nuova bandiera antiborghese per i ragazzi della destra». Niente di casuale, visto che già nel ’94 Alessandro Campi aveva fatto uscire per le edizioni Settimo Sigillo, con introduzione di Stenio Solinas, la prima biografia apparsa in italiano sullo scrittore: L’alternativa nomade, vita e leggenda di Bruce Chatwin di Nicholas Murray. Campi lo definiva «un vero anarchico di destra, un individualista antiborghese, un aristocratico affascinato dalle personalità fuori del comune, un eterno nomade attratto dal viaggio e dal rischio». Una definizione non sorprendete per un autore e viaggiatore formatosi sulle pagine di Jünger e Malraux, Paul Morand e Drieu La Rochelle, Borges e Malaparte. E nella visione di Chatwin – nato a Sheffield nello Yorkshire nel 1940 e scomparso prematuramente nel 1989 – il viaggio è tutt’altro che fuga e disimpegno. «Il suo viaggiare – ha scritto Campi – non è la risposta di una generica inquietudine generazionale o a qualche fallimento esistenziale, bensì un bisogno profondo dell’uomo. Chatwin più che un viaggiatore fu un pellegrino».

sabato 9 dicembre 2006

Un nomade contro la globalizzazione

Dal mensile Area, gennaio 2001
«Le stelle conoscono l’ora della nostra morte», aveva scritto Bruce Chatwin sul suo taccuino, forse consapevole di avere poco tempo a disposizione, una vita troppo breve per saziare il suo animo irrequieto. E lui, la sua, l’ha vissuta intensamente, inseguendo lo smanioso desiderio di provare nuove esperienze.
Bruce Chatwin (Sheffield, Yorkshire, 1940 – Nizza, 1989) fu viaggiatore, esperto d’arte, archeologo e giornalista, prima di affermarsi come scrittore. I suoi libri, In Patagonia (1977), Sulla collina nera (1982), Le vie dei canti (1987), Utz (1988), Che ci faccio qui (1989), Anatomia dell’irrequietezza (1996), sono tradotti in ventisette paesi. Soltanto in Inghilterra nel 1998 le edizioni economiche delle sue opere hanno venduto oltre un milione di copie. Attorno alla sua immagine di avventuriero colto ed affascinante si è scatenata la “Chatwin-mania”. A Berlino, nella Goltzstrasse, è stato aperto il “Chatwins”, un negozio di libri di viaggio, ad Amsterdam una galleria d’arte della Houweg ha scelto di chiamarsi “Le vie dei canti”, mentre a Parigi una casa editrice ha preso il nome “Utz”.
In Italia le sue opere, pubblicate da Adelphi grazie all’impegno di Roberto Calasso, che di Bruce fu amico ancora prima che editore, vendono mediamente cinquantamila copie e si producono i moleskines, i suoi famosi taccuini neri, vero oggetto di culto per un vasto pubblico di emulatori e aspiranti scrittori. Dopo l’appassionato studio di Nicholas Murray L’Alternativa nomade (Settimo Sigillo 1994) e il recente Con Chatwin (Adelphi 1998) di Susannah Clapp, è arrivata in libreria l’attesa biografia ufficiale, Chatwin (Baldini & Castoldi 1999), commissionata dalla moglie Elizabeth a Nicholas Shakespeare, ottocento pagine costate all’autore otto anni di ricerche e di intenso lavoro. L’opera offre un quadro completo, minuzioso, quasi analitico, della vita e delle opere del grande scrittore inglese ed ha il pregio di non lasciarsi travolgere dalla suggestiva personalità di questo eclettico individualista dall’indole aristocratica, mettendone in luce anche le debolezze, le contraddizioni e le manie.
Proveniente da una solida famiglia borghese, passò ben dieci anni in collegio e come scrive Shakespeare: «l’esperienza di trovarsi rinchiuso tra i sette e i diciotto anni significò che non sarebbe mai stato fermo a lungo». Già da bambino dimostrava una spiccata voglia di evasione ed una particolare sensibilità verso la geografia, studiava l’atlante del Times e consultava la carta dei venti per decidere quale fosse stato il rifugio più sicuro nel caso avessero sganciato la bomba al cobalto.
Nel periodo trascorso al Marlborough College veniva regolarmente sorpreso a leggere sotto il banco Flaubert, Byron e la sua Via per l’Oxiana. Sulle sue tracce cominciò le prime escursioni tra le isole greche sino a Creta. In questo periodo sviluppò la passione per l’Asia centrale, «con i suoi fiumi verde pallido e i suoi monasteri buddisti, dove le aquile volteggiano sopra le foreste di cedri deodora e gli uomini delle tribù portano asce da combattimento di rame e si cingono la testa con foglie di vite come facevano ai tempi di Alessandro».
Terminato il College decise, a differenza della quasi totalità dei suoi compagni, di non andare all’università: «come siete noiosi, andate tutti a Cambrige. Io farò qualcos’altro». L’altro fu un impiego nella prestigiosa casa d’aste Sotheby’s di Londra, dove in brevissimo tempo passò dallo spostare e spolverare ceramiche, vetri, maioliche e cimeli tribali al ruolo di autorevole, seppur giovanissimo, dirigente. Alla Sotheby’s conobbe e sposò l’unica americana che vi lavorava, la donna cui rimarrà legato sino alla fine, nonostante un matrimonio caratterizzato da lunghe separazioni e compromesso dalla esuberante bisessualità di Chatwin. «La mia carriera ha seguito un percorso inverso rispetto alla norma, in quanto ho iniziato come sgradevole piccolo capitalista in una grossa azienda in cui mi sono egregiamente affermato facendo il leccapiedi e d’un tratto, arrivato ai venticinque anni, mi sono accorto che odiavo ogni attimo di quella vita. Dovevo trovare un’altra strada».
Non aveva mai smesso di rammaricarsi per aver interrotto gli studi. Fu un viaggio a Leningrado, dove ebbe modo di osservare da vicino il corpo imbalsamato di un nomade, di un pastore dell’Altai rimasto congelato duemila anni prima, a suggerirgli la direzione da intraprendere.
Tornato a Londra prese «una decisione fulminea»: iscriversi all’università di Edimburgo per seguire un corso di laurea in archeologia. «Mi vedevo», raccontò Chatwin, «come un esploratore archeologo». Era infiammato dagli esempi di André Malraux, Alexandre Dumas e Howard Carter.
Nel frattempo gli studenti erigevano barricate, ma gli avvenimenti del maggio ‘68, come racconta Shakespeare: «gli passarono accanto inosservati». Era concentratissimo nel preparare una mostra dedicata all’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo tra il V e il VI secolo avanti Cristo per conto dell’Asia House Gallery di New York. Quando la prestigiosa Asia House ritenne che la ricerca di Chatwin non era attinente alla loro iniziativa perché «trattava esclusivamente dei nomadi» non se ne fece una malattia. Continuò a lavorare alla sua idea di «scrivere un testo basilare che restituisse ai nomadi un posto importante nella storia». «Ciò che mi interessava di più erano gli individui sfuggiti alla classificazione archeologica, i nomadi, che avevano lasciato tracce sul terreno e non avevano costruito piramidi». Lavorò senza risparmiarsi, sacrificando le brevi vacanze per fuggire da Edimburgo e fare avventurosi viaggi di ricerca tra le tribù nomadi dell’Afghanistan, dell’Africa, della Mauritania e della Persia. Nel frattempo il suo temperamento dinamico mostrava segni sempre più evidenti di insofferenza per la vita universitaria, voleva andare oltre. Prese a pretesto la bocciatura della sua richiesta di completare gli studi in tre anni piuttosto di quattro, e, senza troppe spiegazioni, lasciò per dedicarsi alle sue ricerche. Fece resistenza prima di accettare la proposta che gli rivolse Francis Wyndham, definito dallo stesso Bruce «una colossale fonte di ispirazione per un’intera generazione di scrittori in Inghilterra», di collaborare al supplemento culturale del Sunday Times. «L’idea di un impiego mi fa orrore», obiettò, foss’anche da giornalista. Invece vi passò tre anni e quel periodo rappresentò un utile apprendistato per la sua affermazione da scrittore. Scrisse da Parigi, New York, Mosca, Marsiglia, dall’Algeria e dal Peru. Dopo Flaubert e Byron si appassionò a Hemingway e all’autore del Viaggio in Armenia, Osip Mandel’stam, «il più importante scrittore russo liquidato dal cannibale del Cremlino», come Chatwin definiva Stalin.
In quel periodo scoprì anche Sulle scogliere di marmo di Ernst Jünger, esteta, soldato e botanico tedesco, oltre che scrittore. Chatwin aveva per Junger, come racconta il critico John Russel, «un’illimitata e ossessiva considerazione». Bruce lo intervistò per il Sunday Times nel giugno del 1974. «Abbiamo di fronte un uomo nel bel mezzo dell’occupazione di Parigi con i bombardieri che gli volano sopra la testa e lui se ne sta sul tetto con lo champagne in mano a fare piccole osservazioni», annotò Chatwin. Racconta Shakespeare: «i collaborazionisti esercitavano una forte attrazione su Bruce». Ammirava Henry de Montherland, Pierre Drieu La Rochelle e Paul Morand, preferiva il loro «eroico nazionalismo all’internazionalismo specioso» della sinistra e apprezzava la loro capacità di «vedere oltre gli schemi elementari di una lotta di classe esasperata a scapito dell’unità nazionale». Leggeva anche Spengler e Borges. «Non si può andare da nessuna parte senza aver messo un Borges nella valigia», suggeriva. Tra gli italiani stimava il mussoliniano Curzio Malaparte.
Improvvisa arrivò la stanchezza per il mestiere di giornalista. Comunicò al Sunday Times le sue intenzioni con un celebre quanto sibillino telegramma: «andato in Patagonia. Chatwin». Cercava un «posto dove vivere mentre il resto del mondo saltava per aria. Poi Stalin morì e noi cantammo nella cappella inni di gloria a Dio, ma io continuai a tenere in riserva la Patagonia». La Patagonia non è una regione precisa sulle carte geografiche, è un territorio che si estende per novecentomila chilometri quadrati dell’Argentina e del Cile.
Il libro che ricavò da quella esperienza, In Patagonia, non è tanto un libro di viaggi quanto un libro simbolico sull’irrequietezza e sull’esilio. Ebbe un successo formidabile e conquistò il pubblico, imponendosi all’attenzione della critica. «Fortemente commosso», si disse lo scrittore francese e «console della Patagonia in Francia» Jean Raspail.
Completamente diverso fu, invece, il secondo libro che scrisse, Sulla collina nera. Lo scrisse perché «venire definito uno scrittore di viaggi mi ha sempre irritato. Per questo ho scritto qualcosa su due personaggi che non si sono mai mossi da casa» e perché era consapevole che «nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene. Non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. E’ un posto con cui ci si identifica».
Il viaggio per Chatwin era piuttosto lo strumento per ritrovare la radice del proprio essere, la risposta al disagio esistenziale provocato dalla moderna civilizzazione di massa. Per Bruce quel luogo, «il centro emotivo della mia vita», era senz’altro il Galles celtico dove aveva ambientato Sulla collina nera, dove resistevano forti quelle tradizioni e quei valori in cui non ha mai smesso di credere. Sino alla fine, provocata dall’AIDS e non da quel «rarissimo fungo del midollo osseo», dietro il quale ha vezzosamente nascosto, finché ha potuto, la verità sul terribile male che l’aveva colpito.

lunedì 19 gennaio 2009

Obama e Sarkozy, eredi di Chatwin (di Antonio Rapisarda)

L'analisi di Antonio Rapisarda
Dal web magazine della Fondazione Farefuturo (18 gennaio 2009)
Un'ideale staffetta di "viandanti". Tra il 18 e il 20 di questo inizio 2009 si celebrano due momenti diversi e importanti. Oggi si ricordano i vent'anni dalla scomparsa dello scrittore "avventuroso" Bruce Chatwin. Martedì, invece, il mondo intero accoglierà il primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti, Barack Obama. A prima vista quasi niente unisce i due avvenimenti, se non un mera vicinanza cronologica. Ma se si considera la vicenda del neopresidente e si riporta poi alla mente il motto per eccellenza dello scrittore e viaggiatore inglese - «Che ci faccio qui?» - non risulta complicato accomunare in un certo senso le esperienze dei due. Uno rifiutava i sogni radiosi della "dittatura" del progresso e dell'ideologia declinati in qualsiasi colore, l'altro è chiamato adesso a dare una risposta a una nazione che chiede di essere portata fuori dalle maglie dello scontro di civiltà. Da un'ideologia, per l'appunto.
«Già, chi meglio di Chatwin poteva incarnare l'irrequietezza delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta?», così Roberto Alfatti Appetiti dalle pagine del Secolo d'Italia ha ricordato il perché dell'amore di una generazione per gli "altrove" di Chatwin. E questa stessa inquietudine è la chiave del successo dei "tipi nuovi" della politica mondiale. Giovani, professionisti, smaliziati e con (quasi) niente da farsi perdonare. È la generazione Obama, ma - se si vuole- è anche quella "Sarkò". Se è vero, infatti, che il neopresidente degli Stati Uniti è la novità politica dell'anno, anche il francese Nicolas Sarkozy, il capo dell'Eliseo, dalla sua elezione continua a ricevere apprezzamenti ed estimatori bipartisan per la sua politica della "rupture". Proprio questa, la capacità di intendere la prassi politica come un "altrove" dove approdare, è una delle chiavi del successo dei due leader.
Ed è proprio l'immagine del viaggio, inteso come contaminazione, che accomuna infine questi tre personaggi. Se è vero che per l'autore di "In Patagonia" il viaggio non era solo un luogo letterario ma l'ideale ricerca di un posto dove identificarsi e riconoscersi, non stupisce che, nell'epoca del commiato dal Novecento ideologico, due fra i maggiori rappresentanti della classe dirigente internazionale abbiano, senza scandalo, una concezione particolarmente fluida e sintetica della politica.
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domenica 10 febbraio 2008

Into the wild, in Alaska con Borges

nella foto Sean Penn e Jon Krakauer
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 10 febbraio 2008

Tre edizioni in due settimane, 50.000 copie già vendute e rifornimenti già pronti per le librerie italiane. Nelle terre estreme di Jon Krakauer (268 pag., 16,60 €, Corbaccio) – la storia vera di Chris McCandless, il ragazzo americano poco più che ventenne che nel 1990, conseguita la laurea con lode all’Emory University di Atlanta, rinuncia a una vita agiata e abbandona tutto e tutti per intraprendere un viaggio tra Nuovo Messico, Arizona e Sud Dakota alla ricerca di se stesso sino a misurarsi due anni più tardi con la natura selvaggia dell’Alaska, trovandovi la morte dopo aver resistito ben sedici settimane – è il caso editoriale del momento. Dal coinvolgente libro dello scrittore e alpinista americano è tratto il film Into the wild, scritto, diretto e prodotto da Sean Penn, classe ’60, attore e regista alla quinta prova, vera e propria icona del cinema americano, un individualista scomodo, avvezzo anch’egli a imprese solitarie, ben lontano dall’immagine glamourosa dell’ex marito della star Madonna che pure gli è rimasta appiccicata addosso. Uscito nelle sale il 25 gennaio, il film si appresta a tagliare il traguardo dei 3 milioni di incassi. Un passaparola che non sembra destinato a fermarsi.
Per chi ha letto questo bellissimo libro è difficile credere che il film possa esserlo altrettanto, eppure è così. Sean Penn ha impiegato dieci anni per vincere le resistenze della famiglia McCandless a farne una versione cinematografica. Aveva visto il libro di Krakauer in una libreria (pubblicato per la prima volta negli States nel 1996 e tornato, dopo l’uscita della pellicola, tra i primi dieci libri più venduti d’America) e la copertina con un vecchio autobus abbandonato nelle neve l’aveva folgorato. L’autobus – scoprì – era quello dove Chris aveva vissuto gli ultimi giorni, dopo che l’inondazione di un lago gli aveva impedito di tornare indietro.
«Sean ha fatto un film che lascerà un segno sugli spettatori – ha dichiarato Krakauer, insieme al quale hanno perlustrato luoghi e ricostruito tassello dopo tassello il “viaggio” di Chris – perché non propone facili soluzioni e non è didascalico». Non era facile raccontarne la storia senza cadere nello stereotipo, relegarlo nella parte del borghese annoiato o, peggio, dell’ecologista militante. Molti lo hanno accomunato a Sal Paradise, il protagonista del celeberrimo cult di Kerouac On the Road, ma Chris non cercava la trasgressione, piuttosto l’essenziale. Non negli anni Sessanta, seguendo una moda. Nei primi anni Novanta, quando il mondo andava in tutt’altra direzione.
Krakauer nel gennaio 1993, pochi mesi dopo la morte del ragazzo, ne aveva sintetizzato la vicenda in un articolo sul mensile Outside. Novemila parole, poche: «Mi sentivo frustrato, come se non avessi reso giustizia alla storia». E non solo. In quel ragazzo si era riconosciuto: «Avevamo la simile intensità, spericolatezza e agitazione dell’anima». Così decise di scriverci un libro, non prima di approfondite ricerche e aver parlato con le persone che lo avevano conosciuto. Krakauer è stato in Alaska per la prima volta nel 1974, appena ventenne, e in più di un’occasione è sfuggito per un soffio alla morte. Una delle sue esperienze più drammatiche – sull’Everest, nove alpinisti muoiono il 10 maggio del 1996 a causa di una tempesta improvvisa e lui riesce a salvarsi – l’ha raccontata in Aria sottile (suo primo libro di grande successo, giunto alla sua tredicesima edizione italiana e a giorni nuovamente disponibile in libreria grazie a Corbaccio). Perciò sa di cosa parla ed è animato da una convinzione di fondo: «Il fatto che io, al contrario di Chris, sia sopravvissuto, rimane una questione di fortuna. Niente a che vedere con il desiderio di morire o la mera ricerca del brivido, piuttosto il desiderio di andare oltre se stessi».
E nel libro, dove non mancano i parallelismi con Chris, racconta la sua scalata del Devils Thumb, una montagna imponente al confine fra Alaska e Columbia Britannica. «All’epoca avevo ventitrè anni, più giovane di un anno rispetto a Chris. Ero infiammato da una dieta letteraria troppo ricca di Nietzsche e Kerouac». Krakauer lavorava a Boulder come carpentiere, quando sentì l’esigenza di partire: «Mi ci volle qualche ora per racimolare gli attrezzi. Mi sorprese constatare quanto fosse facile andarsene via e quanto ci si sentisse bene nel farlo. Il mondo d’improvviso si riempiva di possibilità. La zavorra accumulata giorno per giorno svanisce, esclusa dai pensieri di una irresistibile chiarezza di propositi». Sensazioni molto simili a quelle di Chris. Su una pagina del Dottor Divago di Boris Pasternak, uno dei libri trovati accanto al suo cadavere, aveva annotato a penna: «Bisogno di un proposito». Evidenziando le seguenti parole: «D’un colpo, ogni cosa è cambiata, il tono, l’aria, non si sa che pensare, chi ascoltare. Quasi che per tutta la vita ti avessero condotto per mano e, a un tratto, ti avessero lasciato. Allora ci si vorrebbe poter affidare all’essenziale, alla forza della vita o alla bellezza o alla verità, perché esse ti dirigano in modo sicuro e senza riserve».
Il suo equipaggiamento era tanto scarno da risultare inadeguato: uno zaino, un sacco a pelo blu, un fucile Remington, qualche scatola di cartucce, cinque chili di riso e una decina di romanzi. «Non si può andare da nessuna parte senza aver messo un Borges nella valigia», ripeteva Bruce Chatwin, icona di un nomadismo che – come ha sottolineato bene Alessandro Campi, tra i primissimi scopritori dello scrittore inglese in Italia – «non costituisce una fuga, non è la risposta a una generica inquietudine generazionale o a qualche fallimento esistenziale, bensì un bisogno profondo e insopprimibile della specie umana».
Terminato il College Chatwin decise, a differenza dei suoi compagni, di non andare all’università: «Come siete noiosi, andate tutti a Cambrige. Io farò qualcos’altro». La stessa impazienza, la stessa passione per la letteratura. Chris aveva portato con sé volumi tascabili di Lev Tolstoj, H. D. Thoreau e Boris Pasternak. Libri divorati, ricchi di annotazioni con interi passaggi evidenziati, come questo, tratto da La felicità familiare di Tolstoj: «Volevo il movimento, non un’esistenza quieta. Volevo l’emozione, il pericolo, la possibilità di sacrificare qualcosa al mio amore. Avvertivo dentro di me una sovrabbondanza di energia che non trovava sfogo in una vita tranquilla».
Nutriva una vera infatuazione anche per Jack London, del quale apprezzava la feroce critica della società capitalista e l’esaltazione del mondo primordiale. «Anche se – puntualizza Krakauer – il giovane pensò bene di trascurare il fatto che London avesse trascorso soltanto un inverno nelle terre del Nord e che all’età di quarant’anni, ormai alcolizzato, obeso e patetico, con un’esistenza sedentaria ben lontana dagli ideali abbracciati sulla carta stampata, si fosse tolto la vita». Lo scrittore americano descrive Chris come «un ragazzo ostinato, impetuoso ma anche puro di cuore, indisponibile ad accettare compromessi perché aveva grandi ideali. Cominciò a prendersela con tutti i ragazzi ricchi del suo paese ma – scrive ancora Krakauer nel romanzo – Chris non poteva certo definirsi un liberale. Al contrario si divertiva a ridicolizzare la politica del partito democratico ed era un aperto sostenitore di Ronald Reagan. A Emory arrivò addirittura a fondare insieme ad altri un club per studenti repubblicani e scrisse una serie di articoli che, riletti a distanza di anni, forniscono un quadro chiaro delle sue idee politiche: satireggiò Jimmy Carter, invocò le dimissioni del ministro della Giustizia Edwin Meese, sollecitò prudenza nei confronti della minaccia sovietica».
Questo prima del richiamo della foresta. «La foresta è la mia unica amica» fa dire Knut Hamsun al suo tenente Glahn, il protagonista di Pan, il bellissimo romanzo dello scrittore norvegese. In Chris c’è molto dei viandanti hamsuniani: sognatori, selvatici, forti eppure inaspettatamente vulnerabili, imprevedibili eppure così spudoratamente sinceri, determinati eppure sprovveduti, coraggiosi quanto disarmati. Certo, a volte infantili, permalosi, ma – per tornare alle parole di Krakauer – puri di cuore. Uomini privi di ambizioni materiali che coltivano un’ambizione ben più grande, trovare se stessi nella sintonia con la natura. Insofferenti alle convenzioni sociali, non sono schiavi della apparenze. Chris lascerà un lavoro perché una collega gli rimprovera di non lavarsi, perché fa quel che deve fare senza tirarsi indietro ma senza affrettarsi, mosso da un’altra urgenza: liberarsi di quanto ritiene superfluo e inutile. Non a caso evidenzia questa frase di Thoreau tratta da Walden ovvero vita nei boschi: «Datemi la verità, invece che amore, denaro o fama». Come Isak, il protagonista de Il risveglio della terra – l’opera di Hamsun che nel 1920 venne premiata con il Nobel per la letteratura – «ama dormire la notte su un letto di legna di pino accatastata: già si sente a casa lì, con quel letto di pino sotto la roccia sporgente». Scrive Krakauer descrivendo la sensazione di una scalata: «In simili frangenti senti nel petto qualcosa di prossimo alla felicità».
Sean Penn è riuscito a restituire, con la splendida fotografia di quei luoghi e le evocative canzoni di Eddie Vedder dei Pearl Jam, le stesse emozioni, mescolando poesia e realismo. Ha realizzato un film libero da condizionamenti ideologici sul valore della solitudine in un’epoca, quale quella attuale, in cui la si combatte con ogni mezzo: dal moltiplicarsi dei telefonini alla necessità di essere “online” in ogni momento della giornata come nei modelli offerti da spot pubblicitari martellanti quanto poco edificanti che cercano di rendere tutto alla portata in un mondo senza sofferenze. Esattamente il contrario del percorso scelto da Chris, convinto, come l’amato Pasternak, che «i principali elementi costitutivi dell’uomo siano l’idea della libera individualità e della vita come sacrificio».«Lui si avventurò nella foresta per esplorare il paesaggio interiore della propria anima – ha detto Krakauer – perchè diffidava del valore dei traguardi facili e pretendeva molto da sé». «Non ho voluto farne un martire o un eroe – ha ribadito Penn – la sua è stata una fuga ma anche una ricerca della libertà assoluta. Fuga dalla banalità, da tutto il troppo che portiamo con noi e con cui ci siamo abituati a vivere, fuga dalla stupidità che ci circonda. La nostra società ha creato una vera dipendenza dal confort. Fuga, ma anche inseguimento: dell’autenticità, della purezza, dell’essenzialità».
E non a caso il regista dedica il film ai giovani «che oggi sono troppo spesso schiavi del benessere e delle cose materiali. Anche senza affrontare situazioni estreme e rischiose si può cercare di sentire il proprio cuore battere più in fretta. È importante che ci si provi almeno quando davanti si ha tutta la vita». Una fuga che non sia renitenza, ma – al contrario – addestramento per la vita. «Sono convinto che ci sia bisogno che gli uomini si liberino da tutto ciò che li circonda, ma è indispensabile che poi riportino la loro esperienza all’interno della società».
Per interpretare Chris, Penn ha scelto il ventiduenne Emile Hirsch. E il giovane attore ha superato brillantemente la prova, “aiutandosi” con frequenti chiacchierate con lo stesso Krakauer e con i familiari di Chris. Di una cosa sono tutti convinti. Chris non cercava la morte, ma immaginava che l’avrebbe potuta incontrare. Ed è morto sereno. «Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Addio e che Dio vi benedica» ha scritto nel suo ultimo biglietto. Com’è diverso da quei giovani fintorivoluzionari che si alimentano di odio e ancora oggi giocano alla rivoluzione alle spalle dei genitori… La sceneggiatura scritta da Penn finisce con una frase: «Chris è morto da vivo. Avendo vissuto, vive dentro di noi». Molti sono vivi, eppure già morti.