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giovedì 16 maggio 2013

Libri. “Fascistelli” avventure di un militante FdG tra Bukowski, Fante e l’Abruzzo montano

Pubblicato su Barbadillo.it il 16 maggio 2013
È il fratello minore di Accio Benassi. Ricordate il fasciocomunista di Antonio Pennacchi interpretato sul grande schermo da Elio Germano? Partiva dalla Latina degli anni Sessanta (oops, Littoria) per fare la Rivoluzione a Roma. Vittorio Brasile, un metro e ottanta sviluppato in sedici anni, coltiva la stessa scriteriata vita e la stessa insopprimibile inquietudine. L’anima gli moccica, voce del verbo mordere in abruzzese. Decide di diventare fascista nella primavera del 1993, proprio mentre Tangentopoli sta “rivoticando” il mondo. Ribaltando, precisa la nota a pie’ di pagina, perché in “Fascistelli” (Il Cerchio editore, pp. 86, € 10) italiano e dialetto abruzzese si mescolano piacevolmente in una commedia dal sapore contadino e dal vigore fantiano.

sabato 11 febbraio 2012

Ecco i 50 anni a colori di Zagor (intervista a Moreno Burattini)

Dal Secolo d'Italia di sabato 11 febbraio 2012
La longevità non necessariamente è un valore e il rischio di diventare replicanti di se stessi è forte, specialmente per un personaggio d’inchiostro confinato da mezzo secolo in un mondo in bianco e nero. Zagor, eroe classico e moderno al tempo stesso, è uno dei pochissimi a non essere stati inghiottiti nella palude dei generi. È riuscito a tenersi al passo con i mutamenti della società e soprattutto con i gusti del pubblico. Forse perché, nel lontano 1961, Sergio Bonelli ebbe l’ardire di non metterlo a cavallo. Volle farne un walker, un camminatore, in grado di attraversare la “frontiera” del western muovendosi a proprio agio anche in ambientazioni più fantasiose, ai confini della realtà. Non è certo un caso, del resto, se il “papà” ed editore negli ultimi decenni ne aveva affidato la scrittura ai migliori talenti della sua scuderia: autori con sensibilità diverse come Alfredo Castelli, Tiziano Sclavi, Mauro Boselli e Moreno Burattini.

martedì 1 marzo 2011

La via libertaria alla destra del futuro (Francesco Pullia recensisce Il fascista libertario)

Articolo di Francesco Pullia
Dal Secolo d'Italia di martedì 1 marzo 2011
E’ possibile concepire una politica che oltrepassi il soffocante dualismo destra/sinistra? Si può prospettare il superamento di consumate polarità per accogliere, nella direzione dell’apertura, la sfida della complessità?
Il fascista libertario di Luciano Lanna (Sperling & Kupfer, € 17,00) dà una risposta positiva a questi interrogativi offrendo, con pagine di notevole intensità autobiografica, spunti, riflessioni utili non solo a sfatare la banale identificazione di destra con conservatorismo ma anche a compiere considerevoli salti in avanti.  

lunedì 7 febbraio 2011

"Il fascista libertario" di Luciano Lanna (la recensione di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera)

"Fascisti libertari", il manifesto dei finiani
Articolo di Aldo Cazzullo
Dal Corriere della Sera di domenica 6 febbraio 2011 (pagina 9)
(clicca per ingrandire l'immagine)
Com'è che i «fascisti» ora sostengono il diritto di voto agli immigrati, la fecondazione assistita, il riconoscimento delle coppie di fatto? Come si è passati dall'Msi a Futuro e libertà, dall'essere i primi alleati di Berlusconi a diventarne i più accaniti oppositori? Luciano Lanna aveva già spiegato, nel long-seller «Fascisti immaginari» pubblicato nel 2003 con Filippo Rossi, come i cosiddetti fascisti ascoltassero De André e Guccini, guardassero con simpatia a Che Guevara, leggessero Tollden ma anche i beat, Pound e pure Flaiano. Ora, con «II fascista libertario», che Sperling&Kupfer manda in libreria dopodomani nella collana «Le radici del presente» diretta da Luca Telese, Lanna — direttore del Secolo d'Italia — scrive una storia di formazione e un manifesto politico-culturale del partito che sarà fondato tra qualche  giorno a Milano.

martedì 1 febbraio 2011

Sangue e gioco: se il pallone allontana dalla guerra civile. E' la storia del Barcellona anni '30

Dal Secolo d'Italia di martedì 1 febbraio 20100
La notizia è di queste ore: il prossimo 2 marzo Rosa di fuoco di Emilio Marrese (Pendragon 2010, pp. 357, € 15), bruciate in pochi mesi le prime tre ristampe, verrà lanciato anche sul mercato iberico: sia in lingua castigliana che catalana.

martedì 5 gennaio 2010

Camus, con Jünger e la Arendt sta a pieno titolo nel "nostro" pantheon (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 3 gennaio
A cinquant'anni dalla prematura scomparsa per un incidente stradale, il presidente Sarkozy ha pensato di trasferire le spoglie di Albert Camus al Pantheon e in Francia è esplosa una vivace polemica. Tutta di natura politica. L'omaggio è stato considerato un affronto da parte di qualcuno. Tuttavia Catherine Camus, la figlia della scrittore che gestisce l'eredità del padre, ha comunque spiegato: «Camus è un uomo pubblico e i suoi libri appartengono a tutti. Io non voglio imporre nulla a nessuno, non sono la guardiana del tempio, anche perché il tempio non esiste...». E in questo senso qualcosa di simile si è registrata anche in Italia, dove il quotidiano la Repubblica ha dedicato un'inchiesta di Simonetta Fiori a una nuova destra politica e culturale - «libertaria e non autoritaria, riformatrice e non conservatrice, democratica e non populista» - il cui profilo emerge evidente proprio per il fatto che «adotta Albert Camus tra i propri Lari».
Lo scrittore e pensatore francese di cui domani, 4 gennaio, ricorre il cinquantenario della morte, veniva affiancato su Repubblica accanto a figure a lui apparentabili come Simone Weil, Hannah Arendt, Bruce Chatwin o Jürgen Habermas. E alle quali si potevano senz'altro accostare anche Ernst Jünger, Indro Montanelli, Arthur Koestler, Ignazio Silone, André Malraux, George Orwell, Raymond Aron... Personalità del secolo scorso che si sono contraddistinte per il fatto di aver "attraversato" criticamente il Novecento, essersi abbeverati alle sue passioni incandescenti, ma che a un certo punto sono riusciti a prendere le distanze da quelle tempeste a cui essi stessi avevano partecipato. Jünger, ad esempio, arrivando a scrivere un romanzo-metafora contro la degenerazione totalitaria di quel nazionalismo che lo aveva visto entusiasta da adolescente come Sulle scogliere di marmo, partecipando al fallito putsch contro Hitler e lavorando teoricamente, nel secondo dopoguerra, per un libertarismo spiritualista. Allo stesso modo Koestler, Silone, Malraux e Orwell ribaltarono gli entusiasmi giovanili per il comunismo nel più coerente impegno intellettuale antitotalitario. Ma Albert Camus fu senz'altro più precoce e più incisivo di tutti gli altri. Aderì ad Algeri, dove trascorse gran parte della sua gioventù, alla locale sezione del partito comunista nel 1934, a ventuno anni. Ma lo fece solo per occuparsi delle rivendicazioni e dei diritti della popolazione araba. Ma si dimette già nel 1935: i motivi di dissenso erano già tanti, ma fu soprattutto la posizione dei comunisti favorevole alla repressione poliziesca contro Messali Hadj, leader del movimento indipendentista Etoil Nord Africaine, a fargli intravvedere come inevitabile la rottura. Non a caso Albert, che intanto si è laureato in filosofia, sceglie un'altra via per il suo impegno politico: insieme a un gruppetto di intellettuali delle varie etnie algerine fonda una Casa della cultura con l'obiettivo di dar vita a quello che potremmo chiamare il "libertarismo mediterraneo". «Al suo tempo - ricorda sua figlia Catherine - la maggior parte degli intellettuali francesi erano dei borghesi che avevano frequentato le migliori scuole. Lui era diverso e per di più veniva dall'Algeria, in un'epoca in cui la Francia guardava soprattutto al Nord, rimuovendo la sua dimensione mediterraneo. Per lui invece la mediterraneità era importante. Amava moltissimo anche la Spagna, la Grecia e soprattutto l'Italia. Per lui il mare e il sole erano fondamentali. Ha anche scritto che gli sarebbe piaciuto morire sulla strada che sale verso Siena...». Morì invece in Francia, sulla strada Sens-Parigi, per un fatale incidente d'auto quel 4 gennaio del 1960. La macchina era una Facel-Vega, alla guida Michel Gallimard, editore. «Albert Camus, scrittore, nato il 7 novembre del 1913 a Mondovi, dipartimento di Costantine (Algeria)», c'era scritto sulla carta d'identità ritrovatagli in una tasca della sua giacca.
Aveva scritto da qualche parte che non gli sarebbe spiaciuto morire in una camera d'albergo, libero da qualsiasi «senso di possesso». Non amava le facili rassicurazioni, le comode ossessioni identitarie, i feticci della modernità. E restò fino alla fine coerente con questi suoi assunti. Alla notizia dell'incidente, l'allora ministro della Cultura francese, André Malraux, spedisce immediatamente un segretario a ritirare la borsa di Camus. Nella borsa c'è un manoscritto, centoquaranta fogli coperti da una scrittura fitta: è il romanzo Il primo uomo. La casa editrice decise di non pubblicarlo perché politicamente non opportuno. Eppure quel romanzo era la risposta di Camus alla questione algerina, che dal 1954 lacerava la Francia, l'Algeria e l'Europa, e che fu storicamente il primo laboratorio di quei conflitti che, a cinquant'anni da quell'incidente automobilistico, agitano i nostri tempi.
D'altronde è un dato storico che negli anni Sessanta, alla vigilia di quella contestazione studentesca di Berkeley che anticipò il nostro Sessantotto, gli universitari tenevano sul comodino due livre de chevet: Sulla rivoluzione di Hannah Arendt e L'uomo in rivolta di Albert Camus. In quel fermento studentesco anglosassone, lontano dal marxismo-leninismo e spinto soprattutto sul fronte dei diritti civili, della lotta contro la segregazione razziale e del libertarismo, l'autore di romanzi come Lo straniero e La peste, il giovane premio Nobel nel 1957, veniva letto come uno scrittore "politico" tout court.
Già nel 1946 del resto Camus da giornalista impegnato - cominciò a scrivere prima su Paris Soir poi su Combat dopo la pubblicazione dei suoi primi famosi romanzi - pubblicò una serie di articoli dal titolo «Né vittime né carnefici", in cui delineva una prima critica profondo dello stalinismo e di tutti i totalitarismi. Dal 1949 è tra i promotori di un'organizzazione che si propone di dare aiuto materiali ai dissidenti dei regimi comunisti dell'Est, delle colonie africane in esilio e delle dittature militari. Nel 1950 interviene pubblicamente nel dibattito tra Palmiro Togliatti e Ignazio Silone, di cui è amico, sulla rottura dell'italiano col Pci in nome delle ragioni della libertà. Nel 1951, infine, esce il suo saggio filosofico L'uomo in rivolta che segna la rottura tra lui e Jean-Paul Sartre. «Fu - racconta sua figlia - un vero scandalo, fu accusato di essere di fatto un alleato della destra. Molti si allontanarono da lui. Solo alcuni amici gli rimasero vicini, come Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone». Il primo gli restò vicino fino alla fine e lo fece collaborare sin dal 1956 alla rivista Tempo Presente, in nome della comune avversione per il pensiero ideologico: «La cultura non è il terreno - diceva - della verità, ma della disputa intorno alla verità».
Nel 1953, alla notizia della rivolta libertaria di Berlino, Camus prende posizione a favore delle ragioni degli insorti anticomunisti. Tra il 1955 e il 1956 Camus collabora poi al settimanale L'Express con una lunga serie di articoli sulla guerra civile algerina scoppiata nel 1954. Impegnato nella ricerca di una soluzione politica per quella crisi, nel gennaio 1956 torna ad Algeri e Orano sostenendo quei movimenti che lottano per la fine del regime coloniale ma anche per la convivenza etnica, partecipando a diversi comizi. Nel 1957, ancora, scrive Riflessioni sulla ghigliottina, una serie di testi contro la pena di morte, all'epoca ancora in vigore a Parigi come a Washington, a Madrid come ad Algeri.
In Italia, oltre ovviamente ai suoi amici e sodali Silone e Chiaromonte, si interessarono di lui Mario Gozzini sulla rivista papiniana L'Ultima già nel 1948, poi Guido Piovene, i pensatori cattolici Armando Rigobello e Armando Carlini, e i critici letterari Luigi Baccolo e Carlo Bo, accostandolo quest'ultimo alla letteratura di Pierre Drieu La Rochelle. Sul piano generazione, vale quanto scritto a suo tempo da Massimo Fini: «Coloro che, come me, erano adolescenti - ha scritto il giornalista - nella seconda metà degli anni Cinquanta, si sono formati su Sartre e su Camus. Fummo esistenzialisti anche se non sapevamo bene cosa fosse l'esistenzialismo. Da lì nasceva la nostra inclinazione per l'individualismo, il nichilismo, l'assurdo, il libertarismo che, sostanzialmente, non ci ha più abbandonato. Alla rivoluzione preferivamo, con Camus, la rivolta».
Da "destra" comunque nei primi anni Sessanta se ne occupano almeno due libri pubblicati dalle edizioni dell'Albero di Piero Femore: L'uomo in allarme dell'allora giovane critico letterario Fausto Gianfranceschi e Il declino dell'intellettuale di Thomas Molnar. Il primo accostava la rivolta esistenziale evidente negli scritti di Camus a tutti i "ribelli" che dalla letteratura dei "giovani arrabbiati" britannici alla beat generation statunitense stava caratterizzando nei romanzi il bisogno di libertà delle giovani generazioni. Nella figura dello "straniero" di Camus si ravvisava l'escluso «che si pone il problema della libertà, l'uomo che è interessato a sapere come dovrebbe vivere invece di prendere semplicemente la vita come viene». E Gianfranceschi apparentava la figura del Mersault camusiano, il protagonista de Lo straniero, a personaggi letterari contemporanei come il "lupo della steppa" di Herman Hesse o all'outsider di Colin Wilson. Thomas Molnar invece, anche sulla scorta dell'interpretazione del pensatore cattolico (e di destra) Gabriel Marcel, lo avvicinava al connazionale André Malraux: «Si può dire - scriveva - nonostante il loro pensiero sia meno sistematico di quello di Sartre, che abbiamo rappresentato meglio l'umanesimo esistenzialista poiché hanno afferrato e colto le sue motivazioni sotterranee con l'intuizione propria dell'artista». E in particolare su Camus, annotava: «Scrittore più vivo, più caldo, più mediterraneo, rappresenta l'altra faccia del culto dell'azione: la giustificazione dell'impegno quotidiano, di quelle che lui chiama le "fatiche di Sisifo" che conferiscono dignità all'uomo attraverso la schiavitù di un'esistenza media. Anch'egli, senza alcun dubbio, parla dell'artista come di un ribelle che tenta di strappare alla storia i suoi inafferabili valori».
Ma l'impulso libertario di Camus non si è mai crogiolato nella santificazione di un comodo individualismo narcisista. «Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione - scrisse - impariamo a vivere il tempo della rivolta». Ed è anche per questo che Massimo Fini ha concluso: «Il Sartreche che cercava di comiugare esistenzialismo e marxismo non ci finì mai di convincere. Camus, che ebbe la fortuna di morire presto, invece lo amammo sempre. Tutto».
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia. Alcuni suoi articoli sono raccolti su questo blog.

giovedì 3 dicembre 2009

La nuova destra, senza complessi e pronta al dialogo con tutti

Il Pantheon della nuova destra
Articolo di Simonetta Fiori
Da la Repubblica del 2 dicembre 2009
(pagina 60 sezione cultura)
«Lasciatemi divertire», invocava Palazzeschi nella sua stagione futurista, età di rovesciamentie terremoti ideali. «Lasciateci divertire» potrebbe essere lo slogan di una nuova destra culturale, libertaria e non autoritaria, riformatricee non conservatrice, democratica e non populista, che dell' eclettismo e del trasversalismo intellettuali fa una bandiera da innalzare contro quei musi illividiti del potere berlusconiano. Una destra che celebra il nomadismo esistenziale di Chatwin e Kerouac, adotta Albert Camus tra i propri Lari, rilegge classici come Tocqueville e Renan e cerca il dialogo a sinistra con Asor Rosa e Tronti, figure-simbolo dell'eterodossia. Geografie scompaginate, antichi altari rovesciati. Il nuovo firmamento culturale, frutto di ibridazione tra costellazioni diversissime, brilla dalle pagine culturali del Secolo d' Italia o dal web magazine di Farefuturo, la fondazione presieduta da Gianfranco Fini. E quanto a citazioni inusuali non manca di stupire Il futuro della libertà, il «breviario» civile appena vergato dal presidente della Camera. Tra gli storici non c' è Nolte, ma Hobsbawm e Ginsborg sì. Tra i maîtres à penser del Novecento grandeggia Hannah Arendt, neppure una nota a piè di pagina per Jünger e Schmitt. E al pensiero di von Hayek e Popper, assai in voga agli albori della destra berlusconiana, si preferisce il liberalismo di Raymond Aron e Isaiah Berlin, il primato della politica sugli spiriti animali dell' economia.
Il Pantheon della nuova destra democratica si rinnova, ma non è solo questione di busti e lumini. «L'aspetto più interessante del nuovo corso finiano», spiega lo storico Alessandro Campi, direttore scientifico di Farefuturo e consigliere assai ascoltato dal presidente della Camera, «non è tanto di aver sostituito alcuni nomi con altri, quanto l'idea che oggi si è liberi di dialogare con chiunque, alla ricerca di convergenze inedite e di altrettanto inedite nuove sintesi politiche e culturali». Non ci sono più confini o appartenenze da rispettare, ma nuove identità da costruire: con i materiali culturali messi a disposizione dal Novecento, nessuno escluso.
«Un'operazione seria e capillare, che non può essere liquidata come puro tatticismo», interviene Luciano Lanna, responsabile della politica culturale del Secolo d'Italia. «Siamo estranei all'antipolitica e al qualunquismo predicato dalla destra berlusconiana, a quell'enorme complesso di inferiorità che la condanna a subalternità. E nell'inventariare tutta la cultura politica novecentesca, cerchiamo un dialogo con chi si fa carico d'un destino comune, seppure su posizioni storicamente opposte alle nostre, ma dentro una tradizione nazionale». Perché noi possiamo capire Asor Rosa, titola la prima pagina del Secolo d' Italia. Perché io posso capire voi, replica lo studioso in una lettera privata, divenuta un articolo del quotidiano. «Un reciproco riconoscimento di minorità culturale, ciascuno nel proprio schieramento», così spiega Asor l' insolito confronto. «Un dialogo senza paure da parte nostra», aggiunge Campi. «Oggi ci si confronta con la sinistra culturale con grande libertà, senza finalità di legittimazione: non come accadeva 25 anni fa, quando l' attenzione di personaggi come Massimo Cacciari ed Enrico Filippini erano medaglie da appuntare sul petto». Ora il dialogo cresce nella convinzione che sia prezioso per il libero commercio delle idee. E nella gauche - da Miriam Mafai a Paul Ginsborg, da Biagio De Giovanni a Michele Salvati, da Barbara Spinelli ad Aldo Schiavone, - non sono poche le firme autorevoli che plaudono e incoraggiano la nuova destra culturale.
Asor Rosa suggerisce una prospettiva storica. «È in atto il tentativo inedito di creare un polo politico autonomo dal premier attraverso la revisione di categorie culturali e di valori. Nell' Italia di primo Novecento è esistita una poderosa cultura conservatrice o fieramente antiprogressista, che è stata poi spazzata via dal fascismo. Dalla Liberazione fino quasi alla fine del XX secolo, la cultura di destra ha stentato a sollevare la testa o perché identificata con il ventennio nero oppure perché incapace di fare i conti con quella eredità. La possibilità di riproporre una forte cultura democratica di destra - successiva all' atto celebrato da Fini a Fiuggi - è stata quasi subito travolta dall' avventura berlusconiana. Oggi assistiamo ai prodromi di una nuova elaborazione, fondata sul rispetto delle regole e delle istituzioni, sull' equo primato del pubblico sul privato, su un equo sentimento dell' identità nazionale. Un progetto da seguire con attenzione, anche se non può fermarsi agli articoli di giornale, ma deve produrre libri e ricerca autonoma».
Un progetto non a caso quotidianamente svillaneggiato o bersagliato a pallettoni dalle colonne del Giornale e di Libero, mentre "l'ateo devoto" Ferrara - ormai minoritario rispetto all'evoluzione terminale del berlusconismo - sembra guardare con interesse al tentativo di Fini di imporre anche in Italia una destra di stile europeo, e la contrappone positivamente alle «rotture culturali prepolitiche, istintuali, prelogiche» di quello che resta pur sempre l'Amor Suo ossia Silvio Berlusconi. «Interlocutore critico sì, ma non ostile», dicono del Foglio i fautori del nuovo corso finiano. Dai tempi biopolitici all' immigrazione, dai diritti civili al principio di laicità, dal patriottismo repubblicano alle questioni del femminismo, si delinea una «destra dei diritti e delle garanzie», così la definisce Aldo Schiavone, «in netta opposizione alla destra tremontiana e leghista, chiusa, arroccata e divisiva, che si pone fuori dalla tradizione repubblicanae costituzionale». Una destra acculturata, curiosa e trasversale che s' oppone a quella di governo che disprezza impudentemente il colto e rispolvera l' antico stigma di "culturame". «Ero in studio da Lerner», racconta Campi, «quando Bondi è sbottato: «Odio gli intellettuali!». Un' immagine proverbiale dell' impotenza del potere politico di tradursi anche in potere culturale».
Esemplare può sembrare lo stesso percorso degli ideologues della nuova destra finiana. Sia Campi che Lanna - professore universitario di Storia contemporanea il primo, allievo di Ernesto Galli della Loggia; direttore responsabile del Secolo d' Italia il secondo, laureato in filosofia con una tesi sul personalismo e autore di Fascisti immaginari - provengono dalla Nuova Destra, movimento attivo nei primi anni Ottanta sotto la guida di Marco Tarchi. Comune l'approdo alla metà degli anni Novanta a IdeAzione, la rivista organica a Forza Italia nata poco dopo il partito. «In una formazione politica plasmata sulla figura del leader», racconta Campi, «si cercavano nuove coordinate culturali. Era la stagione di Martino e Urbani, Vertone e Melograni, Colletti e Adornato. Su IdeAzione scriveva un liberalconservatore della finezza di Carlo Galli. Questa ricercaè andata esaurendosi. Da due anni IdeAzione non esce più. E Magna Carta, l'altro think tank berlusconiano, con la trasformazione di Gaetano Quagliariello da studioso di storia in militante militarizzato, ha perso ogni caratterizzazione intellettuale». Il vuoto culturale è evidente. «Il berlusconismo appare sempre più come un sistema di potere senza visione né disegno». L'ambizione della nuova droite finiana è di conquistare nel proprio schieramento l'egemonia delle idee e dell' immaginario. Aprendosi alla cultura pop, mescolando Fiorello e Pupi Avati, ma anche coinvolgendo nel progetto scrittori tradizionalmente estranei alla propria famiglia quali Scurati e Culicchia, De Carlo e Conte, o anche sostenendo con massicci contributi finanziari premi letterari del prestigio dello Strega.
Ma vi sono le condizioni per la conquista delle casematte? «Quando la stagione del postberlusconismo sarà ufficialmente inaugurata», risponde Schiavone, «lo scontro tra l'anima che ho definito "dei diritti e delle garanzie" e l'anima leghista e tremontiana sarà molto aspra. Ma se la prima non diventa maggioritaria, assisteremo inevitabilmente alla frattura di quello schieramento. E quindi alla fine del bipolarismo». Lasciateci divertire, invocano i ribelli colti della nuova destra. Ma in gioco, forse, è il futuro stesso della politica italiana.
SIMONETTA FIORI

martedì 2 giugno 2009

L'altro libertarismo: l'ispettore Callaghan e gli eroi di Sergio Leone (di Luciano Lanna)

Articolo di Luciano Lanna
Dal Secolo d'Italia, edizione domenicale del 31 maggio 2009
C'è un film che le televisioni mandano spesso in onda in seconda serata o nella programmazione pomeridiana che nella superficialità di un certo approccio italiano al cinema non è mai stato valorizzato in tutta la sua valenza metapolitica. Si tratta di Chi ucciderà Charley Varrick?, tutt’altro che un B-movie ma un vero capolavoro firmato da Don Siegel, il cineasta che aveva già diretto due grandi film libertari come L’invasione degli ultracorpi, grande metafora contro il maccartismo e il totalitarismo, e Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo. E quando, in quel film del 1973, il regista celebrava sugli schermi la figura di Charley Varrick, un “ultimo degli indipendenti” magnificamente interpretato da Walter Matthau, eravamo del resto nella stagione forse meno popolare in tutto l’Occidente per la metafora esistenziale e politica del singolo. E allo stesso modo in cui nel film il protagonista si trova coinvolto in una solitaria lotta senza quartiere contro un’offensiva concentrica di polizia, servizi segreti, potere bancario e criminalità organizzata, così nell’immaginario occidentale l’ipotesi di una sfera esistenziale sganciata dagli apparati sembrava del tutto fuori corso, contrastata e condannata all’isolamento. In Italia, poi, l’egemonia concettuale del sistema politico-istituzionale sembrava tutta giocarsi intorno alle categorie di collettivo, di organico e di primato degli apparati centralizzati.
Quell’icona, “the last of the indipendent”, il libertario allo stato puro, irrompeva in realtà come l’ospite inatteso e il modello segreto di tutto un sommovimento culturale e politico-culturale che stava investendo l’Europa e l’Occidente nella fase post-sessantottina. Un sommovimento che metteva in evidenza nel suo complesso l’essenza più propria d autori, filoni, letture, suggestioni, icone che evocavano una vocazione libertaria. Se ne è parlato recentemente in riferimento alla più profonda ispirazione del poeta americano Ezra Pound. E la stessa considerazione potrebbe essere fatta per la letteratura di Céline, di Ernst Jünger o di Knut Hamsun, per il cinema di Sam Peckinpah, di John Milius o di Clint Eastwood, per i libri di Hermann Hesse, Jack Kerouac e Charlie Bukowski o per la saga tolkieniana di Frodo Baggins, per un libro come Il gabbiano Jonathan Livingston o per le descrizioni di viaggio di Bruce Chatwin. O per la musica di Giorgio Gaber o di Francesco Guccini. Ma la stessa matrice – non altra – emergeva nella stessa riscoperta postuma dei testi di Marinetti e dei futuristi, di Leo Longanesi o di Indro Montanelli, del giovane Papini e di Saint-Exupéry, di Giuseppe Berto e di André Malraux, o nel rievocare l´avventura fiumana di Gabriele d ´Annunzio o le epopee immaginifiche dei corsari, dei confederali americani o dei ribelli d´ogni sorta... Sino alla passione per Capitan Harlock o per gli indiani d’America...
Era l’intuizione che stava al cuore di un best seller giovanile che, negli Stati Uniti nel 1974 e in Italia nel 1981, si impose improvvisamente con il passaparola spontaneo, senza sponsorizzazioni mediatiche: Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Robert M. Pirsig. Dove si leggeva: «Non voglio più entusiasmarmi per grandi programmi di pianificazione sociale che coinvolgono le vaste masse e che trascurano la qualità individuale. E penso che sia venuto il momento di ricostituire questa risorsa... Abbiamo davvero bisogno di riacquistare l’integrità individuale, la fiducia in noi stessi e l’enthousiasmos dei vecchi tempi». Intuizioni che spiegano la cifra del nuovo libertarismo emergente. Una sensibilità che di manifestò in tutta evidenza, ad esempio, nei film di Sergio Leone. Lo spiegò, nel 1983, Diego Gabutti – un ex anarco-situazionista che, proprio riflettendo su quella cinematografia, mandava in libreria C’era una volta il West, un saggio con il quale spiegava che il libertarismo cambiava di segno, non guardava più a sinistra... – descrivendo, tra l’altro, la biblioteca personale di Leone. C’erano il Ramayana e il Mahabharata. E poi Tacito, Céline, molte biografie, Carlyle, Plutarco, Malraux. E c’erano le edizioni complete delle opere di Bakunin, ad esempio. Capivo la presenza del mito, ma quella della politica mi suonava stonata...». Sergio Leone, non aveva e non voleva avere niente a che fare con la sinistra. Eppure i libertari lo intrigavano. In Giù la testa, ad esempio, James Coburn, un una certa scena del film, getta nel fango un libro di Bakunin, poi monta a cavallo e segue i messicani: quasi a dire che il vero libertarismo non deve essere complicato dalle teorie, dalle costruzioni intellettualistiche e ideologiche... Sergio Leone, d’altronde, spiegò in questa chiave il suo rifiuto di girare come regista Il Padrino: «Era soprattutto una storia corale. Protagonista era la famiglia, non le singole persone o gli individui che la componevano. Era un mosaico con tante figure, ciascuna delle quali rimaneva necessariamente sullo sfondo. Nei miei film, invece, si gioca tutto sull’individuo singolo. Come nel Cavaliere della valle solitaria e nella tragedia classica. Non ho interesse – spiegava il cineasta a Gabutti – e nemmeno molta simpatia per i gruppi organizzati e per la folla. Mi interessa il singolo, buono o cattivo che fosse. C’era una volta il west, per esempio, prima d’ogni altra cosa, è proprio un inno carico di nostalgia a questa figura che scompare nei vapori di una presunta civilizzazione. Treni, masse operaie, città...».
Ma non c’è solo il cinema a tracciare l’emergere di questa tendenza libertaria nell’Occidente degli ultimi trent’anni. Pensiamo, anche, a un grande autore come Erst Jünger, il decano novecentesco della letteratuta tedesca, scomparso ultracentenario nel 1998. È stato lui a scrivere: «L´obbligo scolastico è, essenzialmente, un mezzo di castrazione della forza naturale, e di sfruttamento. Lo stesso vale per il servizio militare obbligatorio. Respingo come una scemenza l ´obbligo scolastico, come ogni vincolo e ogni limitazione della libertà». Non solo: «L´importante per me resta è la libertà del singolo». E fu proprio Jünger a delineare, nel romanzo Eumeswil, la figura dell’anarca, il libertario dell’epoca post-ideologica. Il suo è nuovo atteggiamento politico- esistenziale: né sudditi né ribelli, né sottomesi né impauriti. L’anarca non ha niente a che vedere con la ribellione degli anarchici ottocenteschi. Il segreto è non farsi penetrare interiormente dalla logica del dominio. D’altronde, quando il potere si ridefinisce a rete e l’interazione dei saperi diventa la chiave del sistema sociale, la libertà passa solo attraverso la capacità di riuscire a porsi a/ traverso e al di là del potere.
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c'è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L'Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d'Italia.

Dentro il labirinto di Dio: "Le vie dei canti" di Bruce Chatwin

Da La Voce del Ribelle, anno 2 numero 8 (maggio 2009)
Mensile diretto da Massimo Fini
Rubrica "Usciti ieri"
Nel maggio ’68 l’Occidente sembra prendere fuoco. Gli studenti erigono barricate. Le manifestazioni, dalle università alle fabbriche, riempiono le strade e le piazze. Eppure il giovane Bruce Chatwin, inglese di Sheffield, non ancora trentenne, volge altrove il suo sguardo. Troppo distanti, i suoi interessi, preso com’è dalla preparazione di una mostra dedicata all’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo tra il V e il VI secolo avanti Cristo per conto dell’Asia House Gallery di New York. L’idea è di «scrivere un testo basilare che restituisse ai nomadi un posto importante nella storia. Ciò che mi interessava di più – spiegò – erano gli individui sfuggiti alla classificazione archeologica, i nomadi, che avevano lasciato tracce sul terreno e non avevano costruito piramidi». Inizia proprio nell’anno della contestazione, il “viaggio” che porterà Chatwin, all’epoca insofferente studente di archeologia, tra le tribù nomadi dell’Afghanistan, dell’Africa, della Mauritania e della Persia. Ben lontano dal clichè, che pure gli è stato cucito addosso, di eccentrico autore di pittoreschi reportage in luoghi esotici incontaminati dal turismo di massa, nelle sue opere Chatwin si dimostra un esploratore dell’animo umano e delle civiltà tutt’altro che superficiale. Senza pregiudizi, né verso gli uomini né nei confronti delle culture cui si avvicinava. Di quel viaggio – che per lui rappresentava un’esigenza insopprimibile piuttosto che un lavoro – ne ha scritto, a coronamento di vent’anni di studi sul campo, in Le vie dei canti, il libro che Chatwin inseguì per anni e che fece appena in tempo a scrivere, prima che la morte lo portasse via nel gennaio 1989 e a soli 49 anni, beffando la smorfia dell’invecchiamento e facendosi mito. Icona esistenziale e marchio commerciale dell’inquietudine delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta.
L’opera, pubblicata per la prima volta nel 1987, arrivò nel nostro paeese – grazie all’Adelphi di Roberto Calasso, che di Chatwin fu amico prima ancora che editore – l’anno successivo. Per gli aborigeni – spiega – la terra è tutta segnata da un intrecciarsi di “vie dei canti” o “piste del sogno”, un labirinto di percorsi visibili soltanto ai loro occhi: erano quelle le “impronte degli antenati” o la “via della legge”. Dietro questo fenomeno, che apparve subito enigmatico agli antropologi occidentali, si cela una vera metafisica del nomadismo. Le vie dei canti, pur essendo strutturato come un racconto, in quanto ci accompagna in un itinerario di incontri e avventure picaresche nel profondo dell’Australia, è anche e soprattutto un percorso di idee – una musica, diremmo – che muove da un interrogativo: perché l’uomo, fin dalle origini, ha sentito un impulso irresistibile a spostarsi, a migrare? E poi: perché i popoli nomadi tendono a considerare il mondo come perfetto, mentre i sedentari tentano incessantemente di mutarlo? Perché il canto era il principale oggetto di scambio per gli aborigeni e in che misura i sistemi adottati in seguito rappresentano varianti di quel modello originario e universale? In realtà, Chatwin non cerca risposte, né tantomeno ha tesi da sostenere. Non è la curiosità morbosa o dottorale del ricercatore a muoverlo, ma il desiderio di (ri)scoprire la radice stessa del proprio essere, una via di fuga dal disagio esistenziale provocato dalla moderna civilizzazione di massa.
«La vera casa dell’uomo – aveva annotato su uno dei suoi irrinunciabili quanto ormai “mitici” moleskine neri, tanto rari all’epoca quanto oggetto di un merchandising sfrenato oggi – non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi». Sembra una frase di Jack Kerouac o di uno dei tanti emulatori della filosofia beat celebrata nel suo On the road, ma Chatwin, al contrario, non prescinde mai da una consapevolezza di fondo: non c’è innovazione che non poggi saldamente su qualcosa di radicato, non c’è viaggio fine a se stesso o senza destinazione. E la destinazione è l’autenticità: «Nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene e non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. È un posto con cui ci si identifica».
Chatwin, non a caso, non amava essere definito uno scrittore di viaggi: «Mi ha sempre irritato. Per questo ho scritto qualcosa su due personaggi che non si sono mai mossi da casa». Dopo il successo di In Patagonia (1977), infatti, scrisse il romanzo Sulla collina nera (1982), ambientato nel Galles celtico, «il centro emotivo della mia vita». Una zona che Susannah Clapp – editor, amica e confidente dello scrittore inglese, nonché autrice della biografia Con Chatwin (Adelphi 1998) – descrive così: «Zona di cieli alti e chiese basse, di vecchie famiglie di contadini, di coloni solitari e stravaganti. Dagli anni Sessanta si è popolata di alternativi. I più irrequieti non sempre sono stati ben accolti dalla gente del posto, tanto che nei paesi comparivano spesso cartelli con la scritta QUI NIENTE HIPPIE». Motivo di più per Chatwin di sentirsi a casa. Tanto era il fastidio per gli esponenti della “controcultura” della contestazione, ai quali imputava di aver corrotto a colpi di marxismo e, nel nome di un implicito etnocentrismo, tradizioni secolari.
Scrittore di talento, ma anche mercante d’arte, archeologo, giornalista e fotografo, Chatwin era, come sostiene l’amico Salman Rushdie, politicamente un «ingenuo»? Stenio Solinas – tra i primi in Italia a promuoverne la figura e, non a caso, autore della prefazione a L’alternativa nomade, la prima biografia italiana di Chatwin (Settimo Sigillo, 1994) a cura di Nicholas Murray – ritiene di no. Al contrario, aveva idee precise. In Compagni di solitudine (Ponte alle grazie, 1999), nel tracciare la sua “educazione intellettuale”, Solinas così delinea la personalità “politica” dello scrittore di Sheffield: «Non si era appassionato al comunismo sovietico, né ai cataclismi della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippie-pacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle “magnifiche sorti e progressive”, e quindi ad un concetto indefinito di progresso. Non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe; detestava “l’internazionalismo specioso”. Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno».
Temi quanto mai attuali, oggi, che renderebbero preziosa una voce come quella di Chatwin, ben lontana dal riduttivo clichè di istrionico conversatore troppo occupato a dissipare il proprio talento, di dandy postmoderno innamorato solo di se stesso, che per troppo tempo ha fatto di Chatwin un’icona in bianco e nero dell’avventura fine a se stessa. Certo, del mito Chatwin aveva, oltre a una dichiarata vocazione, le physique du rol. Alto più di un metro e ottanta, capelli biondo cenere, fronte spaziosa incendiata da penetranti occhi azzurri, era, per citare le parole del noto mercante d’arte John Kasmin, di un «fascino quasi oltraggioso». Bisessuale, piaceva agli uomini come alle donne. «Non si tratta solo di bellezza – ha sottolineato Susan Sontag – è un’aura, una luce negli occhi. Ci sono poche persone al mondo con una presenza che incanta e ammalia». Proprio come nell’immagine più celebre che lo ritrae come un giovane e affascinante uomo con gli scarponi da montagna appesi al collo e uno zaino sulle spalle. Che ci guarda e ci rinnova la domanda di sempre: che ci faccio qui?
Roberto Alfatti Appetiti
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lunedì 19 gennaio 2009

Obama e Sarkozy, eredi di Chatwin (di Antonio Rapisarda)

L'analisi di Antonio Rapisarda
Dal web magazine della Fondazione Farefuturo (18 gennaio 2009)
Un'ideale staffetta di "viandanti". Tra il 18 e il 20 di questo inizio 2009 si celebrano due momenti diversi e importanti. Oggi si ricordano i vent'anni dalla scomparsa dello scrittore "avventuroso" Bruce Chatwin. Martedì, invece, il mondo intero accoglierà il primo presidente di colore nella storia degli Stati Uniti, Barack Obama. A prima vista quasi niente unisce i due avvenimenti, se non un mera vicinanza cronologica. Ma se si considera la vicenda del neopresidente e si riporta poi alla mente il motto per eccellenza dello scrittore e viaggiatore inglese - «Che ci faccio qui?» - non risulta complicato accomunare in un certo senso le esperienze dei due. Uno rifiutava i sogni radiosi della "dittatura" del progresso e dell'ideologia declinati in qualsiasi colore, l'altro è chiamato adesso a dare una risposta a una nazione che chiede di essere portata fuori dalle maglie dello scontro di civiltà. Da un'ideologia, per l'appunto.
«Già, chi meglio di Chatwin poteva incarnare l'irrequietezza delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta?», così Roberto Alfatti Appetiti dalle pagine del Secolo d'Italia ha ricordato il perché dell'amore di una generazione per gli "altrove" di Chatwin. E questa stessa inquietudine è la chiave del successo dei "tipi nuovi" della politica mondiale. Giovani, professionisti, smaliziati e con (quasi) niente da farsi perdonare. È la generazione Obama, ma - se si vuole- è anche quella "Sarkò". Se è vero, infatti, che il neopresidente degli Stati Uniti è la novità politica dell'anno, anche il francese Nicolas Sarkozy, il capo dell'Eliseo, dalla sua elezione continua a ricevere apprezzamenti ed estimatori bipartisan per la sua politica della "rupture". Proprio questa, la capacità di intendere la prassi politica come un "altrove" dove approdare, è una delle chiavi del successo dei due leader.
Ed è proprio l'immagine del viaggio, inteso come contaminazione, che accomuna infine questi tre personaggi. Se è vero che per l'autore di "In Patagonia" il viaggio non era solo un luogo letterario ma l'ideale ricerca di un posto dove identificarsi e riconoscersi, non stupisce che, nell'epoca del commiato dal Novecento ideologico, due fra i maggiori rappresentanti della classe dirigente internazionale abbiano, senza scandalo, una concezione particolarmente fluida e sintetica della politica.
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sabato 17 gennaio 2009

Chatwin vent'anni dopo la morte, icona degli inquieti postideologici

Dal Secolo d'Italia di sabato 17 gennaio 2009
Ci sono immagini destinate a resistere e persistere nell’immaginario collettivo malgrado il trascorrere del tempo. Una di queste ritrae un giovane uomo bellissimo e dallo sguardo penetrante con alle spalle uno zaino – simbolo pop che avrebbe finito per soppiantare le Tolfe del decennio ideologico – e intorno al collo, appesi con delle stringhe, un paio di robusti scarponi da montagna. Si tratta di Bruce Chatwin, nel celebre “scatto” di Lord Snowdon, imperitura icona del nomadismo, del viaggio inteso non come fuga dalla realtà o superficiale risposta a un estemporaneo disagio esistenziale ma come intrinseco bisogno dell’uomo. «La vera casa dell’uomo – aveva annotato su uno dei suoi irrinunciabili quanto ormai “mitici” moleskine neri, tanto rari all’epoca quanto oggetto di un merchandising sfrenato oggi – non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da fare a piedi». Sembra una frase di Jack Kerouac o di uno dei tanti emulatori della filosofia beat celebrata nel suo On the road, ma Chatwin, al contrario, non prescinde mai da una consapevolezza di fondo: non c’è innovazione che non poggi saldamente su qualcosa di radicato, non c’è viaggio fine a se stesso o senza destinazione. E la destinazione è l’autenticità: «Nessun uomo può vagabondare senza una base. Bisogna avere una sorta di cerchio magico a cui si appartiene e non è necessariamente il posto in cui si è nati o in cui si è stati allevati. È un posto con cui ci si identifica».
Domani, 18 gennaio, saranno passati vent’anni dalla morte dello scrittore inglese – morto di Aids a soli 48 anni in una clinica di Nizza – eppure l’immagine affascinante del «ragazzo d’oro», come lo chiamava con ammirazione e un pizzico d’invidia Gregor Von Rezzori, non è affatto invecchiata. «Bruce arrivò a casa mia con una 2cv bianca sul cui tetto aveva legato una tavola da surf – raccontò il collega austriaco, che lo ebbe spesso ospite in Italia – e gli andai incontro pensando che non ero mai stato come lui. Aveva una testa da adolescente, negli occhi, che un tempo si erano accecati su troppe opere d’arte, una inestinguibile curiosità. Nessuno avrebbe pensato che questo giovane sarebbe stato capace di scrivere qualcosa più del suo nome. E invece era fulgido di promesse».
Di certo non avrebbero pensato che quell’eterno adolescente, dilettante di genio capace di intrattenere e stupire chiunque con i racconti “romanzati” dei suoi viaggi nei luoghi non “contaminati” dal turismo di massa, instancabile fabbricatore di miti, sarebbe diventato egli stesso un riferimento e un mito per le generazioni a venire. Sì, perché leggendolo verrebbe voglia di lasciare tutto e partire seguendo le sue orme. Contagio che colpisce, sia pure in forma più attenuata e meramente “estetica”, anche i sedentari più incalliti. Ancora oggi, infatti, capita di imbattersi in giovani (e meno giovani) che indossano t-shirt raffiguranti proprio l’esploratore di Sheffield (Yorkshire) e che – parafrasando il titolo di una delle sue opere più famose, ristampata e venduta in tutto il mondo per la delizia di lettori vecchi e nuovi – non hanno rinunciato a porsi la madre di tutte le domande: «Che ci faccio qui?».
Già, chi meglio di Chatwin poteva incarnare l’irrequietezza delle generazioni post-ideologiche degli anni Ottanta e Novanta? Di quel periodo Chatwin ha rappresentato quello che Kerouac è stato negli anni Sessanta e Tolkien nei Settanta: un caso letterario e un’altrettanto travolgente moda culturale. In Italia, dove il fenomeno è nato e si è sviluppato grazie all’Adelphi di Roberto Calasso, le sue opere hanno avuto l’efficacia di un salutare balsamo per la generazione delusa dagli anni di piombo ma non ancora sconfitta dal cosiddetto riflusso nel privato. Sorprendentemente proprio lui – insofferente nei confronti di ogni “rivoluzione” politica e sociale – è assorto a modello dei giovani impegnati in politica. «La nuova bandiera antiborghese per i ragazzi della destra», lo definirà il Corriere della Sera nel 1997, confermando la bontà dell’intuizione di Alessandro Campi, attuale direttore scientifico della Fondazione Farefuturo, che tre anni prima, quale curatore della collana Disenciclopedia della casa editrice romana Settimo Sigillo, aveva fortemente voluto la pubblicazione della prima biografia in lingua italiana sullo scrittore: L’alternativa nomade, vita e leggenda di Bruce Chatwin di Nicholas Murray. «Se una definizione gli si può dare – sottolineava già allora nella prefazione Stenio Solinas, raffinato reporter e scrittore di viaggio e, da un altro punto di vista, ex esponente di punta della Nuova Destra degli anni Settanta e Ottanta – è quella di “anarchico di destra”, con tutti i tic che essa comporta». Una cosa è certa: l’epidermica antipatia per il marxismo, colpevole – a suo parere – di aver corrotto, nel nome di un implicito etnocentrismo, tradizioni secolari». Scriveva ancora Solinas, stavolta in Compagni di solitudine (edito da Ponte alle grazie nel 1999): «Non si era appassionato al comunismo sovietico, né ai cataclismi della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippie-pacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle “magnifiche sorti e progressive”, e quindi ad un concetto indefinito di progresso. Non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe; detestava “l’internazionalismo specioso”. Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno». E, appunto, sul Corriere della Sera del 14 febbraio 1997, Cinzia Fiori poteva scrivere: «Ai ragazzi di destra piace Chatwin... Quali sono i libri di culto per i ragazzi nell'era della fluidità estrema? Nessun Hermann Hesse o Tolkien si staglia all'orizzonte come autore di riferimento generazione. Si procede per gruppi, quando va bene. E così i ragazzi di destra, oltre all'intramontabile Julius Evola, leggono i romanzi di Yukio Mishima. Ma la nuova bandiera antiborghese è senz'altro Bruce Chatwin, con le sue inquietudini e il suo rifiuto della vita comoda...». Nel 1968 gli studenti erigevano barricate e – come ha testimoniato Nicolas Shakespeare, biografo “ufficiale” su mandato della vedova Elizabeth Chatwin, – «tali avvenimenti gli passarono accanto inosservati», atteggiamento esattamente opposto a quello sterminato plotone di intellettuali pronti a sentenziare e apporre firme ad appelli di ogni sorta. Non lui, nessuna delle grandi cause della Sinistra riusciva a infiammarlo e neanche a distrarlo. Era troppo intento a preparare una mostra dedicata all’arte nomade delle steppe asiatiche nel periodo tra il V e il VI secolo avanti Cristo. «Ciò che mi interessava di più – ha detto esplicitamente lo stesso Chatwin – erano gli individui sfuggiti alla classificazione archeologica, i nomadi, che avevano lasciato tracce sul terreno e non avevano costruito piramidi». Un po’ come lui, che certamente sfugge a qualsiasi facile definizione.
Ammiratore appassionato di Ernst Jünger e André Malraux, di Paul Morand e Drieu La Rochelle, di Jorge Louis Borges e Curzio Malaparte, Chatwin era forse politicamente un ingenuo per non dire un inattuale o un impolitico? È quello che sostiene il suo amico Salman Rushdie: «Tra i miei contemporanei – ha detto qualche tempo fa lo scrittore anglo-indiano – aveva la mente più colta e brillante in cui mi sia imbattuto, ma era troppo individuale perché la gente non arricciasse il naso». Troppo. Insopportabile il suo dandismo confuso per mero snobismo. Forse si spiegano così, ammesso che siano giustificabili, le banalità critiche tese a ridurre Chatwin a un autore da coffee table o – cosa che egli stesso non tollerava – a scrittore di viaggi esotici e l’infinito dibattito sulla sua (bi)sessualità esuberante, sul grado di veridicità dei suoi “reportage”, sull’ambiguità di chi, ricchissimo, predicava l’ascetismo e alimentava la propria leggenda con freddo raziocinio. Intendiamoci, processare i miti è opportuno, a volte persino indispensabile, ma il potere seduttivo di Chatwin consisteva proprio nel suo radicale amore per la libertà e l’avventura, tanto da fargli affermare: «L’idea di un impiego mi fa orrore». Studente in archeologia all’università di Edimburgo – infiammato dagli esempi di Dumas, Carter, Flaubert e Byron– aveva lasciato tutto per dedicarsi alle sue ricerche sul campo. Accettò, se non altro per l’opportunità implicita di viaggiare, l’offerta di collaborare al supplemento culturale del Sunday Times e indossò i panni del giornalista per tre anni scrivendo da Parigi, New York, Mosca, Marsiglia, dall’Algeria e dal Peru: prezioso apprendistato per la futura attività di scrittore. Improvvisa arrivò la stanchezza anche per quel mestiere e, probabilmente, per i condizionamenti e i vincoli di fedeltà alla realtà che esso comporta. Comunicò al giornale britannico le sue intenzioni con un celebre quanto sibillino telegramma: «Andato in Patagonia. Chatwin». Il libro che ricavò da quella esperienza, In Patagonia (1977), ebbe un successo formidabile e conquistò il pubblico, un feeling tutt’altro che esauritosi come conferma peraltro la crescente partecipazione al premio Chatwin “Camminando per il mondo”, unica manifestazione culturale con l’esclusiva – concessa da Elizabeth Chatwin – di divulgare in Italia e all’estero la memoria, le opere e il pensiero del fabulista inglese. Nata nel 2001 e “approdata” nelle ultime due edizioni a Genova (quella del 2008, presieduta dal regista Paolo Virzì, si è conclusa lo scorso mese di novembre), la manifestazione rappresenta sempre più un impedibile appuntamento per tutti coloro – ventenni o sessantenni che siano poco importa – che amano Chatwin e la sua idea di viaggio.